Il razzismo quotidiano

  • Mercoledì, 04 Marzo 2015 12:52 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cronache di ordinario razzismo
04 03 2015

Guida alla consultazione

Con la creazione di questo database desideriamo rendere disponibile on line una narrazione cronologica delle storie di razzismo, perché riteniamo fondamentale monitorare sistematicamente e analiticamente le molteplici forme, a volte anche molto sottili e implicite, che il fenomeno razzista assume nella quotidianità.

La raccolta dei dati, senza la pretesa di essere esaustiva, si basa principalmente su articoli pubblicati sulla stampa nazionale e locale (sia in formato cartaceo che web), ma anche su notizie segnalate da altri siti internet o blog, cosi come su comunicati provenienti dal mondo associativo e su segnalazioni dirette. Un link dedicato consente agli utenti della rete di segnalarci direttamente atti o comportamenti discriminatori e razzisti da essi subiti o di cui siano stati testimoni.

Le notizie raccolte nell’inventario sono verificate, quando possibile, attraverso la consultazione di più fonti; il linguaggio è ripulito dai termini che consideriamo stigmatizzanti, inferiorizzanti o comunque impropri. Per la raccolta dei casi, che inizia dal 1 gennaio 2007, ci siamo avvalsi dell’Inventario dell’intolleranza, già pubblicato nel Libro bianco sul razzismo in Italia realizzato da Lunaria nel 2009, rivedendolo e ampliandolo laddove possibile, per poi continuare il monitoraggio sistematico dei casi.

Grazie all’adozione di un semplice metodo di classificazione, che tiene conto dei principali sistemi adottati a livello internazionale, è possibile visitare il database utilizzando diversi criteri di ricerca.
Innanzitutto, è possibile leggere l’inventario a partire dai contesti di riferimento: abbiamo individuato quattro principali “mondi” in cui i germi del razzismo si diffondono: le istituzioni, i media, la politica e la società.
E’ poi possibile, attraverso la maschera di ricerca laterale, selezionare altri criteri di ricerca più specifici che attengono, oltre che alla mera successione cronologica, alle fonti utilizzate, alle diverse aree geografiche, alla tipologia degli atti commessi (suddivisi in quattro categorie principali: discriminazioni, violenze verbali, violenze fisiche e danneggiamenti a cose), agli autori degli atti (quando citati dalle fonti, e, comunque, classificati in autori singoli o gruppi di persone, attori istituzionali, operatori del mondo dell’informazione e personaggi del mondo dello sport), ed infine, alle fasce di età delle vittime.
Nello spazio “descrizione” è poi possibile fare una ricerca libera per parole chiave.

Il database è aggiornato a DICEMBRE 2014.

Il giornalismo salvato dai web robot

  • Sabato, 03 Gennaio 2015 10:56 ,
  • Pubblicato in L'Opinione
Federico Gennari Santori, Pagina99
31 dicembre 2014

"La fine dei giornali è una delle cose più prevedibili del nostro futuro, gli unici che non lo sanno ancora sono i giornalisti". Così, a metà novembre, Gianroberto Casaleggio lanciava il suo anatema sul futuro della stampa, uccisa dal cosiddetto robot journalism.

Turchia: maxi operazione contro le voci critiche

  • Lunedì, 15 Dicembre 2014 12:39 ,
  • Pubblicato in Flash news

Osservatorio Balcani e Caucaso
15 12 2014

Domenica 14 dicembre la polizia turca ha condotto un’imponente operazione contro giornalisti ed esponenti politici legati all’opposizione al governo guidato da Ahmet Davutoğlu.

Almeno 24 persone sono state arrestate in diverse città turche, tra cui il caporedattore di Zaman, il maggior quotidiano del paese, e il direttore della TV Samanyolu, due media vicini all'ex imam Fethullah Gülen, leader spirituale di “Izmet”, movimento di opposizione al governo. Gülen, ora in esilio volontario negli Stati Uniti, è accusato di guidare “uno stato nello stato”, una sorta di organizzazione segreta che avrebbe l’obiettivo di rovesciare il governo attuale.

Secondo diversi commentatori, il timing della retata non è casuale. Come spiega Mark Lowen, inviato della BBC ad Istanbul, il raid è arrivato dopo il lancio di una nuova campagna del governo contro i sostenitori di Gülen ed esattamente un anno dopo lo scoppio del più grande scandalo di corruzione della storia del paese, che coinvolse pesantemente il governo dell'allora Premier Erdoğan e il suo “cerchio magico”. Da quel momento è partita una lunga guerra contro il cosiddetto “stato parallelo” di cui farebbero parte alcuni esponenti della magistratura, così come ufficiali di polizia e media vicini al leader spirituale. Nell'ultimo anno questo contrattacco di Erdoğan si è concretizzato con il trasferimento e la rimozione di centinaia di magistrati e ufficiali di polizia accusati di essere vicini all’opposizione, mentre la grande retata di ieri rappresenta, ad oggi, l’episodio più eclatante della repressione delle voci critiche del paese.

