La storia di Ayaz è la storia di tutti e tutte!

  • Martedì, 08 Settembre 2015 13:50 ,
  • Pubblicato in Flash news

Melting Pot
08 09 2015

Ayaz Morad. Giovane ragazzo curdo, politicamente con l’YPG. I suoi fratelli stanno ancora combattendo in Rojava. È in viaggio con la sorella minore dal 13 agosto. È passato dalla Turchia, naufrago nella traversata in gommone verso Kos e recuperato dagli elicotteri dopo 12 ore in mare. Ha bucato quasi tutti i confini dell’Europa balcanica, compresa la Macedonia. È arrivato a Budapest. Per tre giorni si è scontrato per ottenere un viaggio verso la Germania.

Con lui l’altro ieri siamo stati in cordone a difendere i bambini dalle frange nazionaliste ungheresi.
Con lui abbiamo riso e scherzato durante la marcia, ci ha chiesto che giorno era, oramai aveva perso il conto.
Noi dopo oltre venti chilometri desistiamo per recuperare le attrezzature, lui no, cammina fino a notte fonda. Fino a quando un autobus militare lo carica portandolo fino al confine austriaco. Identificato, poi portato nel primo paese dell’Austria, dove un altro autobus lo porta a Vienna.

Si dice che chi è sempre in cammino non si perde mai, ed è vero.
Oggi alle 07:30, alla stazione Westbanhof di Vienna, tra la stanchezza per il viaggio e la felicità alla notizia dei treni che li porteranno in Germania, abbiamo sentito una voce calma e sicura che ci chiama fratermamente.
Era Ayaz, che stremato, sta ancora aspettando la sorella bloccata a Budapest.
Oggi dovrebbe arrivare e assieme partiranno verso le lande tedesche.

Per noi è stato un colpo al cuore ritrovarlo.
Questa foto e questa storia romantica e brutale, allo stesso tempo, ci commuove e ci indigna.
Perché la forza di Ayaz è straordinaria, ma sottolinea come sia necessario ridiscutere le politiche migratorie non adeguate alla fase contingente.
Sottolinea come sia necessaria l’apertura di un canale umanitario.

La nostra Europa non ha confini, con Ayaz e tutti gli altri, per la dignità di tutti e tutte.

Momo, Nando, Marco,
Attivisti dei centri sociali del nord est

Bloccati a Lesbo

Internazionale
08 09 2015

Nuove tensioni tra profughi e polizia sull’isola di Lesbo, in Grecia, dove negli ultimi giorni sono arrivati 15mila migranti, che non riescono a lasciare l’isola. Ogni giorno ci sono solo due traghetti diretti verso la terraferma.

Ieri i poliziotti in antisommossa hanno attaccato 2.500 migranti che protestavano perché volevano imbarcarsi su un traghetto diretto ad Atene. Dall’inizio dell’anno 230mila migranti hanno raggiunto la Grecia, per lo più profughi siriani che scappano dalla guerra civile in corso nel paese dal 2011. Le autorità greche non sono preparate ad accogliere i migranti, non ci sono strutture adeguate e molti migranti dormono all’aperto per settimane, senza assistenza medica né umanitaria.

Il ministro greco per le migrazioni, Iannis Mouzalas, ha detto che Lesbo è “sul punto di esplodere”. Spyros Galinos, sindaco di Mitilene, la città più grande dell’isola, ha annunciato un boicottaggio delle elezioni del 20 settembre se il governo non prenderà provvedimenti efficaci.

Lavoro culturale
08 09 2015

C’è una moltitudine che cammina lungo un’autostrada. In marcia verso una meta provvisoria, ma pur sempre ultimo tratto di un lungo viaggio affrontato in condizioni ostili e con i mezzi più disparati.

Il gergo politico e massmediatico li ha etichettati e stigmatizzati con diversi appellativi: profughi, immigrati, clandestini. Sono siriani, soprattutto, o almeno così si dice, ma anche iracheni, palestinesi, afgani.

Ci viene ripetuto che scappano dalla guerra, dalla fame, dalla miseria, con la speranza di trovare condizioni migliori, per costruirsi un nuovo futuro o solo per dare una tregua alle proprie sofferenze. E se anche lì nel mezzo vi sono individui che non ricadono in nessuna di queste casistiche, tutti quanti sono accomunati da un desiderio, quello di raggiungere un luogo che è ancora – ai loro occhi – migliore rispetto a quelli di origine o di transito.

Per curiosità o per necessità, questi soggetti reclamano dunque un diritto, quello della libertà di movimento per le strade del mondo, come tanti altri se ne vedono in ogni angolo del pianeta, magari definiti turisti.


