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Dinamo Press
09 01 2014

Quarto giorno di sciopero dei richiedenti asilo, mentre il Parlamento continua ad essere sordo alle richieste dei migranti.

Leggi la lettera degli organizzatori della March for Freedom dal carcere di Saharonim (traduzione di DINAMOpress).

Il quarto giorno di sciopero dell'intera comunità dei richiedenti asilo in Israele è stato un nuovo successo per partecipazione e determinazione. In 20.000 si sono ritrovati nel parco di Gan Hvradim, a ridosso del Parlamento di Gerusalemme. Lo stesso luogo dove meno di un mese fa 150 richiedenti asilo erano stati arrestati dopo aver marciato per 3 giorni dalla prigione di Holot, nel deserto del Neghev, fino ad una Gerusalemme coperta di neve. Oggi, quei 150 uomini hanno scritto una lettera dalla prigione di Saharonim, dove sono rinchiusi, per far sapere che da domenica sono in sciopero della fame in solidarietà con la lotta di questi giorni.

Per portare tutti gli scioperanti da Tel Aviv a Gerusalemme non sono bastati gli 85 pullman organizzati ieri durante la notte e pagati di tasca propria dai manifestanti. Non è bastato che questi pullman facessero due volte il tragitto Tel Aviv-Gerusalemme.

Almeno 5.000 persone sono state costrette a rimanere a Levinsky Park, dove hanno continuato a discutere in assemblea.

Soltanto da Tel Aviv, dunque, sono arrivate oltre 10.000 persone, a cui se ne sono aggiunte tantissime altre da Gerusalemme e dalle diverse città d'Israele.

La comunità si è dimostrata anche oggi determinata ad andare avanti ad oltranza, fino a quando non saranno accettate le sue rivendicazioni: libertà per i detenuti, fine delle leggi razziste e rispetto del diritto internazionale per i richiedenti asilo.

Dalla coalizione di governo continuano ad arrivare proclami d'odio e il presidente della Knesset (Yuli Edelstein, lo stesso che ha rappresentato Israele ai funerali di Mandela) ha rifiutato di accogliere i richiedenti asilo che volevano consegnare una lettera, giudicandola una provocazione che avrebbe disturbato i lavori parlamentari.

Luca Magno Giansandro Merli

Abbattoimuri
10 12 2013

L’attivista Lgbtq Irina Putilova trattenuta a Yarl’s Wood, come il nostro Cie di Londra, è stata rilasciata. Ancora a Yarl’s Wood invece è la richiedente asilo lesbica Prossie N. Provo a tradurre e faccio una sintesi del comunicato.

Prossie N. deve restare!

