Video killed the radio starFranco Berardi "Bifo", Zeroviolenza
1 luglio 2015

"The last lone inventor" è il titolo di un libro di Evan Schwartz pubblicato nel 2003 da Harper Collins che ci permette di capire qualcosa della storia dei media, particolarmente l'origine della televisione, ma anche e soprattutto ci permette di comprendere il rapporto tra lavoro e capitale nel campo della produzione cognitiva, e della produzione mediatica in particolare.

Pesone e dignità
30 06 2015

Venerdì 26 giugno l’Associazione Carta di Roma ha depositato presso la cancelleria del Tribunale di Roma la domanda d’iscrizione della omonima testata online. Come previsto dalla legge, ha indicato le generalità della direttrice responsabile: Domenica Canchano.

Domenica (nella foto) è da tempo giornalista e vanta numerose collaborazioni con testate italiane. Inoltre è socia fondatrice di Ansi (Associazione nazionale Stampa interculturale), un gruppo creato all’interno della Federazione nazionale stampa italiana da giornalisti immigrati o figli di immigrati che lavorano in Italia.

E qui sorge il problema. Un problema assurdo e anacronistico. Per una norma risalente al 1948, Domenica non può dirigere un giornale, giacché la norma in questione prevede come requisito indispensabile la cittadinanza italiana.

Un anno fa il Tribunale di Torino aveva respinto un’analoga richiesta perché tale incarico “implica l’esercizio di poteri e facoltà latamente politici”, ed è quindi “riservata al cittadino ovvero vietata allo straniero”.

Il 13 marzo scorso, sollecitato dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti su richiesta dell’Ansi, il ministero della Giustizia aveva espresso il parere che quel requisito dovesse considerarsi abrogato.

Attendiamo la decisione del Tribunale di Roma, auspicando – come ha dichiarato il presidente dell’Associazione Carta di Roma, Giovanni Maria Bellu, - l’abolizione ufficiale di una norma discriminatoria che “impedisce di poter governare e guidare qualunque iniziativa editoriale a un’intera categoria di giornalisti, individuata sulla base di un criterio non professionale qual è la nazionalità”.

Dell’Eritrea non si sa nulla

  • Lunedì, 15 Giugno 2015 13:47 ,
  • Pubblicato in Flash news

Corriere delle migrazioni
15 06 2015

Il World Press Freedom Index, ossia la classifica mondiale della libertà di stampa, viene pubblicato una volta all’anno dall’organizzazione Reporter senza frontiere. La classifica è stilata in base a una griglia di criteri che vanno dal pluralismo al numero di abusi e aggressioni ai danni della stampa registrati in un determinato Paese. Le prime posizioni sono tradizionalmente occupate dai Paesi del nord Europa (Finlandia, Norvegia, Danimarca…), mentre nelle parti basse della classifica troviamo quelli in cui la democrazia è assente o particolarmente fragile. Fanalino di coda, anche quest’anno, è stato l’Eritrea, che non può contare su un’informazione interna degna di questo nome e di cui si sa pochissimo anche a livello internazionale. Eppure si tratta di uno dei principali “esportatori” mondiali di richiedenti asilo. In base ai dati dell’Unhcr, sarebbe al quarto posto (insieme con il Kosovo) e dopo tre stati dilaniati dalla guerra (Siria, Iraq, Afghanistan) di cui anche i nostri poco attenti quotidiani hanno finito col doversi occupare. Dell’Eritrea, dove ufficialmente non c’è nessuna guerra, non si occupa nessuno. Pur trattandosi di un’ex colonia italiana con cui sussistono forti legami commerciali, poco si conosce della repressione quotidianamente attuata da Isaias Afewerki. Alimentazione e servizi sanitari sono scarsi, mentre sono migliaia gli arresti dei dissidenti. Il servizio militare è obbligatorio anche per le donne. Città come Milano e Bologna sono luogo di transito di migranti in fuga, che le attraversano incontrando i propri connazionali residenti, ma la loro condizione di partenza trova posto nei nostri quotidiani solo quando Amnesty International pubblica un nuovo report.
Commentando gli aiuti stanziati recentemente dall’Unione Europea, Cléa Kahn-Sriber di Reporter Sans Frontières Africa, ha denunciato: «È incredibile che l’Unione Europea sostenga il regime di Isaias Afewerki con tutti questi aiuti, senza chiedere nulla in cambio in materia di diritti umani e libertà di espressione. Chiediamo all’Unione Europea di condizionare i suoi aiuti al governo eritreo alla garanzia di un maggior rispetto dei diritti umani, al rilascio dei giornalisti prigionieri e all’autorizzazione al pluralismo dei mezzi di informazione».

