“La buona scuola? Ha vinto il modello Marchionne”

  • Martedì, 30 Giugno 2015 10:02 ,
  • Pubblicato in Flash news

Micro Mega
30 06 2015

Per Andrea Bagni, docente e vice direttore della rivista "École", siamo ad una riforma ideologica improntata su logiche neoaziendali: “Il governo col suo autoritarismo ha umiliato il mondo della scuola”. Le proteste? “Continueranno, Renzi se ne pentirà. Nelle piazze di questi mesi si è difesa la scuola pubblica che poi significa difendere un modello di democrazia e i principi della nostra Costituzione”.

intervista a Andrea Bagni di Giacomo Russo Spena

Manifestazioni, scioperi, blocco degli scrutini, sit-in. Il mondo della scuola in subbuglio oggi a Roma, ancora una volta, mentre a Palazzo Madama il governo Renzi, asserragliato, poneva la fiducia sul provvedimento. Senza confronti con le parti sociali. “Ci vogliono umiliare ma hanno fatto male i conti”. Andrea Bagni, docente di italiano e storia a Prato e vice direttore della rivista École, è in mobilitazione insieme ai suoi colleghi. Da mesi. E non getta la spugna. Da settembre si aspetta nuove proteste contro la “buona scuola” del premier: “Hanno sottovalutato la reazione di noi insegnanti, siamo feriti nell’orgoglio”.

Alla fine l’esecutivo ha posto la fiducia. Ora il provvedimento tornerà alla Camera, se votato – come si pensa – diventerà legge già i primi di luglio. Le proteste di questi mesi totalmente inascoltate. Un finale già scritto?

Beh, lo temevo. È lo stile di Matteo Renzi. Il suo è un governo autoritario, si presenta come la fine della democrazia e delle mediazioni: in questo caso, sono stati scavalcati sindacati, associazioni di categoria, studenti e, infine, persino il Parlamento. Mesi di mobilitazione. Tutti i corpi intermedi e i luoghi di dibattito o di discussione sono considerati un intralcio al decisionismo del capo. Ma dietro le logiche sul preside-manager e sul merito si cela una profonda ignoranza su cosa realmente sia, e come funzioni, il mondo della scuola. L’ideologia neoaziendale – che vorrebbero imporci – è estranea ad un adeguato rilancio del nostro sistema di formazione.

Il ministro Giannini, con la sua riforma, è riuscita a ricompattare l’intero mondo della scuola. Non succedeva da anni. Un miracolo, non trova?

Bandiere della Cisl che sventolano vicino a quelle della Cgil. E poi i sindacati di base, i collettivi studenteschi, i precari. Uniti. Da anni non vedevo scene simili. Il governo ha tentato la strada dell’umiliazione per il mondo della scuola ed esso, ferito nell’orgoglio, si è ricompattato: dallo sciopero del 5 maggio, ha rialzato la testa per amore del proprio lavoro. In noi docenti si è innescato un meccanismo di orgoglio professionale, siamo teste pensanti. La protesta si è tramutata presto in una festa per la scuola pubblica dove chi vive quotidianamente tale mondo si riprendeva la scena pubblica e quella parola troppo spesso inascoltata dall’alto. Assistiamo ad istituzioni lontane, un rapporto con la società che si palesa soltanto ogni 5 anni nel momento del voto. E nell’era di spoliticizzazione della polis, le mobilitazioni hanno attestato un immenso desiderio di narrarsi, incontrarsi e costruire dal basso un nuovo sistema, di qualità: in fondo, la scuola si costituisce di relazioni orizzontali nella società e di partecipazione.

Le mobilitazioni continueranno a settembre o una volta che il provvedimento diventerà legge assisteremo ad una sorta di rassegnazione generale?

Auspico un autunno caldo, il governo Renzi ha sottovaluto la reazione della scuola al suo provvedimento. Credo che alla lunga si pentirà. Se passa l’idea di instituire un comitato di valutazione della qualità degli insegnanti, già da settembre ci saranno malumori e proteste. Lanceremo una campagna nazionale di sabotaggio dove i docenti non si dichiareranno eleggibili, così i comitati non potranno formarsi. La qualità del lavoro di un insegnante non è quantificabile, ha mille variabili. Siamo soltanto ad uno strumento punitivo contro il corpo docente. La scuola pubblica è ascolto reciproco e spazi di condivisione . Un luogo in cui si costruiscono relazioni e vincoli sociali.

