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Sono passati 40 anni. Nunca más, Argentina

  • Giovedì, 24 Marzo 2016 16:36 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO
DesaparecidosClaudio Tognonato, Il Manifesto
24 marzo 2016

Sono passati 40 anni da quando una giunta militare, senza sparare un colpo, s’insediò nella Casa Rosada, sede del governo argentino. Un inizio in sordina per quella che sarebbe diventata la più sanguinaria dittatura della sua storia.

Campagna per il diritto all'identità

  • Sabato, 20 Febbraio 2016 10:02 ,
  • Pubblicato in L'Iniziativa
Campagna per il diritto all'identitàSe sei nato tra il 1975 e il 1980 e hai dubbi sulla tua identità puoi contattare l'ambasciata Argentina in Italia, Sezione Diritti Umani: dirittiumani@
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Quel pezzo di città che non esiste

  • Mercoledì, 09 Settembre 2015 10:03 ,
  • Pubblicato in COMUNE INFO

Comune.info
09 09 2015

Una delle modalità di riprodurre la diseguaglianza sociale nelle città è quella di cancellarne una parte. Non a caso, ovviamente, ma colpendo i poveri e le loro case, anche attraverso la cartografia. Le villas miserias di Buenos Aires sono escluse dalle mappe ufficiali della città. Una invisibilità cartografica che rinforza la strutturale segregazione dei quartieri più poveri e, se rilevata, evidenzia la narrativa del potere. La tendenza è generale, ma Villa 31 – la più antica baraccopoli della capitale creata dallo Stato in una zona centrale molto prima che l’urbanizzazione informale fosse “confinata” nelle periferie – ne è il miglior esempio

Di fronte alla stazione “Retiro”, attraversando la strada, c’è un hotel Sheraton. La baraccopoli non si vede dall’entrata, ma i turisti delle camere più in alto possono sicuramente apprezzare l’intera estensione della “Villa 31”. La più antica baraccopoli di Buenos Aires fu creata dallo Stato in una zona centrale della città, molto prima che l’urbanizzazione informale fosse “confinata” nelle periferie.

Nascosto da tre grandi stazioni ferroviarie e un terminal di autobus, questo quartiere di 20.000 residenti si è sviluppato lungo i binari del treno, tra il porto e i quartieri più ricchi della città. Nel 1996 la costruzione dell’autostrada “Ilia” sopra la baraccopoli ne ha originato una nuova parte, la “Villa 31 bis”, nella quale le case più alte si affacciano direttamente sulla carreggiata. L’area culmine della gentrificazione della capitale, “Puerto Madero”, non è lontana. Annunci di una prossima apertura di due stazioni della metropolitana, assieme al ciclico tentativo di inserire la baraccopoli nel mercato abitativo tramite la fornitura di certificati di proprietà ai suoi abitanti, fa di Villa 31 la soglia della frontiera della gentrificazione.

Una delle modalità di riprodurre la diseguaglianza sociale nelle città è quella di cancellarne una parte. Non a caso, ovviamente, ma colpendo i poveri e le loro case, anche attraverso la cartografia. Le baraccopoli di Buenos Aires, le tristemente note “villas miserias”, sono infatti escluse dalle mappe ufficiali della città, determinando una “invisibilità cartografica” che rinforza la strutturale segregazione dei quartieri più poveri’. La tendenza è generale, ma Villa 31 ne è il miglior esempio.

Che cos’è l’informalità?

Le baraccopoli di Buenos Aires sono, ovviamente, “informali”. Ma cos’è l’informalità? Gli studiosi “Global South” Ananya Roy e AlSayyad (2004) considerano l’informalità come qualcosa in più che un settore economico non regolato, descrivendola come una forma di produzione dello spazio che rientra negli obiettivi dello Stato ed è sotto il suo controllo. Oltre la sua apparentemente natura non regolata infatti, l’informalità è una condizione sanzionata in ultima istanza dallo Stato, attraverso la concessione dello status di formalità o informalità. Non a caso le istituzioni sono gli unici attori in grado di operare in maniera informale senza incorrere in conseguenze legali. Esercitando quel potere “extra-legale” che Agamben (1998) ha associato con la sovranità e lo “stato di eccezione”, lo Stato sospenderebbe le norme consuete e userebbe l’informalità per mantenere una iniqua distribuzione del valore dello spazio, promuovendo lo sfruttamento capitalista dell’“ambiente costruito”, suddiviso in aree valorizzate e svalutate: “Lo Stato ha il potere di determinare il momento in cui attuare la sospensione, che cosa è informale e cosa no, e determinare quali forme di informalità prospereranno e quali spariranno.” (Roy 2005, page 149).