Nelle posizioni più basse della classifica di RSF troviamo Turkmenistan, Corea del Nord, Siria, Cina, Vietnam, Iran, Sudan, Somalia, Laos. Ancora paesi in cui privazioni, torture, violenze sono note e documentate. Governi autoritari con cui l’Occidente fa spesso affari, per poi voltarsi dall’altra parte quando si tratta di ospitare chi fugge da terre tanto preziose. Incorciando i dati del report di RSF con altri rapporti internazionali, si può verificare come il basso livello di informazione e trasparenza si incroci sistematicamente con la crisi della democrazia e i conflitti.
Prendiamo in esame, ad esempio, gli ultimi paesi della classifica e confrontiamoli con quanto emerge dall’annuario di Amnesty International o di Human Rights Watch, oppure dal documento Lo stato dell’insicurezza alimentare nel mondo 2015 redatto dalla Fao. Centinaia di studiosi sono coinvolti in ricerche utili a migliorare questi indicatori di libertà e di democrazia per costruire mappe utili a chi si occupa di immigrazione, come sono ad esempio quelle apparse su The Economist. Se nessuna ricerca è esaustiva, ognuna è comunque indicativa. Se confrontiamo le situazioni qui accennate con la mappa delle rotte compiute dai migranti in fuga, a essere sorpresi sono solo i non addetti ai lavori. Dove i diritti umani non sono garantiti, le persone cercano ovviamente di fuggire.

Chiara Zanini

I pirati della strada non sono tutti uguali

  • Lunedì, 15 Giugno 2015 11:45 ,
  • Pubblicato in Flash news

Corriere delle migrazioni
15 06 2015

In gergo tecnico si chiamano “criteri di notiziabilità”: sono le regole, spesso implicite, che i giornalisti seguono per stabilire che cosa sia una notizia, cioè quali fatti siano meritevoli di essere raccontati. Ogni giorno, in qualsiasi redazione, arrivano centinaia e centinaia di segnalazioni, comunicati, dispacci di agenzia. Ovviamente bisogna scegliere, non si può pubblicare tutto: ci sono così eventi poco interessanti, irrilevanti, magari noiosi e scontati per il lettore, e altri che invece vanno considerati notizie.

Talvolta si ha però l’impressione che, almeno in alcune redazioni, questi “criteri di notiziabilità” facciano corto circuito. È quel che è successo la settimana scorsa, quando i giornali hanno riportato in prima pagina la tragedia di Roma: otto persone ferite, e una donna filippina uccisa, da un’auto sparata a folle velocità, inseguita dalla polizia perché non si era fermata a un semaforo rosso.

Geometrie variabili
Intendiamoci. La vicenda è tutt’altro che irrilevante: si tratta senza dubbio di una notizia degna di questo nome. Perché è accaduta in pieno centro cittadino e ha coinvolto – come vittime, o come spettatori attoniti e spaventati – decine di passanti. Perché una persona è morta, e c’è il dolore dei familiari, degli amici e dei connazionali. Perché i colpevoli non vengono trovati subito, e dunque bisogna seguire le indagini, gli inseguimenti, il lavoro certosino delle forze dell’ordine e della magistratura. Insomma, è un evento di cronaca da raccontare e anche da approfondire.

Il problema è che appena due settimane prima, a Sassano in Campania, era accaduto un fatto simile. Un guidatore ubriaco aveva ucciso Carmen Elena Pavel, giovane migrante romena, travolgendola con l’auto lanciata a folle velocità. In questo caso la notizia meritava un approfondimento ulteriore, perché il “pirata della strada” era un uomo ben conosciuto nella sua città, e aveva un ruolo di primo piano come attivista nella battaglia contro il petrolio. Eppure, la vicenda è passata sotto silenzio: niente prime pagine, niente aperture di tg, solo qualche articolo sulle cronache locali.

Più o meno negli stessi giorni, ad Aprilia (in provincia di Latina) erano stati uccisi due ragazzi adolescenti, travolti da un’auto impazzita mentre aspettavano l’autobus per andare a scuola. Si chiamavano Amandeep e Sandeep, fratello e sorella, ed erano figli di immigrati indiani. Anche questa sarebbe una notizia, perché tra l’altro i compagni di scuola dei due ragazzi sono scesi in piazza, e si sono organizzati per costituirsi parte civile al processo. Eppure, anche in questo caso, nessun quotidiano nazionale si è soffermato sulla vicenda.