Durante le perquisizioni alla sede del quotidiano Zaman, una folla, richiamata da una serie di rivelazioni fatte su Twitter da Fuat Avni, un misterioso giornalista che negli ultimi mesi ha anticipato diverse operazioni di polizia, si è radunata in strada con slogan e cartelli in difesa della libertà di stampa.

Nella serata di ieri è arrivata la presa di posizione comune da Bruxelles di Federica Mogherini, capo della Politica estera dell’Ue, e Johannes Hahn, Commissario per l’Allargamento: “I raid e gli arresti di oggi in Turchia sono incompatibili con la libertà dei media, un principio che è al al cuore della democrazia. L’operazione - si legge ancora nel comunicato - che arriva a pochi giorni di distanza dalla nostra visita in Turchia, insieme al Commissario Stylianides che ha sottolineato l’importanza delle relazioni Ue-Turchia, va contro i valori e gli standard europei a cui la Turchia aspira. Ogni ulteriore passo dei paesi candidati verso l’adesione all’Ue deve passare per il rispetto dello stato di diritti e dei diritti fondamentali”, conclude il comunicato.

Mediapart e la rivincita del giornalismo

  • Domenica, 28 Settembre 2014 07:28 ,
  • Pubblicato in primopiano 2

Sul campo di battaglia tra vecchio e nuovo, tra carta e digitale (per riassumere la questione vista dall'angolo dell'informazione), nella babele di morti, feriti e nuove creature che si avanzano con passo incerto tra le nebbie della crisi, c'è chi ha trovato la sua formula: i vecchi buoni scarponi del giornalismo indipendente sull'impalpabile leggerezza dell'elettronica virtuale.
Cesare Martinetti, La Stampa...

Donne nei media, abbiamo un problema (di numeri)

  • Mercoledì, 24 Settembre 2014 12:08 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina99
24 09 2014

Uno studio globale del Nieman sulla situazione delle donne nei media. Il singolare caso della Bulgaria. Solo un quarto occupa posizioni di responsabilità. In Italia nel 2012 erano il 14%


Donne e media: un tema tutt’altro che nuovo. Esiste una gran mole di ricerche su come le donne sono rappresentate in tv o su come si parla di loro sui giornali. Molto meno noto però è il panorama della loro presenza nei anziché sui mezzi di informazione: dove sono le donne nei media? Quali posizioni occupano nelle redazioni? Quante sono le donne con incarichi dirigenziali, e a che prezzo conquistano e conservano quei ruoli? Se lo chiede il numero estivo dei Nieman Reports, intitolato Where Are the Women?


Nonostante siano più della metà dei laureati nelle scuole di giornalismo americane, le donne dirigono solo 3 delle 25 maggiori testate del paese, e 8 tra quelle sotto i 100mila lettori. Solo una poi risulta alla guida di un giornale tra i top 25 a livello internazionale. Le cose non vanno meglio in televisione - dove le donne sono il 31% dei direttori di programmi di news e il 20% dei direttori generali, pur rappresentando il 40% della forza lavoro complessiva – né in radio, dove le percentuali sono ancora più basse.


La questione è molto dibattuta negli Stati Uniti, a pochi mesi dal licenziamento di Jill Abramson da direttrice del New York Times, prima donna in 160 anni ad aver guidato il più autorevole quotidiaao USA. Un quotidiano, tra l’altro, in cui secondo un’analisi condotta su 21.440 articoli dalle Università del Maryland e della North Carolina, risulta che le donne sono destinate in massima parte ai settori moda, cucina, arredamento, viaggi e salute. Dopo l’uscita di Abramson è poi venuto alla luce che una ragione di conflitto con l’editore era il trattamento retributivo più basso del suo predecessore maschio, Bill Keller. Ne è nata allora una grande discussione pubblica sul pay gap tra uomini e donne.


Ma se l’America piange il resto del mondo non ride. Il Global Report on the Status of Women in the News Media mostra come, nei 60 paesi analizzati, le donne occupano solo il 27% dei ruoli dirigenziali nell'informazione. Dati di un paio di anni fa raccolti dall’Osservatorio dell’Università di Pavia descrivono in Italia una situazione anche peggiore: solo il 14% delle redattrici occupa posti di responsabilità come direttrice, vicedirettrice, caporedattrice. Sugli allora 124 direttori uomini di quotidiani 10 erano donne. Nel frattempo qualcuna è andata, qualcuna è venuta, mentre anche il conto dei giornali è cambiato (purtroppo con flessione negativa), ed è da prevedere che il restringersi delle opportunità non giocherà a favore del sesso più discriminato.


