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#MaiPiuCie "Nessuno ci può giudicare"

  • Martedì, 24 Giugno 2014 10:08 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
24 06 2014

Questa mattina, nella "giornata mondiale del rifugiato", gli attivisti di RM_ResistenzeMeticce hanno occupato la sede del Giudice di Pace di Roma per denunciare l'illegalità e l'incostituzionalità del ruolo dei giudici di pace nella detenzione amministrativa dei migranti nei CIE.

I Centri di identificazione ed espulsione (CIE) sono istituzioni da cancellare, non si possono né rendere umani né riformare. I CIE sono campi di detenzione in cui i migranti vengono rinchiusi e privati della libertà senza aver commesso alcun reato.

La legge definisce questa effettiva carcerazione come “trattenimento”, in realtà è una misura che coincide con la principale fra le sanzioni penali, la detenzione. Un procedimento in totale contrasto con la costituzione che all'art. 13 sancisce come “la libertà personale è inviolabile”. Solo in casi eccezionali può essere limitata ad opera delle autorità di polizia. Il “trattenimento” invece è sempre disposto dal questore.

Il governo Berlusconi per evitare che questa normativa fosse facilmente impugnata davanti la Corte Costituzionale ha previsto un escamotage, ovvero che la convalida del trattenimento fosse predisposta dal giudice di pace. Si tratta solo di un atto formale che sostanzialmente non modifica l'incostituzionalità del procedimento. Di fatto il CIE è incostituzionale.

Formalmente il Giudice di Pace si ritrova ad essere l'unico garante della libertà personale dei migranti finiti nella trappola dei CIE.

Ma chi è un Giudice di Pace?

Un giudice non togato il cui compito principale è la conciliazione ma che nel corso del tempo ha visto aumentare sempre più le proprie competenze in materia di immigrazione: dai reati legati alla “clandestinità”, alla valutazione della legittimità dei decreti di espulsione, fino alla competenza per la convalida e la proroga del trattenimento nei CIE.

Il Giudice di Pace ha assunto competenze penali solo a partire dal 2000: una scelta nata dall'esigenza di alleggerire il sovraccarico di lavoro dei tribunali, scaricandoli dei procedimenti per reati di scarsa gravità e con l'intento di creare una figura più vicina alle persone, che puntasse soprattutto alla conciliazione fra le parti anche attraverso un regime sanzionatorio particolare che non prevede in nessun caso la detenzione.

La costituzione sancisce che “ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale”

Il processo condotto dal Giudice di Pace può essere considerato imparziale?

Le udienze di convalida e proroga del trattenimento si svolgono sempre all'interno dei CIE e nei locali messi a disposizione dalla questura. Le udienze, come denunciato in questi giorni dai reclusi di Ponte Galeria attraverso l’ennesimo sciopero della fame e la scrittura di alcune lettere, sono delle pure formalità: durano pochissimi minuti, non lasciano ai migranti alcuna possibilità di esprimere le proprie motivazioni, convalidano o prolungano la detenzione motivando con mere formule di rito. Le tutele garantite dalla legge per limitare la privazione della libertà personale distinguono i sistemi democratici da quelli autoritari, in cui le forze dell’ordine o i militari possono arrestare i cittadini senza alcuna autorizzazione. Ai migranti quali tutele sono garantite? La risposta è semplice, nessuna.

Parliamo al Giudice di Pace in questo particolare momento, in cui incombe lo spettro della retorica pubblica dell'emergenza sbarchi, anche per portare alla luce il lato meno conosciuto della gestione degli arrivi dei migranti via mare. Dopo la strage di Lampedusa del 3 ottobre scorso, infatti, il governo ha finanziato l'operazione “umanitaria-militare” chiamata Mare Nostrum. Si tratta a tutti gli effetti di un'operazione militare, tesa non solo al salvataggio ma anche e soprattutto al controllo delle coste e dei flussi migratori. Molti dei migranti accompagnati dalle navi della marina militare fino alle coste siciliane, sono poi direttamente trasferiti nei diversi CIE per essere al più presto rimpatriati. È il caso eclatante dei cittadini nigeriani trattenuti nel CIE di Roma-Ponte Galeria già a partire dallo scorso febbraio e a cui, illegittimamente, è stato consentito di formalizzare la propria richiesta di asilo solo dopo la quasi scontata convalida del trattenimento.

Oggi ci rivolgiamo al giudice di pace per chiedergli di rivendicare le proprie funzioni e competenze, che non sono quelle di confermare supinamente – come spesso accade – le decisioni della polizia nei confronti dei migranti e che non hanno (né possono avere) niente a che fare con la limitazione ingiustificata e sproporzionata della libertà personale delle persone. Invitiamo tutti i Giudici di Pace a rispettare i diritti fondamentali delle persone, costituzionalmente riconosciuti, e per questo a rifiutarsi di convalidare e prolungare i fermi amministrativi e a rifiutarsi di essere complici delle "galere etniche" per migranti.

Nessuno ci può giudicare! Libertà per tutti i migranti reclusi nei CIE! Mai più CIE!