Se il pirata della strada è “zingaro”
Ecco il corto circuito di cui si parlava: perché un pirata della strada merita le prime pagine e i commenti indignati dei cronisti, e gli altri due pirati, anche loro assassini, anche loro folli e irresponsabili, se la cavano con qualche rigo in cronaca? La risposta può sembrare banale, eppure è l’unica che ci viene in mentre: gli assassini di Roma sono rom bosniaci, vengono dai campi alla periferia della Capitale. I “pirati” di Aprilia e di Sassano sono invece italianissimi, e le loro vittime sono straniere.

È come se fosse stato sovvertito un copione: perché, lo sappiamo tutti, è da almeno venti anni che di tanto in tanto – a periodiche ondate, per così dire – le prime pagine dei quotidiani sono occupate da bruti immigrati che uccidono, violentano, scippano, derubano onesti e operosi cittadini italiani. Su questi episodi di cronaca sono state costruite vere e proprie campagne sulla “sicurezza”, con il loro corollario di leggi, decreti di emergenza, dichiarazioni roboanti di politici e commentatori, espulsioni e manette “facili”.

Copioni rovesciati…
Ora, negli episodi di Aprilia e di Sassano, il copione è rovesciato, per l’appunto: qui l’italiano è l’assassino, e l’immigrato è la vittima. E paradossalmente proprio questa circostanza dovrebbe spingere i giornali a dare rilievo alla notizia: perché è inusuale, rispetto ai racconti che circolano, e dunque suscita (dovrebbe suscitare) curiosità e domande nei lettori.

E invece non è andata così. Forse perché per alcuni quotidiani è notiziabile solo quel che risponde a un copione prestabilito, che si può raccontare nello stesso modo infinite volte: il “mostro” deve venire da fuori, deve essere un orco straniero a minare la nostra sicurezza. Ed è un’immagine rassicurante, questa, sembra quasi una fiaba della buonanotte: prima tutti erano buoni e felici, poi sono arrivati i cattivi da fuori, infine vennero i poliziotti (o i militanti della Lega Nord) a mandar via i malvagi. E vissero tutti felici e contenti.

… e narrazioni lunari
Pazienza se in questo modo la realtà è fatta a pezzi, sovvertita, stravolta, resa irriconoscibile da una narrazione tanto rassicurante quanto “lunare”. Basta dare un’occhiata fugace alle statistiche sulla pirateria stradale per rendersi conto della complessità del fenomeno: tre volte su quattro, le auto impazzite sono guidate da cittadini italianissimi, mentre nell’11% dei casi lo straniero figura come vittima. Nel 20% degli episodi il pilota è ubriaco o guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, e le vittime sono spesso bambini e anziani, cioè le categorie più deboli della strada.

Ce n’è abbastanza per capire che il passaporto dei “pirati”, la loro nazionalità o appartenenza etnica, sono elementi del tutto irrilevanti. Se vogliamo garantire la sicurezza delle nostre strade, bisogna proteggere le categorie deboli (bambini e anziani) e magari costruirle meglio, le strade: ad Aprilia gli studenti delle scuole hanno fatto notare che la fermata dell’autobus era collocata in un luogo pericoloso, e anche per questo i due adolescenti sono morti.

Pazienza anche se le “ricette” proposte sull’onda dell’emotività facciano acqua da tutte le parti. In occasione della tragedia di Roma sono state invocate le ruspe sui campi nomadi: il che significa, grosso modo, che un ragazzo rom si vedrà abbattere la sua baracca solo perché un altro ragazzo, proveniente da un altro campo e da un’altra città, si è reso colpevole di un reato grave. Un po’ come dire che se un avvocato ammazza una persona, si chiudono tutti gli studi legali in tutta Italia. È una ricetta efficace contro gli omicidi, questa?

La sicurezza: quella vera
Già, perché qui stiamo parlando (anche) di efficacia. Di efficacia e (udite udite) di sicurezza. Il tanto strombazzato “buonismo” non c’entra proprio niente. Non è che si tratta di “perdonare” o di essere “buoni” (per quanto i parenti della vittima ci abbiano invitato a evitare campagne d’odio e di vendetta, dandoci una grande e inascoltata lezione di civiltà). No, non si tratta di “buonismo”, che comunque sarebbe meglio dell’onnipresente “cattivismo”. Si tratta proprio di efficacia. Perché quando avremo chiuso con le ruspe tutti i campi rom, il problema dei pirati della strada non sarà risolto, e questo in fin dei conti lo sappiamo benissimo: forse lo sa persino Salvini, o almeno se lo immagina.

