Su le maschere!

  • Lunedì, 31 Agosto 2015 11:46 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

DinamoPress
31 08 2015

La comunicazione, inquadrata nell’intera molteplicità dell’odierno spazio mediatico, determina la creazione di verità. È indubbiamente un terreno cruciale per esprimere un’azione radicale sul reale, ma come?

Una ruiflessione collettiva in vista del seminario di Euronomade "Costruire potere nella crisi", Roma 10-13 settembre.

Di certo, oggi, non attraverso un lungo testo come questo. Il primo passo per un’analisi sulle forme di comunicazione è infatti assumere che la forma del testo scritto che siamo soliti impiegare non è all’altezza dell’istantaneità assunta oggi dalla comunicazione; esso non riesce a permeare la società nella quale vogliamo intervenire; banalmente, non comunica, non riesce a veicolare messaggi se non all’interno delle nostre cerchie. Tutto ciò non significa, ovviamente, che sia inutile scrivere un testo utilizzando più di 140 caratteri, quanto piuttosto che sia ingenuo pensare che esso possa essere genericamente diretto a tutt*. Insomma, se il testo di 4-5 pagine è il codice più efficace per confrontarsi e far circolare posizioni politiche all’interno degli ambienti del “movimento” in Italia, esso va usato con la consapevolezza di questo particolare “target” a discapito di altri, rispetto ai quali tale codice si mostra del tutto inefficace.

Proviamo dunque, con un documento del tipo sopra descritto, a fornire alcuni strumenti analitici utili alla discussione di Roma, e in particolare al workshop sui social network, per la costruzione di un metodo nel terreno comunicativo che sia in grado tanto di aprire a sperimentazioni pratiche, quanto di tracciare linee programmatiche.

Innanzitutto, l’analisi del sistema dei media: complessivamente ne usciamo perdenti, ormai lo percepiamo chiaramente. Assistiamo ad una diffusa estraniazione nei confronti delle narrazioni mediali la cui strutturazione gerarchica ed antidemocratica è maggiormente solida. Tale estraniazione, che investe in primis l’attivismo sociale e la vecchia sinistra ma non solo, pensando in generale alle giovani generazioni, non determina in alcun modo la fine della subalternità degli “estraniati” nei confronti della funzione di verità svolta da grandi televisioni e testate giornalistiche, dalle loro regole e dalle loro maschere.

Più nel particolare, l’analisi delle reti– e più propriamente il terreno dei social network – ci vede al contrario più capaci, più reattivi. Analizzare nel dettaglio i codici funzionanti su questo terreno, tanto nelle espressioni vicine ai movimenti quanto in quelle esterne, deve fornirci un implemento della capacità di agire all’interno dello spazio mediatico.

Ci sembra però utile, anche in questo campo, partire dai problemi riscontrati per elaborare le nostre contromisure strategiche.
Innanzitutto registriamo che i tempi delle notizie, delle storture e degli attacchi al corpo sociale svolti dal potere attraverso i media sono incommensurabilmente superiori ai nostri. Le nostre risposte sono spesso tardive rispetto alle accelerazioni di dibattito provocate dai “temi caldi”. Inoltre, la forma di risposta nettamente più usata, quella del comunicato scritto di cui sopra, rimarca e perpetua oggi quella “lentezza” già accumulata nel seguire l’accadere degli eventi e la possibilità di intervenirvi politicamente.

Con che forma allora si interviene sui temi imposti dall’agenda dei grandi media nemici?

Nei social network si evidenzia già un ruolo determinante nella produzione di (contro)informazione e discorso politico attraverso una moltitudine di “profili”, collettivi e individuali, tra i quali troviamo quelli di molti di noi. La nostra partecipazione “di parte” nelle reti sociali va identificata e definita più chiaramente per poterne chiarire i difetti e le potenzialità. Per fare un esempio, in un momento come l’attuale, certamente difficile per la capacità delle lotte di contendere al potere la costruzione di senso nello spazio mediatico, le risposte che riescono maggiormente a catalizzare i consensi dei nostri sciami d’opinione ci paiono spesso, ahinoi, volti ad un pessimismo pericoloso. Ciò rischia di investirci infatti di una valutazione morale della moltitudine (frutto degli allarmi sulle passioni razziste e sessiste che investono l’Italia con preoccupanti primati nel contesto europeo) che non permette una azione costruttiva di discorso, non aprendo alla prassi.

