Le donne nei media arabi. Una nuova pluralità di modelli

  • Mercoledì, 20 Agosto 2014 13:36 ,
  • Pubblicato in Flash news

Ingenere
20 08 2014

Hanno partecipato alle rivolte, ma le aspettative di uguaglianza di diritti sono state tradite. Eppure si registra una libertà di espressione inedita per le donne nei paesi arabi. I mezzi di comunicazione trasmettono una varietà di modelli femminili e in particolare i new media diventano importanti strumenti di empowerment. Contrastati, però, da analfabetismo e digital divide.

Durante le rivolte avvenute nel 2011-2012 nei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa - la cosiddetta primavera araba, che ha portato al rovesciamento di regimi corrotti e dittatoriali come quello egiziano di Hosni Mubarak e quello tunisino di Zine al-Abidine Ben Ali - i media occidentali hanno diffuso immagini di donne presenti tra i manifestanti per certi versi sorprendenti rispetto ai cliché con i quali viene solitamente dipinta “la donna araba”. Ossia rispetto alla visione orientalista che la dipinge oppressa e arretrata, da salvare e far progredire sulla base del sistema valoriale occidentale.

Secondo alcune studiose, come l’egiziana Rabab El-Mahdi, queste immagini non hanno però contribuito a modificare la visione orientalista derivata da narrazioni di epoca coloniale, poiché sono state annoverate nel registro dell’eccezionalità (che conferma la regola), non cogliendo la complessità della “questione femminile” araba. Le donne rivoltose hanno dimostrato di essere parte attiva nel processo di cambiamento sociale, ponendo le aspettative di uguaglianza di genere come elemento centrale del processo di democratizzazione.

Il libro curato da Renata Pepicelli “Le donne nei media arabi” raccoglie i saggi di studiose dei media arabi in un’ottica di genere, al fine di tracciare una panoramica della rappresentazione/autorappresentazione delle donne arabe nei contenuti sia dei media mainstream locali, che dei media digitali in Tunisia, Egitto e Marocco. Ne emerge un quadro molto più sfaccettato, ricco e articolato rispetto agli stereotipi correnti. Come afferma Pepicelli, se le aspettative in tema di uguaglianza di diritti sono state “tradite” dall’esito delle rivolte, dato l’insediamento di governi che puntano ad una islamizzazione delle società arabe promuovendo valori per lo più conservatori e patriarcali, va al contempo registrato “il manifestarsi di una libertà di espressione inedita”, in buona misura dovuta all’uso femminile dei new media, “grazie alla quale si fanno largo nuove rappresentazioni delle donne e dei rapporti tra i generi” (2014, p. 16).

Dalle analisi dei contenuti dei media mainstream emerge l’esistenza di una pluralità di modelli femminili, che veicolano messaggi a metà strada tra conservatorismo e parità tra i generi. Si va da modelli femminili che mostrano corpi sessualmente ammiccanti nell’intrattenimento musicale, alle telepredicatrici velate nelle televisioni di orientamento religioso come la tv di stato marocchina Assadissa, che se da un lato diffondono il modello di donna musulmana morigerata e rispettosa della morale, d’altro canto costituiscono un esempio di autorevolezza femminile in campo religioso, un tempo ambito rigorosamente riservato agli uomini. Si pensi poi alla larga diffusione delle soap opera (musalsalat), in particolare quelle di produzione turca, che propongono modelli di donne emancipate che esprimono l’anelito all’uguaglianza nei rapporti di coppia, rimanendo però nell’ambito di un paradigma normativo patriarcale. Nel campo dell’informazione, in maniera peraltro molto simile a quanto accade nei paesi occidentali, si riscontra uno scenario composito: ad esempio, soprattutto in Tunisia si assiste a un crescente avanzamento professionale delle donne giornaliste, e al contempo si registra la difficile convivenza con il potere maschile che di fatto le esclude dall’uguaglianza dei diritti marginalizzando il loro ruolo, così come va sottolineato il dato che vede le donne intervistate/oggetto di notizia, tra cui i politici donna, altamente sottorappresentate (GMMP, 2010).

