Connessioni Precarie
16 09 2015

Come una tempesta i migranti si aggirano per l’Europa. Con i loro movimenti disordinati stanno travolgendo confini, istituzioni, ideologie apparentemente consolidate. I migranti hanno fatto saltare lo status quo europeo. Quello che non era riuscito al referendum greco sta riuscendo a migliaia di uomini, donne e bambini che mettono in gioco la loro vita per averne una migliore. Se lo sconcerto di fronte alla violenta soppressione dell’OXI da parte delle istituzioni europee sembrava aver paralizzato quanti in quel «no» avevano visto un’occasione, i migranti sono riusciti a provocare un’ondata di solidarietà e una mobilitazione di massa che indica un rifiuto delle politiche dei confini e dell’intransigenza neoliberale che nemmeno i campioni dell’austerità possono ignorare. Molti ora ammoniscono severamente che non c’è bontà nell’apertura delle frontiere, che quei migranti entreranno ai gradini più bassi in un mercato del lavoro segmentato e gerarchizzato, che il loro destino è lo sfruttamento. È tutto certamente vero, ma è altrettanto certo che questo è il destino comune a tutti coloro che sono sottoposti al regime del salario. Dire che il capitalismo è sempre e comunque sfruttamento non deve impedire di cogliere l’insieme di novità che i migranti stanno obbligando in Europa. In fondo si può concordare con Angela Merkel: gli elementi di crisi introdotti dai migranti sono molto più profondi di quelli emersi dalla vicenda greca.

Proprio per questo si tratta di capire in che direzione vada la massiccia operazione politica e ideologica di «accoglienza» guidata dalla Germania: se il pugno duro nei confronti della Grecia è stato necessario a sopprimere sul nascere ogni speranza di un’alternativa all’austerità, l’improvviso slancio verso l’accoglienza sembra ora voler assoggettare quella rinnovata speranza alla logica che lega a doppio filo precarietà, rigore finanziario e governo della mobilità, legittimando al contempo una centralizzazione politica dell’Unione. I movimenti dei migranti stanno disarticolando praticamente la sovranità dei singoli Stati in Europa. Non siamo di fronte a un processo lineare, ma la costruzione e la gestione di questa emergenza sono il banco di prova per una nuova costituzione europea. Il punto di partenza che dobbiamo assumere è che in questo momento i migranti sono i veri avversari del sovranismo. Sono loro a imporre la polarizzazione tra gli Stati europei che vogliono blindare le frontiere e quelli che invece le considerano dei dispositivi politici che si possono utilizzare in maniera diversificata nelle differenti contingenze. Siamo di fronte a continue e terribili oscillazioni. Per anni abbiamo lottato contro l’Europa di Schengen e i suoi vincoli, ora ci troviamo a pretenderne il rispetto quando sono sospesi e reintrodotti per prendere tempo, nel tentativo di arginare una marea di corpi in movimento. In tutti i casi, sarebbe sbagliato figurarsi un’Europa completamente incapace di organizzare una risposta. Ciò non significa che le risposte in gestazione ci piacciano, ma delle risposte ci sono.

Già a maggio, quando in occasione della discussione della prima agenda europea sulle migrazioni si è iniziato trionfalmente a parlare di relocation system, venivano invocati «unità» e «sforzi congiunti», mostrando che l’agenda va oltre il suo oggetto immediato e comprende un tentativo, nemmeno tanto nascosto, di accentramento delle politiche di governo della mobilità. Come di fronte alla crisi dei debiti sovrani, anche ora il progetto è quello di imporre una cessione di sovranità da parte dei singoli Stati. Per questo quel progetto ha incontrato e tuttora incontra l’opposizione di molti Stati dell’Unione, impegnati a tutelare i propri fragili equilibri interni tra debito e welfare, precarizzazione e PIL, impegni verso l’Europa e posizioni nazionaliste. Se a maggio ogni singolo Stato avrebbe dovuto accettare o rifiutare la quota di rifugiati «redistribuiti» dall’Unione, ora la nuova agenda europea propone di applicare una sanzione economica pari a una percentuale del PIL ai paesi che rifiutino di fare la loro parte nel relocation system. Il passaggio da un modello basato sulla «volontarietà» a uno obbligatorio sarebbe decisivo nel processo di definizione della nuova costituzione europea. La posta in gioco di questa sfida, il cui esito non è per nulla scontato, è tale che a essere evocato non è più soltanto il freddo rispetto dei trattati, ma un principio di umanità. Il problema non è qui l’ennesimo attacco sferrato dalla governance sovranazionale alle procedure democratiche che – come dimostrano le posizioni dei paesi baltici nel caso della vicenda greca – di per sé non garantiscono una politica dei governati e un rifiuto del comando finanziario dell’Unione. Il problema, semmai, è che l’unità politica dell’Europa, perseguita evocandone i presunti valori fondanti, è conseguita precisamente attraverso il comando finanziario, che esce dai confini dei patti di stabilità economica dotandosi di strumenti sanzionatori per governare efficacemente quei movimenti capaci di mettere in crisi la tenuta dell’assetto neoliberale dell’Unione. Una crisi i cui effetti istituzionali sono dimostrati dalla diffusa informalizzazione delle operazioni di «transito» dei migranti che arrivano in Europa e dalla messa in scacco pratica degli accordi di Dublino. Per molti versi, la loro sospensione da parte della Lady di ferro tedesca non è altro che la registrazione di un dato di fatto, vista la «liberalità» con cui gli Stati dell’Unione, a partire dall’Italia e dalla Grecia, hanno gestito il rigido sistema di registrazione e fingerprinting che impediva ai migranti di uscire dal paese di prima accoglienza. Allo stesso modo, l’improvvisa sospensione degli accordi di Schengen e la reintroduzione dei controlli alle frontiere da parte del governo di Berlino sembra un estremo tentativo di mostrare la possibilità di governare la continua sfida che i migranti pongono praticamente alle norme dell’Unione e dei singoli Stati. L’ennesima strage di bambini nel Mediterraneo è passata stavolta in secondo piano rispetto alla necessità di condizionare la riunione della Commissione del 14 settembre e spingere anche gli Stati più recalcitranti ad accettare l’accentramento necessario a garantire il nuovo governo della mobilità. L’operazione di forzatura, per il momento, non è riuscita: la politica del relocation system e delle quote rimane in sospeso, mentre le operazioni militari contro gli scafisti e l’ipotesi di costruire nuovi campi dentro e fuori i confini d’Europa sembrano il tentativo estremo di contenere e decomprimere, certamente a costo di nuove vite, un movimento inarrestabile. Al di là delle effettive decisioni e dei loro tempi, rimane il fatto fondamentale che nella tempesta politica scatenata dai migranti si sta ristrutturando la geografia dei poteri all’interno dell’Europa nel suo complesso.