E quindi smettiamola di usare un fatto di cronaca per vomitare odio contro i rom. Sappiamo che non serve a nulla e a nessuno. Anzi, forse con le inchieste di Mafia Capitale dovremmo cominciare a capire che l’odio contro i rom serve a chi ci lucra sopra, a chi fa affari sulla ghettizzazione e la segregazione. Non serve, di sicuro, alla “sicurezza” di chicchessia.

Sergio Bontempelli

La “bella” politica e le “bestie”

  • Lunedì, 25 Maggio 2015 10:28 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cronache di ordinario razzismo
25 05 2015

Pochissimi ne parlano. Ma quanto sta accadendo a Torino in queste ultime ore è grave. Tutto comincia qualche giorno fa. Il 16 maggio, il quotidiano La Stampa (l’unico che sta seguendo in modo continuativo la vicenda) pubblica un articolo su un raid vandalico compiuto ai danni del canile dell’Enpa (Ente Nazionale Protezione Animali), in via Germagnano 8, preso di mira e devastato per la quarta volta in pochi mesi (“I vandali tornano a colpire il canile dell’Enpa”). Sembrerebbe un mero e triste fatto di cronaca locale ai danni di povere e indifese bestiole. Ma nel testo, fra le righe, viene fornito un primo dettaglio “non indifferente”: “il canile confina col campo nomadi autorizzato del Comune”. A pochi giorni di distanza, è l’Enpa stesso a dare notizia della quinta devastazione. I danni constatati al canile sono pesanti: distrutte attrezzature, danneggiato l’ambulatorio, staccati gli infissi, per un valore totale stimato in circa 100 mila euro. Sulla pagina Facebook della sezione animalista torinese, mentre la stampa locale comincia a far circolare la notizia, il 21 maggio, viene pubblicato un post con le foto delle devastazioni ed un lungo testo che contiene accuse ben precise dirette agli abitanti del campo rom che sorge poco distante: “Raid dal campo rom: distrutta completamente la sede, Enpa Torino sarà costretta a chiudere il canile“.

Questo post, da solo, ha ottenuto qualcosa come 9000 condivisioni ed uno stuolo di commenti (per lo più dichiaratamente razzisti e apertamente inneggianti all’odio e alla violenza) che sono ancora tutti lì, visibili, e che noi per “decenza” non riportiamo. Comincia così, in parallelo, la “devastazione” social-mediatica, e piovono accuse precise. Il tutto mentre i Carabinieri stanno ancora indagando e la miglior cosa da fare in questi casi sarebbe tacere, aspettando, con cautela, gli sviluppi delle indagini. E invece scorrono fiumi di dichiarazioni (di guerra!).

A cominciare proprio dall’Enpa. Tiziana Berno, responsabile del canile, racconta a NeXtQuotidiano: «I responsabili sono stati visti dai carabinieri che rientravano nel campo Rom qui vicino, quando siamo arrivati erano ancora dentro e poi sono scappati». E spiega che i Carabinieri non sono intervenuti quando le persone responsabili dell’attacco sono uscite dalla sede di via Germignano e sono rientrate nel campo. E Marco Bravi, presidente Enpa Torino, punta il dito: «Si vede che facciamo fastidio ai loro traffici. Queste persone sono informate dai mediatori culturali che gli dicono anche che cosa scrivono sui giornali» (La Stampa, 21/05/2015).

Seguono, poi, gli interventi dei politici, volti a strumentalizzare l’accaduto ai fini di una propaganda elettorale a senso unico (proprio qualche giorno fa riflettevamo sulla strumentalizzazione di un fatto di cronaca che vedeva protagonisti dei minori: cambia il soggetto, adesso sono gli animali). Sul caso interviene Claudia Porchietto, consigliera regionale di Forza Italia: “L’assalto è il fallimento della politica dell’accoglienza e della tolleranza che da anni vende il centrosinistra nella città e nella provincia di Torino. Atti vandalici quali quelli avvenuti questa notte sono inaccettabili ancor di più perché sono la recidiva di precedenti episodi. Da anni la sinistra si riempie la bocca con parole quali solidarietà, tolleranza, tregua: io lo chiamo solo buonismo a buon mercato. Presenterò una interrogazione alla Giunta regionale per domandare l’intervento del Prefetto”. Marco Racca, coordinatore regionale di CasaPound Italia, dichiara: “Circa 30 persone dal campo rom assaltano e distruggono il canile di Via Germagnano, che sarà costretto a chiudere avendo subito oltre 100.000€ di danni, se nessuno interviene. Stiamo valutando come poter aiutare i volontari dell’Enpa a riaprire la struttura. Non possiamo tollerare che l’intolleranza e la violenza vincano: dobbiamo difendere la civiltà contro la barbarie”.

enpaForza Nuova annuncia, con un comunicato stampa, un presidio “senza bandiere” (di fatto poi non lo è stato, ndr): “Andremo lì a dare una mano nel rimettere a posto”. Analoga iniziativa viene annunciata da Maurizio Marrone, capogruppo in Comune di Fratelli d’Italia.

