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Questa è la realtà: Siria, Sudan, Egitto, Libia, Iraq, Afghanistan, eccetera eccetera, Ucraina chissà... È da imbecilli non provare a capire quanto possa essere naturale il desiderio di fuggire... "Aiutarli a casa loro", vecchio slogan del cosiddetto "carroccio", dai tempi di Bossi, è una banalità. ...

Immigrazione, una sfida che sappiamo solo perdere

Il Fatto Quotidiano
04 05 2014

di Furio Colombo 

Che dite, li prendiamo o li lasciamo in mezzo al mare, secondo la dottrina Maroni (ex ministro dell’Interno di fede leghista, qualcuno ricorda?) che non voleva neanche avvicinarsi per sapere se qualcuno di quelli che stavano annegando aveva diritto di asilo? Prenderli sono troppi, dice con giudizio la maggioranza degli italiani che, come tutti sanno, sono buoni ma non stupidi. Non c’è lavoro per noi, figuriamoci per loro.

Ma ricominciamo dal principio. Ci sono più sbarchi e arriva più gente. Secondo Matteo Salvini (sarebbe il segretario attuale della Lega Nord, se la Lega Nord esistesse ancora), secondo La Russa e Gasparri, politici che hanno fine sensibilità e vista lunga (durante il conflitto in Libia avevano predetto “un esodo biblico”) la causa maligna di questi sbarchi è l’operazione “Mare Nostrum”. Significa che, per la prima volta da quando l’Italia si è in parte liberata dalla infezione leghista (espressa bene da Bossi, che oggi non è nessuno ma allora era il capo, con le vivide parole “calci in culo e giù nel mare”) la Marina militare invece di respingere (lo facevano, a nome nostro, navi italiane donate a Gheddafi) adesso aiuta a salvarsi.

E subito arrivano messaggi di panico. Primo messaggio: “Hanno saputo che l’Italia accoglie e si imbarcano tutti”. Persino quando è in buona fede, questa frase è un messaggio insensato. Infatti, la gente salvata non sta arrivando in crociera. Non attraversa per settimane un deserto da cui molti non arrivano vivi, solo per un cambio di residenza. Dire che salvare chi è in pericolo in mare incentiva gli sbarchi è come dire che un ospedale incentiva la malattia. Il secondo messaggio, che si ripete anche presso rispettabili fonti, è: “Vedete? Gli sbarchi quest’anno sono il doppio dell’anno scorso”. Come non ricordare l’impressionante sequenza di barche rovesciate e di morti in mare, l’anno scorso, fra l’indifferenza di Malta (che fingeva di non essere coinvolta), il caos libico e una inerzia italiana così evidente che barche private e pescatori uscivano spontaneamente in mare e, in un caso, sono state salvate (da italiani, non dallo Stato) oltre duemila persone? Qualunque statistico, sulla base del confronto e dell’esperienza, sarebbe in grado di dire che, se adesso il numero di salvati è più grande, la ragione è che adesso è molto più piccolo il numero dei morti annegati. Molta gente, prima, veniva lasciata morire. È bene ricordare che, ai tempi del governo Berlusconi-Bossi, salvare naufraghi in mare era reato. Poteva essere punito con l’imputazione di “mercanti di carne umana”.

Ma la propaganda in favore dei morti in mare aggiunge un quarto messaggio: “I nostri centri di accoglienza sono allo stremo”. Qui si sommano un delitto e una grave negazione di verità. Il delitto è stato puntigliosamente compiuto dal governo Berlusconi-Maroni: hanno tolto ai centri tutto ciò che si poteva togliere per renderli invivibili. A Lampedusa, ad esempio, unico punto di salvezza per gli scampati alla polizia italo-libica, il solo centro di “accoglienza” nell’isola è stato del tutto smantellato. Ma la bugia è che si tratti di “centri di accoglienza”. Sono invece i famigerati centri di detenzione detti di “identificazione e di espulsione”, dove l’identificazione è impossibile (c’è solo lo sfortunato personale di guardia) e la detenzione non ha né termini né regole né garanzie precise. Dunque, alla politica leghista di negare il problema segue ora un’incredibile incapacità o non volontà di affrontarlo. In questa confusione colpevole, non si sa sulla base di quale “intelligence” un direttore generale del Viminale annuncia improvvisamente, nei giorni scorsi (se la sua dichiarazione è stata riportata correttamente) che sono in arrivo 800 mila profughi.