È un processo in atto da tempo, che può fallire o ricevere un’accelerazione decisiva. Per noi non si tratta di scegliere tra l’Europa di Merkel o lo Stato di Orban. Si tratta di comprendere che i migranti stanno imponendo l’Europa come terreno minimo di lotta. Si tratta di comprendere che, se non ci si limita a contemplare la politica dei selfie, i migranti non sono le vittime di questa situazione, ma i soggetti attivi di una lotta dentro gli assetti di potere europei.

La conclusione di questa lotta non è in alcun modo scontata. Come dicevamo è certamente vero che molti stanno facendo i loro calcoli per capire quanto profitto si possa cavare dai migranti, quanto valga un siriano rispetto a un africano, quanto possano contribuire i migranti al salvataggio dei regimi europei di welfare. Se la Germania è oggi ancora «cattiva», lo è soprattutto perché nell’aprire le frontiere ai siriani vuole tenere per sé i migranti più istruiti e qualificati. La virulenta rincorsa sul piano della xenofobia cui partecipano le destre continentali, occupando spesso la scena, nasconde un futuro di competizione per accaparrarsi forza lavoro fresca, con le giuste caratteristiche e tenuta a bada da un buon impianto di razzismo istituzionale continentale. Eppure, i migranti sono riusciti a produrre una rottura significativa anche su questo terreno. Per decenni si è detto che l’Europa non doveva essere solo economia. Ora che i migranti vengono accolti nelle stazioni, ora che centinaia di persone vanno prenderli con le loro auto, ora che moltissimi stanno dicendo ad alta voce «Refugees welcome», non si possono riscoprire e affermare solo le regole dell’economia. Fino a qualche tempo fa era quasi impensabile che l’ambiente politico europeo potesse dare questi segni di apertura. L’ambiente europeo è perciò migliorato. Le piazze da Vienna a Londra mostrano il segno di un’Europa in movimento non soltanto sul piano istituzionale e della governance, ma anche sul piano ideologico che legittima la presenza e il movimento all’interno dell’Europa. Sono piazze sulle quali puntare per rovesciare il segno delle pretese del governo finanziario dell’Unione.

L’affermazione del diritto a non morire e il rifiuto assoluto delle chiusure dei confini e della retorica xenofoba che si sono espressi dietro lo slogan «Refugees welcome», però, non possono rimanere fermi sulla soglia dell’accoglienza, ma ci obbligano a raccogliere la sfida lanciata dai migranti. Dobbiamo porci il problema di smontare i dispositivi di gerarchizzazione costruiti intorno alle distinzioni prodotte dal governo delle migrazioni, a partire dalla stessa divisione tra «migranti economici» e «rifugiati». Questa distinzione, che già oggi separa i migranti buoni da quelli cattivi, le vere vittime dagli impostori, va respinta perché, in primo luogo, essa diventerà essenziale per decidere delle politiche di proiezione dell’Europa al di fuori dei propri confini. La gerarchia tra «paesi sicuri» e «non sicuri» – che oggi garantisce ai migranti siriani e a quanti provengono dalle zone minacciate dallo Stato Islamico l’accoglienza, mentre permette di dimenticare le diaspore africane – è solo il primo passo per sdoganare nuove guerre e nuove politiche di acquisizione commerciale di quote extraterritoriali di sovranità. In questa direzione vanno le misure – già previste dall’agenda europea sulle migrazioni – di stabilizzazione e sviluppo dei paesi di provenienza, come pure gli «aiuti economici» offerti dagli Stati Uniti all’Europa per far fronte all’«emergenza». In secondo luogo, la distinzione tra «migranti economici» e «rifugiati» è essenziale per garantire un’uscita dalla crisi economica nel segno della normalizzazione dell’austerity, per garantirsi una quota di forza lavoro composta tanto da uomini e donne inserite all’interno dei regimi di workfare chiamati accoglienza, quanto da lavoratori sottoposti al ricatto del permesso di soggiorno o da consegnare al lavoro irregolare. Sarebbe sufficiente registrare le innumerevoli proposte di messa al lavoro gratuita dei migranti «generosamente» accolti in questi mesi in Europa per capire in che direzione vada l’accomodamento tra business e umanità. Il dato di fatto è che le migliaia di uomini e donne che hanno sfidato i confini d’Europa e che l’Europa si prepara ad «accogliere» come rifugiati o come migranti economici più o meno irregolari saranno una massa proletarizzata che dovrà lavorare per mantenersi. Nuove gerarchie e nuove divisioni saranno ovunque alimentate per sostenere il governo della mobilità.