Se invece si volge lo sguardo ai blog e ai social network o a contenuti diffusi e amplificati dalla rete come vignette e graffiti murali, emergono autorappresentazioni femminili che esplicitamente veicolano messaggi gender oriented che rappresentano una sfida all’ordine patriarcale. È il caso delle blogger cyber-attiviste che documentano quanto accade nel paese adottando lo stile del citizen-journalism, che postano su Facebook foto a seno nudo con la scritta “il mio corpo mi appartiene, non è l’onore di nessuno”, che diffondono video in cui le donne denunciano gli abusi sessuali subiti. I new media divengono strumento di empowerment per le donne arabe fornendo loro l’accesso a sfere pubbliche online che entrano in sinergia con l’attivismo offline, divenendo potenti strumenti di mobilitazione politica e sociale.

Tra i tanti spunti di riflessione suscitati dalla lettura del libro se ne possono evidenziare almeno due. Il primo riguarda il tema del “paradosso di genere” a cui accenna Azzurra Meringolo nel suo saggio, ossia il fatto che a fronte dell’espansione dell’attivismo femminile a favore dell’uguaglianza dei diritti tra i generi, dunque dell’acquisizione di una nuova consapevolezza e crescita culturale, le donne stentano a diventare più incisive nelle dinamiche socio-politiche dei paesi arabi. Una lentezza nel processo di democratizzazione che dipende da molteplici fattori tra i quali va menzionato il diffuso analfabetismo e il digital divide: lo scarto nell’uso dei new media che si verifica sia tra donne e uomini (gender gap), sia tra donne, in quanto le donne attive sul web sono prevalentemente quelle più giovani, con elevati livelli d’istruzione e residenti nei grandi centri urbani.

Il secondo spunto di riflessione riguarda la centralità del tema del corpo femminile, come campo di battaglia di significati anche opposti tra loro. In particolare dagli studi presentati emerge come soprattutto nei media alternativi - quali cinema d’autore, blog, piattaforme online, vignette e graffiti murali - venga affrontato il tema della violenza di genere, un tabù sociale finalmente infranto nei paesi arabi. Inoltre, nel libro si affronta a più riprese l’argomento del velo, che può essere vissuto anche come strumento di empowerment, in quanto permette alle donne di de-oggettivarsi da mero oggetto sessuale. Come osservava Fatema Mernissi ne L’Harem e l’Occidente (2000) non necessariamente un corpo velato è sinonimo di oppressione, così come non necessariamente un corpo senza veli (in senso letterale e metaforico) è sinonimo di libertà, specie nei paesi occidentali in cui vige la dittatura imposta dal mercato e dal male-gaze, lo sguardo maschile sul corpo snello, sexy e giovane “a tutti i costi”: un chador invisibile che ingabbia le donne occidentali più di quanto esse credono.

Le donne nei media arabi. Tra aspettative tradite e nuove opportunità, a cura di Renata Pepicelli, Carocci, Roma, 2014

La folle norma del carcere per i giornalisti “abusivi”

  • Venerdì, 11 Luglio 2014 11:42 ,
  • Pubblicato in Flash news
L'Ultima Ribattuta
11 07 2014

In pochi si saranno accorti del comunicato stampa (che ha dell’incredibile) apparso ieri sul sito dell’Ordine nazionale dei giornalisti. Leggiamo. “Per chi esercita abusivamente la professione di giornalista è in arrivo una condanna penale più ‘pesante’, carcere compreso”. Roba da fare tremare il pizzo delle mutande. Eppure, questa modifica si sta facendo strada in Parlamento. Si tratterà di mettere mano al codice penale, inserendo la norma: “chiunque abusivamente esercita una professione, per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello stato, è punito con la reclusione fino a 2 anni e con la multa da 10 mila euro a 50 mila euro”. Sì, sì, avete capito bene. Ora tutti coloro che il mestiere di giornalista lo sanno fare , ma, per scelta o per non aver superato l’esame, non sono iscritti all’Ordine, saranno dei fuorilegge, dei banditi.