RM_ResistenzeMeticce

Huffingtonpost
02 06 2014

Certo non siamo più ai minimi storici della mancanza di rispetto delle norme internazionali in materia di "immigrazione" come ai tempi di Maroni, ma gli "immigrati" continuano a esser additati come un problema da risolvere sempre solo ed esclusivamente manu militari - almeno stando alle chiacchiere pre e post-elettorali.

Da quel febbario 2012, quando le scelte del Ministro degli Interni Roberto Maroni fecero condannare l'Italia all'unanimità dalla Corte europea sui diritti umani nel cosiddetto caso Hirsi del 2009, relativo al trattamento inumano e degradante inferto a 24 persone perché respinte verso la Libia da cui scappavano, le cose nei fatti son cambiate ma non nelle leggi o nella propaganda xenofoba.

È vero che il reato di immigrazione clandestina non c'è ma i Centri di identificazione ed espulsione son sempre là in tutto il loro "splendore"; è vero che i salvataggi hanno raggiunto massimi storici ma una volta portati in terra ferma i migranti non trovano strutture capaci di accoglierli in modo umano e non degradante. È però altrettanto vero che son stati firmati trattati molto discutibili, anche perché non discussi pubblicamente - o in Parlamento - con Marocco, Tunisia ed Egitto per il rimpatrio immediato di migranti senza i documenti necessari per entrare in Italia. Più che mezzo pieno o mezzo vuoto il bichiere resta sporco...

Come in tutte le cose non esiste chiaramente una formula magica per risolvere il problema, certo è che se si potesse innazitutto inquadrare la questione in una cornice di date certi e controllabili sicuramente il fenomeno potrebbe essere, se non altro, "ridimensionato".

Secondo l'ultimo rapporto di Frontex l'immigrazione illegale verso l'Unione europea è molto aumentata per tutto il 2013, passando da 75.000 a oltre 107,000 persone (dati relativi all'anno precedente) con siriani, eritrei e afgani tra i più presenti tra i fuggiaschi. La principale via d'entrata nell'UE è la Sicilia via Libia; seguono la Grecia, via Turchia; la Spagna, via Marocco e l'Ungheria e la Slovacchia, via Serbia e Ucraina.

Possibile che un insieme di Stati con una popolazione totale di mezzo miliardo di persone non riesca a gestire 107.000 disperati? Se li mettessimo tutti insieme sarebbero due stadi di serie A pieni!

L'approccio, anche psicologico (ahimé tocca confrontarsi anche con quello con questa classe politica), degli europei, specie dei paesi dove arrivano le migliaia di migranti - secondo l'ACNUR negli ultimi mesi in italia si è arrivati intorno alle 37mila persone (nel nostro paese ci son 60 milioni di abitanti) - è quello di europeizzare il problema mentre va europeizzata la ricerca della possibile soluzione. E non si tratta di una superficiale o inutile considerazione.

Il diritto internazionale ci obbliga, si avete letto bene OBBLIGA, a portar soccorso a chi è in pericolo mare e ci obbliga a prendere i considerazioni i motivi per cui qualcuno lascia "illegalmente" il proprio paese. A dirla tutta ci obbliga anche a perseguire i crimini contro l'umanità dovunque e dai chiunque essi siano commessi - e sicuramente in Siria e Eritrei ne vengono commessi in abbondanza e non da ieri. Questo deve essere il punto di partenza politico.

Come abbiamo visto, in virtù della sentenza Hirsi, e ancora più recentemente con quella Torreggiani, siamo anche obbligati a non infliggere "trattamenti inumani e degradanti" a chiunque si trovi sul suolo italiano in quasi condizioni egli o ella si trovi (libero o detenuto).

Di fronte a tutti questi obblighi, di fronte all'esistenza di 20 amministrazioni regionali e oltre 8000 comuni, possibile che ci si debba andare a lamentare della mancanza d'aiuto dell'Europa, piuttosto che rimboccarsi le mani in primis a casa nostra? Tra l'altro ci si appella sempre a un'Europa che alternativamente è quella dell'Unione europea o quella del Consiglio d'Europa (e si continuano a leggere fischi per fiaschi un po' dappertutto in merito a ruoli e competenze) senza farsi promotori di alcune riforme "continentali"?

Dal 1 luglio l'Italia sarà presidente di turno dell'UE. Visto che Renzi non perde occasione per ricordarci a reti unificate che "l'Italia salva i bambini", niente di meglio che confermare questo "buon proposito" con un summit sull'immigrazione da convocarsi magari proprio a Lampedusa per affrontare la questione dal punto di vista delle politiche nazionali e internazionali nonché delle riforme necessarie, a partire dalla dannosa Convenzione di Dublino per arrivare ad affrontare i conflitti in corso sulla sponda settentrionale dell'Africa e, perché no, creare la figura di un Commissario europeo per il Mediterraneo...

