Melting Pot
04 08 2015


Il presidio permanente No Border denuncia la nuova richiesta di sgombero, mentre l’Asgi pubblica un’analisi giuridica sulla sistematica violazione della Convenzione europea sui diritti dell’Uomo

Sono passati solo pochi mesi dal violento sgombero dei migranti dalla zona adiacente gli scogli e dal successivo corteo di protesta che ha attraversato la città ligure. Un periodo nel quale, nonostante il blackout mediatico, le persone hanno continuato a permanere accampate nella zona ed a trovare la solidarietà attiva del presidio permanente No Borders.

Al valico di ponte di San Ludovico ci sono ancora una sessantina di migranti bloccati, anche se i numeri sono decisamente minori rispetto a metà giugno perché in molti, dopo svariati tentativi, sono riusciti a passare la frontiera percorrendo strade meno controllate. Nessuno dei migranti, come recita lo striscione, sta tornando indietro. A supportarli ed a creare momenti di attività comuni e aggregazione sociale è sempre il presidio permanente No Borders, che in queste ore interviene in seguito alle nuove richieste di sgombero dei migranti.
"Ciò che abbiamo sotto i nostri occhi, tra Ventimiglia e Mentone, e spingendosi oltre fino a Calais, è il riproporsi di politiche razziali che si credevano superate. Mentre sui giornali leggiamo che il problema sarebbero le persone sugli scogli e chi li sostiene, noi crediamo sarebbe più importante aprire un dibattito pubblico sulle centinaia di migliaia di migranti in viaggio soggetti alle politiche repressive europee. Mentre a Calais i migranti muoiono sotto i tir nel tentativo di raggiungere l’Inghilterra, a Menton e a Nizza assistiamo a rastrellamenti di persone di colore sui treni, e a Ventimiglia la polizia non permette loro di raggiungere il presidio, consentendo invece ai trafficanti di uomini di svolgere il proprio lavoro indisturbati".

Non si è dimenticata della situazione di Ventimiglia nemmeno l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) che venerdì scorso ha pubblicato un documento di analisi giuridica che denuncia la sistematica violazione della Convenzione europea sui diritti dell’Uomo (CEDU), di una serie di articoli del Codice Frontiere di Schengen nonchè delle violazioni specifiche da parte della Francia del Regolamento Dublino.
Il report è suddiviso in due parti: nella prima sono analizzati i fatti grazie alle interviste e alle deposizioni dei cittadini stranieri raccolte dagli avvocati il 24 e 25 giugno, nell’altra sono esposte le violazioni riscontrabili.
Emerge con chiarezza che l’Italia e la Francia “hanno respinto le persone sulla base di decisioni delle autorità di frontiera non scritte, in nessun modo formalmente notificate o portate ad effettiva conoscenza dei respinti e, in quanto tali, in alcun modo contestabili e impugnabili dai migranti”. Queste deportazioni sono avvenute “senza alcun servizio di interpretariato né di orientamento ai diritti, senza nessun procedimento amministrativo formale e quindi senza la possibilità di fare valere i propri diritti, anche attraverso un ricorso effettivo”.
In alcuni casi ci sono stati dei respingimenti verso l’Italia di minori stranieri non accompagnati e di migranti che giunti in Francia avevano espresso la volontà di richiedere asilo.
L’articolo 13 della Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo (CEDU) stabilisce che "ogni persona i cui diritti e le cui libertà riconosciuti nella presente Convenzione siano stati violati, ha diritto a un ricorso effettivo davanti a un’istanza nazionale, anche quando la violazione sia stata commessa da persone che agiscono nell’esercizio delle loro funzioni ufficiali".

Ma di tutto ciò i media italiani preferiscono non parlarne, meglio spettacolizzare il migrante alla frontiera e dimenticarsi che con sé porta dei diritti. Questi prevedono la possibilità di forzare dei confini che non potranno mai essere inviolabili.
I riflettori puntati a metà giugno sulla scogliera di Ventimiglia sono di nuovo spenti, riaccesi in questi giorni 1.200 km più a nord.

Ventimiglia resiste

  • Mercoledì, 15 Luglio 2015 11:54 ,
  • Pubblicato in Flash news

Melting Pot
15 07 2015

Ad un mese di distanza la determinazione sugli scogli è sempre viva

A circa un mese dall’inizio dell’occupazione degli scogli di Ventimiglia continua la battaglia da parte di un folto gruppo di migranti che chiedono di essere lasciati liberi di superare la frontiera, a fianco dei migranti il “Presidio Permanente No Borders” ad alcuni di loro abbiamo chiesto il punto della situazione.