Se per diventare pubblicisti occorrono due anni consecutivi di collaborazione e un determinato numero di articoli, come verrà gestita la situazione? Per due interi anni, gli aspiranti giornalisti saranno costretti a vivere nella latitanza, con il rischio di essere arrestati? L’assurdità, piano piano, viene a galla da sé.

Fortunatamente, nelle scorse settimane lo stesso Ordine dei giornalisti invitò a “correggere” la norma ora approvata dal Senato (e che in autunno andrà alla Camera) proprio in materia di pubblicisti. Affinché “tuteli quanti abbiano comunicato all’Ordine della regione di residenza la volontà di avviare il percorso di iscrizione all’Albo come pubblicista”. Ecco qua, fatta la legge, trovato l’inganno. Basterà sottoscrivere una “carta d’intento” per non essere più “ricercati”.

Immaginate, qualora dovesse passare la legge, la situazione già drammatica delle carceri italiane? “Come mai siete dentro?”, “Io, spaccio”, “Io ho rubato una macchina”, “Io non ho superato l’esame da giornalista”. Quanto fa ridere?

Ma anche l’Ordine non ci fa una bella figura. Invece di snellire le pratiche di accesso alla professione, si erge a “Leviatano” contro coloro che (spesso per una manciata di spicci) scrivono pezzi per puro amore di questo mestiere, e non certo per l’assistenza medica paga, le macchine aziendali, gli ingressi stampa ovunque… (e molti, molti altri benefit da “casta”).

Carola Parisi




Vanno ascoltati, gli immigrati

  • Mercoledì, 09 Luglio 2014 13:38 ,
  • Pubblicato in IL POST

Nazione Indiana
09 07 2014

Questo articolo nasce in risposta a quello di Filippomaria Pontani apparso su Il Post. L’articolo di Pontani parte dall’assunto che occorra ‘raccontare gli immigrati’ dato che non lo si sta facendo bene, e quando lo si fa queste analisi ‘ricevono scarsa eco’. ‘Raccontare gli immigrati’ sarebbe necessario per via dello stillicidio che si sta consumando sul Mediterraneo, pur essendo meno urgente della necessità di salvare gli immigrati dal mare. L’articolo propone inoltre di fare i conti con la memoria coloniale per poter davvero cambiare le modalità narrative dell’immigrazione adottate finora. Sono felice che la questione sia stata sollevata: pensare che il modo di raccontare la realtà possa contribuire a cambiarla, vuole porre l’immigrazione in un discorso più ampio, in cui non si parla solo di sbarchi, ma anche delle opportunità da parte di un immigrato o di un’immigrata di progettare una vita in un paese refrattario a riconoscere il suo capitale sociale, umano, e culturale ma pronto a sfruttare la sua potenzialità economica (e sto parlando dei discorsi che ascolto sull’autobus, non solo di ciò che leggo nei libri e nei quotidiani). Non trovo nulla da ridire riguardo ad alcune affermazioni di Pontani, per quanto non siano esattamente una novità: pur ricevendo scarsa eco, già dieci anni fa il saggio Il cittadino che non c’è (Edup, 2004) di Ribka Sibhatu denunciava il modo in cui gli immigrati sono rappresentati nei media nazionali. Quello di Sibhatu era non soltanto il risultato di un lavoro di ricerca per il suo dottorato, ma anche una riflessione sulla condizione che la studiosa si trovava a vivere sulla propria pelle, essendo arrivata in Italia dall’Eritrea.