E poi c’è la Lega. Fabrizio Ricca, capogruppo in Comune per la Lega Nord, annuncia una manifestazione (tenutasi questa mattina, ndr) in via Germagnano: “Oltre ai militanti e simpatizzanti porteremo con noi anche una ruspa e sul momento decideremo se accenderla. La pazienza dei torinesi nei confronti di questa gente è definitivamente finita, i campi vanno rasi al suolo e i rom fatti allontanare da Torino”. Il compagno di partito Stefano Allasia, deputato, non usa mezzi termini: “Al presidio di protesta saremo pronti ad accendere la ruspa per radere al suolo il campo rom. Il campo di via Germagnano e tutti gli altri devono essere rasi al suolo. Se gli ospiti sono nomadi transitino altrove, se sono sedentari si paghino l’affitto di una casa o accendano un mutuo, come fanno tutti i cittadini. I torinesi non sono più disposti a pagare un centesimo per mantenere gente che depreda, distrugge, semina terrore. Un paese civile certa gente la mette in galera e getta la chiave”. Parte addirittura una petizione online: “Giustizia per Enpa Torino, distrutta da vandali rom!”.

In città la vicenda si gonfia e diventa un caso, mentre sui social si diffonde un minaccioso tam tam che promette rappresaglie contro i rom, e nulla di buono. Il sindaco Fassino, chiamato in causa risponde con la promessa di “una più intensa attività di controllo e presidio per assicurare legalità, intensificando i controlli diretti e continui sul campo e il potenziamento dell’attività della postazione fissa del Nucleo nomadi (!!!) dei vigili urbani in zona”. Insomma, una risposta repressiva e “contenitiva”. Non una parola di più.

Intanto questa mattina, alla manifestazione della Lega Nord bandiere, cartelli (“Io sto con Fido”, “Più ruspe, meno rom”, “Tutelare i volontari dell’Enpa e non i rom”.) e striscioni (“Difendiamo gli animali, cacciamo le bestie”) non certo dai toni pacati. Per fortuna, della ruspa annunciata non c’è traccia, poiché non autorizzata dalla questura. Presente al presidio, anche Roberto Cota che “stranamente” non parla di diritti degli animali o della condizione del canile, ma piuttosto parla di “frontiere colabrodo”, di “campi rom da smantellare”, definendo “gli sbarchi dei profughi e i l’insediamento dei nomadi in città le due facce della stessa medaglia”. E dichiara: «Mentre dall’Italia esportiamo cervelli, qui importiamo immigrazione cattiva: terroristi, presunti profughi e altro. Ai nomadi bisogna impedire di sostare dappertutto, costringendoli ad andare via». Ricca e Allasia chiariscono bene l’intento della loro presenza: “La nostra battaglia, però, non si fermerà. Il prossimo anno, quando governeremo Torino, manderemo non una, ma cinquanta ruspe in ogni insediamento. I campi nomadi vanno chiusi e gli zingari vanno mandati via dalla nostra Città”. Via Twitter, Matteo Salvini non fa mancare il suo supporto: “Adesso i rom devastano pure i canili. La risposta ai vandali è sempre una. Ruspa!”

Ferma restando la gravità di quanto accaduto al canile e ai poveri animali indifesi, il buonsenso inviterebbe tutti, politici e non, ad evitare che prendano il sopravvento il sentimento razzista ed il pregiudizio, ormai strutturati e sempre pronti a scatenarsi preventivamente (attraverso vari canali), prima ancora dell’identificazione dei colpevoli. A pagare le conseguenze del danneggiamento, dev’essere chi effettivamente lo ha compiuto, non una intera comunità di persone strumentalmente (e per l’ennesima volta) stigmatizzata nella sua totalità.

Ma non è ancora finita. Circola in rete una locandina, non firmata, per una fiaccolata che si svolgerà il 27 maggio contro “i delinquenti rom”.

L’invito, ancora una volta, è a mantenere un profilo basso e non soffiare sul fuoco dell’odio, non dimenticando quanto accaduto, proprio a Torino, tempo fa alla Continassa (leggi qui e qui oppure consulta nel terzo libro bianco sul razzismo a pagina 123).

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