Questa forma di accumulazione del capitale, favorita dalla nuova impronta neoliberale sulla produzione dello spazio, può assumere forme differenti, dai processi di gentrificazione e rigenerazione a sgomberi e demolizione di baraccopoli, seguendo la logica della “distruzione creativa”. Mentre nel “Global North” l’urbanizzazione informale rimane l’eccezione, nelle città del “Global South” viene considerata da Roy (2009 page 826) “spesso il modo primario di produzione dello spazio metropolitano nel XXI secolo.”

La teoria dell’informalità nasce nel contesto latino-americano, anche se si è dimostrata rilevante nell’analisi dell’urbanizzazione africana, asiatica e medio-orientale. Nella sua “madrepatria” l’informalità è stata spesso collegata alla teoria della dipendenza, presentando la diffusa urbanizzazione informale delle città latino-americane come un altro effetto del sottosviluppo causato dalla posizione periferica occupata dal continente nell’economia mondiale.

Tuttavia l’attenzione è stata dedicata principalmente allo studio della segregazione urbana (come in Caldeira, “City of walls”, 2000) e alla marginalità, bollata da Janice Perlman (1979) come un “mito” che rappresenta i poveri come soggetti indifesi per poterli meglio sfruttare in qualità di forza lavoro “usa e getta”. All’interno dell’analisi sulla segregazione urbana nelle città latino-americane uno degli aspetti che maggiormente risaltano è “la prossimità tra ricchi e poveri, ma in spazi rigidamente chiusi, che creano una relazione asimmetrica tra le due parti” (Schapira 2001). La Villa 31 e 31 bis aggiornano il concetto classico di muro, sostituito da autostrade e grattacieli, un “assedio dorato” alle vite informali di migliaia di persone.

Un aspetto scarsamente ricercato dell’informalità è la sua rappresentazione cartografica. Anche se molti accademici hanno analizzato l’uso delle mappe come uno “strumento di potere” atto a esercitare il controllo sociale sulle persone, per supportare il colonialismo e le guerre, poca attenzione è stata dedicata al suo collegamento con la riproduzione dell’informalità. Sembra quindi necessario iniziare ad affrontare la questione dell’impatto della cartografia ufficiale sull’informalità, il suo utilizzo da parte dello Stato e la possibilità di un suo “sequestro politico” per obiettivi militanti.

Come molti progetti politici hanno mostrato, infatti, in particolare quelli che si occupano di proteggere comunità indigene, rimane aperto un grande spazio di manovra per un utilizzo delle mappe che contrasti la classica cartografia “alto-basso” e la sua rappresentazione conservatrice dello spazio. In Argentina il più famoso esempio è forse l’attività del collettivo “Iconoclasistas” e le sue “mappe del conflitto”, nelle quali la narrativa del potere è sostituita da quella dei movimenti popolari e degli attivisti, reclamando centralità per le lotte sociali ed ambientali.

Con questi pensieri nella mente e gli occhi fissi sulle tante (troppe) macchie grigie nella mappa di Buenos Aires, alcune questioni ci sorgono spontanee:

Può la cartografia essere una maniera particolare di riprodurre l’informalità attraverso l’invisibilizzazione? Viene usata esclusivamente dallo Stato? Che genere di narrativa simbolica sulle baraccopoli supporta? Ha delle conseguenze pratiche per i suoi residenti? Può essere “rovesciata” al fine di rappresentare le rivendicazioni e le lotte dei suoi abitanti?

Qualcuno laggiù sta cercando di mappare l’informalità

La conformazione particolarmente “murata dentro” di Villa 31 ben si addice ad una definizione di segregazione urbana di Peter Marcuse (1995): “i muri definiscono spazi (…), definiscono la loro natura e la posizione dei suoi residenti nella gerarchia tra di loro, la gerarchia delle città dentro la città”. C’è un collettivo, però, che sta provando a contribuire alla demolizione di quei muri. Si chiama “Talleres de Urbanismo BArrial” (laboratori di urbanismo di quartiere), e sta svolgendo un’attività di “mappatura popolare” di Villa 31 e 31 bis da cinque anni, con l’obiettivo di realizzare una mappa della baraccopoli prodotta dai suoi abitanti. L’idea originale era quella di fare una finta mappa turistica della città in cui includere le villas, e distribuirla, ma presto il progetto si è evoluto in un impegno nel quartiere a lungo termine, basato su metodi partecipativi.