Altre questioni sollevate dall’articolo non mi trovano invece concorde. Pontani sostiene che l’immigrazione occupi ‘uno spazio tutto sommato modesto nella rappresentazione degli artisti e degli intellettuali’, e tra i pochi esempi virtuosi indica Terraferma di Emanuele Crialese (2011), un film che molti hanno criticato per la sua descrizione dei naufraghi nel Mediterraneo come presenze mostruose e minacciose. Indicare come priorità narrativa quella di ‘raccontare gli immigrati’ suggerisce che essi possano essere solo oggetti e non soggetti della propria narrazione, cancellando al contempo vent’anni di letteratura in lingua italiana realizzata da autori immigrati e relativa analisi critica. Quest’ultimo aspetto è accentuato dal frequente uso della dicotomia noi (italiani, soggetti narranti)/loro (immigrati, oggetti narrati) nell’articolo, e dalla scontatezza con cui quando si parla di artisti e intellettuali si presuppone che essi non siano immigrati a loro volta, ma intellettuali ‘italiani’ ‘puri’ ‘intenti a contemplare la grande bellezza della propria decadenza sulle indisturbate terrazze romane, o forse terrorizzati dal sempre incombente pericolo della retorica’. Pensare che ‘raccontare gli immigrati’ sia prioritario rispetto all’ascoltarne le voci è parte integrante del problema. Esiste addirittura un database, creato dall’Università La Sapienza di Roma, che elenca tutti i testi in lingua italiana realizzati da autori immigrati (http://www.disp.let.uniroma1.it/basili2001/). Mi si potrebbe obiettare che molti di quegli autori sono essi stessi intellettuali che scrivono di immigrazione, e che le loro voci non corrispondano esattamente a quelle ‘degli immigrati’ di cui si sente parlare sui giornali. È una critica sacrosanta, se non fosse che ‘gli immigrati’ esistono solo nella misura in cui non si ascolta ciascuna delle loro voci.

Solo per citare alcuni nomi, mi riferisco qui alle opere di Cristina Ali Farah, Amara Lakhous, Adrian Bravi, Gëzim Hajdari, Geneviève Makaping e Shirin Ramzanali Fazel. Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio (E/O,2006) di Amara Lakhous ha vinto il premio Flaiano e il premio Racalmare-Leonardo Sciascia nel 2006, ed è stato tradotto in lingua inglese. Il poeta di origine albanese Gëzim Hajdari è considerato uno dei maggiori poeti italiani viventi, e ha vinto il premio Montale nel 1997. Lontano da Mogadiscio, uno dei primi testi a parlare del colonialismo italiano dalla prospettiva di un’autrice di origine somala è stato ripubblicato nel 2012 da Laurana in versione bilingue italiana-inglese. Come afferma lo scrittore e accademico italiano di origine brasiliana Julio Monteiro Martins nell’editoriale del numero 44 di Sagarana, rivista online sulla scrittura della migrazione da lui fondata, l’elenco dei riconoscimenti letterari o delle traduzioni ricevute non definisce certo la bravura di uno scrittore o di una scrittrice. Il valore di un’opera si misura piuttosto in relazione alla capacità di cogliere aspetti cruciali del mondo in cui viviamo, ed è precisamente quanto riconosco a questi autori e autrici (ma non sono i soli/le sole). Ciò nonostante, questi premi segnalano che non è possibile ignorare la portata dell’opera di alcuni di questi autori anche da parte dell’establishment culturale italiano (ma ciò accade puntualmente).

Lodando la Francia – ‘più sensibile di noi al tema dell’immigrazione’ – per avere aperto la Cité Nationale de l’Histoire de l’Immigration, Pontani chiude il suo articolo proponendo che ‘una delle tante architetture fasciste di Roma […] abbia a ospitare nel prossimo futuro non già l’ennesimo, inutile e costoso museo di arte contemporanea, bensì l’embrione di uno spazio espositivo dedicato a quanto sta avvenendo ormai da anni sotto i nostri occhi sempre più distratti’. Questa frase contiene due assunti. Il primo è gli immigrati non realizzino opere d’arte contemporanea, fornendo ulteriore conferma a quanto ho affermato in precedenza. Il secondo è che la creazione di un museo potrebbe ‘indirizzare una certa parte del mondo intellettuale e artistico verso questa problematica’ e portare a ‘un discorso pubblico condiviso’.

