Cronache di ordinario razzismo
22 12 2014

“Quattromila richiedenti asilo in un centro da 1.800 posti e oltre un anno di attesa per vedere la propria domanda esaminata dalla Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale”. E’ questa la situazione in cui versano le persone presenti all’interno del Cara (Centro accoglienza richiedenti asilo) di Mineo: lo denunciano da anni diverse associazioni, tra cui Asgi e Borderline, che ora lo ribadiscono in un documento. Una quotidianità fatta di “gravi e sistematiche violazioni dei diritti fondamentali”, che ora trova riscontro nelle recenti indagini di Mafia capitale che, come ricordano Asgi e Borderline, “investono la gestione del centro di accoglienza”.

Già nel giugno 2011 il rapporto “Il diritto alla protezione” descriveva il Cara e le sue criticità, ben conosciute dal Ministero dell’Interno visto che il rapporto è stato finanziato con Fondi comunitari e edito dallo stesso Viminale. In un capitolo ad hoc, “Il ‘villaggio della solidarietà’ di Mineo: un luogo sospeso”, le associazioni descrivono le problematiche del centro, che perdurano ancora oggi. E’ il caso, ad esempio, della “mancata consegna dei documenti previsti dalla normativa nazionale e comunitaria: a nessuno dei richiedenti asilo viene comunicato per iscritto il provvedimento con il quale il Questore dispone l’invio del richiedente asilo presso il Cara”. La diretta conseguenza? “Che l’accoglienza viene disposta in maniera illegittima, e che la stessa si protrae ben oltre i tempi stabiliti dalla legge”. Non solo: “anche al momento della formalizzazione della domanda di protezione internazionale, ai richiedenti non vengono rilasciati gli attestati nominativi che certificano la qualità di richiedenti asilo, né successivamente, al termine del periodo normativamente previsto per l’accoglienza, vengono rilasciati i permessi di soggiorno per richiesta asilo. I documenti non vengono rilasciati nemmeno a seguito della proposizione dei ricorsi davanti al Tribunale”. Una prassi che rende estremamente vulnerabili i richiedenti asilo, i quali senza documento vedono gravemente pregiudicato “sia l’effettivo esercizio del diritto di difesa, tra cui l’accesso al gratuito patrocinio, sia la possibilità di lavorare regolarmente, con il conseguente proliferare del lavoro nero e del caporalato nelle campagne circostanti il centro”.
Inoltre, a Mineo è carente il servizio di informazione e orientamento legale, pur previsto nello schema di appalto del Ministero dell’Interno. Altra grave criticità documentata dalle associazioni è la “mancata erogazione da parte dell’ente gestore del pocket money di € 2,50, con ulteriori dubbi sulla trasparenza e gestione dei finanziamenti pubblici”.
In definitiva, si riscontra “la carenza, o comunque inefficacia, dei controlli sulla gestione del Cara di Mineo, cui istituzionalmente è preposta la Prefettura, che non ha mai convocato il Consiglio Territoriale, come richiesto dalle associazioni di tutela degli immigrati, per discutere delle criticità e carenze da noi esposte”.

Contro questa situazione i richiedenti asilo hanno organizzato negli anni molte manifestazioni di protesta mai prese in considerazione dalle istituzioni, la cui risposta è sempre stata solo repressiva: cosa che peraltro ha reso più semplice la strumentalizzazione, da parte di gruppi di destra e movimenti razzisti, delle giuste proteste dei cittadini stranieri, legittimate una volta di più dall’inchiesta ‘Mondo di mezzo’. (per approfondimenti sulle proteste vedi qui e qui)

“Il perdurare di tali gravi inadempienze conferma la nostra iniziale contrarietà alla creazione del C.A.R.A. di Mineo in quanto operazione meramente speculativa e clientelare” affermano le associazioni, secondo cui un reale sistema di accoglienza può essere perseguito solo attraverso progetti di piccole dimensioni, diffusi sul territorio, secondo uniformi criteri e direttive, e previo controllo dei requisiti degli enti di gestione e della formazione del personale”.