Dopo una fase iniziale di mappatura attraverso differenti tecniche cartografiche, il gruppo, integrato da adolescenti della baraccopoli, sta attualmente attraversando l’ultimo passaggio del processo di mappatura, quello della “socializzazione” della mappa realizzata. Questo step è chiamato “Mapa abierto” (mappa aperta) e consiste nell’incontrare il più alto numero possibile di organizzazioni del “barrio” per mostrare loro la mappa e discutere correzioni e differenti interpretazioni, con l’obiettivo di aumentare la natura collettiva della produzione cartografica. Il risultato finale del progetto sarà una mappa collettiva da distribuire ai residenti della baraccopoli, con la possibilità di coinvolgere i rappresentanti di altre villas ed espandere il progetto nella città. Pur volendo primariamente affrontare il problema della invisibilizzazione cartografica della baraccopoli, con l’obiettivo di “generare alterazioni nella rappresentazione dello spazio urbano, il suo uso e chi è qualificato ad attraversarlo” (Vitale 2013, page 19), Turba fa la sua parte nella vita politica del barrio. Il processo di mappatura è infatti considerato dal gruppo come la costruzione di uno “strumento” che può essere usato per sostenere diverse campagne degli abitanti di Villa 31, come la lotta per l’urbanizzazione promessa, e mai realizzata, dallo Stato. Il motto è “Urbanizzazione con radicamento”, in contrasto con i numerosi tentativi di sgombero di massa intrapresi in passato.

L’adesione a questo orizzonte politico risponde alla nostra domanda rispetto alla possibilità di “invertire” l’uso della cartografia: si, nonostante l’assenza di Villa 31 dalle mappe ufficiali, o magari grazie a questo, un processo collettivo di mappatura può aiutare a costruire una differente visione della città, in cui le rivendicazioni degli abitanti delle villas occupino una posizione centrale. Cosa ne è però delle altre domande? Questa ulteriore invisibilizzazione delle baraccopoli favorisce la riproduzione dell’informalità? Ha degli effetti pratici o simbolici? L’insieme dell’esperienza di Turba nella Villa 31 dà una risposta positiva alle nostre domande.

Oltre alle motivazioni sociali, politiche ed economiche che hanno storicamente determinato lo sviluppo dell’informalità abitativa, “l’invisibilità cartografica” è infatti riconosciuta come un ulteriore e specifico livello di oppressione e di “trattamento differenziato” tra i diversi quartieri della città, corrispondenti a differenti classi sociali. Le baraccopoli soffrono di una scarsa fornitura di servizi, ritardi nella realizzazione dei programmi di urbanizzazione e un generale disinvestimento economico da parte dello Stato, sostituito da versamenti verso attori del terzo settore. In questo quadro di generale abbandono, la mancanza di un riconoscimento cartografico della struttura interna delle villas produce ulteriori difficoltà, come il concretissimo problema di non avere un indirizzo, fondamentale per ottenere un lavoro. Inoltre, nella percezione dei suoi residenti, l’invisibilizzazione delle baraccopoli ha una conseguenza simbolica, cancellando dalla mappa le case dei lavoratori, pur continuando pero a sfruttarli per svolgere i lavori più umili, necessari alla economia della città. Una negazione dell’esistenza delle comunità umane e politiche dei villeros, che va di pari passo con la loro stigmatizzazione sociale in quanto “undeserving citizens”, cittadini non meritevoli della loro stessa casa.

La cartografia come arma per il diritto alla città

Ci sono grandi consonanze tra la situazione di Villa 31 e la teoria del controllo statale dell’informalità. Lo Stato è in grado di determinare lo status di informalità di un insediamento abitativo da un punto di vista legale, legiferando in maniera da istituzionalizzarlo o mantenerlo così com’è, rallentando i programmi di urbanizzazione. Detiene inoltre la capacità esclusiva di applicare a suo piacimento l’informalità: mentre Villa 31 si trova sotto continua minaccia di sgombero a causa della sua natura informale, lo Stato opera spesso all’interno delle baraccopoli utilizzando strutture comunitarie costruite dagli abitanti e mai “formalizzate”. Alcune volte, tuttavia, si mostra benevolo, promettendo ai residenti una istituzionalizzazione attraverso il conferimento di certificati di proprietà delle loro case, ad esempio. Anche in questo caso lo Stato si rivelerebbe tutt’altro che disinteressato, poiché’ dare la possibilità agli abitanti di vendere le proprie case nel mercato immobiliare causerebbe una rapida gentrificazione del quartiere, magari aiutata dalla sua “inesistenza” cartografica. In questi tempi di neoliberismo il monopolio statale sull’informalità può spaziare dal controllo della vita quotidiana delle persone, fornendo o meno l’allacciamento all’acqua, infrastrutture o domicilio, al potere di sfollare intere comunità, direttamente o attraverso l’azione del mercato.