“La situazione cambia di giorno in giorno, descrivere tutto è impossibile poiché si mescolano tantissime storie ed emozioni, bisognerebbe venire a Ventimiglia per capire l’aria che si respira”.

Il ruolo degli attivisti del Presidio è importantissimo per diverse ragioni, la più banale ma fondamentale è quella di far sentire che nella loro lotta i migranti non sono soli, ma che c’è una solidarietà da parte di chi, come loro, ritiene che sia ora di mandare in frantumi le varie leggi e regolamenti che impediscono la libera circolazione in Europa e che si dia vita ad una nuova visione dell’accoglienza.

Al presidio però si va oltre la testimonianza, superate le prime diffidenze iniziali ora si ragiona tutti insieme per valutare quali siano gli sviluppi di questa protesta e quali scenari si possono configurare.

Sugli scogli è tutto diverso persino il personale della croce rossa, “qui non c’è la militarizzazione che si può respirare nei pressi della stazione ferroviaria, dove è stato allestito un centro di prima accoglienza”.

“Ci sono state diverse iniziative al confine che hanno avuto la capacità di creare un legame umano, ora non c’è più un “noi” ed un “loro”, si sta tutti insieme condividendo una esperienza importante per la vita di tutti.”

Più volte sono circolate voci che facevano pensare ad un sgombero imminente, ma ad oggi pur essendo sempre presente la minaccia, non si è mai concretizzata. I soprusi continuano come prima e così come come prima qualcuno riesce a passare il confine.

“Chi è ancora sugli scogli è molto determinato, a Ventimiglia si sta portando avanti una battaglia politica che è di tutti e per i diritti di tutti, tale determinazione è rafforzata dal fatto di essere coscienti di stare dalla parte giusta, lo sanno tutti pure i politici ma ad oggi l’unica risposta del governo è stata quella di ignorare quello che sta accadendo un po’ come nascondere la polvere sotto il tappeto”

Come ci si poteva aspettare dai vertici europei non è arrivata nessuna risposta ma questo non ha spento la fiamma della speranza, “i migranti ci stanno insegnando molto, camminare insieme ci sembra l’unico modo che abbiamo per far crescere le ragioni del dissenso, nel pieno rispetto delle storie individuali e nella forte volontà di non portare a forzature che possano indebolire la lotta”.

“Molte persone ed organizzazioni continuano a testimoniare la loro solidarietà portando viveri vestiti ed altro, comunque la priorità è sempre legata alla necessità di cibo ed acqua.”

La protesta di Ventimiglia ha sicuramente un portato storico e politico. Per la prima volta un gruppo numeroso di migranti ha deciso di far sentire la propria voce rigettando quel ruolo passivo che troppe volte è stato comodo affibbiargli, non solo dal governo ma anche da tutte quelli situazioni a cui fa comodo il migrante muto.

E’ indubbio come i flussi migratori che stanno attraversando l’Europa abbiano un portato rivoluzionario. Tutti gli schemi sono saltati le leggi immaginate fino a ieri non sono in grado di gestire ne dal punto di vista repressivo ne dal punto di vista dell’accoglienza il cosiddetto “fenomeno migratorio”. I migranti stessi sono portatori di diritti non semplici fruitori di quei diritti che si è pensato di assegnarli.
La risposta della fortezza Europa continua ad andare nella direzione sbagliata: l’Inghilterra rafforza le barriere al confine con la Francia per impedire l’accesso dei migranti, allo stesso modo la Francia riporta nella nostra penisola chi cerca di passare le frontiere, l’Italia farnetica su riammissioni di massa ed accordi con la Libia per rimandare tutti al mittente.
Lo stesso scenario si vive nelle altre rotte Ungheria, Grecia e Spagna.

Forse sarebbe ora di prendere coscienza che la globalizzazione delle comunicazioni e delle merci non può prescindere dalla globalizzazione dei diritti.

Il futuro dell’Europa non sta più dentro i propri confini, forse non lo è mai stato, ma il futuro dell’Europa sta sugli scogli di Ventimiglia.

Links utili:
Presidio Permanente NO Borders Ventimiglia

Corriere della Sera
14 07 2015

Nell’Europa al contrario di Ibrahim la Svezia e la Norvegia stanno a sud. Il ragazzo sudanese indica i due Stati, dei quali ha intuito forma e nome. Io e la mia famiglia vogliamo andare qui, dice. Sophie, la gentile pensionata di Mentone che dà ripetizioni volontarie di geografia ai migranti, prende la cartina e la gira. Nord, quello è il nord, gli risponde, indicando con il dito un punto oltre il confine alto di Ponte San Luigi. E per farsi capire si stringe le braccia, simulando brividi di freddo.