Per questo, nel momento in cui i migranti fanno traballare l’immensa sovrastruttura ideologica sulla quale si è retto e si sta reggendo quel governo, dobbiamo avere il coraggio di andare oltre l’accoglienza. Sappiamo che non c’è nessuna «questione migrante» da risolvere, perché sappiamo che i migranti indicano con maggior forza un problema che è anche nostro. La presenza dei migranti significa una trasformazione radicale della composizione del lavoro vivo contemporaneo, una trasformazione che investe i comportamenti, le necessità, i metodi di lotta. Proprio per questo oggi è più che mai necessario rivendicare la centralità politica del lavoro migrante. Parlare di centralità politica del lavoro migrante non significa voler valorizzare la condizione diversa e specifica di chi lavora con un permesso di soggiorno in tasca, ma individuare una condizione che sempre più è il destino di tutto il lavoro. La presenza dei migranti in Europa ha modificato radicalmente le modalità di erogazione del lavoro nel suo complesso, divenendo una leva per sostenere un processo generale di precarizzazione. A causa delle condizioni d’incertezza, instabilità e mobilità slegate da riferimenti nazionali in cui hanno luogo le migrazioni di massa, è divenuto impossibile tenere fermo il quadro generale di garanzia giuridica del lavoro. In questo modo, il lavoro migrante è elemento essenziale di un più vasto processo che rende il lavoro sempre più informale, perché esso perde ogni forma prestabilita, effetto di una contrattazione più o meno allargata, ed è interamente assoggettato a quel rapporto di domino che abbiamo chiamato regime del salario. Per questo, la risposta politica dei movimenti deve necessariamente andare oltre l’umanitarismo dell’accoglienza, che rischia paradossalmente di diventare il puntello su cui fa presa il comando finanziario della nuova Europa unita. Politiche dell’apertura e dell’empatia verso i migranti, come la proposta di una rete europea di città-rifugio lanciata dalla neosindaca di Barcellona, possono essere una risposta immediata ai bisogni dei nuovi arrivati e un grimaldello attraverso il quale mostrare la possibilità di interessi comuni per rovesciare le retoriche razziste. Tuttavia, il problema che la tempesta migrante pone è come organizzare il lavoro migrante e come connetterlo con il lavoro informale, sapendo che si tratta di una prospettiva sempre più complessa perché gli strumenti organizzativi di cui disponiamo non sono all’altezza di una sfida che può essere giocata solo sul piano transnazionale.

Dopo l’importante mobilitazione contro l’austerity e il governo finanziario dell’Unione organizzata dal coordinamento di Blockupy, il meeting per uno sciopero sociale transnazionale che si terrà a Poznan all’inizio di ottobre può essere un passo decisivo per dare corpo a un progetto di ampio respiro, prima di tutto perché sposta lo sguardo a est, punto centrale non solo della tempesta dei migranti in atto, ma anche della battaglia per la centralizzazione politica della costituzione europea. Quello dello sciopero sociale transnazionale è un processo appena cominciato, che tuttavia offre la possibilità di attaccare il nesso quotidiano tra il rigore monetario e la precarietà, tra il governo della mobilità e lo sfruttamento, tra le politiche del debito e quelle dei confini, e di pensare pratiche efficaci per rovesciare di segno la nuova costituzione europea. Pensare insieme l’OXI greco e la tempesta dei migranti è la sfida che abbiamo di fronte, senza nasconderci la debolezza della risposta messa in campo dai movimenti europei durante i mesi di trattativa sul nuovo memorandum imposto al governo di Tsipras. Gli eventi di quest’estate mostrano come, ben al di là della solidarietà tra popoli lacerati da interessi divergenti, sia necessario costruire una prospettiva transnazionale capace di unire precarie, migranti e operai intorno a interessi comuni. Il processo di costruzione di uno sciopero transnazionale può essere l’occasione per ripensare i percorsi dell’organizzazione di classe. Dobbiamo ricordare che l’Europa è una grande macchina che, mentre condanna alcuni alla povertà, produce sfruttamento e immane ricchezza. Ciò di cui abbiamo bisogno è una prospettiva che non punti alla sopravvivenza, ma a un rovesciamento dei rapporti di forza che permettono questo stato di cose.

Da tempo dentro la rete internazionale di Blockupy – come pure nel percorso italiano dello sciopero sociale – si discutono alcune parole d’ordine che faticosamente cerchiamo di mettere alla prova sul piano europeo. L’individuazione di rivendicazioni condivise, che devono circolare ed essere messe a verifica tra coloro che quotidianamente lottano dentro e contro il regime del salario e il governo della mobilità, è un passaggio obbligato che non può essere misurato a partire dalla loro adeguatezza ai diversi contesti nazionali. In alcuni Stati dell’Unione il salario minimo è già in vigore e ciò non pone di per sé un limite alla precarizzazione del lavoro; il reddito minimo in diversi paesi ha già la forma del workfare, mentre un permesso di soggiorno minimo di due anni può non rispondere a tutte le legittime pretese dei migranti. E tuttavia, queste rivendicazioni acquistano una forza nuova se sono sistematicamente connesse: la richiesta di un reddito minimo può infatti essere produttiva solo se posta contemporaneamente e insieme a quella di un salario minimo europeo e della libertà di movimento, a partire da un permesso di soggiorno europeo di due anni. Soprattutto, queste rivendicazioni acquistano un peso politico del tutto inedito nella misura in cui sono finalmente poste su un piano europeo, nella prospettiva di innescare processi di comunicazione e organizzazione che travalicano i confini e si oppongono alla frammentazione, alla divisione e alle gerarchie. Le trappole speculari degli interessi superiori dell’Unione e delle sovranità nazionali non devono più poter essere usate contro di noi. Lo sciopero sociale transnazionale può rendere un OXI europeo reale e forte, può dare senso politico alla solidarietà superando la differenza tra il «noi» che la elargisce e i «loro» che ne beneficiano. Lo sciopero sociale transnazionale non è ancora nulla, ma può diventare tutto, se comincia a essere l’indicazione che orienta i movimenti europei nei processi di opposizione alla costituzione neoliberale dell’Unione. Ogni coalizione dovrà misurarsi sulla sua capacità di condividere questo piano politico transnazionale, sulla sua tensione ad affermare percorsi organizzativi di classe che riconoscano la centralità politica del lavoro migrante. Ogni coalizione esisterà solo se sarà uno strumento che ci consente di vivere la tempesta, invece di essere solo gli spettatori appassionati ma non paganti delle tempeste scatenate dai migranti.