Se le mappe possono aiutare a mantenere il controllo dello Stato sulla riproduzione dell’informalità, esse possono però anche essere utilizzate contro questo monopolio, come dimostra l’esperienza di Turba. Qui la mappa diventa infatti uno strumento per sostenere la campagna di “urbanizzazione con radicamento”, iniziando con l’avere un indirizzo, il “diritto di domicilio”.

In questo senso le rivendicazioni dei villeros possono forse essere intese come una lotta per il “diritto alla città”, dove il “diritto a rimanere” (David Harvey, 2012) si incontra con l’istanza di un trattamento egualitario dei cittadini, sia esso l’urbanizzazione delle loro case, o la loro rappresentazione su di una mappa. In una virtuale “agenda cittadina” dei movimenti sociali la cartografia meriterebbe quindi un posto importante, data la sua natura di, contemporaneamente, mezzo per riprodurre la diseguaglianza e per combatterla. In particolare il suo utilizzo sarebbe sicuramente utile per coloro che operano in insediamenti informali, per analizzare l’ambiente in cui si svolge la loro militanza. Ma non si tratta solo di vantaggi pratici. Oltre al fatto di fornire un mappa della baraccopoli con cui poter pianificare attività o esigere specifici interventi di urbanizzazione, altre potenzialità risiedono sotto la superficie della mera rappresentazione cartografica. Espandendo il concetto di cartografia oltre il suo significato letterale, infatti, essa potrebbe essere usato per “mappare” i confini tra la città formale e quella informale, i collegamenti sociali, economici e culturali tra le baraccopoli e i quartieri. L’interdipendenza economica tra le villas e il resto della città potrebbe essere verificata mostrando i percorsi quotidiani di consumo e lavoro dei sui abitanti, mentre lo studio della loro composizione sociale potrebbe sicuramente aiutare nel gettare una luce sulla relazione tra la classe, i flussi migratori e la riproduzione dell’informalità.

Il carattere partecipativo della mappatura popolare sarebbe quindi portato oltre la carta, aggiungendo ad una rappresentazione condivisa della baraccopoli una ricostruzione della sua identità culturale capace di contrastare lo stigma sociale dominante che vede i villeros come cittadini “non meritevoli” (ed invisibili).

di Dario Clemente*

Bibliografia

Agamben, G. (1998). Homo sacer: Sovereign power and bare life. Palo Alto, CA: Stanford University Press (original in Italian, 1995)
AlSayyad, Roy, 2004, Urban informality: Crossing borders, Urban informality: transnational perspectives from the Middle East, Latin America, and South Asia, Lexington Books, Lanham.
Caldeira do Rio, T. P., 2000, City of walls: crime, segregation, and citizenship in São Paulo. University of California Press.
Harvey, D. (2012). Rebel cities: from the right to the city to the urban revolution. Verso Books.
Marcuse, P. (1995). Not chaos, but walls: postmodernism and the partitioned city. Postmodern cities and spaces, 49, 245-246.
Perlman, J. E., 1979, The myth of marginality: Urban poverty and politics in Rio de Janeiro. Univ of California Press.
Roy, A., 2005, Urban informality: toward an epistemology of planning. Journal of the American Planning Association, 71(2), 147-158
Roy, A. (2009). The 21st-century metropolis: new geographies of theory.Regional Studies, 43(6), 819-830.
Schapira, Marie France (2001): “Fragmentación espacial y social: conceptos y realidades”, en Perfiles Latinoamericanos , año 10, nº 19, México
Vitale Pablo, 2013, Mapas villeros. Acción colectiva y políticas estatales en asentamientos populares de Buenos Aires, Congress of the Latin American Studies Association, May 29 – June 1, 2013,Washington, DC .
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* Dario Clemente, cura un blog interessante dove ha pubblicato anche questo articolo con il titolo “Siamo persone come quelli lì di fronte”. Il blog, invece, lo ha chiamato Tanamericana, perche’ gli Italiani in Argentina saranno per sempre “tanos” (napoletani, come tutti gli spagnoli sono gallegos). Tanamericana poi, spiega Dario, come la strada, panamericana, “che parte dietro casa mia e unisce tutto il continente, scenario privilegiato di quel blog, assieme a tutto il resto del mondo”.