La cifra enorme non è nuova. È stata varie volte annunciata negli anni per consolidare la volontà italo-leghista di respingere. L’affermazione ricorda conversazioni occasionali (“magari ne arrivano 800 mila, magari ne arriva un milione”) ovviamente prive di fondamento, certo gravemente improprie, se dette da funzionari con alta responsabilità. Ma servono a ricordare il vuoto della nostra politica. “Ma non posiamo prenderli tutti”, è la frase più umana. È noto, e gli sbarcati lo ripetono continuamente, che la stragrande maggioranza di essi non vuole restare in Italia, sa e dice dove e presso chi vuole andare in Europa. Ma tutte queste indicazioni e notizie cadono nel vuoto. Inutile dire “l’Italia viene lasciata sola”. Finora l’Italia non si è mai fatta sentire sulla linea dei diritti-doveri che legano i Paesi dell’Unione. Un Paese serio e rispettabile, oltreché adempiere ai doveri degli impegni sottoscritti con i partner europei, ha il diritto di esigere che il movimento dei migranti sia libero nella Ue, e che solo una autorità europea possa decidere l’espulsione, considerando la sacralità del diritto di asilo. L’Italia continua a non farlo, a fare la vittima e a produrre vittime. Tutto ciò è l’esito di una pessima politica mai cancellata. Fa apparire l’Italia un Paese stupido e crudele.

Cronache di ordinario razzismo
25 03 2014

Negli ultimi giorni sono sbarcati sulle coste meridionali dell’Italia moltissime persone, più di duemila in soli due giorni (come scrivevamo qui). In risposta a questa situazione e al sovraffollamento dei centri di prima accoglienza delle zone interessate dagli sbarchi, il governo ha risposto con una circolare diramata dal Ministero dell’interno il 19 marzo scorso, disponendo il trasferimento su tutto il territorio nazionale delle persone, prevalentemente in strutture alberghiere.

Nello specifico, nella circolare si parla di “eccezionalità degli arrivi”, a fronte della quale “si rende necessario un ulteriore piano straordinario di distribuzione nazionale”.

Eccezionalità? Piano straordinario? Già nei termini utilizzati si intravede come la politica non intenda, almeno per ora, cambiare minimamente rotta rispetto a quanto (non) fatto fin’ora.

“La decisione assunta dal Ministero dell’Interno [..] ben lungi dall’essere una misura straordinaria[..], è ancora una volta conseguenza diretta della mancata riforma di norme confuse e non coordinate tra loro e della conseguente pluriennale mancanza di un piano nazionale di accoglienza dei richiedenti asilo e di integrazione sociale dei titolari di protezione”, sottolinea Asgi, che denuncia come “invece di rafforzare il sistema di protezione si crea una rete parallela di accoglienza meno tutelata”.

In effetti, un sistema di protezione nazionale ci sarebbe già: è lo Sprar, incrementato dal 1° febbraio 2014 fino a raggiungere i 20.000 posti. Perchè il governo non utilizza questo sistema già presente? “La scelta operata dall’Autorità centrale – scrive Asgi, che fa un parallelismo con “le peggiori scelte di ciò che fu la cd. “emergenza Nord-Africa” del 2011” – viene motivata dalla mancanza di copertura economica necessaria a dare attuazione all’allargamento dei posti disponibili nel sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR)”.

In altri termini: i posti ci sarebbero, solo che ad oggi non sono operativi perché privi di copertura finanziaria. Quindi, “invece di assicurare l’immediata operatività dei posti di accoglienza diffusa che garantiscono standard adeguati di protezione per i richiedenti asilo e contenimento della spesa pubblica, si costruisce l’ennesimo sistema di intervento parallelo facendo ricorso ad ospitalità alberghiere con evidente danno erariale, rallentamento dei tempi della procedura di esame delle domande di asilo ed abbassamento degli standard di tutela”.