Uno dei fulcri del provvedimento è la maggiore autonomia della scuola, dove emerge la figura del preside-manager. Qual è il suo giudizio?

È l’aspetto maggiormente criticato. Renzi segue il modello di Marchionne: l’autoritarismo, l’uomo che dall’alto comanda, decide, valuta. Senza compromessi e mediazioni. Gli stessi presidi sono dubbiosi, è incredibile. Tale intervento è puramente ideologico: il governo ha un pensiero organizzativo, gestionale e tecnocratico che non si pone la domanda sulla qualità delle relazioni e del sapere che si dovrebbe insegnare. Già di per sé è complesso produrre gerarchie, figuriamoci in un sistema dove non esistono modelli condivisi e riconosciuti. Quali sarebbero i criteri? La valutazione dell’insegnamento deve emergere da quella comunità collettiva e scientifica che vive in una scuola e non può essere fatta da fuori o dall’alto. È una stortura produrre gerarchia dove invece c’è bisogno, urgente, di cooperazione.

Ma lei è contrario proprio al principio di meritocrazia? Non l’avrebbe inserito nel nostro sistema scolastico?

Ci sono insegnanti più o meno bravi, è un’ovvietà. Qui vengono messi in discussione le modalità e i criteri. La qualità di un lavoro ha mille variabili: non esiste uno strumento idoneo per giudicare il merito. Sarebbe propedeutica una sana discussione sulla qualità del sapere che in Italia non c’è mai stata. Nelle piazze di questi mesi si è difesa la scuola pubblica che poi non è altro che difendere un modello di democrazia e i nostri principi costituzionali.

Dopo la polemica di questi giorni, i 150mila precari della scuola verranno assunti così come richiesto dall’Europa. Poco da aggiungere?

Solo una parte verrà assunta e in realtà siamo ad un giusto processo di stabilizzazione: qui parliamo di docenti, qualificati, che lavorano da anni nel mondo della scuola. E anche in questa partita il governo ha trattato i docenti come merce di scambio. Una volgarità inaudita per chi nella scuola ci vive e lavora. In base ai criteri del governo, si verrà chiamati con un incarico triennale, sottoposti ad una valutazione incapace di entrare nel merito del lavoro del docente, della qualità relazionale del suo lavoro, della sua capacità di collaborare e di stare nel tessuto collettivo. Un’umiliazione intollerabile che non accetteremo.

Sono una maestra disobbediente

  • Mercoledì, 24 Giugno 2015 13:59 ,
  • Pubblicato in COMUNE INFO

Comune - info
24 06 2015

di Valentina Guastini*

Il disegno di legge la “Buona scuola” sarà approvato probabilmente giovedì. Molti tra gli insegnanti che hanno gridato il loro no in questi mesi sono pronti non applicare la riforma. “Sono una maestra disobbediente, con difficile spirito di adattamento alla continua burocratizzazione della scuola – scrive Valentina Guastini, maestra – e allo stress dei programmi ministeriali. Punto sulla creatività… Non rinuncio alla conversazione, indispensabile per stimolare il pensiero critico… Mi interessa una scuola laboratoriale che esca dalla classe … Credo in una scuola interdisciplinare, dove si impari facendo … In una scuola che corre, dove alla materna si preparano i bambini per la primaria, alla primaria per le medie e via così, io antepongo una scuola che parta dal bambino, dai suoi interessi e tempi, ma soprattutto attenta al qui e ora… Tendenzialmente non salgo in cattedra, ne scendo… Per insegnanti come me in questa riforma della scuola non c’è spazio”

Per insegnanti come me, buoni o cattivi, in questa riforma della scuola non c’è spazio. Sono una maestra disobbediente, con difficile spirito di adattamento alla continua burocratizzazione della scuola e allo stress da tempistica e programmi ministeriali.