Vedendo le immagini trasmesse in questi giorni dai notiziari, giunte subito dopo il monumento alla tragedia delle traversate mediterranee rappresentato dal corpo del piccolo Ayal esanime sulla battigia, i governi e i popoli europei, con le dovute e conosciute eccezioni, hanno improvvisamente aperto confini e fatto cadere diffidenze, lanciandosi in offerte di ospitalità e accoglienza quasi senza distinzioni.

Eravamo abituati a una retorica dell’invasione, un concetto che richiama un movimento lento e inesorabile e che, senza alcuna progettualità apparente, sfrutta l’inerzia numerica per minacciare la struttura sociale e le tradizioni autoctone e prendere infine il sopravvento sulle popolazioni europee; ora, questa immagine-monumento sembra aver aperto un orizzonte discorsivo sulle migrazioni in cui sia possibile transitare, o quantomeno stazionare provvisoriamente, verso una retorica dell’accoglienza e della compassione.

L’inevitabilità cadenzata e continua che circoscrive il campo semantico dell’invasione è quanto traspare dall’iconografia di numerosi manifesti politici che hanno avuto come tema l’accoglienza, i suoi rischi economici, o addirittura la sua pericolosità per l’incolumità delle popolazioni “invase”.

La sua resa usuale si risolve in un coacervo omogeneo che inquadra i migranti come “morti viventi”, di solito rappresentati dall’alto o inquadrati di spalle, per impedire qualsiasi possibilità di empatia con loro, qualsiasi incrocio di sguardi.


La costruzione di questo terrore a bassa intensità, quasi un rumore di sottofondo che periodicamente invade i teleschermi con le cronache degli sbarchi, dispiega la sua efficacia proprio evitando la sovrapposizione con quello ad alta intensità rappresentato dalla “minaccia terroristica”, con il quale intrattiene un rapporto antitetico: dove il secondo è puntuale, efficace, nascosto e loquace, il primo è continuo, dispersivo, sorvegliato, afono.
Le immagini che arrivano dal confine tra Ungheria e Austria, già limes europeo dell’Età Moderna contro il pericolo turco costituito dall’alterità dell’Oriente ottomano, tornano a prima vista a fornire lo sfondo simbolico per le strategie discorsive con cui le destre xenofobe agitano timori e inquietudini di disordine sociale Eppure, a ben guardare, ne sovvertono totalmente il senso, con una torsione paradossale a livello di immaginario.

Questo “quarto (o quinto, o sesto) stato” contemporaneo sembra essersi appropriato dei tratti denigratori che gli sono stati via via imputati per risemantizzarli in un’ottica soggettiva, riaffermando la dimensione positiva di elemento portatore di novità e di processi di creolizzazione, ossia di negoziazione e traduzione discorsiva continua delle identità.

La bassa intensità dell’azione ritrova così una sua propria progettualità, trasformando la lentezza inerziale in ostinazione e sacrificio. Camminare lungo un’autostrada, prima che infrazione della legge, diviene il simbolo di questa consapevolezza, intraprendendo un viaggio attraverso la via più veloce, dove esiste solo il punto di partenza e il punto d’arrivo: una strada fatta esclusivamente per i veicoli a motore, che non devono teoricamente sostare durante il tragitto e dalla quale si possono seguire solo delle deviazioni sporadiche e predeterminate.

Un prendere voce in prima persona, non tanto attraverso le interviste rilasciate, quanto piuttosto nel costituirsi come soggetto molteplice e organizzato, obbligando di fatto gli organi di informazione a fornirne una rappresentazione frontale.

Un ritrovare infine il proprio ruolo di attraversatore di confini, di operatore di trasformazioni geopolitiche e di “traduzioni” interculturali, costituendosi progettualmente come forma di vita nella quale si riflettono le contraddizioni di una società, del suo assetto politico e dei suoi rapporti con l’esterno.

Una moltitudine di soggetti che si discosta dalla facile retorica compassionevole di cui i media e i commentatori fanno a gara in questi giorni e dalla ragione umanitaria che sempre più guida la nostra reazione di fronte al dolore degli altri.

Vogliamo vivere, ci dicono, ma non ad ogni costo e sotto ogni condizione, senza il peso della commiserazione o l’illusione di un’Europa già di per sé punto d’arrivo, approdo sicuro dopo la lunga traversata di mari, di monti, e di terre ostili.


Questa “fiumana”, come recitava una prima versione del celebre quadro di Giuseppe Pelizza da Volpedo richiamato in precedenza, dismette dunque la propria condizione di assoggettamento assoluto per mettere in atto un’opera di soggettivazione, il costituirsi cioè pienamente come soggetto, un “essere di parola” con il quale interloquire e non solamente preoccuparsi di smistare, un occhio al PIL e uno alle quote di distribuzione, magari su base etnica.

