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Tutte le società matriarcali si basano sul principio del divino feminile. Sono il risultato di una visione che mette in connessione le donne con il sacro. E questa è una prerogativa delle società matriarcali. Sono convinta che in questo momento storico, per attuare società più pacifiche e più eque, per fermare la violenza sulle donne e la devastazione della natura c'è assolutamente bisogno di mettere il sacro femminile al centro della visione della natura e della società. ...
Tre generazioni nei campi, per una sfida che ha guadagnato le pagine del New York Times e di altri giornali stranieri. Arriva da Pontinia la storia esemplare di imprenditoria al femminile che ha conquistato la stampa estera e portato qualche acquirente in più nel Basso Lazio. ...

I numeri nascosti delle contadine italiane

  • Venerdì, 19 Luglio 2013 09:39 ,
  • Pubblicato in INGENERE
Ingenere
19 07 2013

L'occupazione femminile in agricoltura risulta crollata all'1%. E' al 37% la quota delle donne tra i dipendenti di aziende agricole, e al 33% tra gli imprenditori. Ma sono molto forti il sommerso e le reti informali dell'universo familiare. Mentre un monitoraggio più preciso permetterebbe politiche di genere mirate, anche nei campi.

Sembrerebbero sempre meno le donne impiegate in agricoltura in Italia, un settore che assorbe circa il 4% della forza lavoro occupata e che ha ripreso a crescere. “Sembrerebbero” perché i dati ufficiali risentono di diverse lacune. Rilevare il numero delle donne occupate nel settore agricolo è una faccenda complessa: i due principali strumenti di rilevazione sono rappresentati dalle indagini annuali sulle forze lavoro e i censimenti agricoltura dell’Istat,  cioè strumenti che raccolgono dati estremamente diversificati, i cui risultati non sono immediatamente confrontabili. Allo stesso tempo i dati censuari in agricoltura, pur fornendo informazioni di base sul peso della componente femminile nel settore agricolo, non sono costruiti per cogliere la complessità della dimensione del lavoro femminile.

Ad esempio l’obbligo di indicare nel questionario censuario una sola persona come conduttore dell’azienda agricola, non permette di cogliere quelle situazioni in cui la responsabilità gestionale dell’azienda è condivisa fra i due coniugi (i dati parlano di ben 415 mila donne che si trovano nella condizione di “coniuge del conduttore”) e quindi rilevare se – e in che misura – il loro impegno lavorativo orienta le scelte strategiche della propria azienda familiare. Inoltre, le indagini statistiche non tengono conto del fatto che spesso le attività svolte dalle donne in azienda sono strettamente correlate alle attività familiari nel loro insieme, dalle quali quindi non sono facilmente separabili, se non con indagini ad hoc. Infine, al momento, dai dati disponibili dell’ultimo censimento agricoltura (2010) non è possibile estrapolare informazioni di genere sulla struttura dell’azienda agricola, se non quelli riconducibili alla manodopera impiegata in azienda, che comprende anche i conduttori. Questo, di fatto, condiziona l’analisi delle aziende agricole al femminile.

Nonostante però i limiti sovraesposti, un’analisi congiunta dei dati statistici, integrata dai risultati delle indagini qualitative, può aiutare a delineare uno spaccato della presenza femminile in agricoltura, con luci e ombre che lo caratterizzano.

 
Un confronto di genere (Tab.1) con i dati relativi agli altri due settori produttivi (industria e servizi) evidenzia come a fronte di un aumento della componente femminile della forza lavoro italiana complessiva nell’ultimo trentennio, pari a 9 punti percentuali (si è passati dal 31% del 1980 al 40% del 2010), il settore agricolo è quello che ha registrato un calo costante nel peso delle occupate, che lo ha portato a perdere circa 4 punti percentuali rispetto al 1980 (dal 5% del 1980 all’1% del 2010). Certo il calo occupazionale in agricoltura, fenomeno rilevabile a partire dagli inizi degli anni ’50, riguarda anche la componente maschile. Quello che però caratterizza la forza lavoro femminile è il suo passaggio da una riduzione iniziale molto contenuta (le donne abbandonarono le campagne più lentamente degli uomini, spesso sostituendoli nelle loro mansioni), a un calo sempre più significativo a partire dagli anni ’90 determinato da un contesto generalizzato di crisi economica, che restringe sempre più le opportunità occupazionali, a scapito delle donne.