Questa mattina sugli scogli dei Balzi rossi la temperatura al suolo è di 43 gradi. Sotto alle tende, che in realtà sono spessi teli di plastica fissati agli scorrimano della passeggiata, fa ancora più caldo. I miasmi del cibo andato a male sovrastano l’odore del mare. In quella più vicina al confine c’è un altro ragazzo steso su un telo. Tiene gli occhi chiusi. Parla da solo, borbotta, in un mare di sudore. Ibrahim gli si avvicina, è suo cugino. Lo sveglia, anche se in realtà non stava dormendo. Da sotto il materasso estraggono due biglietti del treno, Ventimiglia-Parigi, 118 euro. La data è quella di tre giorni fa. «Ci hanno fatto scendere a Mentone, e ci hanno riportato indietro. Ci avevamo già provato un’altra volta. Questi erano i nostri ultimi soldi. Ma non ce ne andiamo. Al caldo siamo abituati. In Libia ci hanno tenuto per due settimane chiusi in un container, ci facevano bere una volta al giorno. Non ci spaventa restare qui sugli scogli. Ditelo ai francesi: noi vogliamo solo passare, non ci fermiamo da loro, non ci interessa».

Domani sarà un mese. I primi sono arrivati il 9 giugno. Erano cinquanta, sudanesi ed eritrei. Furono respinti dai gendarmi alla frontiera e decisero di passare la notte sugli scogli a due passi dal confine, nell’ultimo lembo di Italia, per protesta. Poco dopo divennero duecento, e furono giorni di tensione, di proclami e solenni impegni. Poi passò il tempo, accaddero altre cose giudicate più importanti, in fondo va sempre così. L’attenzione si spostò altrove.

Molti di loro se ne andarono, i più rassegnati. Sugli scogli sono tornati a essere quelli che erano all’inizio. La conta di questa mattina dice 51. C’è una sola camionetta della Polizia a guardarli. «Non se li fila più nessuno - dice l’agente -. Vadano dove vogliono, se ci riescono, noi di certo non li inseguiamo, anzi». Ai lati della statale che conduce ai Balzi rossi è pieno di auto parcheggiate. I bagnanti scendono con materassini e teloni e scompaiono nella spiaggia sottostante. Il mercatino del venerdì è ricominciato. Al bar dall’altra parte della strada ne parlano come se fossero cose inanimate. «Stanno fermi» dicono alzando le spalle.

I migranti accampati sugli scogli erano una emergenza umanitaria e sono diventati un elemento del paesaggio. Ogni tanto passa qualche troupe televisiva e allora Yussah, la mediatrice culturale marocchina, si incarica di garantire colloqui precari con traduzioni annesse. Intorno a questi cinquanta disperati si è formato un microcosmo di finta normalità. Al mattino passano i volontari della Croce rossa, risveglio e acqua per tutti. Sul marciapiede è stato montato un punto per la ricarica dei telefonini. Nelle ore più calde si spostano quasi tutti all’ombra degli edifici in fondo alla passeggiata. All’ora di pranzo i migranti a digiuno per il Ramadan rivolgono sguardi languidi ai piatti di pasta cucinati dai ragazzi dei centri sociali.

Al pomeriggio arrivano i volontari di Mentone e Ventimiglia, carichi di buone intenzioni e libri donati dalle biblioteche. Le loro lezioni si svolgono a gesti, nessuno dei ragazzi che cercano di apprendere qualche nozione utile sulle loro terre promesse parla inglese o francese.
Le giornate non passano, si trascinano, in una solitudine e in un disinteresse piuttosto palpabili. Enrico Ioculano, il giovane sindaco di Ventimiglia, si fa vedere due volte al giorno, qui e in stazione, dove il vai e vieni ai binari è uno spettacolo crudele e surreale. Da un treno in arrivo vengono fatti scendere i migranti respinti in Francia. Da quello in partenza dal binario accanto salgono di soppiatto quelli che provano a passare. «Una volta che il caso politico è stato disinnescato - dice Ioculano - siamo ritornati nel nostro splendido isolamento. Io telefono e chiedo che cosa devo fare, nessuno mi risponde. Ma se soltanto un mese fa questa era una grande emergenza europea, le sembra giusto che adesso la debba risolvere il sindaco di Ventimiglia?».