Sarà forse per questo che i governi del vecchio continente hanno deciso improvvisamente di affrontare la questione migrazioni in termini di apertura e non più solamente di chiusura o disinteresse: la faglia politica aperta da questa marcia rischia di innescare un movimento a cascata che sembra prudente, in una prospettiva governativa, catturare e neutralizzare, prima che diventi rivoluzione.

 

#Balotelli, The Thing

  • Martedì, 08 Settembre 2015 10:03 ,
  • Pubblicato in Flash news

Giap
08 09 2015

di Luca Pisapia

«Varrebbe davvero la pena di studiare, clinicamente, in dettaglio, tutti i passi di Hitler e dell’hitlerismo, per rivelare al borghese distinto, umanista e cristiano del ventesimo secolo che anch’egli porta dentro di sé un Hitler nascosto, rimosso.»
Aimé Césaire, Discorso sul colonialismo, 1955

Lampedusa, anno 2058

L’uomo nero indica la direzione. Al suo via, lentamente, il gruppo si mette in cammino. L’odore salmastro del mare si confonde con quello del cherosene. Nella notte stellata la luce stroboscopica dell’immenso faro di acciaio e vetro illumina a tratti quel lembo di terra sabbiosa che si getta in acqua, come cercasse di scappare.

Il bambino si guarda intorno, ovunque a piccoli gruppi guardie armate umane e meccaniche delle Nazioni Unite e della Lega Panaraba presidiano la zona. Poi si gira, verso l’ultima delle molte barriere con filo spinato elettrico che hanno superato. Dietro ognuna di esse, in apposite gabbie, altri gruppi di profughi attendono pazienti che sia compiuta la loro volontà. Il buio e il silenzio, che la filiera di raccolta, selezione e trasferimento degli umani è un incessante ronzio di sottofondo, sono interrotti solo dai fuochi di artificio di corpi che bruciano cercando di scavalcare le reti. L’odore di carne umana abbrustolita è spinto verso terra dal libeccio.

L’altoparlante chiama l’imbarco MB45. E’ il loro turno. Salgono sul gommone che li porterà in salvo dalle macerie della vecchia Europa impazzita: desertificata dal riscaldamento globale, devastata dalla guerra perenne delle mille città-stato, ognuna delle quali rivendica la superiorità ontologica del proprio Quarto Reich sulle altre. Un soldato li avvicina, spiega che in Libia nei giorni precedenti l’Isis, memento dell’ultimo intervento europeo nel Maghreb, ha ripreso controllo delle coste, per questo saranno portati in Tunisia. Da lì la lunga traversata nel deserto per raggiungere il cuore nero dell’Africa: la salvezza.

È la prima volta che il bambino naviga sul mare. Sguardo a prua, gli spruzzi che lo inondano sembrano disegnargli un sorriso sul volto, ma gli occhi sono quelli della paura.

Il tedesco lo osserva, toglie gli occhiali dalla spessa montatura che paiono appiccicati a quel ciuffo di capelli sporchi che gli spunta dal cranio, e dice: «Il primo fu su assist di Cassano. Ricevuta palla da Chiellini sulla sinistra al 20’ del primo tempo, Cassano si era liberato con una finta di corpo di tre difensori, palla dal destro al sinistro e cross morbido a centro area, dove lui rubava il tempo al suo marcatore e la infilava di testa, con rabbia, con violenza. Immediato, il gesto fu di prendersi tra le mani quella maglia azzurra che per lui significava più di ogni altra cosa. Poi corse raggiante verso Cassano. Lo abbracciò. Il secondo avvenne su lancio lungo di Montolivo dalla propria metà campo. Rubato ancora una volta il tempo al marcatore, addomesticava il pallone col petto prima di controllarlo a terra e, una volta entrato in area, scagliarlo con potenza all’incrocio. Poi si fermò, soli in mezzo all’area di rigore, a torso nudo e stringendo i pugni. Quel gol era per lui. Ce l’aveva fatta. O almeno così pensava.»

Il bambino guarda l’uomo, spalanca gli occhi, e gli chiede: «Ma chi era lui?»

Prima di rispondere, il tedesco volge lo sguardo al mare, poi allarga le mani con i palmi rivolti verso l’alto e dice:
«Era Mario Balotelli, il ladro del tempo.»

«Sì, a quel tempo giocava da noi, su in Inghilterra, al Manchester City», interviene il vecchio panzone, i cui tatuaggi scoloriti sul corpo volevano inizialmente raccontare una storia oramai dimenticata, da lui per primo. «Ma noi lo ricordiamo più per l’antipatia e per l’arroganza che per quello che ha fatto in campo, dove pure ha portato la sua squadra a vincere una Fa Cup e il titolo dopo quasi mezzo secolo. Faceva lo sbruffone, disturbava in continuazione, era respingente e fastidioso, riempiva le pagine di gossip e attirava su di sé come una calamita tutta l’attenzione e lo sdegno.»