Ci sono per fortuna anche alcuni profili, che possiamo chiamare maschere, molto vicini a noi e che funzionano. Esse si nutrono di meccanismi di viralità che sono trasversali al successo negli ambiti delle reti sociali: ad esempio, la capacità tecnica specializzata nei microcampi dell’arte visiva (Zerocalcare) e la forte impronta ironica, asse portante della viralità stessa dei social network (Spinoza). Dalla scoperta di questi elementi come efficaci è importante partire per costruire forme di comunicazione differenti, specifiche, che riescano a smuovere le stasi che gli stessi media mainstream impongono nella loro costruzione di senso e a cui crediamo nel momento in cui vediamo espressi pessimismo e rassegnazione.

Gli esperimenti migliori di mobilitazione sociale tentati nell’azione sui social network hanno funzionato in una determinazione visiva, costruendo delle maschere utilizzabili da chiunque (Strikers nello Sciopero Sociale, V per Vendetta in Anonymous, Pulcinella nelle mobilitazioni campane). Analizzare queste esperienze, che su scala globale, regionale e urbana hanno determinato processi politici importanti, può aiutarci a costruire degli strumenti per valutare e sperimentare i processi comunicativi che mettiamo in campo.

Il tema della maschera ci porta ad affrontare una questione che ci pare determinante nel panorama mediatico complessivo. Sono le maschere, in fondo, segni che riescono a transitare tra le differenti sfere dello spazio mediatico. Per maschera intendiamo da un lato la funzione ricoperta dai corpi e dai volti dei singoli che intervengono nello spazio mediatico, in televisione come in rete, permettendo a chi vi entra in relazione, guardandoli, ascoltandoli, condividendoli, una forma di riconoscimento collettivo; dall’altro invece il profilo incorporeo che costruisce la sua fisicità attraverso un’identità che è insieme personale e collettiva, in particolare sui social network. In questo spazio, assistiamo sia al dispiegamento di una notevole capacità personale d’intervento, sia alla costruzione di forme d’identità mobile e allargata come nel caso della maschera di anonymous o dello striker.

Come lo striker per lo Sciopero Sociale, come la maschera di V per Anonymous, è il tweet di Renzi o la sua quotidiana “scenetta” che rappresenta oggi in Italia la maschera con cui il potere detta e distribuisce la sua agenda, la sua notizia, il dato attorno a cui spingere gli sciami.

Il focus su ciò che abbiamo chiamato “maschera”, ci riporta alla centralità di un altro elemento basilare del meccanismo comunicativo: il mittente. L’importanza di questo elemento comunicativo, oltre a quelli di codice/forma e destinatario da cui siamo partiti, rischia di rimandarci ad una questione fin troppo spinosa riguardante, in senso ampio, l’identità. Il problema che possiamo però porci da subito sul tema del mittente nei quotidiani tentativi di fare opinione politica sui social network è se, ad esempio, i fondamentali profili di informazione alternativa e quelli degli spazi occupati – i più utilizzati nei nostri ambienti per intervenire sui temi caldi nei social network – siano effettivamente gli strumenti migliori, le migliori maschere, per produrre opinione su temi specifici su cui il potere indirizza l’attenzione. La nostra impressione in merito è che la facilità di creare, ex novo, voci che non siano immediatamente identificabili per trattare i temi più in voga nel sistema mediale, ci doti di una potenzialità nell’intervento sui social network che dobbiamo approfondire, utilizzare e inflazionare per creare maschere transitorie che sappiano contendere in modo più specifico e tematico la creazione di senso.

Le maschere riportano infine al centro una corporalità che è integrata nei meccanismi di efficacia di tutti i contesti comunicativi e che la potenza dell’audiovisivo, persino nelle forme spettacolarizzate da questo assunte, esprime anche nei nuovi spazi comunicativi delle reti sociali. Sarebbe interessante continuare ad indagare la relazione che questa dimensione corporale della maschera e la sua efficacia ha con la questione della personalizzazione e dell’identità nei processi comunicativi di creazione di senso sul reale.

