Repubblica.it
11 07 2014

Le nuove linee guida dell'Organizzazione Mondiale della Sanità consigliano agli omosessuali di sesso maschile di prendere farmaci antiretrovirali in via preventiva. Tra gli uomini gay il rischio di contagio è 19 volte più alto rispetto al resto della popolazione. Nel mondo 35,3 milioni di sieropositivi

Aids, allarme Oms: malattia dilaga tra omosessuali, serve prevenzioneL'Oms lancia l'allarme: l'Aids, una delle malattie a trasmissione sessuale più temibili, sta 'esplodendo' tra gli omosessuali. Sebbene la malattia abbia subito un notevole arretramento negli ultimi anni, i dati dell'Organizzazione mondiale della sanità parlano chiaro: tra gli omosessuali di sesso maschile il rischio di contagio è 19 volte più alto che nel resto della popolazione. Per questo le nuove linee guida dell'organizzazione con sede a Ginevra invitano i gay ad assumere i farmaci antiretrovirali come forma di prevenzione.

"Constatiamo una esplosione dell'epidemia in questo gruppo a rischio - ha affermato Gottfried Hirnschall, che dirige il dipartimento Hiv dell'Oms - soprattutto per un abbassamento della guardia dal punto di vista della prevenzione".

L'Organizzazione mondiale della sanità mostra preoccupazione in particolare per cinque gruppi di persone considerate particolarmente a rischio, anche perché si tratta spesso di persone che hanno difficoltà di accesso alle cure: oltre agli omosessuali di sesso maschile, l'Oms segnala le lavoratrici del sesso, alcune donne transgender, tossicodipendenti e detenuti. Studi dell'Oms stimano che le prostitute sono 14 volte più a rischio di contagio rispetto alle altre donne, mentre tossicodipendenti e transgender hanno un rischio contagio 50 volte superiore alla media.

Lo scorso maggio le autorità sanitarie statunitensi avevano consigliato i farmaci a tutti i gruppi a rischio, sulla base di studi che indicano che una pillola al giorno unita al preservativo abbassa il rischio del 25%. "Se gli omosessuali seguissero questa profilassi - sottolinea il comunicato dell'Oms - si potrebbero evitare un milione di nuovi contagi in dieci anni".

Attualmente nel mondo 35,3 milioni di persone sono sieropositive. Un numero in aumento anche perché, grazie ai passi avanti fatti nella diagnosi e al maggiore accesso ai farmaci, diminuiscono i decessi: in tutto il mondo nel 2012 sono stati 1,6 milioni dopo il picco di 2,3 milioni del 2005. E dal 2011 al 2013 le nuove infezioni da Hiv sono calate di un terzo.

Tuttavia non bisogna abbassare la guardia. Pochi mesi fa era arrivato l'allarme di uno dei massimi esperti di malattie infettive, Jeremy Farrar, direttore del Wellcome Trust, una delle principali fondazioni di ricerca al mondo, secondo il quale una nuova 'pandemia' di Hiv è possibile nei prossimi 20 anni, per lo sviluppo di ceppi del virus resistenti ai farmaci che annullerebbe i progressi compiuti dagli anni '80.
Neve, Aids e povertà: il montagnoso Lesotho è uno dei pochi Paesi africani dove nevica spesso. E tra i più poveri al mondo: 10 bambini su 100 muoiono prima di vedere cinque inverni, le aspettative di vita si fermano a 50 anni (nel 1990 era di più: 6o), il 25% delle donne è sieropositivo. ...

La Repubblica
23 03 2014

L'idea prevedeva che un agente 'invertitore' avrebbe permesso di portare alla luce l'infezione nascosta nelle cellule, che oggi non siamo in grado di combattere. Ricercatori: "Nessuno dei composti che abbiamo testato su cellule infettate ha attivato il virus latente"

CI HANNO provato gli scienziati della Johns Hopkins University, ma i farmaci che speravano avrebbero "risvegliato" i serbatoi dormienti di Hiv all'interno delle cellule T del sistema immunitario - una strategia messa a punto per invertire la latenza e rendere le cellule vulnerabili alla distruzione - non sono riusciti nell'impresa. I composti non hanno superato le prove di laboratorio su alcuni globuli bianchi prelevati direttamente da pazienti infetti. In termini non scientifici, non riusciamo a 'stanare' l'infezione nascosta nelle cellule per renderla visibile, mentre i farmaci sono in grado di combattere l'Hiv in circolo. Se la ricerca avesse avuto successo, il passo avanti verso una cura definitiva sarebbe stato importante.

"Nonostante le nostre grandi speranze, nessuno dei composti che abbiamo testato su cellule infettate dall'Hiv ha attivato il virus latente", dice Robert F. Siliciano, professore di medicina alla Johns Hopkins University School of Medicine a ricercatore dell'Howard Hughes Medical Institute. Siciliano è l'autore senior di un rapporto sui risultati deludenti dello studio, pubblicato su Nature Medicine.

L'idea accarezzata dagli esperti era che un singolo agente 'invertitore' di latenza avrebbe permesso di 'stanare' l'Hiv che si nasconde nelle cellule di pazienti, in cui la carica virale è essenzialmente non rilevabile con esami del sangue. Mentre è inattivo, l'Hiv dormiente si nasconde nelle cellule, ma non si replica nelle quantità necessarie per produrre proteine che possono essere riconosciute dalle difese dell'organismo. Senza questo riconoscimento, il sistema immunitario non può eliminare l'ultimo residuo di Hiv dal corpo.