«E che avrà mai combinato?», chiede una voce calma e profonda proveniente da poppa.

L’inglese snocciola un lungo elenco tra incidenti in auto, dichiarazioni altezzose, relazioni extraconiugali, case andate a fuoco, freccette tirate addosso alla squadra giovanile, allenamenti saltati, vestiario eccentrico.

«Quindi tutto ciò che fa normalmente un calciatore,» dice la voce dal fondo del gommone, «ma che a lui non era permesso in quanto nero. Perché in quell’Europa in cui cominciava la crisi che l’avrebbe distrutta l’uomo nero doveva per forze essere meglio o peggio dell’uomo bianco, a lui non era riconosciuta alcuna normalità. O eri un semidio nero, come Usain Bolt, LeBron James, e facevi cose che nessun uomo bianco sarebbe mai stato in grado di fare. E allora erano l’invidia e il complesso d’inferiorità a permettere la loro esistenza di diversi. Su questi uomini neri, il cui aspetto fisico eccedeva e quindi spaventava lo spettatore, si posava quello sguardo coloniale da predatore sessuale che per secoli l’uomo bianco aveva rivolto alla donna nera. Lo stesso desiderio omoerotico di assimilazione che J.G. Ballard aveva proiettato su Ronald Reagan, quando raccontava di ipotetici test in cui l’eiaculazione stimolata dal desiderio anale emergeva ogni volta che il paziente osservava la figura del futuro presidente. Oppure eri un house negro, la cui unica volontà di identificazione era con la classe dominante, della quale replicavi comportamenti, attitudini e desideri. Oppure eri un diverso tout court, e in quanto nero raccoglievi su di te i peccati del mondo e vagavi nel deserto dell’etica e della morale bianca. Balotelli era allo stesso tempo tutte queste alterità. Questo era il suo problema.»

Mario Balotelli

«Non sono d’accordo», dicono all’unisono molte voci. «Non puoi scindere la sua figura pubblica dalla sua storia personale. La nascita a Palermo da una famiglia ghanese. I primi anni di vita dentro e fuori gli ospedali, per una malformazione intestinale. Il trasferimento nella plumbea periferia industriale padana in condizioni di indigenza, l’affido a soli due anni a una famiglia bianca e ricca, il senso di abbandono, il senso di rivincita…»

E mentre il bambino ascolta la polifonica biografia non autorizzata, un’altra voce interrompe questa litania sentita mille e più volte. È quella del medico di bordo: «Non c’è bisogno ogni volta di perizie psichiatriche nazionalpopolari per giustificare il razzismo. Non c’è bisogno né degli articoli del direttore cattolico del più importante quotidiano sportivo nazionale che invita al perdono, mosso da pietà cristiana, né del laico distacco dell’uomo di sinistra che finge di trovare motivazioni materialiste nella sua poca attitudine al gioco di squadra, o adduce scuse come ha sprecato il suo talento, a lui non piace il calcio, e simili. Questa è sempre teratologia, desiderio del mostro, (auto)creazione della vittima la cui funzione principale è in realtà l’aggressione. Tutto questo non serve a nulla. Balotelli voleva solo essere un calciatore, e invece è sempre stato l’uomo nero.»

Il gommone viaggia lento in superfice, planando quasi sulla crosta liquida di quella brodaglia chimica una volta conosciuta come Mare Mediterraneo, facendo slalom tra contenitori devastati e bidoni corrosi galleggianti che fino a pochi decenni prima trasportavano rifiuti organici e industriali. Il riflesso della luna dona al mare un’ambigua iridescenza chimica e fluorescente.

La voce dal fondo avanza, un uomo nero si sposta con una calma irreale verso prua, sembra che ogni suo movimento disegni i limiti di un controllo totale del corpo e della mente, la sua mano carezza la testa del bambino, che sorride. «Mi chiamo Isaach», dice. «“Non esistono negri italiani”, “Se saltelli muore Balotelli”, i versi da scimmia, gli ululati, le banane… Ha ragione il medico di bordo, tutto questo non ci può servire per spiegare i suoi processi inconsci, i suoi ipotetici fallimenti o le sue presunte rivincite. Questo ci deve servire per raccontare l’inconscio collettivo di un paese profondamente razzista, in cui le bufale su sinti, rom e migranti che dapprima rubavano il lavoro e poi in tempo di crisi i soldi del welfare erano date come verità. Chiunque finge di guardare all’inconscio di Balotelli lo fa per giustificare il clima generale, era Balotelli a essere l’inconscio di un paese. Alla fine ricordati solo che Tu non sai niente. Che cazzo ne vuoi sapere, tu, di Mario Balotelli. Tu pensi che Balotelli sia antipatico. Tu pensi che sia uno stronzo. O magari ti senti in dovere di difenderlo da chi pensa che lo sia. O forse pensi che sia due cose insieme, una buona e una cattiva. Ma è solo nel resto, l’inutile corollario mondo a Mario Balotelli, che ci può essere il buono e il cattivo. Tu non sai niente. Stai zitto.»