 

La Repubblica
18 11 2014

Nei primi sei mesi di questo anno le richieste di asilo presentate alle istituzioni italiane da migranti è aumentato esponenzialmente rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, tanto da raddoppiare. A rilevarlo è il documento - presentato oggi dalla Caritas italiana - Rapporto sulla protezione internazionale. Stando alle cifre: fino al primo luglio 2014 sono state presentate oltre 25mila domande di asilo, pari al totale di quelle fatte in tutto il 2013.

Un dato preoccupante. È il dato preoccupante che emerge dallo studio compiuto in collaborazione tra gli enti Caritas italiana, Anci (Associazione nazionale comuni italiani), Cittalia, Fondazione Migrantes, Servizio centrale dello Sprar e Unhcr. Il Rapporto fa coincidere l'aumento di richieste d'asilo con il maggior numero di migranti che hanno raggiunto il nostro paese nello stesso periodo di tempo.

Il nesso fra crisi politica e migrazioni. Lo studio - un tentativo "di costruire un sistema di accoglienza oggettivo e virtuoso", spiegano le associazioni - fotografa e registra la realtà delle migrazioni, cogliendone con precisione il nesso che corre tra l'aumento degli spostamenti 'forzati' e la crisi politica, economica e sociale, dei paesi di partenza. Gli anni che vanno dal 2008 al 2014, infatti, sono gli anni della cosiddetta primavera araba e della ripresa di conflitti e tensioni in Medioriente: Libano, Iraq, Afghanistan e Siria. Sono proprio queste realtà quelle maggiormente rappresentate tra gli immigrati.

Gli arrivi via mare. Conseguenza diretta di queste tensioni è, ad esempio, il fenomeno delle carrette del mare e degli sbarchi sulle coste italiane (e non solo). Secondo il Rapporto, il numero di traversate (quelle arrivate a buon fine almeno) dal primo gennaio al primo luglio del 2014 è di 400, che in totale hanno portato nel nostro paese 65.456 persone. Il numero di coloro che aveva tentato la sorte attraverso il mediterraneo nello stesso periodo dell'anno precedente era nettamente inferiore, appena un decimo: 7.916 persone. Nel 2013, però, l'afflusso di immigrati nel complesso era stato di circa 43mila persone, che rispetto all'anno ancora precedente, il 2012, aveva già registrato un aumento esponenziale, pari al 325 percento.

La nazionalità dei migranti. I Paesi maggiormente rappresentati dagli immigrati che si affacciano alle nostre coste sono essenzialmente africani e mediorientali. Tra questi - con riferimento ai dati del primo semestre di quest'anno - il Rapporto ci dice che il 30 percento di chi arriva è eritreo, a seguire siriano (a causa prima della guerra civile anti Assad e successivamente a seguito del sorgere dell'Is) e poi malese. Nel 2013 le cose non erano del tutto differenti: il 26,3 percento del totale era siriano, il 23 eritreo e il 7 percento somalo. Nel 2012, invece, la prima nazionalità a rappresentare i migranti in arrivo era quella tunisina, che raggiungeva il 17 percento del totale. Questo ultimo dato rispecchia la sostanziale stabilità raggiunta in Tunisia nell'ultimo anno.

MeltingPot Europa
11 11 2014

di Rivoltiamo la precarietà, Bari

Le tende allestite nell’ex capannone SET, in uno dei quartieri più centrali e popolari di Bari per ‘ospitare’ momentaneamente i migranti che per quasi nove mesi hanno occupato e vissuto nell’ex-monastero di Santa Chiara, sono l’emblema di come stia evolvendo, o meglio regredendo, l’idea di accoglienza nel cuore dell’Europa democratica. Per giustificare quest’operazione le Istituzioni competenti da qualche giorno non fanno altro che evidenziare come si tratti di persone che necessitano attenzione da parte di tutti, elogiandoli per la loro innocenza e bisogno di aiuto. Gli stessi che però non sono stati considerati minimamente quando hanno rivendicato prima fuori e poi nel percorso di autogestione della Casa del Rifugiato il diritto all’abitare, alla residenza e ad una vita dignitosa.