Libri: Uallai! Al bazar dell’accoglienza

Il Fatto Quotidiano
01 06 2014

di Iside Gjergji 

Immaginate uno di quei luoghi di accoglienza per profughi, uno qualsiasi, sui generis, che si allarga o si restringe, che è una stanza, un albergo, più alberghi, un ospedale, che è un quartiere (ma debordante), che è una città (una qualsiasi in Italia) e che finisce per ospitare delle creature possedute dalla compulsiva e grottesca ossessione da “educatori” e altre che (i profughi), con stravagante e sconcertante spaesamento, resistono con ogni mezzo alle pratiche “educative” messe in piedi per loro dall’AAEI, Associazione Albergatori Eticamente Impegnati.

Sono proprio le strutture di accoglienza dell’AAEI, infatti, i luoghi in cui si svolgono le vicende narrate nel romanzo comico Uallai!, da poco pubblicato dalla casa editrice Nuova Dimensione. A descrivere le esilaranti vicende del romanzo è uno degli operatori dell’AAEI, o meglio uno dei suoi “educatori”, nonché alter ego letterario dei due talentuosi scrittori, Sandro Lano e Michele Brusini. Il romanzo narra di un contagiosissimo delirio, costruito su esilaranti equivoci linguistici, su estreme sfide alla logica, su un andirivieni di parole, su un coacervo di carne e stati d’animo che, oltre ad interrogare il buon senso e a provocare risate fragorose, rivelano anche il portato colto, raffinato ed etico dell’impresa compiuta dagli autori.

La furia del grottesco e la prepotenza del paradosso sono usati infatti da Lano e Brusini per mettere in luce ciò che non piace o che non si può dire; la comicità è piegata per giocare sui contrasti, ovvero per unire confusione e illuminazione – come fanno i giocolieri quando eseguono gli esercizi con il fuoco – che serve, alla fine dei conti, a rivelare la faccia ambigua dell’accoglienza oggi, del sistema su cui essa si regge, sistema che il lettore percepisce come presenza silenziosa, dalla prima all’ultima pagina del libro.

I bizzarri personaggi che si aggirano nelle strutture di accoglienza dell’AAEI vengono proposti nel libro con una carrellata di racconti che si susseguono, un insieme di sketches, aneddoti paradossali, in cui emergono tipologie e storie umane, dettagliatamente descritte dalla penna sarcastica e spleenistica dei due autori. Così, oltre all’ “educatore” – colui che narra in prima persona le assurde vicende dell’accoglienza dei profughi nelle strutture dell’AAEI – troviamo il suo “capo”, ovvero “il Coordinatore”, altri colleghi “educatori”, il Magnifico Rettore, le infermiere e i medici stralunati, i poliziotti distratti, la giornalista che voleva “intervistare le viscere dei migranti” e molti altri. Ma soprattutto ci sono i personaggi a cui il romanzo è dedicato: Domé ‘Oshkarpà, ovvero il profugo a cui hanno estratto “il Sahara dalle orecchie”; Antò El Fijod El Obenzinah, che, con l’aiuto determinante del Magnifico Rettore, è riuscito ad iscriversi alla facoltà di medicina, senza sapere né leggere né scrivere; Ghafiu Kalham Id Darhu, detto Alfio, che, per convincere la “Commissione” della morte di suo padre, chiedeva che quest’ultimo fosse raggiunto telefonicamente per testimoniare; e poi El Freh, Behr To’el Furehgh’in….

Intreccio di storie, di personaggi, di emozioni, il romanzo si rivela un magnifico bazar di energia e di amarezza, un racconto spumeggiante e stralunato. Una vera montagna russa della scrittura: passando velocemente dalla cima della citazione colta al grado zero del dialetto (dei dialetti), usato qui anche come elemento che consente di esplicitare meglio gli innumerevoli equivoci linguistici tra “educatori” e “resistenti” all’educazione. Procedendo per eccessi e paradossi, il racconto ha la forza di capovolgere i luoghi comuni, di ridere del “sacro” e addolorarsi del comico. Popolare e insieme cerebrale, il romanzo è un pugno in faccia al razzismo. Uallai!

la Repubblica
29 05 2014

Una rete di ferro alta 6 metri che divide il Marocco da Melilla, un avamposto spagnolo sulla costa nord africana. La città, insieme a Ceuta, è l'unico territorio europeo che confina direttamente con il continente africano e per questo molti migranti tentano di passare da lì per provare ad entrare in Europa.

Queste sono le immagini impressionanti che testimoniano quello che succede quasi ogni giorno nella città autonoma di Melilla. Ma questa volta si tratta del più grande assalto alla barriera di protezione dal 2005: nella notte del 28 maggio, almeno mille persone, provenienti dall'Eritrea e dalla Somalia, hanno cercato di oltrepassare la frontiera.

Oltre 500 migranti sono riusciti a entrare a Melilla, mentre gli altri sono stati fermati dalla polizia. Due di loro hanno cercato di scappare alle forze dell'ordine rifuggiandosi in cima a un lampione.

Coloro che ce l'hanno fatta saranno ospitati, per il momento, nel centro di accoglienza di Melilla, che già è al collasso: 2000 gli immigrati presenti a fronte di una capienza di 480 posti.

(a cura di Enrico Tata)

Paura di questi adolescenti vestiti con gli abiti smessi dai nostri figli? O piuttosto la difficoltà di guardare? Di farsi carico di un problema? ...

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