«Io me li ricordo quei due gol», dice la francese, senza alzare la testa da un antiquato tablet con lo schermo crepato su cui sta digitando numeri e cifre che al bambino appaiono incomprensibili. «Li ho visti e rivisti in televisione anni dopo, erano i gol che fece alla Germania nella semifinale dell’Europeo 2012. Io ricordo anche il titolo di Tuttosport il giorno dopo: “Li Abbiamo Fatti Neri”. E ancora peggio la vignetta di Valerio Marini sulla Gazzetta dello Sport in cui Balotelli era ritratto come King Kong, scimmione nero abbarbicato sull’Empire State Building. Nemmeno le vignette del regime fascista di Enrico De Seta erano così squallide. Il giorno seguente poi, in un tentativo di chiedere scusa che era peggio della vignetta, il direttore della Gazzetta scrisse: Pensare che qualche mente malata abbia voluto insinuare nelle nostre pagine l’equazione King Kong uguale scimmione nero [sic!], più che offensivo è francamente strumentale e assurdo. Quindi, a parte che la difesa ha origine dal presupposto che King Kong non è uno scimmione nero, ma Balotelli non si sa, è evidente il cortocircuito semantico del borghese illuminato che si pensa antirazzista perché tale si definisce, ma che non ha fatto i conti con la storia e non li può fare con il presente. È il rimosso coloniale dell’Italia che risale alla superficie. Ancora una volta Balotelli è il sintomo lacaniano, è The Thing di Carpenter: l’inconscio collettivo che riemerge da dove era stato nascosto.»

«Se noi non abbiamo mai fatto i conti con il nazismo, l’Italia di allora l’aveva fatto ancora di meno con il fascismo», dice il tedesco, prima che l’inglese lo interrompa spiegando che non è il caso di mettersi a litigare anche in mezzo al mare, oggi il nazifascismo è ovunque in Europa, tutti i governi delle Città Stato lo rivendicano, non sembra certo una cosa dimenticata.

«Dimenticata no», continua il tedesco, mentre con le mani si regge ai bordi del gommone, la faccia sempre più bianca e scavata di chi non ha mai visto il mare, «ma mai affrontata, fin da subito, e questo è stato il problema. Noi ci abbiamo provato mezzo secolo dopo raccontando con Il matrimonio di Maria Braun la sopravvivenza non solo dei gerarchi nazisti ma di una diffusa mentalità hitleriana nella borghesia, parte costituente del miracolo economico di Adenauer. I registi italiani neppure quello. Incapaci di ribellarsi ai presunti maestri del neorealismo, ai Rossellini che magnificavano una presunta resistenza cattocomunista funzionale al disegno alleato del compromesso storico, hanno deciso di non occuparsi del tema. Il fascismo era diventato il male assoluto, non più il risultato della divisione sociale del controllo dei mezzi di produzione da parte della nascente borghesia industriale al nord e del caporalato agricolo al sud. Non solo per decenni l’Italia ha negato l’uso dei gas e i campi di sterminio in Africa, ma ha rimosso l’intera storia coloniale precedente al fascismo. Poi, nel racconto creato dalla propaganda postbellica, si è dipinta come vittima del duce, un popolo povero ma bello che voleva pane amore e fantasia, ostile al conflitto e alla collaborazione italotedesca. Nel cinema e nella letteratura l’Italia ha creato i due stereotipi intrecciati del “bravo italiano” e del “cattivo tedesco”. Il racconto scarica sulle spalle dell’ex-alleato germanico il peso pressoché esclusivo delle responsabilità per lo scatenamento della guerra e la perpetrazione di crimini nei territori occupati dalle armate dell’Asse, così come promuove l’edificazione di un’interpretazione benevola del fascismo come dittatura all’”acqua di rose” (eccetto la fase della RSI) contrapposta all’immagine diabolica del nazismo e di Hitler. L’Italia si è autoassolta quando era coinvolta, per questo non ha mai sopportato Balotelli.»

«E allora perché nessuno sopportava Balotelli, nemmeno da noi?», ribatte Johnny l’inglese, grattandosi la pancia attraverso una dei tanti squarci della sudicia maglietta. «Ve li ricordate i social network, quelle gabbie di matti che vomitavano odio a gettito? Bene, Balotelli ne era obiettivo quotidiano, e con tutto lo schifo che insieme possiamo dire sull’Impero britannico, noi non avevamo nessun nazifascismo da cui fuggire. Prima della crisi eravamo uno dei migliori esempi di integrazione.»