Improvvisamente non se ne parla più, ma la realtà ci dice che questa attenzione improvvisa parte da un’ordinanza di sgombero che detta un ultimatum inderogabile verso i migranti, non permettendo loro di rapportarsi alla pari con le Istituzioni, ma costringendoli ad accettare la tendopoli, allestita in tempi da record. Non è un caso però che le tende messe a disposizione dalla Protezione civile – Ministero degli Interni e Regione Puglia siano le stesse utilizzate per fare da tappa buchi ad altre emergenze. Infatti fino a qualche giorno fa erano nel foggiano, per nascondere il degrado presente nelle baraccopoli delle campagne della capitanata. Ma non sono servite a molto, poiché l’operazione di ‘sgombero umanitario’ ideato dalla Regione Puglia per trasferire quest’estate i migranti dal Gran Ghetto di Rignano Garganico nella tendopoli è fallita; così come si è perso nel nulla il progetto regionale ‘Equapulia – capo free ghetto off’. Il perché è rintracciabile nella volontà politica di non affrontare di petto le relazioni di lavoro semi schiaviste imposte dalle aziende di trasformazione del pomodoro e della grande distribuzione verso i braccianti agricoli, e di non aver fatto nulla per introdurre il trasporto e il collocamento pubblico nelle campagne della capitanata. L’approccio caritatevole e buonista delle Istituzioni locali ha impattato contro il muro dei rapporti di forza a favore della dea produttività e del dio profitto ben gestito da imprese, caporalato in concerto con la criminalità organizzata di zona. Si è creduto che una tendopoli, la fornitura di acqua e luce, delle saltuarie ed affrettate relazioni con i diretti interessati, potesse porre rimedio al luogo simbolo dello sfruttamento istituzionalizzato nelle campagne del mezzogiorno.

E così, subito dopo la stagione estiva la gestione umanitaria del degrado e dello sfruttamento, dalle campagne si è spostata e materializzata in città; dove questa volta il Comune e la Prefettura di Bari non hanno tradito le attese, continuando a muoversi sulla scia dell’emergenza quando ormai da anni sono loro stessi a riconoscere, durante convegni e meeting, che si tratta di un fenomeno storico e strutturale.

La questione è che ai migranti, che hanno vissuto per mesi nella Casa del rifugiato e sono a Bari da alcuni anni, è stato riconosciuto lo status di protezione internazionale molto prima della messa in scena offertaci in questi giorni dalle Istituzioni. Avrebbero diritto alla seconda accoglienza già dal giorno dopo in cui sono stati dichiarati rifugiati politici. Solo che ormai il diritto lo si applica all’interno di una zona grigia dentro la quale gli immigrati devono vivere in uno stato permanente di alternanza tra regolarità ed illegalità, tra visibilità ed invisibilità, in base alle convenienze ed opportunità delle diverse circostanze di cui il sistema economico-istituzionale necessita.

L’accesso ai diritti, al soddisfacimento di bisogni sociali come un’abitazione, la fornitura di servizi igienici, sanitari, l’allaccio all’acqua e alla corrente elettrica, il riconoscimento del domicilio e della residenza, ormai si sono trasformati in un optional, la cui concessione non è definita in base all’attuazione di precise politiche sociali, bensì in funzione della disponibilità dei fondi europei o di quelli messi a disposizione dal Ministero. Per mesi le richieste dei migranti sono rimaste inascoltate, poiché etichettati come ‘abusivi’. Poi all’improvviso gli occupanti irregolari, quelli rimasti invisibili diventano brave persone, non pericolose, dei poveracci, costretti a scappare da guerre e carestie, da genocidi e dittature da aiutare in sistemazioni arraffate.
Ecco che riemerge tutta la retorica che considera i migranti delle vittime silenziose da accudire, ospiti transitori ai quali concedere una sistemazione temporanea in una tendopoli o oggetti culturali da mettere in bella mostra il sabato pomeriggio attorno ad una piazza propagandando integrazione, pace e umanità o sulla pagina facebook istituzionale.