Secondo quanto rilevato dall’ultimo censimento dell’agricoltura (2010), la quota al femminile della manodopera risulta essere pari al 37%, con valori che raggiungono il 41% nel sud del paese. È interessante rilevare come le donne coprano il 30% della manodopera familiare impiegata in azienda, mentre ricoprono soltanto il 7% della manodopera extra familiare (tab. 2). Quest’ultimo valore incorpora anche la forza lavoro femminile straniera (14%), di cui la gran parte (80%) ha un rapporto di lavoro a tempo determinato, legato essenzialmente alle operazioni stagionali di raccolta dei prodotti ed è occupata principalmente nell’agricoltura centro-meridionale (60%).

Ma quante sono le donne che conducono aziende agricole nel nostro paese? Al 2010 risultano essere circa 532 mila, le quali rappresentano circa il 33% del totale dei conduttori. L’analisi dei dati statistici relativi alle caratteristiche principali delle conduttrici agricole (non sono ancora disponibili i dati di genere sulla struttura delle aziende) ci restituiscono il seguente identikit:
- soltanto il 9% di esse ha meno di 40 anni, mentre il 42% ha un’età compresa fra i 40 e i 60 anni;
- il 6% è in possesso di una laurea (stesso valore dei maschi, i quali però, in valore assoluto, sono il doppio); il 18% ha conseguito un diploma, mentre il 9% permane ancora in una situazione di analfabetismo
- lo 0,33% è straniera
- il loro carico di lavoro rimane contenuto nelle 58 giornate standard lavorate mediamente nell’annata agraria 2009-2010, rispetto alle 104 prestate dai conduttori di genere maschile.

Di fatto, la realtà è molto più complessa di quella dettata dai numeri, in quanto spesso le posizioni lavorative ricoperte dalle donne nel settore agricolo assumono una dimensione informale. Come confermano i dati dello stesso censimento, la struttura produttiva agricola nazionale risulta ancora organizzata attorno alla famiglia: circa il 99% delle aziende agricole fa ricorso alla manodopera familiare, la quale rappresenta il 77 % del totale della manodopera impiegata. È quindi attorno al nucleo familiare, tradizionalmente condotto dal capofamiglia uomo, che ruotano le decisioni e strategie imprenditoriali.

Un aiuto alla comprensione del ruolo della donna nell’azienda agricola familiare italiana può venire dall’analisi dei dati statistici relativi “all’universo familiare” che gravita attorno all’azienda agricola, universo composto da circa 4,2 milioni di persone, di cui circa il 45% composto da donne (circa 1,9 milioni).  Come riportato nella tabella 3, l’universo agricolo è popolato da figure femminili differenziate: accanto alle “conduttrici” sono presenti figure che, come familiari o dipendenti, incidono sull’attività aziendale, contribuendo con il loro operato quotidiano a potenziare il ruolo multifunzionale dell’impresa agricola (agriturismo, attività didattiche, vendita diretta in azienda, ecc.).

Si tratta quindi di un universo che andrebbe meglio investigato al fine di poterne cogliere l’effettivo peso. E questo anche perché la scarsità di conoscenze sulla sua composizione limita la capacità di programmare interventi rispondenti agli effettivi fabbisogni di genere del mondo agricolo, riducendo la presenza delle donne in agricoltura ad una mera questione di principio di pari opportunità, più formale che sostanziale. E questo risulta incomprensibile in un momento storico in cui il lavoro femminile  non rappresenta più un’appendice della missione di moglie e di madre, da svolgere in anonimato, ma piuttosto uno spazio dove esprimere – e veder riconosciute - le proprie capacità ed aspirazioni lavorative.
 