Una scelta temporanea dettata da motivi economici, secondo il Ministero. Ma “la distribuzione geografica dei richiedenti asilo in tutto il territorio nazionale, comprese le isole e altre aree periferiche così come anche le informazioni pervenute relative ai tempi di durata delle convenzioni fatte sottoscrivere, sembra indicare il contrario”, sottolinea l’Asgi.

Che senso ampliare il numero dei posti di un sistema di accoglienza, se poi quando questi posti dovrebbero essere usati non sono disponibili? Ancora una volta, le istituzioni sono impreparate a far fronte a una situazione consueta e ciclica, che prende i contorni di un problema proprio a causa della mancanza di un’adeguata pianificazione degli interventi e degli stanziamenti necessari. “Nessuna delle sistemazioni alberghiere cui si sta dando attualmente corso, sarebbe stata necessaria se i posti del sistema di protezione, fossero stati prontamente attivati”, denuncia Asgi, che sottolinea come recentemente il governo italiano abbia rigettato “le proposte, pur avanzate da A.S.G.I. e dall’U.N.H.C.R., e fatte proprie dalle competenti commissioni parlamentari, di introdurre, nel D.Lgs 18/2014 di recepimento della cd. ‘direttiva UE sulle qualifiche’ una norma che garantisse certezza di interventi volti all’accoglienza e all’inclusione sociale dei titolari di protezione internazionale”.

A fronte del “livello di irrazionalità complessiva degli interventi delle autorità italiane”, giunto ormai a “livelli veramente inauditi”, l’Asgi chiede “che siano immediatamente sbloccati i fondi per il finanziamento dei programmi del sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati”; portando così il sistema alla sua piena attività.

Alla base di tutto questo, inoltre, dovrebbe esserci la riforma del sistema nazionale di accoglienza che le associazioni chiedono con forza e urgenza da anni, e che non è stata mai presa in considerazione. “Si tratta – specifica Asgi – di proposte che prevedono la progressiva chiusura dei CARA e l’istituzione di un nuovo sistema nazionale di accoglienza che valorizzi i numerosi aspetti positivi dell’attuale sistema SPRAR, superandone però gli intrinseci limiti strutturali (in primis la disomogeneità dei programmi di accoglienza basati su una mera adesione volontaria degli enti locali e la connessa mancanza di una programmazione generale pluriennale tra Stato-Regioni ed Enti Locali) che ne impediscono lo sviluppo da sistema con caratteristiche sperimentali (così fu alla sua partenza, nel 2002) ad unico ed efficiente sistema nazionale per l’accoglienza dei rifugiati”.

Come si vede, i problemi sono intuibili già prima che si concretizzino. Urge la volontà politica di guardare la realtà e di smettere di celarsi dietro “ulteriori piani straordinari” – un ossimoro che ben rappresenta lo stallo in cui ci troviamo.

Apriamo le porte delle nostre case ai profughi siriani

Huffington Post
27 02 2014

A tre anni dall'inizio degli scontri in Siria, tutte le speranze che il paese ritorni ad una vita normale sembrano andate perdute.

L'incontro a Ginevra, avvenuto qualche settimana fa, lungi dal trovare un accordo fra le parti, non ha fatto altro che peggiorare, se possibile, la situazione. Quando finiranno i bombardamenti, i morti, le torture, la distruzione, di un intero popolo? Non so quanti se lo chiedano, in Italia o nel mondo. La cosa, in fondo, sembra non interessare più di tanto. I media, nonostante tutto, ci aiutano a dimenticare. È chiaro che se ogni giorno siamo sottoposti a bombardamenti visivi, con foto di distruzione e sangue, anche il nostro cervello incamera queste immagini come "già viste", cioè "normali". Foto di bambini uccisi, ritratti di medici che hanno perso la vita, adulti torturati e violentati, prima e dopo la morte, edifici ed interi quartieri che saltano in aria, non sembrano farci più alcun effetto.