Tuttavia, ciò che può essere utile per imbastire una discussione volta alla costruzione di occupymaskwallmeccanismi pratici di comunicazione, è piuttosto tener presente l’in-mediata potenza della funzione corporale-visiva che abbiamo chiamato maschera, in tutte le sue forme. Dobbiamo dunque scoprire le prerogative, i meccanismi efficaci nei contesti di rete, consapevoli di dover sperimentare e quindi essere disposti a costruire maschere, persino individuali laddove già accade nei profili personali dei social network, che possano essere, sempre transitoriamente, utili nelle differenti fasi della lotta contro il violento potere, anche mediatico, che ci troviamo di fronte.

Pubblicato su euronomade.info come contributo alla discussione verso la Scuola Estiva di Roma 10-13 settembre 2015.

Rom e roghi, e l’odio da “smaltire”

  • Mercoledì, 05 Agosto 2015 12:00 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cronache di ordinario razzismo
05 08 2015

“Da anni in Italia, a causa anche della speculazione politica degli ‘imprenditori della paura’, ciclicamente si promuovono campagne mediatiche di criminalizzazione di immigrati, richiedenti asilo e Rom, generando anche vere e proprie persecuzioni o deportazioni”: lo scrivono i membri del Comitato No Inceneritore, nato da un’assemblea di piazza l’11 settembre 2013, e che da allora si batte per contrastare la costruzione dell’inceneritore a Giugliano. Nell’ultimo periodo, si è reso protagonista anche di un intervento deciso sulla vicenda dei roghi tossici. E proprio in merito a questo, il Comitato ha scelto di intervenire, denunciando una “vera e propria caccia all’uomo nei riguardi degli immigrati richiedenti asilo politico e delle popolazioni Rom”, purtroppo alimentata anche da alcune dichiarazioni rilasciate da alcuni politici locali.

Il 29 luglio, a poco meno di una settimana dal rogo sviluppatosi nell’ex discarica Resit, si registra l’ennesimo incendio, questa volta divampato proprio a ridosso del campo rom “Sette”, nella zona industriale del comune. Sono in corso numerose indagini per far luce sui numerosi roghi che negli ultimi tempi stanno interessando l’area del Giuglianese. “Il clima di intolleranza verso i Rom, alimentato dalle facili ‘soluzioni finali’ che nulla risolvono, si limita a chiedersi: “chi brucia questi rifiuti”? Ciò che scompare da questo ragionamento – scrivono i membri del Comitato – è l’intero sistema di produzione locale e non, che smaltisce in maniera illegale gli scarti della produzione, che risparmia sui costi, che inquina il nostro territorio e, per occultare le proprie colpe, paga la mano di chi per primo respira quei fumi tossici: pneumatici, cuoio, solventi, rifiuti ospedalieri non sono prodotti dai Rom ma dalle nostre ‘rispettabilissime’ aziende col marchio locale! Se non ci fossero commesse e non ci fossero rifiuti da smaltire illegalmente, cosa brucerebbero i Rom, magari nei pressi dei loro stessi accampamenti? La catena di responsabilità dello smaltimento illegale dei rifiuti, grazie al capro espiatorio Rom, si interrompe garantendo immunità ed impunità a chi produce i rifiuti e li sversa illecitamente. Il Rom diventa un catalizzatore di interesse, contro cui concentrare tutti gli attacchi, spostando l’attenzione dalle origini vere dei problemi. Inoltre, la ‘colpa collettiva’ che si attribuisce ai Rom per il semplice fatto di essere tali (a prescindere dai reati che ogni singola persona commette o meno), consente di creare due ‘comunità': ‘noi’, bravi, puliti e civilizzati e ‘loro’, brutti, sporchi e cattivi, dimenticando anche che le condizioni inumane in cui vivono (i ‘campi’) non sono un’invenzione dei Rom ma della pubblica amministrazione italiana!”. Ci sembra una coraggiosa presa di posizione. Da sostenere e divulgare.