Non è semplice districarsi in questo continuo Stato di ambivalenza, in cui il concetto del rispetto dei ‘diritti umani’ si fa pretesto per vittimizzare gli immigrati o ridurli a semplici utenti di concessioni paternalistiche. Ma, come al solito, non si mettono in conto quei percorsi di autodeterminazione e rivendicazione che fanno dei migranti una soggettività in continua definizione. L’esperienza di autogestione e di mutuo soccorso praticata in questi mesi dentro e fuori la Casa del Rifugiato, l’approccio collettivo ed unitario di cui si sono dotati per gestire lo ‘sgombero umanitario’ verso la tendopoli urbana, dimostra ancora una volta il protagonismo e la maturità politica dei soggetti migranti.

 

L’Italia non dà garanzie ai richiedenti asilo

  • Mercoledì, 05 Novembre 2014 12:19 ,
  • Pubblicato in Flash news

Internazionale
05 11 2014

Secondo la corte di Strasburgo l’Italia non offre sufficienti garanzie ai richiedenti asilo. Lo afferma una sentenza che chiede alla Svizzera di non respingere i richiedenti asilo in Italia se le autorità italiane non assicurano condizioni di vita dignitose.

La sentenza si riferisce al caso di una famiglia afgana arrivata nel 2011 in Italia e poi trasferita in Svizzera. Le autorità elvetiche ora vorrebbero rimandare la famiglia nel paese d’arrivo, cioè in Italia. Ansa

 

Meltingpot europa
22 10 2014

Fu un trattamento disumano e degradante, violato il divieto di espulsioni colelttive ed il diritto ad un ricorso effettivo
Autore: Alessandra Sciurba

Tutto comincia con la morte di Zaher Rezai, in Via Orlanda a Mestre, l’11 dicembre del 2008. Un ragazzino afghano che, dopo mesi di viaggio e 9000 chilometri percorsi da solo, si era imbarcato dal porto di Patrasso, nascosto sotto un tir come migliaia di altri minori, per fuggire dalle violenze della Grecia: un paese già condannato dalla Cedu per trattamenti inumani e degradanti nei confronti dei migranti e dove è impossibile chiedere protezione internazionale.

Ma neanche una volta arrivato in Italia Zaher aveva potuto palesarsi, perché sapeva che dal porto di Venezia, come da quelli di Ancona, Bari e Brindisi, si viene rimandati indietro, dentro cabine di ferro senza acqua né cibo, rimessi in mano alla polizia greca e poi rispediti in Turchia e da lì, ancora una volta, nell’orrore afghano. Allora Zaher è rimasto nascosto finché il camion non è uscito dalla nave, finché non ha iniziato ad allontanarsi dal porto, le piccole mani strette ad aggrapparsi sotto la pancia del tir: non ce la fa, scivola, viene travolto. Nelle sue tasche quattro animaletti di gomma e alcune bellissime poesie: giardiniere, apri le porte del giardino, io non sono un ladro di fiori.

Le associazioni veneziane della Rete Tutti i diritti umani per tutti sapevano già da tanti racconti quello che avveniva ai porti. Lo sapeva anche l’Ambasciata dei Diritti di Ancona che si unisce, anch’essa inascoltata da tutte le istituzioni, alle denunce.

Il 19 dicembre del 2008 le associazioni veneziane scrivono una lettera aperta a tutti gli enti chiamati a gestire il servizio di accoglienza al porto di Venezia chiedendo di rifiutare ogni incarico senza prima avere rinegoziato i criteri minimi per garantire la tutela dei profughi. Il Cir decide di accettare comunque e gestisce per anni la sua presenza al porto di Venezia, ( ma dopo poco inizia a denunciare anche pubblicamente le troppe ombre con cui è costretto a convivere).