Seguo una legge interna che mi suggerisce dialogo, conoscenza dei miei alunni e tempi adattabili ai salti in corsa. Punto molto sulla creatività, l’inventiva e la scoperta. Non rinuncio alla conversazione, indispensabile strumento per stimolare il pensiero critico e divergente.

Per ogni tema trattato cerco di creare tensione cognitiva (espressione cara ad Alberto Manzi) di mettere in scena l’argomento in modo da indirizzare i bambini a voler sapere, aver voglia di scoprire, ipotizzare passi successivi. Mi interessa una scuola laboratoriale che esca dalla classe, che ossigeni la mente, che studi l’ambiente con occhi, mani e pensieri, che possa creare relazioni.

Amo vedere i bambini giocare liberamente in attività non strutturate. Difendo una scuola che produca opere frutto dell’espressione personale di ciascuno e non limitata al lavoretto. Ritengo indispensabili un tot di ore mensili dedicate alla manualità.

Credo in una scuola interdisciplinare che riesca a collegare ogni argomento con il vissuto di tutti, dove si impari facendo, discutendo. Dove l’empatia e la riflessione possano essere le basi dell’inclusione. Tendenzialmente non salgo in cattedra, ne scendo.

In una scuola che corre, dove alla materna si preparano i bambini per la primaria, alla primaria per le medie e via così, giustificando tempi serratissimi e lavori sfiancanti, io antepongo una scuola che parta dal bambino, dai suoi interessi e tempi, ma soprattutto attenta al qui e ora. Un impegno a educare, per dirla con Mario Lodi, per formare cittadini capaci di inserirsi nella società col diritto di esporre le proprie idee e col dovere di ascoltare le opinioni degli altri.

La scuola non è solo fatta dagli insegnanti e il vissuto dei bambini non può essere avulso da una stretta collaborazione delle famiglie, che per me sono sempre perno insostituibile di condivisione e cooperazione. Non amo il suono della campanella e il tempo scandito.

Non esistono bambini facili e difficili, ma solo bambini e bambine, con le loro storie più o meno fortunate, ma i bambini devono essere tutti fortunati. È l’impegno che gli adulti si prendono nei confronti dell’infanzia (Roberto Pittarello) e io, nel mio piccolo, ci provo: lavoro, mi impegno, seguo con tensione ed attenzione ognuno, perché nelle mie classi questo possa accadere ogni giorno.

 

* maestra presso la scuola Papa Giovanni XXIII (Istituto Comprensivo di Sestri Levante, Genova). Questa l’adesione di Valentina Guastini alla campagna 2014 di Comune-info, Ribellarsi facendo: Docente a compiti zero.

La scuola non è un attimo fuggente

Internazionale
24 06 2015

Ho fatto la maturità nel 1993. Pochi anni prima era uscito quello che a oggi può essere considerato il più celebre film sulla scuola, L’attimo fuggente, che aveva generato molti entusiasmi e dato vita a mille dibattiti. Io lo vidi addirittura in una matinée per le scuole.

In una delle prime scene il protagonista, forse ve lo ricorderete, il professor Keating (Robin Williams), alla sua lezione d’esordio, legge con tono impostato dal libro di letteratura:

Comprendere la Poesia, di Jonathan Evans Prichard, professore emerito: ‘Per comprendere appieno la poesia dobbiamo anzitutto conoscerne la metrica, la rima e le figure retoriche e poi porci due domande, uno, con quanta efficacia sia stato reso il fine poetico e due, quanto sia importante tale fine. La prima domanda valuta la forma di una poesia, la seconda ne valuta l’importanza. Una volta risposto a queste domande, determinare la grandezza di una poesia diventa una questione relativamente semplice; se segniamo la perfezione di una poesia sull’asse orizzontale di un grafico e la sua importanza su quello verticale, sarà sufficiente calcolare l’area totale della poesia, per misurarne la grandezza. […] Procedendo nella lettura di questo libro esercitatevi in tale metodo di valutazione. Crescendo così la vostra capacità di valutare la poesia, aumenterà il vostro godimento e la comprensione della poesia.

Il professor Keating poi commenta: “Escrementi! Ecco cosa penso delle teorie di J. Evans Prichard. Non stiamo parlando di tubi, stiamo parlando di poesia, ma si può giudicare la poesia facendo la hit parade? Gagliardo Byron, è solo al quinto posto, ma è poco ballabile”.