Discorsi d’odio contro i rom: quasi un caso al giorno

  • Martedì, 04 Agosto 2015 07:51 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cronache di razzismo
04 08 2015

Riportiamo qui di seguito il comunicato dell’Associazione 21 luglio inerente all’andamento dei discorsi dell’odio nei confronti di rom e sinti, relativo primo semestre del 2015. Un piccolo miglioramento rispetto allo scorso anno c’è. Anche se la maggior parte dei casi rilevati sono gravi. Segno che bisogna comunque mantenere sempre alta la guardia nei confronti di questa minaccia reale e quotidiana.

 

Nei primi sei mesi del 2015, l’Osservatorio nazionale sui discorsi d’odio nei confronti di rom e sinti dell’Associazione 21 luglio ha rilevato 183 casi di hate speech (discorsi d’odio) contro tali comunità, con una media di quasi un episodio al giorno.

Secondo i dati semestrali dell’Osservatorio 21 luglio, relativi al periodo 1 gennaio – 15 luglio 2015, oltre la metà degli episodi riscontrati (105 su 183) è classificata come “gravi“, vale a dire casi di incitamento all’odio e discriminazione, che evidenziano le forme più significative di razzismo antirom, i cui autori sono nella maggior parte dei casi esponenti politici attraverso dichiarazioni sulla stampa e sui social media.

I restanti 78 episodi riscontrati, invece, si configurano come “discorsi stereotipati“, categoria nella quale confluiscono tutti gli episodi di discorsi d’odio consistenti in dichiarazioni che adottano un linguaggio indiretto o comunque non esplicitamente penalizzante e/o razzista, ma in ogni caso reiterano e amplificano pregiudizi e stereotipi penalizzanti.

Rispetto all’ultimo rapporto annuale dell’Osservatorio 21 luglio, si è registrato un leggero calo nella media giornaliera dei discorsi d’odio contro rom e sinti. Tra il 16 maggio 2013 e il 15 maggio 2014, infatti, l’Osservatorio aveva rilevato 428 casi complessivi, per una media di 1,17 casi al giorno.

Rispetto agli episodi rilevati, sono state 40 le azioni correttive intraprese dall’Osservatorio tra gennaio e luglio 2015, tra cui segnalazioni all’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali), lettere di diffida, segnalazioni all’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori di Polizia di Stato e Carabinieri (Oscad) e esposti all’Ordine dei Giornalisti in caso di episodi appannaggio dei professionisti dell’informazione.

A questo proposito, proprio nei giorni scorsi, l’Osservatorio ha ricevuto comunicazione da parte del Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia circa l’apertura di due procedimenti disciplinari nei confronti di due giornalisti i cui articoli, secondo gli esposti presentati dall’Osservatorio, si configuravano come discriminatori e stigmatizzanti dei confronti dell’intera comunità rom e sinta.

«Nonostante il lieve calo riscontrato nella media giornaliera dei discorsi d’odio nei primi sei mesi del 2015, quella dell’antiziganismo in Italia resta una piaga pericolosa, una minaccia reale per una società democratica, plurale e inclusiva sulla quale occorre mantenere alta la guardia – sostiene l’Associazione 21 luglio – . La facilità con cui i discorsi d’odio rivolti a rom e sinti trovano terreno fertile nel nostro Paese ha come conseguenza, infatti, quella di rendere sempre più accettabili e condivisibili, da parte dell’opinione pubblica, posizioni estreme e penalizzanti nei confronti di tali comunità, contribuendo così ad alimentarne un’immagine negativa e stereotipata».

 

La crisi del comico che copia i tecnici

Renzi-UFODopo la chiacchiera, vengono i fatti a confutare la favola bella della comunicazione che raccontava di miracoli a colpi di tweet. Le cifre smontano l'effetto narcotizzante dei media.
Michele Prospero, Il Manifesto ...

Basta non chiamarlo marò. Lo stupratore sui media

  • Lunedì, 06 Luglio 2015 09:18 ,
  • Pubblicato in Flash news

Contropiano
06 07 2015

Uno stupro è uno stupro è uno stupro. Qualsiasi giornalista alle prese con una notizia del genere non ha molto da pensare o da mettersi a giocare con le parole. Tranne nel caso che si tratti di un militare o comunque di un appartenente alle "forze dell'ordine".