Il caso della Bulgaria

Il posto del mondo in cui emergono i dati migliori – donne alla guida dei più grandi giornali e delle più importanti tv pubbliche e private – è la Bulgaria. Sembrerebbe sorprendente, ma non lo è. “Altrove le donne con simili incarichi sono poche perché vengono discriminate in modo aperto o in modo indiretto, o perché sono etichettate come troppo brusche nei modi oppure troppo deboli, o ancora perché sono loro a rinunciare per crescere i propri figli”, si legge nell’editoriale di Anna Griffin sui Nieman Reports. “In Bulgaria, invece, questo succede perché il giornalismo non è mai stato preso troppo sul serio. Sotto il comunismo, la stampa era pesantemente censurata e il lavoro giornalistico pagato molto poco. Oggi, i media mainstream si concentrano su contenuti da tabloid: intrattenimento, notizie sui vip, gossip”. Insomma, pochi soldi e scarso prestigio aprono la strada alla componente femminile. Ciò che accade, del resto, nella maggioranza dei comparti lavorativi che si femminilizzano, negli USA, in Italia, in Europa e nel resto del mondo.

I reporter della Nieman Foundation hanno esaminato un gran numero di ricerche sui rapporti di genere e intervistato più di 40 esperti ed esperte, dal mondo dell'accademia, del giornalismo, dell'impresa. Per far emergere i problemi, sì, ma anche per cercare vie d'uscita. “Abbiamo scoperto”, scrivono, “che le soluzioni esistono, così come esperienze positive che suggeriscono approcci migliori per garantire la diversità, ma che avranno bisogno di tempo. Un motivo in più per iniziare subito”.


Le cause

La prima e più evidente, guardando ai dati sulla progressione delle carriere, è che le donne abbandonano più degli uomini la professioni giornalistica, prima di avere la possibilità di risalire la catena di comando. Il perché è piuttosto ovvio: lavoro intenso, orari irregolari, paghe più basse di altre posizioni a pari qualificazione. Così quando hanno figli spesso le donne si trovano a dover fare una scelta netta: o il lavoro (soprattutto quel tipo di lavoro) o la famiglia.

C’è poi il problema del divario retributivo, come si è visto, che non incoraggia le carriere. E c’è l’annosa questione per cui gli uomini tendono a selezionare altri uomini nei ruoli di responsabilità. Questo ha l’effetto ulteriore di aggravare il confidence gap di cui parlano le due autrici di The Confidence Code, Claire Shipman e Katty Kay, secondo cui le donne tendono a sottovalutare e persino a nascondere le proprie abilità e qualifiche, osano meno degli uomini nel cercare lavoro e nel promuovere se stesse, e così fanno anche di fronte alla prospettiva di una promozione.


Soluzioni? Processi di selezioni più formalizzati, innanzitutto, dal momento che le ricerche mostrano che dove le selezioni del personale avvengono in questo modo diminuiscono moltissimo gli episodi di discriminazione verso le donne. E poi, certamente, politiche di conciliazione famiglia-lavoro. “Svezia e Finlandia hanno politiche di questo tipo”, scrive ancora Anna Griffin, “e in Finlandia ci sono più donne giornaliste che uomini”. E tuttavia, aggiunge, “le donne sono comunque sottorappresentate nei massimi livelli dirigenziali. Quindi le preoccupazioni familiari non sono l’unica spiegazione”.

Bannare il "bossy"

Infatti c’è anche la questione, più sottile e più difficile da quantificare e analizzare, che riguarda i modelli di genere, gli atteggiamenti, i comportamenti che si richiedono alle donne leader e quelli che invece provocano l’ostilità dei colleghi. Come testimonia nel report Nieman l‘ex caporedattrice del Sarasota Herard Tribune, Janet Coats: “Devi essere dura. Devi essere forte. Devi essere determinata se vuoi raggiungere una posizione che ti permetta di essere considerata per un ruolo di leadership. Ma poi appena lo ottieni, tutti ti vorrebbero materna”. E infatti nello stesso giorno in cui Jill Abramson ha lasciato il grattacielo sull’ottava Avenue, Natalie Nougayrède, direttrice di Le Monde, si dimetteva da direttrice del più grande quotidiano francese per divergenze con i capiredattori, che le imputavano di essere troppo autoritaria.


Negli Usa la parola è bossy. E il problema del suo uso contro le donne in carriera è tanto sentito che mesi fa è stata lanciata da Lean In, l’ong di Sheryl Sandberg, l’iniziativa Ban Bossy per invitare le giovani a non avere paura di prendere il comando. Perché, dice lo spot, quando un bambino afferma se stesso è chiamato leader, quando lo fa una bambina rischia di essere bollata come bossy, prepotente. Tra i volti della campagna c’è Beyoncé, che ancora una volta non lascia dubbi sullo spirito della nuova ondata di femminismo di cui è diventata un’icona negli Stati Uniti: “I’m not bossy”, è il suo messaggio di incoraggiamento alle donne, “I’m the boss”.

- See more at: http://www.pagina99.it/news/societa/6976/donne-media-nieman-report.html#sthash.Y3mr991H.Q0gJLBj3.dpuf

facebook