#overthefortress, staffetta ai confini della fortezza Europa

  • Lunedì, 14 Settembre 2015 13:47 ,
  • Pubblicato in Flash news

Meltingpot
14 09 2015


Da settimane seguiamo con attenzione l’evolversi della migrazione nei Balcani.

Abbiamo voluto vedere coi nostri occhi la realtà di interi popoli che si spostano alla ricerca di un futuro possibile: per questo abbiamo già effettuato due viaggi al confine serbo-ungherese, ed eravamo a Budapest quando è iniziata la #freedommarch verso Germania e Austria.

La nostra esperienza ci rende inutili tutte le categorie semantiche: i racconti che abbiamo raccolto, gli sguardi intrecciati, la profonda determinazione e dignità di chi ha camminato su quei binari, in quella stazione, sulle autostrade ci hanno lasciato un brivido così profondo da non poter essere rinchiuso in una definizione.

Per questo vogliamo intraprendere un "viaggio senza fine", fatto di presenze piccole ma costanti e distribuite, al fine di documentare la durezza della realtà quotidiana di chi si sposta da mesi, e portare un piccolo ma concreto aiuto intessendo davvero reti di cooperazione a cavallo delle frontiere.

Con questo viaggio varcheremo i confini di ciascuno degli Stati balcanici, compiendo proprio quell’atto che le derive nazionaliste in tutta Europa vorrebbero rendere impossibile.

Da anni sosteniamo la necessità di aprire corridoi umanitari sicuri, oggi lo ribadiamo assieme all’urgenza della riforma del diritto di asilo che deve essere unico a livello europeo ed incondizionato. Sappiamo bene che la prima accoglienza non è tutto: alla caduta di ogni barriera devono seguire efficaci programmi di supporto nei paesi di destinazione. Per questo anche nei nostri territori non saremo distratti dagli sproloqui degli xenofobi di casa nostra come Grillo, Salvini ed il suo indegno partito, né dagli echi delle destre nazionaliste che dal Regno Unito all’Ungheria non fanno altro che propagandare odio e chiusura identitaria. Ciò che ci preoccupa sono i nuovi muri eretti per sbarrare la strada della ricerca di una vita possibile, della dignità e della libertà. Inorridiamo di fronte alle decisioni di Viktor Orbàn, primo ministro magiaro, che ha annunciato la militarizzazione del confine con la Serbia, già chiuso da muri e reticolati metallici, e del governo macedone che ha annunciato la fortificazione del confine con la Grecia.

Il 14 e 15 settembre saranno due giornate cariche di significati non solo simbolici e di conseguenze che potrebbero essere devastanti. Il 14 settembre l’emergenza migranti sarà al centro di un vertice straordinario dell’Unione europea: se da una parte il governo tedesco ha rimesso in discussione il regolamento di Dublino, anche se non è chiaro come, assumendosi il ruolo di guida continentale per fronteggiare l’arrivo di 37mila richiedenti asilo nella prima settimana di settembre (450mila dall’inizio dell’anno), dall’altra possiamo già immaginare che il vertice servirà a definire quali popoli avranno diritto allo status di rifugiato, la successiva ridistribuzione differenziale dei migranti e un maggiore impegno di spesa europeo nelle espulsioni e nella lotta agli scafisti.

Il 15 settembre, invece, ricorrerà il primo anniversario dell’assalto dei fondamentalisti dell’ISIS a Kobane, e l’inizio della lotta dei Curdi in Rojava. Lo stesso giorno Orbàn ha annunciato la chiusura definitiva della frontiera serba.
Martedì mentre noi saremo a Röszke gli attivisti di #RojavaCalling porteranno nelle strade di Suruç la nostra vicinanza ai fratelli e sorelle del YPG/YPJ.

Questa staffetta si nutre di quella formidabile e sorprendente solidarietà che abbiamo visto alla stazione di Vienna o nella #carsofhope, la mobilitazione spontanea dei viennesi che, disobbedendo ai divieti dei governi austriaco e magiaro, la scorsa domenica sono penetrati hanno varcato la frontiera ungherese per soccorrere intere famiglie in cammino in quella straordinaria marcia di libertà verso un futuro possibile.

Andiamo nei Balcani per portare ai nuovi Europei di ogni continente il nostro #Welcome!