Azione urgente ora per fermare un nuovo tentativo di deportare Prossie, lesbica e vittima della famiglia abusi sessuali in Uganda. Ricordate Jackie Nanyonjo! Agire oggi !
Il Ministero degli Interni sta di nuovo cercando di espellere in Uganda la richiedente asilo lesbica Prossie N. L’ultima volta che hanno provato a deportarla, nel mese di novembre, ha resistito con tanta forza e determinazione che il pilota dell’Ethiopian Airlines rifiutò che tutti i passeggeri salissero a bordo dell’aereo fino a che la “scorta” non riportò giù.
Stavano cercando di espellerla, anche se la sua salute non era migliorata dal tempo del volo programmato nel mese di ottobre, poi annullato perché chiaramente lei non poteva volare in quelle condizioni. Dopo altri due mesi nel centro di detenzione Yarl’s Wood le condizioni di salute di Prossie sono ulteriormente peggiorate, lei ha ottenuto una valutazione da Medical Justice, ma l’UKBA vuole espellerla di nuovo Giovedi 12 Dicembre – questa volta su Kenya Airways.
Prossie ha 20 anni ed è stata vittima di abusi sessuali e stupri da parte di suo zio dall’età di 8 (i suoi genitori sono morti quando era piccola). Non le fu permesso di restare a scuola dall’età di 13 anni e in seguito la sua sessualità fu ulteriormente esposta. A 15 anni, per la maggior parte del tempo, si muoveva o viveva per le strade. Una donna sposata con la quale aveva una relazione segreta ottenne un passaporto e un visto attraverso un agente che la portò in Gran Bretagna dall’Uganda nel settembre 2010. Da quando è arrivata ha avuto diverse relazioni lesbiche ed è stata arrestata in un raid dell’UKBA nella casa dove viveva il 21 luglio – È stata portata a Yarl’s Wood e secondo quelli che valutano le richieste d’asilo il suo caso era da mettere in ‘ Fast Track ‘ ed è stato rifiutato. Lei ha avuto poche possibilità di contattare i potenziali testimoni.
Se Prossie torna in Uganda affronterà certamente persecuzione con la probabilità di prigionia e torture. Non ha nessuna famiglia a cui rivolgersi per un sostegno o per ricevere protezione. Ha messo su casa in Gran Bretagna e ha una cerchia di amici – gay ed etero – nella comunità ugandese di Londra, e tutt* si stanno rendendo disponibili a testimoniare per Prossie. Lei è però una vittima di un sistema ingiusto, disumano e razzista, che tratta tutti i richiedenti asilo come criminali fino a quando non si può dimostrare che non mentono.
Non più espulsioni e brutalità!
A gennaio un’altra lesbica detenuta a Yarl’s Wood, il membro del Movimento per la Giustizia Jackie Nanyanjo, è stata deportata in Uganda. Jackie fu tanto brutalizzata dai suoi ‘accompagnatori’ su un volo Qatar Airways che è morta come conseguenza alcune settimane più tardi. Subito dopo la sua morte un’altra donna lesbica, Mary K, fu portata nel centro di detenzione Yarl’s Wood e rimpatriata su Kenya Airways KQ101 (volo per l’Uganda – la stessa compagnia aerea che l’UKBA vuole usare per Prossie). Mary è stata sottoposta alle stesse tattiche brutali usate contro Jackie, ma per fortuna il Movimento per la Giustizia è stato in grado di organizzare un incontro con un operatore ugandese per i diritti dei rifugiati. L’operatore ha riportato:
“Mary K. è arrivata questa mattina …. è stata maltrattata e le è stata applicata una forza eccessiva da quattro accompagnatori provenienti da Tascor. Ciò è accaduto mentre stava a Heathrow, al momento di salire sull’aereo e durante il transito. Le sue manette erano così saldamente chiuse che hanno causato gonfiore alle mani, le sue gambe incatenate, è stata spintonata in giro, uno degli accompagnatori l’ha afferrata e trascinata per i capelli, è stata tenuta stretta per il collo e la bocca e lei ora ha dolori intorno alla gola e ha subito un taglio sopra il labbro, ha ricevuto una gomitata al petto e ancora prova dolore. Quando è arrivata siamo andati direttamente in un ospedale dove è attualmente in cura .“
Questa brutalità deve cessare. Nessun altro deve morire come Jackie Nanyonjo. Dobbiamo adottare misure urgenti per fermare questa brutalità. La deportazione di Prossie deve essere annullata, deve essere rilasciata da Yarl’s Wood e ottenere asilo.
KQ101 è un volo della morte per LGBT ugandesi !
Contatta la Kenya Airlways con telefonate, messaggi vocali, e-mail e fax per chiedere di annullare immediatamente il biglietto di Prossie N per i voli KQ101/KQ410 alle 19.00 il Giovedi 12 Dicembre .
Ricorda loro che cosa è successo a Jackie. Ricorda loro le parole dell’operatore per i diritti dei rifugiati, “Questo è accaduto … durante il transito“. Avrebbero potuto dire NO e dal momento che non lo hanno fatto, essi sono complici dell’assalto e il ferimento di Mary K. Devono dire NO questa volta .
Se ti fanno problemi perché non pronunci il suo cognome digli che questo è per la sua sicurezza e protezione e che non dovrebbero andare avanti con la deportazione. E ‘ sufficiente che abbiano il suo nome, l’iniziale del cognome e il fatto che lei è una persona in fase di espulsione (la loro opposizione è solo ostruzionismo)
Si prega di utilizzare o adattare qualsiasi parte di questo messaggio nella tua e-mail o fax, se lo desideri.
Citare il riferimento Home Office di Prossie : N0157846 .
QUI tutti i contatti.

Frontiere news
04 12 2013

di Nicole Valentini

Conoscevo da tempo la storia e la situazione dei rifugiati e richiedenti asilo, ma quando attraverso gli amici Soheila e Razi Mohebi, registi rifugiati in Trentino, sono venuta a conoscenza che tre ragazzi afghani dormivano per strada da alcuni mesi, è emerso il mio atteggiamento naïf. Come è possibile, mi sono chiesta, che in una piccola e moderatamente ricca città come Trento, dei richiedenti asilo dormano per strada? All’ingenuità è susseguito lo sdegno. La rabbia, la tristezza e l’indignazione sono sentimenti umani, ma lasciano tutti il tempo che trovano.

Nur, Amir e Hadi (nomi di fantasia che utilizzerò per tutelare la loro privacy) sono tre ragazzi provenienti dall’Afghanistan; appartengono tutti all’etnia Hazara, una delle etnie maggiormente discriminate e perseguitate di questo Paese. Poco più che adolescenti hanno abbandonato il loro paese ed hanno iniziato il viaggio. A piedi e con mezzi di fortuna hanno attraversato il Pakistan, l’Iran, per arrivare in Turchia ed infine in Europa. Un viaggio che avrebbe fatto impallidire Ulisse, in cui la possibilità di morire è molto alta.

Incontro Nur lunedì, fuori dalla biblioteca comunale di via Roma, dove ogni tanto i ragazzi vanno il pomeriggio per scaldarsi un poco. Ho tentato di aiutarli a trovare una sistemazione per la notte, ma tutte le associazioni hanno risposto all’unisono: “non c’è posto mi dispiace, siamo pieni”.