Altra cosa, invece, è avere a che fare con le persone direttamente, cioè con uomini e donne coraggiosi che solo nella fuga, abbandonando casa, lavoro, parenti, amici, lasciandosi alle spalle un vita intera, ritrovano una nuova speranza di vita per sé stessi e per i loro figli. Sono circa 2.500.000 i siriani che hanno trovato rifugio nei campi profughi dei paesi limitrofi, Egitto, Giordania, Libano; in Siria sono rimasti circa nove milioni di sfollati. Ma anche i paesi limitrofi negli ultimi giorni hanno chiuso le frontiere. I numeri comunque sono destinati a salire. Se non si fermano le atrocità, non si fermano i profughi.

Molti di essi partono per l'Europa, diretti verso i paesi del nord, che, almeno fino ad oggi, li hanno accolti: Germania, Svezia, Danimarca. Ma fino a quando?

Uno dei percorsi più utilizzato è quello che passa dall'Italia. I profughi partono dall'Egitto, arrivano in Libia, prendono un battello per l'Italia, arrivano sulle coste della Sicilia. Da lì, la tappa successiva è la stazione Centrale di Milano. Dal 18 ottobre 2013, cioè durante quattro mesi, ne sono passati 1800. Non credo che nessuno di loro si sia fermato a Milano. Dopo i primi giorni, un po' confusi, Milano si è organizzata per l'accoglienza; è l'unica città che ha allestito dei centri per i profughi siriani "di passaggio".

Ufficialmente i profughi siriani non esistono, l'Italia dovrebbe essere solo un "corridoio umanitario", e lo è, di fatto. Quando essi arrivano in stazione centrale c'è sempre qualcuno ad accoglierli, ad aiutarli per trovare un luogo dove restare qualche giorno, in attesa di organizzare la tappa successiva.

E' successo però che lì due centri di accoglienza abbiano spesso esaurito la loro capacità di accoglienza. Come medico in uno di tali centri, ho avuto l'opportunità di conoscere molte delle famiglie che sono transitate da Milano ed ora vivono finalmente in Svezia, dove si sono perfettamente inserite, fin dai primi giorni. Sono stati loro a chiedermi di ospitare per qualche ora una famiglia, in transito per la Svezia, in una giornata di pioggia terribile, in cui sono arrivati a Milano circa cento profughi ed il Comune si stava attivando per trovare loro un luogo dove stare.

Ho pensato al progetto già attuato in Svizzera, dove cento famiglie hanno dato la loro disponibilità ad ospitare in casa loro i profughi siriani. In Svizzera certo non sarà quindi considerato un reato ospitarli nella propria casa, visto che su questo si è costruito un progetto. Perché no? Mi sono detta. Ed è stato tutto facile. La famiglia è arrivata: padre, madre, incinta, con tre bambini. Ho dato loro un stanza dove stare tranquilli e riposare, bagni e docce a disposizione, la signora mi ha aiutato a cucinare per tutti, i bimbi si sono messi al computer con i loro giochi (già espertissimi). Alla sera abbiamo dovuto discutere un po' perché si rifiutavano di andare nel Centro di accoglienza, non si fidavano ed avevano paura di essere identificati, cosa che avrebbe impedito loro di andare in qualsiasi altro paese. Ma tutto è andato per il meglio. So che sono già arrivati a destinazione.

Come esperienza la ripeterei, anche per periodi più lunghi, e la consiglierei. In fondo a Milano sarebbe sufficiente che 30/40 famiglie aprissero le porte della propria casa e sarebbe già una piccola rivoluzione: la famiglia al posto del centro di accoglienza, che fra l'altro, oggi c'è, ma domani non si sa.

Rosamaria Vitale

 

Qualche giorno fa è stata resa nota una ricerca condotta da Daniele Marini dell'Università di Padova che, a proposito dell'accoglienza di persone immigrate in Italia, dimostra come "la società sia più avanti del dibattito politico". ...

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