Dario conosce bene Comune-info e gli fa piacere che il suo articolo ci sia piaciuto. Si è laureato in Relazioni Internazionali alla Statale di Milano, master graduate in “Activism and social change” alla University of Leeds (Uk), iscritto al master in Relazioni Internazionali della Facolta’ Latinoamericana di Scienze Sociali (FLACSO-Argentina) di Buenos Aires, vive in Argentina, dove lavora ad un progetto di ricerca dottorale sul ruolo del Brasile all’interno dell’integrazione regionale sudamericana.

Le Abuelas ritrovano la nipote n. 117

  • Mercoledì, 02 Settembre 2015 09:14 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO

Il Manifesto
02 09 2015

Argentina/Desaparecidos. Sono oltre 300 i minori sequestrati ancora senza nome

In Argen­tina, l’organizzazione Abue­las de la Plaza de Mayo ha comu­ni­cato di aver ritro­vato la nipote numero 117. Si cer­cano ancora oltre 300 bam­bini, sot­tratti dai repres­sori durante il regime mili­tare, che ha insan­gui­nato il paese tra il 1976 e il 1983. I geni­tori, mili­tanti di sini­stra, veni­vano tor­tu­rati uccisi e il bam­bino veniva dato ad altri: di solito, a fami­glie di mili­tari o loro complici.

E’ suc­cesso così alla figlia di Wal­ter Domin­guez e Gla­dys Castro, mili­tanti del par­tito Comu­ni­sta marxista-leninista dell’Argentina. Quando i due mili­tanti ven­nero arre­stati nella città di Men­doza, nel 1977, Castro era incinta di sei mesi e, in pri­gione, ha dato alla luce una bam­bina nel 1978. Il Dna ha ora con­fer­mato che una donna, ritro­vata gra­zie alla tena­cia delle Abue­las, è la figlia di Domin­guez e Castro.

La fami­glia ha ini­ziato subito la ricerca della nipote e dei suoi geni­tori, due degli oltre 30.000 scom­parsi in Argen­tina. Nel corso degli anni, ha inu­til­mente bus­sato a tutte le porte: all’arcivescovado, al comando IV Bri­gata aerea, al Side. Fin­ché, dopo essere venuta a cono­scenza che esi­ste­vano altri casi come il suo, la nonna Maria Assof si è recata per la prima volta a Bue­nos Aires per con­tat­tare le Abue­las e ha ini­ziato la ricerca del nipote (o della nipote).

Nel 1994, il Movi­mento ecu­me­nico per i diritti umani di Men­doza ha inviato alle Abue­las una denun­cia ano­nima in merito a una gio­vane, nata nel marzo del ’78 e improv­vi­sa­mente com­parsa presso una cop­pia di anziani. La ragazza ha sem­pre saputo di non essere la vera figlia dell’anziana cop­pia, ma non ha mai preso con­tatto con le Abue­las. Solo di recente, dopo essere stata con­tat­tata dalla Com­mis­sione nazio­nale per il diritto all’identità (Conadi), ha accet­tato di sot­to­porsi all’esame del Dna, con­sen­tendo ai suoi veri fami­gliari di poterla abbrac­ciare dopo 37 anni.

 

"Madri di Plaza de Mayo, fondi per alloggi mai costruiti"

  • Venerdì, 07 Agosto 2015 10:41 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Fatto Quotidiano
07 08 2015

Marcela Diaz era una contabile che anni fa lavorava nella fondazione Suenos Compartidos, fondata nell'ala vicina al presidente Kirchner della madri di Plaza de Mayo - la cui leader è Hebe de Bonafini - con l'obiettivo di costruire alloggi per gli abitanti delle Villas Miserias dell'Argentina.

Nel 2011, Marcela aveva avuto il coraggio di denunciare in una intervista non solo le malversazioni dei fondi ma anche le connessioni politiche e le violenze ben lontane dai principi dei diritti umani, facendo scoppiare uno scandalo che purtroppo come molti altri della decade kirchnerista è ancora senza colpevoli.

"Non so cosa potrà accadermi da questo momento", aveva rivelato della sua ultima intervista: e difatti il 20 luglio si è trovata al centro di una sparatoria tra bande narcos rivali nella Villa dove viveva, "Ciudad Oculta", ed è stata raggiunta da una pallottola in fronte, morendo all'istante". ...

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