Nel 1997 uscì invece il film di Paolo Virzì, Ovosodo, che è la storia dell’ultimo anno di liceo di un gruppo di ragazzi di Livorno. La scena finale è l’orale dell’esame di maturità del protagonista, Piero (interpretato da Edoardo Gabriellini).

Gli viene chiesto: “A proposito dell’opera di D’Annunzio, Giacomo Debenedetti parla di una sorta di meccanicismo deduttivo, ci vuole per cortesia commentare questo giudizio, alla luce dell’analisi da voi svolta durante l’anno su decadentismo e superomismo?”.

E Piero incespica, si arrampica sugli specchi: “Alla luce dell’analisi svolta in classe sul decadentismo e il superomismo, si può dire che quando Giacomo Debenedetti parla… di quella cosa che ha detto lei… io sono abbastanza d’accordo…”.

“Prendiamo atto che non ama neanche D’Annunzio…”.

“Con rispetto parlando mi sembra proprio il peggio di tutti”.

“Ricapitoliamo: Carducci sarebbe trombone, Pascoli stucchevole, Manzoni paternalista. Ci parli lei di un autore che merita il suo apprezzamento”.
“Quest’anno ho letto tante bellissime cose, Ian McEwan, Benni, Pennac, i fumetti di Andrea Pazienza, che secondo me hanno una loro dignità letteraria. Poi quel fantastico libro di Chatwin sulle vie dei canti, e la biografia di Nelson Mandela, quell’uomo ha avuto una vita incredibile, ma… conoscete vero? Eh? Lo conoscete? No, non lo conoscete?”.

Compiti per le vacanze

Parto da queste due scene, ma potrei citarne anche altre (l’esame di Notte prima degli esami, per esempio, le ripetizioni di Scialla), per provare a capire quali effetti ha portato liquidare la teoria della letteratura, l’analisi testuale, la critica culturale in generale per lo studio delle materie umanistiche nella scuola italiana.

Quei ventenni che come me negli anni novanta facevano l’esame di maturità oggi magari sono diventati insegnanti.

Uno di questi è certamente Cesare Catà, docente al liceo di scienze umane di Fermo, che ha pubblicato sulla sua pagina Facebook un elenco stravagante di “compiti per le vacanze”, che è stato ripreso da molti giornali, ed è diventato, come si dice in questi casi, virale.

È un piccolo documento che andrebbe letto per intero, ma intanto si possono citare almeno quattro-cinque punti, dai quali rendersi conto del tono.

Al mattino, qualche volta, andate a camminare sulla riva del mare in totale solitudine: guardate come vi si riflette il sole e, pensando alle cose che più amate nella vita, sentitevi felici.
Evitate tutte le cose, le situazioni e le persone che vi rendono negativi o vuoti: cercate situazioni stimolanti e la compagnia di amici che vi arricchiscono, vi comprendono e vi apprezzano per quello che siete.
Se vi sentite tristi o spaventati, non vi preoccupate: l’estate, come tutte le cose meravigliose, mette in subbuglio l’anima. Provate a scrivere un diario per raccontare il vostro stato (a settembre, se vi va, ne leggeremo insieme).
Ballate. Senza vergogna. In pista sotto cassa, o in camera vostra. L’estate è una danza, ed è sciocco non farne parte.
Almeno una volta, andate a vedere l’alba. Restate in silenzio e respirate. Chiudete gli occhi, grati.
Nella luce sfavillante o nelle notti calde, sognate come dovrà e potrà essere la vostra vita: nell’estate cercate la forza per non arrendervi mai, e fate di tutto per perseguire quel sogno.
Cesare Catà ha come modello il professor Keating – lo dichiara lui stesso sul suo profilo Facebook e nelle interviste – e probabilmente si sarebbe sentito fiero di incarnare quel modello di docente, anche quando per esempio, nel seguito della scena che abbiamo citato prima, invita a strappare la pagina del libro. Gli studenti obbediscono, e – zoom sul libro – stracciano il saggio intitolato Understanding poetry (Comprendere la poesia).