Dal basso a sinistra, dove batte il cuore.
Sempre in movimento
#overthefortress

Progetto MeltingPot Europa - www.meltingpot.org
Attivist* Centri Sociali del Nord Est - www.globalproject.info
Associazione Ya Basta! Êdî Bese! - www.yabastaedibese.it

Contatti telefonici con la staffetta: +381642413572

Melting Pot
09 09 2015

L’associazione Ospiti in Arrivo racconta il viaggio di conoscenza sulla rotta dei migranti Budapest - Belgrado
Articolo di Francesca Carbone, Ospiti in Arrivo
Seconda parte del reportage del viaggio di conoscenza sulla Balkan Route organizzato da un gruppo di volontari della onlus Ospiti in Arrivo (Udine), accompagnata da alcuni simpatizzanti. Il viaggio, pianificato settimane prima, si è svolto proprio durante il momento di massima esposizione mediatica dei paesi balcanici a causa dell’intensificarsi degli arrivi dei migranti provenienti principalmente da Siria, Afghanistan e Pakistan. Da tempo le realtà del volontariato e dei movimenti che da Gorizia a Udine si occupano dei richiedenti asilo afgani e pakistani in arrivo dalla Balkan Route (che restano in strada anche per mesi prima di entrare in accoglienza) hanno in progetto di stringere contatti con realtà affini nei paesi di passaggio.
Terza tappa: Budapest, stazione Déli pályaudvar

Anche a Déli, come nelle altre due stazioni ferroviarie di Budapest, l’autorità locale ha predisposto una “transit zone”, con servizi igienici e docce. Come nel caso di Keleti, anche qui è presente una struttura fissa, messa a disposizione dal Comune all’associazione Migration Aid. Lo spazio è piuttosto buio, non c’è l’energia elettrica, ma a noi e alla volontaria con cui parliamo sembra già una grande conquista aver una stanza in cui lavorare. Il confronto con la realtà udinese risulta inevitabile: quanto si migliorerebbe il servizio offerto se si potesse contare su quattro muri ed un tetto sulla testa? E’ in questo spazio che i volontari ungheresi ripongono i beni che vengono offerti dalla cittadinanza a favore dei migranti (cibo e acqua, prodotti per l’igiene personale, coperte, sacchi a pelo, tende e vestiti) e organizzano le attività ricreative e di informazione. Infatti, oltre alla distribuzione dei beni di prima necessità, l’associazione si occupa anche di fornire indicazioni circa le future tappe del viaggio, come dimostra una bacheca con numerosi volantini in arabo, farsi e pashtu posta all’entrata del magazzino.

Questo è l’intervento organizzato da Migration Aid, un’associazione piuttosto eterogenea che, grazie soprattutto all’apporto dei social media (Facebook in particolare), può contare oggi su circa 700 sostenitori, più o meno coinvolti nelle varie attività. Ci sorprendiamo dell’efficienza, perciò decidiamo di informarci di più circa la collaborazione con le autorità locali. Con il Comune, in effetti, il rapporto è controverso, ma quel che in fondo è necessario all’associazione è avere i mezzi per operare e preparare una “resistenza civica”, al di là delle prese di posizione della politica. Anche la Chiesa Battista sostiene Migration Aid, mentre alcune difficoltà sono emerse con le moschee della capitale, reticenti ad intervenire in favore dei profughi per timore di ritorsioni. In questo caso, come anche scopriremo più avanti nella città di Szeged, l’assistenza umanitaria si attua in un difficile compromesso: è evidente come i volontari siano costantemente posti davanti alla contraddizione tra quanto ufficialmente permesso e quanto umanamente desiderato per il benessere dei profughi. Infatti, oltre a preoccuparsi delle condizioni dei migranti, i volontari si occupano (loro malgrado?) di indirizzare le persone in uno dei campi profughi ungheresi, appena fuori Budapest. Si tratta del campo governativo di Bicske, che insieme a quello di Debrecen e Vamosszabadi, raccoglie oggi in condizioni precarie le numerose persone in arrivo dal confine con la Serbia e non solo. Di questa realtà si sa poco, se non che si tratta di un campo governativo “aperto” - nel senso che i profughi possono entrare e uscire liberamente - e che la polizia ungherese tende a chiudere entrambi gli occhi nel momento in cui qualcuno si appresta ad andar via per continuare il proprio viaggio fuori dall’Ungheria.
Mentre parliamo con la volontaria di Migration Aid, lo sguardo va oltre la porta del magazzino: al bar della stazione ci sono molti clienti, ma l’attenzione si sofferma su alcuni bambini siriani che saltano la corda e giocano insieme ai volontari con le bolle di sapone e i palloncini. Rari attimi condivisi di serenità.

Quarta tappa: Debrecen, campo aperto per richiedenti asilo

Da Budapest decidiamo di muoverci in direzione orientale verso Debrecen, seconda città ungherese per abitanti, e sede del più importante campo governativo per richiedenti asilo del Paese. Giungendo in auto lungo Samsoni Utca, prima di arrivare all’ingresso centrale del campo, al civico 149, notiamo sulla destra il muro perimetrale del centro in tutta la sua desolante estensione. La struttura sorge sui resti di un’ex-base militare sovietica e sembra conservarne ancora lo spirito. Ovviamente non ci è consentito entrare, ma A. ci aspetta fuori dal cancello principale per raccontarci ciò che ha vissuto nel campo nei suoi nove mesi di permanenza. Ci sediamo sul prato antistante l’ingresso, vicino alla fermata dell’autobus e dei taxi.

Quello di Debrecen è un campo gestito dall’Ufficio Nazionale per l’Immigrazione ungherese adibito alla raccolta della maggior parte dei richiedenti asilo provenienti dal confine meridionale del Paese. La maggior parte di essi proviene dalla stazione di Szeged, dove le autorità concedono un documento che attesta l’ingresso illegale in Ungheria e che permette la circolazione gratuita sui treni per 48h. La concessione è limitata alla sola tratta Szeged-Debrecen, naturalmente.
Del campo di Debrecen ben poco è raccontato ai migranti in arrivo dalla Serbia. A. ce ne ha anticipato in qualche modo la ragione. Pensato per accogliere 773 persone, il centro oggi ne ospita quasi 1500, tra donne, uomini e bambini. Le persone hanno origini tra le più varie. Siriani, afghani, pakistani, persone dall’Africa e persino cubani (una decina, tra cui una famiglia) convivono nello stesso spazio, raggruppati informalmente in base alla provenienza. Dalla nazionalità dipende anche il tipo di trattamento ricevuto all’interno campo. I siriani sono senza dubbio i più rispettati, a seguire afghani e pakistani. Diversa è la condizione degli africani, alle quali a volte, a dispetto di quanto la storia ci ha già insegnato, viene anche negato l’accesso agli autobus.