Nur appare il più serio, ti guarda con quello sguardo dolce ma grave di chi sta lentamente abbandonando ogni speranza. “Sei molto giovane” gli dico, mi guarda negli occhi e risponde: “sì, ma sai tutto quello che ho visto e che ho vissuto…” si poggia una mano sul cuore ma non termina la frase, io annuisco, so già cosa vuole dirmi.

Mi dice che se l’Europa e l’Italia non vogliono o non possono accoglierli, allora che chiudano definitivamente le frontiere, che non permettano loro di entrare per poi rimabalzarli da un Paese all’altro come palline da ping pong o abbandonarli in mezzo ad una strada. Sarà la decima volta che sento questo discorso, ed è un discorso freddo, razionale di una persona che non ha più fiducia ed aspettative nei confronti di quest’Europa, terra di miraggi e false promesse.

Loro non vogliono carità, non vogliono compassione, vogliono dignità e la possibilità di iniziare a vivere. La prima forma di dignità è quella che si ottiene con il soddisfacimento dei propri bisogni primari in modo autonomo, senza mendicare di continuo aiuto, cibo e vestiti alle varie associazioni e cooperative, che per fortuna comunque esistono. Il primo passo verso l’inizio della loro vita da adulti invece, lo vorrebbero costruire giorno per giorno, intraprendendo un percorso unico e individuale che li porti all’autonomia e al perseguimento dei propri sogni.

Passo con loro il pomeriggio e poi li saluto per lasciarli andare a mangiare alla Caritas. Ci ritroviamo dopo qualche ora alla stazione dei treni per andare a Rovereto dove ogni giorno alle 19 in punto devono andare a mettere la loro firma al dormitorio in attesa che un posto si liberi, ma anche quando ciò avviene, sono poche le notti che possono trascorrere all’interno della struttura. Uno di loro mi chiede se ho fame e mi offre un frutto, l’unica cosa che ha.

Gli chiedo se le loro famiglie sanno che sono qui e che stanno bene. Tutti mi rispondono di no. Nur mi dice che la sua famiglia abita in una zona dell’Afghanistan, Ghazni, circondata dai talebani e per lo più priva di connessioni telefoniche, Hadi sottovoce mi dice di aver perso tutta la sua famiglia, massacrata qualche anno fa dai kuchi talebani, non riesco nemmeno a dirgli che mi dispiace, ogni parola mi sembra superflua, ogni parola mi sembra troppo poco.

Quanti ragazzi come loro vivono per le nostre strade? Nascosti alla nostra vista, cacciati dalle stazioni e persino dai parchi, affinché Trento assomigli al migliore dei mondi possibili, affinché non si gridi al degrado. L’unico degrado che vedo io è quello delle nostre coscienze, afflitte da una rinuncia a priori, da un fatalismo pessimista, per il quale tanto alla fine non cambia nulla e comunque non è nostro compito fare in modo che qualcosa cambi. Se per cento persone che si indignano ce ne fossero cinquanta disposte ad agire, di persone che dormono per strada non ce ne sarebbero quasi più. Anche il semplice parlarne è fare qualcosa. Qualcuno potrebbe venire a conoscenza della situazione e decidere di portare dei vestiti o del cibo a queste persone, o semplicemente andare a parlare con loro, ad ascoltare la loro storia, per fargli capire che non sono abbandonati a loro stessi, che esistono ancora. Qualcun altro potrebbe scrivere degli articoli o una lettera al giornale. Non è solo un dovere delle istituzioni, è un dovere di tutti coloro che sanno portare alla luce queste problematiche ed intervenire ognuno nel proprio piccolo e secondo le proprie possibilità.

La sera arriva ed è molto freddo, il vento mi gela le mani. Li guardo e porgo loro le mie scuse, “ho fallito, mi dispiace. Ero sicura che sarei riuscita a trovarvi un posto per dormire”, “non preoccuparti per noi, siamo abituati”, dice Nur. “Questa è la vita” mi dice Amir. Vorrei dirgli che no, questa non è vita e che no, non smetterò di preoccuparmi per loro, perché dopo averli conosciuti, lo sdegno si è trasformato in tristezza e frustazione, ma anche in ammirazione per questi ragazzi così dolci e gentili che mi hanno dato tanto pur non avendo nulla.

Avevano documenti regolari e un permesso da rifugiato politico. E dunque non avrebbero dovuto essere estradate dall'Italia. E' il tribunale del Riesame di Roma a prendere posizione, alcune settimane dopo il caso del rimpatrio forzato di Alma Salabayeva e della piccola Alua, moglie e figlia del dissidente politico ed ex banchiere kazako Mukhtar Ablyazov, spedite in tutta fretta dall'Italia al paese d'origine dove luomo è stato incarcerato e torturato. ...
E di speranze non ne aveva ormai più il diciannovenne originario della Costa d'Avorio che ieri mattina si è cosparso di benzina e si è dato fuoco all'aeroporto di Fiumicino. ...

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