Riferimenti bibliografici
C. Zumpano, I numeri delle donne in agricoltura, Relazione presentata nell’ambito dell’iniziativa “L’agricoltura delle donne per una nuova idea di crescita”, organizzata dalla Fondazione Nilde Iotti a Roma l’11  aprile 2013
C. Zumpano, La dimensione femminile dell’impiego agricolo italiano: percorsi differenziati, in M.C. Macrì (a cura di), Il capitale umano in agricoltura, INEA, supplemento al n. 20 di Agrisole del 17 maggio 2013.

Catia Zumpano

I numeri nascosti delle contadine italiane

  • Mercoledì, 17 Luglio 2013 09:55 ,
  • Pubblicato in INGENERE

 

inGenere
17 07 2013

Sembrerebbero sempre meno le donne impiegate in agricoltura in Italia, un settore che assorbe circa il 4% della forza lavoro occupata e che ha ripreso a crescere.

“Sembrerebbero” perché i dati ufficiali risentono di diverse lacune.

Rilevare il numero delle donne occupate nel settore agricolo è una faccenda complessa: i due principali strumenti di rilevazione sono rappresentati dalle indagini annuali sulle forze lavoro e i censimenti agricoltura dell’Istat, cioè strumenti che raccolgono dati estremamente diversificati, i cui risultati non sono immediatamente confrontabili. Allo stesso tempo i dati censuari in agricoltura, pur fornendo informazioni di base sul peso della componente femminile nel settore agricolo, non sono costruiti per cogliere la complessità della dimensione del lavoro femminile.

Ad esempio l’obbligo di indicare nel questionario censuario una sola persona come conduttore dell’azienda agricola, non permette di cogliere quelle situazioni in cui la responsabilità gestionale dell’azienda è condivisa fra i due coniugi (i dati parlano di ben 415 mila donne che si trovano nella condizione di “coniuge del conduttore”) e quindi rilevare se – e in che misura – il loro impegno lavorativo orienta le scelte strategiche della propria azienda familiare.

Inoltre, le indagini statistiche non tengono conto del fatto che spesso le attività svolte dalle donne in azienda sono strettamente correlate alle attività familiari nel loro insieme, dalle quali quindi non sono facilmente separabili, se non con indagini ad hoc.

Infine, al momento, dai dati disponibili dell’ultimo censimento agricoltura (2010) non è possibile estrapolare informazioni di genere sulla struttura dell’azienda agricola, se non quelli riconducibili alla manodopera impiegata in azienda, che comprende anche i conduttori.

Questo, di fatto, condiziona l’analisi delle aziende agricole al femminile.

Nonostante però i limiti sovraesposti, un’analisi congiunta dei dati statistici, integrata dai risultati delle indagini qualitative, può aiutare a delineare uno spaccato della presenza femminile in agricoltura, con luci e ombre che lo caratterizzano.

Le donne in agricoltura: un quadro complesso e composito

Un confronto di genere con i dati relativi agli altri due settori produttivi (industria e servizi) evidenzia come a fronte di un aumento della componente femminile della forza lavoro italiana complessiva nell’ultimo trentennio, pari a 9 punti percentuali (si è passati dal 31% del 1980 al 40% del 2010), il settore agricolo è quello che ha registrato un calo costante nel peso delle occupate, che lo ha portato a perdere circa 4 punti percentuali rispetto al 1980 (dal 5% del 1980 all’1% del 2010).

Certo il calo occupazionale in agricoltura, fenomeno rilevabile a partire dagli inizi degli anni ’50, riguarda anche la componente maschile. Quello che però caratterizza la forza lavoro femminile è il suo passaggio da una riduzione iniziale molto contenuta (le donne abbandonarono le campagne più lentamente degli uomini, spesso sostituendoli nelle loro mansioni), a un calo sempre più significativo a partire dagli anni ’90 determinato da un contesto generalizzato di crisi economica, che restringe sempre più le opportunità occupazionali, a scapito delle donne.
 