Il campo è “aperto”: questo vuol dire che i profughi sono liberi di uscire senza particolari autorizzazioni e con un’autonomia di quattro giorni al massimo, trascorsi i quali la riammissione è a discrezione degli operatori del campo. In ogni caso, se qualcuno si assenta per più di un giorno è altamente improbabile che ritorni al campo. Mentre chiacchieriamo con A., un gruppo di una decina di persone, tra uomini e bambini, esce dal cancello principale con piccoli bagagli e zainetti sulle spalle, probabilmente diretti verso Budapest. La polizia all’ingresso abbozza perfino un saluto. All’interno e all’esterno del campo i cosiddetti “linkers”, passeurs in contatto con altri agganci ungheresi, indirizzano le rotte dei migranti dietro alto compenso.

Dall’esterno dei cancelli riusciamo a intravedere gli edifici, sono dei capannoni fatiscenti, alcuni con i vetri rotti e ci viene inevitabilmente da pensare all’inverno che verrà. Cerchiamo di captare curiosamente dal nostro testimone quante più informazioni possibili sulla vita nel campo. Quei prefabbricati sono destinati alle famiglie, mentre ci sono altri spazi per le donne sole (misura di protezione peraltro inutile considerando la presenza nota a tutti di traffico di droga e prostituzione). Le condizioni del campo sono in generale molto precarie e sebbene esistano dei servizi di assistenza medico-legale, questi non sono ritenuti sufficienti dai beneficiari. Il campo è gestito da social workers, giovani ungheresi tra i 20 e i 25 anni, alle dipendenze dirette dell’Ufficio per l’Immigrazione. I richiedenti asilo dispongono poi di assistenza psicologica 4 ore a settimana e l’Helsinki Committee si occupa, invece, dell’accompagnamento legale per 3 giorni a settimana. Durante la nostra conversazione ci si avvicina un papà africano con due bambini di un paio d’anni ciascuno. Il maschietto gioca con noi, intraprendente ed irrequieto, nel suo fare la determinazione di chi sa quello che vuole.

Salutiamo A. all’imbrunire, il nostro viaggio lungo la rotta balcanica deve continuare. Siamo sempre più interessati a comprendere quali siano i meccanismi che muovono il sistema, quali le cause che portano i migranti ad accettare di vivere in una costante e precaria situazione di “limbo”, come da loro stessi definita. L’incertezza e l’attesa caratterizzano ogni tappa del loro cammino, in un contesto di compromettente assenso istituzionale che favorisce i guadagni di chi specula sulle loro vite. Questa ambiguità li accompagna lungo i binari che collegano Horgoš a Rőszke sul confine serbo – ungherese, osservati dagli agenti di polizia da un lato e richiamati da qualche passeur nascosto tra i campi di pannocchie dall’altro. Il clima di disorientamento è palpabile alla stazione dei treni di Szeged, dove alcuni migranti si preparano per partire per destinazioni a loro ancora sconosciute, mentre un avvocato e un sociologo attivi sul campo mettono in luce il compromesso tra le disposizioni ufficiali del governo e le pratiche ufficiose dei volontari.
Il nostro viaggio sulla rotta balcanica finisce laddove molti profughi pensano di lasciarsi alle spalle il peggio della loro migrazione. Tra danze e strumenti improvvisati, molti siriani intonano le loro canzoni in un grande parco, ormai adibito ad accampamento d’emergenza, accanto la stazione di Belgrado. I serbi del comitato Food not Bombs, attivissimi in questo spazio di prima accoglienza, denunciano apertamente le vere questioni che sfondano il politically correct: no alla guerra, no all’imperialismo e alla NATO, sì alla libertà di movimento e documenti per tutti. L’importante ora è mantenere i contatti con i militanti e costruire legami di solidarietà e supporto reciproco tra le associazioni oltre i confini. Il viaggio continua.

- Leggi la prima parte del Reportage dalla Balkan Route: le stazioni di Budapest

Connessioni precarie
09 09 2015

di FERRUCCIO GAMBINO

1. Nell’agosto del 2015 a Budapest né autobus né treni erano disponibili per il trasporto dei profughi siriani verso l’Austria. Fatte le debite proporzioni, il loro destino rammentava vagamente la situazione dei profughi eritrei, etiopi e sudanesi che per molto tempo rimanevano appiedati attorno all’oasi di Kufra, nel Sud della Libia. Ma la Mitteleuropa è la Mitteleuropa. Ai primi di settembre, il governo ungherese di Orbàn ha messo a disposizione i mezzi pubblici, una misura analoga a quella del 1989, quando il governo Németh lasciò passare i tedesco-orientali, decisi sì a emigrare all’ovest ma evitando finalmente il tiro al piccione lungo il muro di Berlino.

Nell’ormai lontano agosto del 1989 la questione dei mezzi di trasporto riguardava qualche centinaio di «turisti» della già traballante Repubblica democratica tedesca (Rdt). I «turisti» avevano attraversato l’Ungheria giungendo fino alla frontiera austriaca. La questione era: alla lunga, quel flusso avrebbe ridotto il muro di Berlino a un residuato bellico? In effetti, il 19 agosto 1989, circa 600 tedesco-orientali erano entrati in Baviera, dopo aver passato alla spicciolata il confine ungherese-austriaco sotto lo sguardo benevolo delle guardie di entrambi i Paesi. Il governo della Rdt aveva protestato. Per rabbonirlo, i governanti ungheresi arrestarono e rimpatriarono un gruppo di tedesco-orientali. Poi, nel giro di una ventina di giorni, cambiarono idea e diedero autobus e treni ai partenti. Che cosa era successo in quell’arco di tempo? Semplicemente che il governo conservatore della Repubblica federale tedesca (Rft) aveva oliato le ruote dei mezzi di trasporto ungheresi.