Il sangue di Zaher però, su quella strada di Mestre, spinge a fare qualcosa di diverso. Partire, andare a ritroso sulle tracce dei respinti, trovarli, dare loro voce. Perché i ricorsi alla Cedu funzionano così: deve essere la vittima a fare appello, servono delle procure firmate.

In pochi, allora, partiamo con in testa l’idea di permettere ai respinti di ricorrere alla Corte europea di Strasburgo, con me anche Anna Milani e Basir Ahang, rifugiato politico e giornalista afghano. È il 2009, arriviamo a Patrasso dopo 37 ore di viaggio in nave. Aiutati da Kinisi, un’associazione di attivisti del luogo incontriamo subito migliaia di afghani relegati in un campo informale ai margini della città che sarà dato alle fiamme dalla polizia pochi mesi dopo. Ci sono anche dei sudanesi e degli eritrei che hanno scelto la strada dell’Est per sfuggire alle torture libiche e al cimitero del Mediterraneo.

Ma muoversi a Patrasso è difficile, siamo seguiti a vista dalla polizia greca, fermati per ore con l’assurda accusa di traffico internazionale di stupefacenti solo perché parlavamo coi migranti, e poi lasciati andare grazie all’intervento della rete di avvocati greci che avevamo preventivamente contattato per autenticare le firme che avremmo raccolto. Ci rifugiamo nel campo e ci restiamo per giorni.

Spieghiamo ai profughi cosa siamo andati a fare, dopo poco si fidano di noi. Piove per tutto il tempo in cui restiamo lì, ma fuori dalla capanna di legno e cellofan costruita dai migranti e in cui ci ospitano per raccogliere le storie e le procure, c’è una fila di centinaia di persone.

Ne raccogliamo molte, di storie, ma solo 35 sono complete della documentazione necessaria. Torniamo in Italia con il nostro carico di speranza. Rifacciamo il viaggio da patrasso a Venezia. Nei garage osserviamo gli autisti guardare freneticamente, prima dello sbarco, sotto e dentro i loro mezzi per accertarsi di non avere a bordo “clandestini”.

Al porto vediamo la polizia portare i tir in apposite zone coperte per controllarli, usano sofisticate apparecchiature per passarli ai raggi, incuranti del fatto che questi sistemi, se davvero ci fossero delle percorse nascoste, causerebbero loro gravi danni alla salute.

Una volta a casa coinvolgiamo le persone giuste: il Prof. Fulvio Vassallo Paleologo e l’avvocata Alessandra Ballerini di Genova. Con loro e con l’Avvocato Luca Mandro di Venezia , dell’Associazione Tutti i diritti umani per tutti, viene costruito il ricorso, e poi inviato a Strasburgo. Da quel momento inizia l’attesa. Un’attesa lunga anni in cui la caparbietà dell’avvocata Ballerini ha avuto qualcosa di epico.

Presa Diretta nel frattempo decide di dedicare a questi respingimenti una puntata , Gian Antonio Stella scrive un editoriale sul corriere della Sera, in prima pagina.

Ma se i media finalmente ci ascoltano, le autorità governative rimangono sorde.

A Venezia chiediamo incontri con l’autorità portuale, la prefettura, la polizia di frontiera, ma nessuno ammette l’illegalità delle pratiche di respingimento. Nonostante l’Acnur, da anni, raccomandasse di non rimandare i migranti verso la Grecia, nonostante anche alcuni assessori del Comune di Venezia come Gianfranco Bettin e Sandro Simionato, consiglieri comunali come Beppe Caccia, e l’allora sindaco della città Massimo Cacciari avessero pubblicamente preso posizione in nostro favore.

Chi gestisce i respingimenti, allora sotto gli ordini del Ministro degli interni del tempo, il leghista Roberto Maroni già autore dei respingimenti verso la Libia anch’essi condannati dalla Cedu, continua a dire che ogni cosa avviene in regola: esiste infatti un protocollo tra Italia e Grecia risalente al 1999 che prevede i respingimenti con affido al comandante. Peccato che, come abbiamo sempre denunciato, quel protocollo, essendo in aperta violazione con gran parte della normativa Ue e internazionale sui diritti umani e le frontiere, non possa essere applicato, sia totalmente illegale.