Pur apprezzando l’iniziativa francese ed essendo convinto che occorra fare i conti con l’ingombrante passato fascista risignificandone i simboli, non credo che la museificazione corrisponda necessariamente a un momento di riflessione istituzionale e collettiva. I musei possono anche servire a rinchiudere un vivo dibattito entro delle mura, o servire da giustificazione per l’introduzione di leggi sempre più restrittive (com’è accaduto del resto in Francia). Solo una riflessione pubblica può portare all’eventuale creazione di un museo e non viceversa. Se tuttavia vogliamo riflettere su quanto avviene ‘all’estero’, credo che questo esercizio possa essere utile nella misura in cui permetta di rintracciare sul territorio esperienze culturali che servano da modello per nuove modalità di racconto dell’immigrazione in Italia. Penso per esempio all’attenzione che il progetto di ricerca ‘Transnationalizing Modern Languages: Mobility, Identity and Translation in Modern Italian Cultures’ – finanziato dall’Art and Humanities Research Council e nato dalla sinergia tra i dipartimenti di Italian Studies di Warwick, St. Andrews e Bristol (in collaborazione con istituzioni di ricerca nazionali e internazionali) – ha dedicato alla vivissima realtà di associazioni che costituiscono da anni veri e propri cantieri di narrazioni resistenti dell’immigrazione. Oppure penso al numero sempre crescente di pubblicazioni in lingua inglese che sono state dedicate alla letteratura scritta da immigrati negli ultimi anni, tra cui (solo per citare i volumi più recenti) Postcolonial Italy: Challenging National Homogeneity (Palgrave Mc Millan, 2012), a cura di Cristina Lombardi-Diop e Caterina Romeo, Migrant Imaginaries: Figures in Italian Migration Literature (Peter Lang, 2013) di Jennifer Burns, e Shifting and Shaping a National Identity: Transnational Writers and Pluriculturalism in Italy Today Trobadour, 2014), a cura di Grace Russo Bullaro e Elena Benelli. Rivolgere l’attenzione al lavoro culturale svolto dalle associazioni e dagli intellettuali immigrati nel nostro paese potrebbe essere un buon inizio per raccontare il mondo in cui viviamo in maniera più consapevole, e per valutare il modo in cui la tradizione culturale a cui ci siamo affidati finora possa esserci davvero utile in quest’impresa.

Si è già detto e scritto molto in questi anni di immigrazione – quasi tutte le case editrici ‘maggiori’ hanno un titolo sull’argomento –, ma si è scritto spesso ‘al posto di’ o ‘su’, e molto poco ‘in prossimità di’ e ‘in dialogo con’ immigrati. Le narrazioni e gli studi sull’immigrazione che Pontani cita a ragione nel suo articolo non sono affatto casi isolati, né recenti: in Italia esiste una solida opposizione a quei ‘centri’ culturali in cui non si parla o si parla male di immigrazione. Un’opposizione che ha visto scrittrici e scrittori immigrati in prima linea, ma che è rimasta spesso inascoltata. Sarebbe forse ora di rendersi conto che queste voci sono numerose, e iniziare un dialogo che altri – in ‘periferia’, fuori dai musei, nelle strade e nelle piazze – hanno iniziato da anni. Prima dell’ascolto, credo tuttavia che sia doveroso chiedersi quali opportunità abbiano gli immigrati di potersi raccontare, di far sentire la loro voce, rispondendo alla domanda che poneva Gayatri Spivak in un famoso saggio del 1988: Can the Subaltern Speak? [Può parlare il subalterno?]. È questa assenza che evocano le bocche cucite degli immigrati del CIE di Ponte Galeria: la sintassi di un silenzio autoimposto descrive un ‘vuoto rappresentativo’ incolmabile, ma che forse si potrebbe meglio comprendere ribaltando le dinamiche tra chi racconta e chi è raccontato.

Simone Brioni

Giorgia Serughetti, Pagina99
7 luglio 2014

Chi attraversa il mare con la barca per scappare da una guerra non è un irregolare o un clandestino ma un richiedente asilo. E (quasi) tutti i mass media l'hanno imparato. Nella trasformazione della stampa decisiva la visita di Francesco a Lampedusa un anno fa.

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