La francese, per la prima volta, alza la testa dalla tavolozza digitale, guarda l’inglese negli occhi e gli dice: «Sai quando è nato Balotelli? Il 12 agosto 1990. Esattamente due mesi dopo, il calciatore inglese Justin Fashanu racconta in un’intervista al tabloid The Sun di essere omosessuale: è la prima volta che un calciatore lo fa. Ma nessuno lo applaude, nessuno ne fa una bandiera contro le discriminazioni. C’è un altro problema: Fashanu è nero. Quando comincia a giocare, nell’Inghilterra di fine anni Settanta, il calcio è il terreno di reclutamento e dell’avanzata politica dei movimenti neonazisti. Dietro la battaglia di Lewisham nelle strade e quella di Kenilworth Road nello stadio ci sono sempre le stesse facce di merda, i nazifascisti. Il melting pot coloniale britannico ha fallito. Quando Fashanu gioca e vince nel Nottingham Forest c’è un solo nero in nazionale (il suo compagno di squadra Viv Anderson, N.d.A.); quando dieci anni dopo Fashanu si dichiara omosessuale i neri giocano. Ma non è progresso, è precettazione. Nelle novantadue squadre delle quattro serie professionistiche del calcio inglese i giocatori dalla pelle scura diventano la maggioranza, ma di allenatori non ce ne è nemmeno uno. Il nero nel calcio può essere operaio, non dirigente. Lo prescrive l’immaginario coloniale.»

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Justin Fashanu
«Me lo ricordo, Fashanu», dice un vecchio italiano fino ad allora in disparte. «Divenne protagonista di un programma televisivo di satira calcistica.»

«No», ribatte secca la francese, «quello è il fratello John, all’epoca Justin si era già suicidato. Nella Gran Bretagna degli anni Novanta essere nero e omosessuale non era ancora possibile.»

«Justin Fashanu si impicca in un garage dell’est end londinese il 3 maggio del 1998», dice il medico. «Due mesi dopo la Francia vince il Mondiale con lo slogan “Black Blanc Beur”, ma anche quella fu redenzione arrivata a tempo scaduto. Io sono algerino, e prima di Zinedine Zidane noi avevamo Rachid Mekhloufi: doveva essere la stella della Francia ai Mondiali di Svezia nel 1958, ma il mese prima insieme a alcuni compagni decise di disertare, ritornarono di nascosto in Algeria, dove crearono la prima nazionale del Fronte di Liberazione Nazionale. La Fifa non li riconobbe, nessuno riconosceva la mia terra allora se non come una colonia francese, e riuscirono a giocare solo amichevoli con paesi del Patto di Varsavia o non-allineati. Arrivarono in Viet Nam, strinsero la mano al Generale Giap e a Ho Chi Min, e lo fecero come guerriglieri la cui arma era il pallone. Rachid Mekhloufi era nato a Sétif, capite, a Sétif. Non avrebbe mai potuto giocare per i padroni. Essere algerini che giocavano per la nazionale francese non era integrazione, era sfruttamento, riproduceva i meccanismi delle colonie. I primi a usare gli oriundi in Nazionale furono gli italiani durante il fascismo, servivano a esaltare la geometrica potenza imperiale. Nello stesso Mondiale evitato da Mekhloufi esordiva Pelé, tre anni dopo l’Europa scopre Eusebio, storie diverse, stessa funzione politica: l’assimilazione forzata. Entrambi sono stati vittime nella loro carriera di numerosi episodi di discriminazione ed entrambi hanno preferito non parlarne mai, come ambasciatori dei fittizi programmi antirazzismo istituiti dalla Fifa hanno trovato il posto perfetto in cui nascondersi. Eusebio e Pelé, accostati sempre a oggetti o animali il cui unico tratto comune era il nero, la perla, la pantera. Erano il gioiello dell’impero nella vetrina delle rispettive dittature, Salazar in Portogallo e il regime militare in Brasile. All’epoca dovevano svolgere un compito diverso da quello di Mekhloufi, più adatto al lusotropicalismo teorizzato da Gilberto Freyre, a società non industriali in cui il povero non doveva trovare nel diverso e nell’altro da sé la causa dei suoi mali, ma poteva permettersi di celebrarlo per condividere con lui una gioia che lo alienasse per un attimo dalla sua misera esistenza. La stessa funzione che si sperava avesse Zidane trent’anni dopo per le banlieue parigine. Ma qualcosa è andato storto.»

Rachid Mekhloufi
Rachid Mekhloufi
«Ma come?», lo interrompe il vecchio italiano, «Ma se era l’epoca dei “Black Blanc Beur”? Un editoriale sul quotidiano comunista L’Humanité il giorno dopo la finale scrisse che i due gol di Zidane avevano fatto di più per i diritti degli immigrati che mille discorsi della sinistra contro il razzismo. Non si può vedere la sussunzione del desiderio da parte del capitale ovunque: Marx è morto, e anche io comincio ad avere mal di mare.»