Secondo quanto rilevato dall’ultimo censimento dell’agricoltura (2010), la quota al femminile della manodopera risulta essere pari al 37%, con valori che raggiungono il 41% nel sud del paese. È interessante rilevare come le donne coprano il 30% della manodopera familiare impiegata in azienda, mentre ricoprono soltanto il 7% della manodopera extra familiare. Quest’ultimo valore incorpora anche la forza lavoro femminile straniera (14%), di cui la gran parte (80%) ha un rapporto di lavoro a tempo determinato, legato essenzialmente alle operazioni stagionali di raccolta dei prodotti ed è occupata principalmente nell’agricoltura centro-meridionale (60%).
 
Ma quante sono le donne che conducono aziende agricole nel nostro paese? Al 2010 risultano essere circa 532 mila, le quali rappresentano circa il 33% del totale dei conduttori. L’analisi dei dati statistici relativi alle caratteristiche principali delle conduttrici agricole (non sono ancora disponibili i dati di genere sulla struttura delle aziende) ci restituiscono il seguente identikit:

- soltanto il 9% di esse ha meno di 40 anni, mentre il 42% ha un’età compresa fra i 40 e i 60 anni;
- il 6% è in possesso di una laurea (stesso valore dei maschi, i quali però, in valore assoluto, sono il doppio); il 18% ha conseguito un diploma, mentre il 9% permane ancora in una situazione di analfabetismo
- lo 0,33% è straniera
- il loro carico di lavoro rimane contenuto nelle 58 giornate standard lavorate mediamente nell’annata agraria 2009-2010, rispetto alle 104 prestate dai conduttori di genere maschile.

Di fatto, la realtà è molto più complessa di quella dettata dai numeri, in quanto spesso le posizioni lavorative ricoperte dalle donne nel settore agricolo assumono una dimensione informale. Come confermano i dati dello stesso censimento, la struttura produttiva agricola nazionale risulta ancora organizzata attorno alla famiglia: circa il 99% delle aziende agricole fa ricorso alla manodopera familiare, la quale rappresenta il 77 % del totale della manodopera impiegata. È quindi attorno al nucleo familiare, tradizionalmente condotto dal capofamiglia uomo, che ruotano le decisioni e strategie imprenditoriali.

Un aiuto alla comprensione del ruolo della donna nell’azienda agricola familiare italiana può venire dall’analisi dei dati statistici relativi “all’universo familiare” che gravita attorno all’azienda agricola, universo composto da circa 4,2 milioni di persone, di cui circa il 45% composto da donne (circa 1,9 milioni). L’universo agricolo è popolato da figure femminili differenziate: accanto alle “conduttrici” sono presenti figure che, come familiari o dipendenti, incidono sull’attività aziendale, contribuendo con il loro operato quotidiano a potenziare il ruolo multifunzionale dell’impresa agricola (agriturismo, attività didattiche, vendita diretta in azienda, ecc.).
 
Si tratta quindi di un universo che andrebbe meglio investigato al fine di poterne cogliere l’effettivo peso. E questo anche perché la scarsità di conoscenze sulla sua composizione limita la capacità di programmare interventi rispondenti agli effettivi fabbisogni di genere del mondo agricolo, riducendo la presenza delle donne in agricoltura ad una mera questione di principio di pari opportunità, più formale che sostanziale.

E questo risulta incomprensibile in un momento storico in cui il lavoro femminile non rappresenta più un’appendice della missione di moglie e di madre, da svolgere in anonimato, ma piuttosto uno spazio dove esprimere – e veder riconosciute - le proprie capacità ed aspirazioni lavorative.

Catia Zumpano

Il Fatto Quotidiano
21 03 2013

L'imprenditrice Mara Longhin: "Promuoviamo l’integrazione di genere nel settore agricolo", spiega la presidente di "Donne in Campo", voce femminile della Confederazione dal 1999 che oggi conta 14mila iscritte. A chi governerà, l'associazione chiede soluzioni per snellire la burocrazia e "far ripartire il motore del Paese"

“Donne in Campo è la voce femminile all’interno della Confederazione italiana agricoltori. Il nostro primo obiettivo è quello di promuovere l’imprenditorialità al femminile. Lo facciamo abbracciando una visione multifunzionale dell’agricoltura, ossia sostenibile, basata sulla capacità di produrre cibo coniugata con salute, sicurezza e salvaguardia di suolo e paesaggio”. A parlare è Mara Longhin, imprenditrice agricola e presidente di "Donne in Campo".