I dimenticati dei Balzi rossi sono liberi di andare dove vogliono. Ma non si muoveranno da qui. L’esodo è cominciato due venerdì fa, quando i migranti raccolti intorno alla radio capirono che dal vertice europeo non sarebbe arrivato niente di buono per loro. Quelli che restano sono i più disperati tra i disperati. Come Ibrahim e suo cugino, sempre più affaticati dal digiuno. Al tramonto chiedono dove poter trovare una cartina che indichi una strada tra le rocce, verso il confine più in alto. «Tanto prima o poi ce la faremo a passare». Li interrompe il suono del clacson proveniente da una colonna di auto che ha appena passato il confine di Stato. Sono quelli della Fratellanza islamica di Nizza. L’imam distribuisce pasti caldi a tutti. È scesa un’altra volta la sera, almeno si può mangiare.

Migranti, la lezione della Catalogna

  • Mercoledì, 01 Luglio 2015 13:32 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

L’Espresso
01 07 2015

“Siamo interessati a partecipare. Vorremmo che lo Stato spagnolo ci chiamasse e concordasse con noi un piano d'azione. Perché con i fondi europei, gli aiuti statali, e i risparmi regionali, potremmo fare molto di più per i rifugiati». Così Xavier Bosch, direttore generale per l'Immigrazione della Catalogna ha risposto alle domande di Europa Press a proposito dell'opposizione di Madrid al programma dell'Agenda europea che prevede la divisione in "quote" a seconda dei paesi di 40mila profughi nei prossimi due anni.

«Parlare di quote significa trattare le persone come merci», ha puntualizzato Bosch, ma di certo Madrid «è stata troppo restrittiva» dal momento che la Spagna ad oggi ha accettato molti meno richiedenti asilo di quanto non abbiano fatto paesi come la Germania.

Secondo Bosch sia le leggi spagnole che quelle della regione autonoma catalana permetterebbero al paese di accettare molte più persone, ma il governo di Mariano Rajoy non avrebbe preso in considerazione la disponibilità dimostrata dalle istituzioni della Catalogna.

«L'ospitalità dei rifugiati ha una ricaduta positiva nei paesi di accoglienza, e la Spagna non l'ha capito», ha ribadito Bosch, ricordando le migliaia di catalani esiliati in Messico dopo la guerra civile del 1939 e il loro contributo allo sviluppo del paese sudamericano.

Un messaggio anomalo, in controtendenza rispetto agli allarmi e alle paure espresse dai governi centrali nelle ultime settimane. Interessante soprattutto perché arriva dalla Catalogna, una regione autonoma e indipendentista, così come era la Padania della Lega Nord pre-Matteo Salvini. Ma con una sensibilità a quanto pare molto diversa ai problemi globali.

Le ombre migranti del Sahel

  • Mercoledì, 24 Giugno 2015 13:57 ,
  • Pubblicato in COMUNE INFO

Comune - info
24 06 2015

Non tutti hanno la fortuna di portare la pazza corsa verso la speranza di una vita migliore fino ai comodi scogli di Ventimiglia. Non tutti riescono a raggiungere gli spensierati locali di un edificio italiano sotto le cui finestre la gente passa e urla che gli fai paura e te ne devi andare. Molti non ce la fanno. Non riescono nemmeno ad arrivarci a quel mare profondo e blu che ne ha inghiottiti tanti da non poterli più digerire. Non ce l’ha fatta Keita, derubato e torturato dalla polizia libica, che si dispera umiliato perché è tornato in Senegal vinto e senza nemmeno un regalo (a parte la sua vita) per i bambini. E non ce l’ha fatta Lucky, che sognava di vivere facendo le trecce ma ha contratto l’Aids e coprirà i capelli per sempre nel reparto di accoglienza delle suore di Santa Teresa. Sono le ombre che camminano nei deserti del Sahel. Dal suo ineguagliabile osservatorio a Niamey, Mauro Armanino riesce a vederne il profilo e le disegna per noidi Mauro Armanino

Seduto nell’ufficio Keita mostra le mani, la pianta dei piedi e le ginocchia. Proprio lì lo picchiavano coi bastoni i poliziotti di Ghadames, in Libia. Bastoni qualunque che come dappertutto fanno male se accompagnati da insulti. Sono entrati di notte nella casa dove Keita si trovava con altri amici senza documenti. Sapevano che era stati pagati il giorno prima. Erano i soldi del viaggio a Tripoli e oltre per il Mare Nostro. Mesi di lavoro andati in polvere in pochi minuti. Dopo una mezza giornata in prigione li hanno abbandonati nel deserto alla frontiera dell’Algeria. Keita sa che in Italia ci sono tanti senegalesi come lui che si trovano bene. A Genova, in Via Pré, c’è il negozio Touba, santuario meta di pellegrinaggi per i Muridi. In poco spazio si vendono trecce finte, profumi, generi di inutile necessità e soprattutto informazioni. Si organizzano viaggi commerciali fino a Dubai e ritorno. Paese che vai senegalese che incontri. Keita è stanco del viaggio. Il deserto non è mai alle spalle.