«Quel Mondiale del 1998 è stato solo l’ennesima foto-copertina di Paris Match dal barbiere, il solito vecchio vino coloniale in una nuova bottiglia, nulla più», interviene la francese. «In realtà quella squadra era spaccata tra bianchi e neri, e non appena Christian Karembeu disse che lui si sentiva più kanak che francese gli stessi tifosi che per un attimo avevano finto di idolatrarlo cominciarono a fischiarlo e a insultarlo in ogni stadio. Gli emancipati, i figli degli schiavi, dovevano continuamente dimostrare di meritarsi la libertà che era stata loro concessa. Nel 1998 il compito della riconciliazione nazionale era ancora sulle spalle dei discendenti degli schiavi coloniali. La disobbedienza al nero non era permessa: nel 1958, come nel 1998 come nel 2012.»

Un mormorio a poppa indica che il viaggio è al termine della sua notte. Nel buio dell’orizzonte lacerato dalle prime schiarite del sole si scorge la terra promessa.

«Woy yoy yoy yoy, yoy yoy-yoy yoy! Woy yoy yoy, woy yoy-yoy yoy! Woy yoy yoy yoy, yoy yoy-yoy yoy!» canticchia Isaach, mormorando parole al bambino incomprensibili come stòlen from àfrica, brot tu amèrica. «Woy yoy yoy yoy, yoy yoy-yoy yoy!» Questa semplice melodia, insieme alla gioia di essere in procinto di sbarcare, gli regala per la prima volta un sorriso. La paura del mare è oramai lontana. Il bambino non vorrebbe interrompere l’inglese, ma non resiste, e gli chiede: «Ma poi che fine ha fatto Balotelli?»

«È scomparso, nessuno ne ha mai saputo nulla.»

«Ma come mai?»

«Nel 2015 tornò in Italia, per l’ennesima volta, per provare a giocare a calcio e basta, ma non gli fu permesso. Non era nemmeno sbarcato per il suo ennesimo ritorno, che già televisioni e giornali scavavano nel suo passato e immaginavano per lui distopici presenti. Il suo nome era sulla bocca di tutti. Le curve italiane, specchio della società di un paese in cui si assaltavano i lager dove erano rinchiusi i profughi non per liberarli ma per ucciderli, continuarono con cori e oscenità razziste. I media, nel nome dell’antirazzismo, riempivano pagine colme di stereotipi e di luoghi comuni sul diverso. A sinistra il meglio che accadeva era il disinteresse. Il peggio quelli che continuarono a insultarlo ogni giorno spiegando che a loro interessava solo il calciatore, ma parlando di tutto fuorché di calcio. Non perdonando mai a lui di essere come gli altri, nel bene e nel male.»

Il sorriso sparisce dalla faccia del bambino. Il vecchio italiano, le cui convinzioni cominciano a vacillare, mormora – «Era un paese di merda l’Italia. Il pus scoppiò in faccia agli illusi e impestò istituzioni e società civile a partire dagli anni Ottanta, quando l’immigrazione da paesi extraeuropei stimolò il risveglio di mostri rimasti “in sonno” per decenni. Non abbiamo mai fatto i conti con il razzismo di ieri e le sue catastrofiche conseguenze, e questo ci impediva di fare i conti coi razzismi dell’oggi. Chi all’epoca lo negava, non faceva altro che affermare il trionfo ideologico dell’inconscio coloniale.»

La francese scruta a terra, poi con un rapido gesto passa il tablet a Isaach, si volta, e dice: «Balotelli è stata la nostra crisi. La crisi di un continente che in quegli anni cominciava la sua desertificazione e costruiva le sue mille riproduzioni locali del Quarto Reich che ne hanno portato alla scomparsa. È soltanto alla fine, quando è troppo tardi, che si comincia a capire che quelle sequenze di piccoli fatti stavano tracciando sul muro, sotto lo sguardo di tutti, le linee di un cruento destino. Non capimmo che se ciò che era stato non poteva ripetersi tale e quale, era possibile qualcosa di ancora più inquietante. Come agli inizi del ventesimo secolo la seconda o terza crisi del capitalismo aprì la strada ai nazifascismi, così agli inizi del ventunesimo secolo l’ultima crisi sprofondò Europa nel vicolo cieco della distruzione del Quarto Reich. Balotelli ci ha annunciato la crisi, e noi non abbiamo voluto ascoltarlo.»