E l'attuale trattamento con antiretrovirali non ha come obiettivo l'Hiv dormiente. Gli studi hanno da tempo dimostrato che questi piccoli serbatoi possono essere riaccesi se un paziente smette di prendere i farmaci, un fenomeno che ha dimostrato di essere il principale ostacolo a una cura. Modelli di laboratorio di cellule infettate da Hiv latente avevano suggerito che alcuni composti potevano invertire la latenza e risvegliare le cellule infette quel tanto che basta per renderle vulnerabili all'eradicazione, spiega lo scienziato. L'obiettivo del nuovo studio è stato quello di confrontare i vari agenti che mettono la retromarcia alla latenza sulle cellule prelevate dai pazienti, attaccati a una macchina che separava i globuli bianchi reimmettendo nel loro organismo solo quelli rossi.

"La sorpresa è stata che nessuno di questi in realtà ha funzionato", conclude il ricercatore Greg Laird, coautore dello studio. Gli scienziati non si arrendono, e il prossimo passo sarà quello di studiare i farmaci in combinazione. Non solo: Laird spiega che gli esperimenti hanno portato a sviluppare test più sensibili per testare la riattivazione del virus. Non tutto il lavoro, dunque, finirà 'cestinato'.

Hiv, guarisce un bimbo curato alla nascita

Laura Margottini, Pagina 99
7 marzo 2014

Un bambino sieropositivo potrebbe essere definitivamente guarito dall'infezione grazie ad una "terapia d'urto" a base di farmaci anti-retrovirali ricevuta subito dopo la nascita. ...

Pagina 99
06 03 2014

LAURA MARGOTTINI

Aggredire il virus con i farmaci subito dopo la nascita, potrebbe essere l'arma vincente contro l'Hiv che contagia i bimbi
Un bambino potrebbe essere stato definitamente curato dall'infezione da Hiv. Questo è il risultato annunciato lunedì scorso ad Atlanta, Usa, nel corso di una conferenza scientifica sui retrovirus.

C'è ancora scetticismo intorno alla clamorosa notizia, me se i risultati ottenuti su un neonato del Mississippi saranno replicati anche su altri, allora si potrà parlare di cura. La prima finora capace di azzerare del tutto il carico virale dell'Hiv e di non farlo mai più tornare.

Anche l'anno scorso c'era stato il caso di un paziente tedesco che, trattato con un trapianto di midollo di un donatore geneticamente resistente all'Hiv, era guarito del tutto. I dubbi della comunità scientifica, però, non tardarono a farsi sentire. Quello su cui c'era scettismo era il fatto che il soggetto potesse in realtà non essere mai stato contagiato dal virus. Lo stesso argomento è stato riproposto alla conferenza di Atlanta, ma i medici che hanno trattato il bimbo assicurano che i test effettuati davano per certa la presenza del virus. “Abbiamo fatto 5 test solo nel corso del primo mese di vita del bambino,” ha detto al New York Times Deborah Persaud virologa del Johns Hopkins Children Centre, autore del rapporto presentato ad Atlanta. Tutti positivi all'Hiv, spiega.

L'idea è stata quella di trattare il neonato con un cocktail di 3 diversi farmaci antiretrovirali - quelli che nell'adulto sono usati per cronicizzare la malattia – non più tardi di 30 ore dopo la nascita. Una pratica che non è normalmente utilizzata nei bimbi. Il trattamento a base di antiretrovirali è stato protratto per 18 mesi, ma già dopo un mese il livelli di viralità non si registravano più. Dopo i 18 mesi la cura è stata sospesa del tutto e, nel corso del controllo avvenuto a 5 mesi di distanza dall'interruzione, i test sono risultati ancora una volta negativi.

Perché una dose massiccia di farmaci a poche ore dalla nascita potrebbe rivelarsi decisiva per eradicare il virus? Secondo la dottoressa Persaud, un'ipotesi potrebbe essere che i medicinali riescano a ucciderlo prima che abbia il tempo di depositarsi nelle riserve latenti, i serbatoi dove si annida indisturbato in stato di inattività. Una volta che il virus si trova lì in stato dormiente, i farmaci non riescono più a raggiungerlo ed estirparlo del tutto. Se l'ipotesi fosse corretta, vorrebbe anche dire che nell'adulto il razionale non potrebbe avere lo stesso successo. Il motivo per cui la cura sembra funzionare così bene nel neonato, è perché si riesce ad intervenire poco dopo che il contagio è avvenuto. Fuori da questo caso specifico, purtroppo, è impossibile conoscere il momento esatto in cui l'infezione ha luogo. E quindi intervenire altrettanto tempestivamente anche negli adulti.

Secondo le Nazioni Unite, nel 2011 (ultimo anno per cui sono disponibili i dati) i neonati contagiati nel mondo erano almeno 330mila, e più di 3milioni erano i bambini sieropositivi. Numeri che, se il trattamento avrà successo anche in altri bimbi, potrebbero essere azzerati. Insieme al virus.

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