Keita era partito dal Senegal con 450 mila franchi circa, che fanno 680 euro. La somma era stata inghiottita dal viaggio e dalla libera circolazione di beni, persone e ladri. Dall’Algeria era passato in Libia col proposito di guadagnare abbastanza per pagarsi il viaggio di mare. Torna ferito alle mani, ai piedi e alle ginocchia. Ora che è cominciato il Ramadan non riesce a fare la preghiera come si deve al Dio come avrebbe voluto. Lo aspetta la moglie che era d’accordo col viaggio, questo almeno afferma sottovoce. La prima delle figlie si chiama Fanta e ha 12 anni. Il secondo si chiama Moussa e il terzo, di poco più di due anni, si chiama Khedim che vuol dire servitore. A Keita dispiace con vergogna di non portare neppure un regalo ai suoi figli se non la sua vita. Sulla strada di ritorno gli hanno portato via quanto rimaneva per il viaggio e solo un viandante come lui lo ha salvato. Ha il rammarico di non poterlo rimborsare. Rialza i pantaloni e mostra i ginocchi ancora segnati.

Di fortunato lei ha solo il nome. L’hanno chiamata Lucky, in quei giorni in Liberia. Tutto sembrava funzionare bene. I comandanti e i comandati del battello in buona maggioranza schiavi o loro discendenti. Poi la guerra spazza le gerarchie. A 14 anni per salvarsi deve scappare nella vicina Guinea. Rimane anni e impara a fare trecce. Diventa un’esperta parrucchiera e decide il viaggio in Kenia. Suo padre era stato ucciso nel memorabile 6 di aprile nella Monrovia che tutti ancora ricordano. Sparavano a tutto e i gruppi armati passavano da un quartirere all’altro per eliminarsi a vicenda. Lucky non ha mai cominciato la pace, da allora. Dal Kenia, con James, amico incontrato all’aeroporto, passano nel Sudan. Aveva raccolto informazioni sbagliate. Sono messi fuori del paese. Senza documenti, soldi e futuro. Le guerre si portano dentro per sempre come un bagaglio impossibile da spedire. Lucky ha lasciato due figli a casa. Il terzo è morto in seguito alla guerra.

E’ partita stamane al Centro di Depistaggio Anonimo e Volontario. Sono gli ammalati di AIDS che passano veloci negli uffici del servizio. Lucky è tornata con la risposta positiva dall’esame del sangue. Ha 35 anni e da qualche settimana non riesce a mangiare. E’ passata ieri e voleva tornare al paese di fretta. Sapeva il perché e allora ha accettato il depistaggio. La data di oggi col numero anonimo 1197. Il risultato arriva come una conferma di sorpresa che anche lei sapeva. Le suore di Madre Teresa hanno un reparto di accoglienza per questi malati e Lucky ha accettato di abbandonarsi nelle loro mani. A Monrovia abitava nella centralissima Ashmun Street. La casa dove ancora vive suo padre è poco lontana dalla Cattedrale del Sacro Cuore di Gesù. Forse per questo insisteva per tornare lì, come un’ombra migrante.

Niamey, giugno 015

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* Mauro Armanino è nato a Chiavari nel 1952. Già operaio e sindacalista della Flm a Casarza Ligure. Volontario in Costa d’Avorio, sostitutivo del servizio militare. Poi ordinato prete missionario presso la Società delle Missioni Africane di Genova. “Sono stato cappellano dei giovani in Costa d’Avorio fino al 1990. Dopo alcuni anni a Cordoba in Argentina sono partito in Liberia per sette anni. Ho conosciuto la guerra e i campi di rifugiati. Al ritorno da questa esperienza sono rimasto in centro storico a Genova coi migranti e ho operato come volontario nel carcere di Marassi per gli stranieri di origine africana. Da oltre due anni mi trovo in Niger per un servizio ai migranti e nella formazione. Sono stati pubblicati alcuni miei libri dalla Emi, l’editrice missionaria (Isabelle, 5 nomi per dire Liberia, La storia si fa coi piedi). Con l’editrice Gammarò di Sestri Levante è uscito il libro-tesi: La storia perduta e ritrovata dei migranti, per Hermatena (Bologna) ho pubblicato La nave di sabbia. Migranti, pirati e cercatori nel Sahel”.

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