Nel caso di Roma si sono potuti vedere all'opera tutti gli artifici lessicali possibili pur di non tirare fuori alcune parole-chiave che avrebbero potuto generare un piccolo cortocircuito mentale nei lettori o nei telespettatori. Non ci occupiamo qui, naturalmente, delle scorie umane che nei commenti da social network hanno "virilmente" provato a processare la ragazza, "rea" di aver voluto vedere i fuochi artificiali - molto istituzionali, peraltro - di Castel Sant'Angelo; e quindi di essere per strada a tarda ora, intorno a piazzale Clodio, in un'afosa e affollata serata romana.

Prendiamo il quotidiano del benpensante romano medio, Il Messaggero:

È un 31enne appartenente al Ministero della Difesa - in forza presso l'Arsenale della Marina, l'uomo fermato per violenza sessuale aggravata, in relazione allo stupro di una minorenne nei pressi di piazzale Clodio. Il militare, presunto responsabile dello stupro della 16enne, violentata a Roma lunedì sera, era di passaggio a Roma. L'uomo si sarebbe dovuto imbarcare oggi per una missione militare.

Quasi identica la scheda del Corriere della Sera:

Fermato il (presunto) responsabile dello stupro a Prati. Giuseppe Franco, 31enne originario di Cassano Jonio, in provincia di Cosenza, dipendente del ministero della Difesa in forza all’Arsenale della Marina, è «gravemente indiziato» del reato di violenza sessuale aggravata sulla 15enne. Davanti agli inquirenti all’inizio il militare avrebbe respinto l’accusa sostenendo che il rapporto con la ragazza è stato consensuale. Franco era di passaggio a Roma perché mercoledì si sarebbe dovuto imbarcare per una missione.

Ancora più sintetica la descrizione di RaiNews:

E' un militare 31enne in forza presso l'Arsenale della Marina l'uomo arrestato per violenza sessuale aggravata, in relazione allo stupro di una minorenne nei pressi di piazzale Clodio.

Si potrebbe andare avanti a lungo, ma il discorso non cambierebbe. L'ordine di scuderia - probabilmente innescato da un lancio d'agenzia su segnalazione della questura di Roma, come sempre avviene per i casi di cronaca nera - è chiaro: lo stupratore è un dipendente del ministero della Difesa in forza all’Arsenale della Marina. Non proprio un impegato pubblico, ma quasi. Impressione rafforzata dall'indignato comunicato dello stesso ministero della Difesa, che rende noto che l'uomo "è stato immediatamente sospeso dall'impiego", sottolineando che il ministero "dove ne ricorrano i presupposti, non mancherà di promuovere la costituzione in giudizio della pubblica amministrazione".

Diciamo che a questo punto ci si poteva addirittura attendere un'indignata articolessa contra la "casta" dei dipendenti pubblici, nullafacenti e all'occasione anche stupratori. Non mancano certo penne audaci abituate a far questo.

Certo, quel dettaglio messo in fondo ("mercoledì si sarebbe dovuto imbarcare per una missione") stona un po' con l'immagine del travet nullafacente. Anzi, richiama tutt'altro immaginario, come anche le prime foto che ritraggono un palestrato parecchio in forma. Gli impiegati non vanno in "missione di pace" (a proposito: non ci hanno neanche detto quale).

Gli arsenali della Marina sono molti, quasi tutti allo stato museale. Ma non è lì che svolge le sue mansioni l'arrestato. Anzi, il sito ufficiale del ministero della Difesa non fa neanche menzione di "arsenali" di questo tipo nella sua area di competenza.

Dunque? Il signore ripreso dalle telecamere mentre fugge è certamente un "militare" che doveva "partire in missione". Insomma è un uomo dei gruppi operativi (non ci viene detto quale), uno che va a combattere e a sparare, non un passacarte alle prese con i timbri.

Gente così, ma forse siamo solo sospettosi, in genere viene definita marò, anche se il termine tecnicamente viene riferito specificamente agli incursori. Ma come faceva un giornalista medio, un faticatore della cronaca cittadina, a rischiare il posto usando una parola che deve essere usata soltanto per "i santi" affittati per proteggere una petroliera privata e sciaguratamente autori di un duplice omicidio ai danni di due pescatori? Gente, insomma, che "rivogliamo indietro" e per cui ci viene spesso chiesto di spendere una lacrimuccia...
Ma è in questo modo che viene imbesuita l'"opinione pubblica"....

 

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