È una delle scene più violente e antieducative che io abbia mai visto, e che per anni invece è passata come un inno alla libertà.

Jonathan Evans Pritchard è un nome fittizio, ma Understanding poetry è invece un testo esistente, un saggio che ha evidentemente ispirato gli sceneggiatori dell’Attimo fuggente. Fu scritto da Cleanth Brooks e Robert Penn Warren ed è stato un testo seminale del new criticism, uno dei movimenti più importanti di critica letteraria del novecento.

Quando feci la maturità avevo visto più volte L’attimo fuggente (era diventato un film culto già allora per professori e studenti), ma non avevo mai sentito parlare di new criticism. Liquidarlo con una battuta di un film non mi servì a nulla.

Per fortuna però la scuola italiana aveva allora e ancora ha al centro della sua didattica l’analisi testuale; e lo studio delle discipline umanistiche – la storia, la filosofia, la storia dell’arte – si basa su diverse forme di ermeneutica. Interpretazione dell’immagine, interpretazione dei dati, interpretazione dei termini specifici, metodo scientifico.

Ogni volta che oggi assisto a un esame di maturità, mi rendo conto di quanto sia importante quest’impianto metodologico, che educa al pensiero critico a partire dalla capacità di interpretare testi e altri oggetti culturali, di leggere testi complessi. E che è il fondamento della scuola italiana, nonostante i professori Keating e i loro emuli.

Dall’altra parte però la moda della semplificazione a tutti i costi, del soggettivismo, è diventata la patologia non riconosciuta della scuola, che finisce per contagiare molti aspetti della didattica e s’insinua sempre più spesso nello svolgimento degli esami di maturità.

Leggete le tracce della prova d’italiano alla maturità, anche quelle svolte qualche giorno fa. Le fonti che sono fornite e il modo d’interrogare sulle questioni della contemporaneità richiedono spesso un opinionismo da bar, o poco più.

Quest’anno per esempio la traccia di ambito tecnologico-scientifico era questa:

“Lo sviluppo scientifico e tecnologico dell’elettronica e dell’informatica ha trasformato il mondo della comunicazione, che oggi è dominato dalla connettività. Questi rapidi e profondi mutamenti offrono vaste opportunità ma suscitano anche riflessioni critiche”, e le citazioni da cui partire erano cinque righe piuttosto inconsistenti di un saggio di Maurizio Ferraris, L’ontologia del telefonino, e un articolo molto generico se non superficiale di Daniele Marini uscito sulla Stampa nel febbraio scorso.

Perché s’immagina che i ragazzi non possano o non debbano confrontarsi con testi più complessi ed eloquenti? Chi ha formulato queste tracce? Perché sembra essere così dominante l’ideologia dell’impressionismo anche nella scuola?

Per fortuna, al liceo e all’università, non ho incontrato molti professori che hanno finto che le cose fossero facili, o mi hanno detto “Andate a camminare in riva al mare” o “ballate fino all’alba” (potevo pensarci da me). C’è stato invece chi mi ha insegnato a fare la parafrasi di testi che mi sembravano di primo acchito impenetrabili, o mi ha fatto elenchi di bibliografia di saggi complicati ma bellissimi, o chi per l’esame di maturità mi prestò Mimesis di Erich Auerbach per poter capire meglio la Divina Commedia. Credo di non averglielo mai ridato; a questo professore sono ancora grato.

di Christian Raimo

Presidi, prof e precari. Cosa cambia

buona scuolaLa Buona Scuola va avanti. Dopo l'ok alla Camera sarà la volta del Senato. E non è escluso che arrivino nuove modifiche al disegno di legge licenziato il 12 marzo scorso dal Consiglio dei Ministri. Perché quello che è stato approvato ieri è un testo un pò diverso da quello arrivato in commissione Istruzione e Cultura della Camera. L'impianto, lo sottolinea la ministra dell'Istruzione Giannini, "non cambia, né cambierà al Senato", però delle modifiche sono state comunque approvate. 
Claudia Voltattorni, Corriere della Sera ...

La riforma della scuola e il segno della sconfitta

J. Mirò-circo
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Adriano Prosperi, La Repubblica ...

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