Infatti, Helmut Kohl, il cancelliere della Rft, aveva sganciato segretamente un prestito da un miliardo di marchi all’indebitato governo Németh, aggiungendo poi allettanti promesse per il futuro[1]. Era il 25 agosto 1989, data dell’incontro tedesco-ungherese nei pressi di Colonia. Incassato il pingue assegno, il governo ungherese trovò i mezzi per trasportare verso ovest i «turisti» tedesco-orientali accampati a Budapest. Si dirà: quella del 2015 è una situazione ben diversa. Indubbiamente, soprattutto perché allora tutti i «turisti» erano considerati migranti politici, mentre oggi soltanto i siriani, con l’aggiunta di un gruppo minoritario di irakeni e afghani, sono registrati come tali, mentre «gli altri» sarebbero evidentemente migranti «economici». Ad esempio, oggi i cittadini del Burundi hanno ottime ragioni per emigrare – e infatti fuggono verso il Congo – ma non troverebbero vita facile in Ungheria, così come in molti altri Paesi europei, anche se il presidente-dittatore burundese non lesina le maniere forti contro la crescente opposizione

2. Nei primi otto mesi di questo 2015 si sono contati 310mila profughi in arrivo dalla sponda sud alla sponda nord del Mediterraneo; di questi, circa 200mila sono riparati in Grecia e 100mila in Italia, i due paesi della cosiddetta prima accoglienza. Nello stesso periodo i morti e i dispersi nella traversata del Mediterraneo sono almeno 2.800, per la maggior parte africani, fra cui non si contano, ad esempio, i giovani finiti sulle lame dei muri eretti dal governo spagnolo a Ceuta e Melilla.

Il 25 agosto del 2015, esattamente 26 anni dopo l’accordo sottobanco di Kohl con Németh, il cancellierato tedesco si sporge sul baratro. Fino a quel momento era sotto gli occhi di tutti che la Grecia e l’Italia erano state lasciate sole nell’accoglienza dei rifugiati nell’area dell’UE. Di colpo, il governo Merkel scopre la questione dei profughi siriani e sospende – soltanto per loro e per gli irakeni e gli afghani aggregati – quel notorio sbarramento che è dettato dal patto «Dublino III» dell’Unione europea: da un atteggiamento di rifiuto guardando all’estrema destra tedesca, Berlino passa a una politica di ingressi selettivi guardando soprattutto al mercato del lavoro interno e alla spinta verso un’indiscussa primazia in Europa. Ai siriani che sono riusciti a passare attraverso la ruvida Macedonia e la meno ruvida Serbia si apre la possibilità di trovare rifugio in Germania. I siriani sono generalmente giovani e istruiti (è sottinteso che siano più istruiti degli africani) ed entreranno agevolmente nel sistema d’impiego. Negli stessi giorni, al largo della Libia continuano ad affogare africani sulle carrette del mare (26.8), mentre in Austria si scoprono più di 70 profughi abbandonati e soffocati nel container di un Tir (27.8). In Italia, in un sol giorno sono circa in mille a sbarcare (28.8); tra di loro si contano quattro morti, di cui due bambine di cui non vengono diffuse le fotografie.

Per contro, sei giorni dopo fa il giro del mondo la fotografia del cadavere di un bambino siriano sulla spiaggia turca di Bodrum, morto durante il tentativo della famiglia di raggiungere l’isola greca di Kos. Tutti i mezzi di comunicazione dell’Unione europea sono mobilitati a dare il massimo risalto alla notizia e a discutere della fotografia, mentre il Mediterraneo occidentale viene mediaticamente oscurato. Salvifica, la fotografia del cancelliere Angela Merkel campeggia tra gli striscioni che aprono la marcia dei siriani verso ovest, mentre l’Austria e la Baviera accolgono i primi profughi siriani in provenienza da Budapest. Il premier britannico David Cameron teme di perdere la faccia a fronte dell’universalismo merkeliano e promette di considerare l’accoglienza di qualche migliaio di siriani, quelli particolarmente «bisognosi», ma soltanto a condizione che non siano ancora arrivati in un qualsiasi Paese dell’Unione europea. Dal canto suo, il presidente francese Hollande propone di affrontare la questione siriana alla radice, bombardando selettivamente alcune aree della Siria, una decisione per la quale propende anche il governo britannico.

In breve, l’inquietante oscillazione emotiva provocata prima dal lungo immobilismo e poi dalla repentina decisione del governo tedesco a favore dell’accoglienza dei siriani – e propagata a onda dai media al resto dell’Unione europea – lascia presagire ulteriori e gravi manipolazioni dell’opinione pubblica per il futuro in tema di migrazioni. Il vuoto di una qualsiasi politica migratoria coordinata dell’Unione europea è pneumatico e non da ora. Si tratta del non detto – durato più di 60 anni – di un progetto di unificazione formulato per risolvere i conflitti tra gli Stati prima con il Mec , poi con la Cee e infine con l’Unione europea, mentre la politica estera (a parte gli accordi commerciali ma compresa la politica neocoloniale) è rimasta prerogativa dei singoli Stati. È sintomatico che, per reazione alle traversie patite dai profughi nel tragitto dalla Turchia all’Ungheria, sia in aumento il flusso dei siriani verso la Norvegia: da Beirut a Mosca, da Mosca a Murmansk e poi, con mezzi di fortuna, fino a Oslo. In agosto in Norvegia si contavano circa 100 arrivi al giorno. È un cammino per saltare a piè pari l’Unione europea, un cammino quasi sempre precluso a comuni profughi africani.