Dal 1999 questa associazione si occupa di promuovere le iniziative imprenditoriali femminili nel settore agricolo e di favorire l’integrazione di genere. Donne in Campo è composta da imprenditrici attive in tutte le regioni d’Italia. E organizza convegni, mercati, fiere, seminari e corsi di formazione sul tema. Le iscritte all’associazione considerano i prodotti agricoli delle “creazioni culturali” che contraddistinguono l’identità di un popolo e di un territorio. L’8 marzo hanno partecipato a Venezia a una mostra-mercato di “sapori nazionali” tutti al femminile. Ma periodicamente espongono i propri prodotti nelle città più importanti del paese.

“Portiamo in piazza dall’olio allo zafferano, dal formaggio al vino di qualità. E poi erbe, tisane, marmellate. Con questi prodotti vogliamo raccontare la cultura di impresa delle donne”. Tra gli obiettivi c’è anche l’inserimento di figure femminili negli organi direttivi delle aziende, nonché la convivenza di etica e business in agricoltura. Ma uno dei traguardi principali resta quello di ‘fare rete’, di costruire una comunità solidale di imprenditrici. E pare che, a livello numerico, le donne dell’associazione siano sulla buona strada: attualmente le tesserate sono circa 14.000. “Siamo moltissime. Siccome l’associazione si basa sul volontariato, non sempre si riesce a conciliare questo impegno con il lavoro nelle nostre piccole aziende – continua la Longhin. – Da questo punto di vista, infatti, ci sono regioni in cui la partecipazione è più debole e altre in cui è più forte. Personalmente anch’io avevo il timore di non riuscire a dare abbastanza quando sono stata scelta per questo incarico. Inoltre provengo dal settore zootecnico, mi occupo di vacche da latte, e temevo di non rappresentare tutto il mondo agricolo femminile. Invece ho constatato che abbiamo tutte problemi molto simili”.

Negli ultimi anni si sono occupate anche di raccogliere testimonianze, storie di imprenditrici agricole che affrontano difficoltà quotidiane per far sopravvivere le proprie aziende. “L’ultima volta che ne abbiamo discusso è stato il 7 marzo a Venezia con il convegno “Le donne in agricoltura: da Argentina Altobelli alle imprenditrici di oggi” – continua la Longhin – Siamo partiti da Argentina Altobelli, sindacalista che tanti anni fa si è battuta per i diritti degli agricoltori, per raccontare il mondo attuale delle imprenditrici agricole. Oggi, nel nostro settore, dietro l’iniziativa femminile ci sono sacrificio e sofferenza. Attualmente, per aprire un’attività agricola, una donna (e non solo) si trova di fronte a difficoltà immense, su tutte l’accesso al credito. Queste difficoltà riesce a superarle solo perché ha scelto di appartenere a questo mondo. L’agricoltura per noi donne non è un ripiego. È la nostra vita e la nostra arma vincente. I dati del censimento Istat dimostrano che le imprese al femminile stanno tenendo duro. Il nostro segreto è la creatività con cui curiamo i progetti, che poi trasformiamo in oggetto di impresa”.

Cosa si aspetta “Donne in Campo” da coloro che governeranno l’Italia da ora in avanti? Considerata la crisi economica e l’incertezza politica del momento, “ci aspettiamo di non esser più un semplice numero – spiega ancora la presidente – Le donne sono il motore di sviluppo del Paese e del mondo agricolo. L’agricoltura può diventare l’attività che farà risorgere l’Italia. Nonostante la crisi, questo settore sta tenendo e le aziende combattono a denti stretti per restare in piedi. Quello che ci uccide oggi è la burocrazia. Ci sfianca e ci porta via moltissimo tempo prezioso. Confido che si possa fare qualcosa per snellirla. E infine spero che l’agricoltura possa sedere a tutti i tavoli, quello del welfare e del lavoro. Deve essere parte attiva di questo nuovo assetto politico”.

Salvatore Coccoluto

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