Meno giornali, meno liberi

Meno giornali meno liberiNoi Donne
27 marzo 2015

Abbiamo intervistato Monica Pepe sulla campagna Campagna "Meno Giornali Meno Liberi" promossa da circa 200 testate cooperative e non profit che sono a serissimo rischio di chiusura se il Governo e il Parlamento non ripristinano i contributi alla editoria e a sostegno della quale è in corso una raccolta firme.

Monica, i giornali a rischio chiusura sono realtà editoriali che svolgono una funzione importante a livello locale e nazionale, coprendo temi vicini ai cittadini, alle donne e alle comunità.
TristezzaUn ragazzo a volto scoperto, torso nudo con addosso un reggiseno che inginocchiato sembra invocare pietà. Dietro di lui due giovani travisati con sciarpa, cappuccio e coltello in mano che inscenano la sua decapitazione. Altri coetanei osservano, scattando con il telefonino il selfie d'ordinanza che, come da copione, viene diffuso via Whatsapp e Instagram diventando virale e finendo poi per arrivare anche alla preside.
Elisabetta Reguitti, Il fatto Quotidiano ...

Milano In Movimento
25.03.2015

Betlemme-Ma’an. Di Alex Shams. I pendolari delle città degli Stati Uniti hanno constatato con sorpresa che il loro viaggio questo mese è stato adornato con poster e striscioni che invitano il governo a porre fine al supporto militare a favore di Israele.
I poster sono stati affissi in sette città degli Stati Uniti per tutto il mese di marzo, e fanno parte di una più ampia campagna di sensibilizzazione lanciata dal Palestine Advocacy Project, un gruppo di attivisti con base in America, conosciuti anche come Ads Against Apartheid, il cui fine è quello di aumentare la consapevolezza riguardo la complicità americana all’occupazione israeliana.

Messaggi che condannano la demolizione da parte di Israele delle case palestinesi, le sue politiche di incarcerazione che prendono di mira i bambini, la costruzione di insediamenti riservati solo ai cittadini ebrei nella Cisgiordana e nella zona di Gerusalemme est, sono tra i temi principali affrontati in questa campagna, il cui lancio coincise con la visita del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, nel paese.

“Il denaro derivante dalle tasse americane aiuta il governo israeliano a condurre una brutale occupazione militare dei territori palestinesi, che per decenni ha negato ai palestinesi i diritti di base. Queste pubblicità mostrano com’è in realtà l’occupazione e l’apartheid israeliana, ed è importante che gli americani vedano tutto questo”, ha affermato Jake Chase-Lubitz , un membro del consiglio del progetto, in una dichiarazione rilasciata dal gruppo.
La campagna fa parte di una più ampia pressione affinché i palestinesi rimangano nel radar del pubblico americano, in particolare dopo che l’attenzione si è spostata dopo la fine dell’attacco israeliano a Gaza di quest’estate.

Rivolgendosi agli americani con dei messaggi negli spazi pubblici, il gruppo sta cercando di esporre ai cittadini la realtà in merito al supporto americano di Israele e cosa questo comporta per i palestinesi.
“I media negli Stati Uniti generalmente presentano i palestinesi come un problema per Israele piuttosto che il contrario. Ma Israele è un problema onnipresente per i palestinesi, ha un impatto negativo in quasi tutti gli aspetti della loro vita, e noi crediamo sia importante per il dibattito pubblico conoscere questa realtà”, ha dichiarato Chase-Lubitz in un’intervista per email con l’agenzia Ma’an.

Questi poster saranno affissi nelle stazioni delle metropolitane così come nei camion, nei bus, nei manifesti, assicurando che decine di migliaia arriveranno nelle città su cui si è posto l’obiettivo – Los Angeles, New York, San Antonio, San Diego, San Francisco e Washington D.C.
La campagna, comunque, mostra delle controversie, poiché il gruppo è andato incontro, nelle precedenti ondate di affissione di poster, ad atti di vandalismo e querele.
Il gruppo è stato costretto infatti a ritirare i propri striscioni a Boston dopo quella che Chase-Lubitz ritiene “una pressione politica da parte di associazioni sioniste ben finanziate ed organizzate” sull’agenzia di trasporti locale. I manifesti a Los Angeles sono stati invece oggetto di vandalismo.
Questo mese la campagna è stata ancora una volta oggetto di attacchi, e il gruppo ha riferito che, il 9 marzo a Los Angeles, il conducente di un camion che esibiva il poster è stato minacciato da un individuo armato irritato dal messaggio.

“Suggerire che in realtà sono gli israeliani a sbagliare e che i palestinesi sono delle vittime equivale a dire: forse noi abbiamo torto, e che alcune delle persone da cui ci difendiamo sono le nostre stesse vittime. Questo non sta bene a molta gente”, ha dichiarato Chase-Lubitz all’agenzia Ma’an, commentando gli ostacoli che la campagna sta affrontando.
Infatti, in un mondo dove il sentimento pro-palestinesi è ampliamente condiviso e le pressioni contro Israele per mettere fine all’occupazione militare sono rapidamente cresciute negli ultimi anni, gli Stati Uniti si distinguono come uno dei pochi paesi a maggioranza filo-israeliana sulla Terra.

Un sondaggio dell’opinione pubblica americana, condotto lo scorso febbraio, ha mostrato che circa il 62 per cento degli intervistati si è dichiarato favorevole ad Israele, mentre solo il 16 per cento si è dichiarato favorevole alla Palestina. Il supporto pro-Israele tende ad essere molto più elevato tra gli americani bianchi e anziani e gli evangelici, mentre i giovani e le persone di colore mostrano sempre di più la loro inclinazione per la Palestina.
Il Palestine Advocacy Project crede che sia in atto un cambiamento più ampio all’interno dell’opinione pubblica, sostenuto dal lavoro degli attivisti in tutto il paese che si dedicano all’esposizione della realtà del controllo israeliano sulla vita palestinese.

L’ultima campagna pubblicitaria è stata realizzata grazie all’aiuto di una mezza dozzina di partner locali, tra cui: Northern California Friends of Sabeel, American Muslims for Palestine, Bay Area Jewish Voice for Peace, LA Jews for Peace, Jewish Voice for Peace di San Diego e San Antonio for Justice in Palestine. Le organizzazioni coinvolte riflettono la diversità del crescente movimento pro-palestinese negli Stati Uniti.

“Siamo solo una piccola parte di un movimento che è si focalizza sulla Palestina. Questo movimento è cresciuto significativamente negli ultimi cinque-dieci anni, grazie al lavoro ispiratore di giovani palestinesi-americani che sono stufi che le loro famiglie e i loro amici vengano attaccati, da quegli ebrei che sono disgustati da ciò che è stato fatto in loro nome, e altre persone di coscienza che lottano per ciò che è giusto”, ha riferito Chase-Lubitz.
Traduzione di Domenica Zavaglia

 

Il Corriere della Sera
24 03 2015

Corpi delle donne vietati nei cartelloni. La svolta di roma sulle pubblicità


Non ci saranno più cartelloni che “usano” il corpo femminile. Per vendere occhiali, jeans o pomodori pelati. La Capitale dichiara guerra alla pubblicità che offende le donne, paragonandole ad oggetti o spot che lascino intuire realtà di sottomissione e di supremazia di genere

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Luca Bolognini, Il Giorno/Il Resto del Carlino/La Nazione ...

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