Isaach si alza in piedi, guarda l’orizzonte, si liscia il vestito color carta da zucchero rimasto stranamente immacolato, con una calma assoluta picchietta con le dita sul tablet nascosto nella tasca della giacca e dice: «Il 16 dicembre 2007 Balotelli esordisce in Serie A al 90mo minuto di Cagliari-Inter. Il 19 dicembre, segna le sue prime reti ufficiali con la maglia nerazzurra, una doppietta alla Reggina in Coppa Italia. Il 2 gennaio 2008 il prezzo del petrolio raggiunge per la prima volta nella storia i 100 dollari al barile. Il 21 gennaio le borse mondiali crollano sotto gli effetti della crisi dei subprime. Il 6 aprile Balotelli segna il suo primo gol in Serie A all’Atalanta. Il 15 settembre Lehman Brothers dichiara bancarotta. È la fine. Balotelli ci ha raccontato la fine.»

Post Scriptum

Sono passati oramai diversi anni da quel viaggio, ricordo a malapena i nomi e le facce dei miei compagni. Appena messo piede a terra, in Africa, non li ho mai più rivisti. Dopo un tentativo di riunificazione sotto il Quarto Reich scandinavo, con la reggenza di Anders Breivik VIII, l’Europa si è definitivamente dissolta. Non organizzano nemmeno più i viaggi della speranza.

Oggi splende il sole, e se lo guardo, è scomparsa quella strana macchia a forma di croce con le quattro estremità piegate verso destra che vedevo da bambino in Europa, e che lo facevano soffrire.

Ho anche cambiato nome.

Qui, per tutti, sono Mario Balotelli.

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N.B. I commenti a questo racconto verranno aperti dopo il 7 settembre 2015, per dare il tempo di leggere con calma e stimolare risposte meditate e, soprattutto, pertinenti.

Melting Pot
01 09 2015

Le ore trascorse sui binari alla frontiera tra Serbia (Horgoš) e Ungheria (Roszke), nel tratto in cui la recinzione di filo spinato non c’è e i rifugiati passano, non potremo più dimenticarle.
Spesso ci siamo chiesti che parole usare per definire quello che abbiamo visto. Non le abbiamo trovate.
Ti rimane la rabbia e la voglia di tagliare quel filo spinato e di far passare tutti. Di liberare tutti.

Perché l’Unione Europea non apre canali umanitari sicuri per chi vuole andarsene dal proprio paese, perché non viene stracciato il Regolamento di Dublino (prevede che la domanda la esamini lo stato dove il richiedente ha fatto ingresso nell’Unione), perché non viene riformato radicalmente il sistema d’asilo Europeo, perché continuare a lasciar morire uomini, donne e bambini dentro un tir, dentro un barcone, nei nostri mari?

Pensavamo a questo, mentre calpestavamo quei binari segnati dal passaggio di migliaia di vite che cercano un futuro in Europa.

Confine Serbia/Ungheria: i luoghi dell’attraversamento. Foto Carmen Sabello
Li avevamo lasciati al check point ungherese su un prato, senza acqua né medici, sei bagni chimici in tutto, seduti in mezzo alle immondizie ad aspettare il loro turno, e poi in fila indiana accucciati a terra, circondati dalla polizia ungherese che li organizza in gruppi per salire sugli autobus e portarli al centro di identificazione di Roszke, a pochi chilometri da lì.

Il giorno successivo allora raggiungiamo questo centro. Non si può entrare. L’area è delimitata da una recinzione di filo spinato. Si vedono le tende, blu e verdi, sul ciglio della strada stazionano alcune troupes televisive.

Appena arrivati vediamo un gruppo di rifugiati seduti a terra dietro gli orsogrill e davanti a loro i poliziotti ungheresi con guanti in lattice e mascherine, a presidiarli.

C’è tensione, questo è un luogo sensibile perché qui vengono prese le impronte digitali. Il 26 agosto la polizia aveva lanciato gas lacrimogeni. Circa 200 migranti volevano andarsene senza lasciare le impronte.
Proprio per non essere portati a Roszke, tantissimi, ogni giorno, cercano di passare oltre la rete metallica che ha installato il governo ungherese.
Non ricevono informazioni adeguate e non sanno che la Germania, dove tanti vogliono andare, ha sospeso il Regolamento di Dublino per i siriani, quindi, almeno chi arriva da quel paese, può stare tranquillo.

Appena ci avviciniamo al filo spinato i migranti iniziano ad alzare la voce e gridano "Freedom! Freedom! No fingerprints!". Lo vorremmo gridare anche noi, forte, insieme a loro, per fargli capire che non sono soli.
Quando torniamo, dopo qualche ora, il centro è stato svuotato per far posto agli altri che arrivano in pullman dalla frontiera.


Di ritorno a casa troviamo il video (Radio Free Europe) di alcuni migranti che scavalcano la recinzione. Tre di loro, vengono ripresi e riportati nel campo. Qualcuno, però, ce l’ha fatta.

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