Quasi tutti hanno dimenticato che il problema enorme e cruciale di oggi e dei prossimi decenni non è la pur drammatica condizione dei siriani nella tormenta della guerra, bensì il tragico potenziale migratorio in provenienza dalla dimenticata Africa. Da una parte la politica guerrafondaia delle monarchie del Golfo in Libia (oltre che in Iraq, Siria e Yemen), dall’altra la xenofobia diffusa globalmente contro gli africani stanno operando alacremente per l’avanzata della barbarie. Attualmente si contano a decine le città africane – dal Burundi alla Repubblica centro-africana alla Libia – dove il mercato delle armi è l’unico fiorente e dove si spara quotidianamente per le strade, dove le stragi sono moneta corrente – e da dove si tenta di fuggire, senza che il resto del mondo intenda rendersene conto. Ma contrariamente al passato, quello che è successo nel Medio Oriente non è stato contenuto nel Medio Oriente, quello che succede in Africa non potrà più essere contenuto in Africa.

[1] John L. Harper, La guerra fredda. Storia di un mondo in bilico, Bologna, Il Mulino 2013, p. 276 e n. 76, p. 345.

Sparigliare le carte, abbattere i confini

  • Mercoledì, 09 Settembre 2015 12:19 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
09 09 2015

Il dibattito “mainstream” attorno ai flussi migratori che sono riusciti a rompere, almeno per il momento, la gabbia sancita dagli accordi di Dublino, ha dimostrato tutti i limiti già ampiamente dimostrati negli ultimi anni. I ragionamenti più inquietanti arrivano puntuali, non solo dimostrando di non riuscire a cogliere gli elementi più importanti di quello che sta accadendo, ma assumendo un punto di vista passivo, attento agli aspetti di superficie e mai alla sostanza, altalenante e “isterico”.

“E’ stata una foto a cambiare l’Europa”, anzi no, “mostrare quella foto è stato vergognoso, un uso strumentale della morte di un bambino”. “ La Merkel è il demonio, sta accogliendo tutti per trasformarli in schiavi”, “La Merkel è la nuova fata turchina, ha mostrato il vero volto dell’Europa, anzi no, sta già chiedendo denaro in cambio dell’accoglienza, è solo un business”.

Evidentemente esistono degli elementi di verità in tutte queste affermazioni, manca però come sempre un punto di vista che renda i soggetti (migranti o autoctoni) protagonisti e attori delle trasformazioni, resta un’aurea di rassegnazione che restituisce il destino di migliaia e migliaia di uomini e donne a qualche complotto, qualche capriccio, qualche tonalità emotiva più o meno presente nel cuore dei potenti in quel momento.

La verità è che Angela Merkel non è la fata turchina nè Maga Mago’: la cancelliera incarna perfettamente il modo di intendere la politica in Europa. Immaginate un gigantesco foglio di calcolo, una pagina dove annotare più e meno, addizioni e sottrazioni: i migranti sono un costo economico, respingerli in maniera disumana può diventare un gravoso costo elettorale o un’operazione che soddisfa lo stomaco e i peggiori istinti che circolano nel continente. Bloccare i flussi è impossibile: non è un muro di filo spinato nè un governo fascista come quello di Orban a poter arrestare il desiderio di libertà e di una vita degna e questo non sfugge all’Europa e alla Germania.

I migranti Siriani hanno spostato il valore dei calcoli su questo gigantesco foglio, la mobilitazione diffusa dei cittadini austriaci e tedeschi ha mostrato come, al di là di ogni previsione, una politica di chiusura sarebbe stata pagata in maniera molto cara dalla cancelliera tedesca e dal suo partito. Una foto (ma serve una foto per rendersi conto della tragedia? A me no, a qualcun altro si, questa disputa lasciamola ai salotti buoni della sinistra annoiata) non ha cambiato l’Europa ma ha funzionato, forse, come scintilla per scompigliare le carte in tavola.

Mescolare i calcoli, spostare i segni più e meno su questo immenso foglio: questo è l’unico linguaggio che viene riconosciuto dalla politica europea oggi, ovvero dobbiamo diventare un costo. Deve essere costoso per loro chiudere le frontiere, respingere, ignorare chi arriva da lontano. Deve essere un costo per loro affamare popoli, imporre misure d’austerity, distruggere servizi e welfare, altrimenti nessun orco si trasformerà in fata turchina, nessun giornale piangerà lacrime di coccodrillo sui morti del mediterraneo, nessun politico andrà in televisione ad annunciare un cambio di rotta.

Forse sarebbe più interessante concentrarsi su questo: come cambiare completamente i numeri su quel foglio di calcolo, come essere protagonisti della trasformazione, come diventare talmente forti da prendere questo foglio tra le mani e strapparlo in mille pezzi. Nessun governatore diventerà buono per magia, nessun abominio verrà cancellato dalla buona volontà di chi comanda, dunque a voi la scelta: continuare a parlare di “complotti”, disquisire su una foto e sull’opportunità di pubblicarla, recitare come un rosario le solite battute del politico, più o meno commosso, a seconda dell’aria che tira, oppure marciare. Marciare al fianco dei rifugiati siriani da est, di tutti i migranti che attraversano il mediterraneo, che scappino da una guerra o dalla povertà, che cerchino pace o un lavoro. Non serve “carità”, servono incroci virtuosi tra le lotte, serve comprendere fino in fondo che la battaglia è quella degli ultimi contro i primi e riconoscersi finalmente come soggetti schierati dalla stessa parte: solo in questo modo sarà possibile abbattere per sempre la fortezza Europa.

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