E poi, nell’aprile del 2009, arriva la prima risposta: nonostante i governi italiano e greco avessero chiesto alla Corte di Strasburgo di considerare inammissibile il ricorso per dubbi sull’identità dei ricorrenti, la Cedu lo accoglie.

Un primo straordinario risultato per un intervento interamente costruito dal basso, senza grandi enti o associazioni alle spalle. Solo la voglia di credere che davanti a una violenza così a lungo perpetrata non si può restare immobili, e che anche contro i poteri più forti, contro l’omertà, contro chi nega l’evidenza, si deve osare.

E oggi abbiamo vinto. La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo condanna l’Italia e la Grecia per la violazione di alcuni diritti fondamentali di 4 dei 35 ricorrenti di cui, tanti anni fa, abbiamo raccolto le storie e le procure a Patrasso. Gli altri, in questi anni sono stati rimandati in luoghi dove è difficile che siano sopravvissuti, nonostante la Corte avesse intimato alla Grecia, ex art. 39 Cedu, di sospendere contro di loro ogni espulsione.

La sentenza del 21 ottobre condanna quindi la Grecia per violazione dell’art. 13 Cedu (diritto a un ricorso effettivo) combinato con l’articolo 3 (divieto di trattamenti inumani e degradanti) e l’Italia per violazione dell’art. 4, Protocollo 4 (divieto di espulsioni collettive), nonché per violazione dell’art. 3, “perché le autorità italiane hanno esposto i ricorrenti, rimandandoli in Grecia, ai rischi conseguenti alle falle della procedura di asilo in quel paese”. L’Italia è stata inoltre condannata per la violazione dell’art. 13 combinato con l’art. 3 e con l’art. 4 del Protocollo 4 per l’assenza di procedure d’asilo o di altre vie di ricorso nei porti dell’Adriatico.

La Corte, si legge ancora nel suo comunicato stampa immediatamente successivo alla sentenza, “condivide la preoccupazione di diversi osservatori rispetto ai respingimenti automatici attuati dalle autorità frontaliere italiane nei porti dell’Adriatico, di persone che sono il più delle volte consegnate immediatamente ai comandanti dei traghetti per essere ricondotte in Grecia, essendo in tal modo private di ogni diritto procedurale e materiale”.

Da domani, questi respingimenti devono essere sospesi, perché dopo anni di denunce, dopo tutti i nostri viaggi in Grecia, dopo manifestazioni e commemorazioni, quelle che abbiamo sempre condannato come violazioni dei diritti fondamentali hanno avuto un riconoscimento ufficiale da cui nessuna autorità italiana potrà più prescindere.

Ogni battaglia ha avuto un senso, finalmente. Lo ha avuto la Campagna Welcome. Indietro non si torna, che il 20 giugno del 2010 ha lanciato una manifestazione internazionale tra i porti italiani e quelli greci contro i respingimenti.
Hanno avuto senso tutte le denunce di questi anni, anche recentissime, i dossier e i libri pubblicati, gli incontri pubblici con centinaia di persone, le incursioni di tanti attivisti nei porti, salutate dalla polizia di frontiera con cariche, violenze e denunce.

Ha avuto senso la costituzione di un Osservatorio antidiscriminazioni razziali a Venezia, fondato dall’Associaizone SOS Diritti insieme all’Unar e al Comune che ha chiesto e ottenuto i dati dei respingimenti al porto.

Non hanno avuto senso, quelle no, le tantissime morti di tutti quei migranti che stavano esercitando un diritto e sono stati uccisi, come Zaher, dalla frontiera italiana dell’Adriatico .
Questa piccola enorme vittoria è per tutti loro.

- Il video/doc "Diritti Respinti, Storie di asilo negato tra Italia e Grecia"

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