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Strategie dell’attivismo on line: la “Tweetstorm”

  • Mercoledì, 22 Luglio 2015 08:44 ,
  • Pubblicato in Flash news

Zero81
22 07 2015

Da alcuni mesi molti attivisti on line, su Facebook e Twitter, hanno sperimentato una nuova forma di protesta: la “TweetStorm”.
Noi l’abbiamo sperimentata giù qualche tempo fa durante il forum Macry vs studenti organizzato dal corriere del mezzogiorno (https://www.facebook.com/events/373900432787289/) .

Ieri è stata una nuova occasione, durante la trasmissione #paralleloItalia, per riproporre questa pratica di attivismo on-line. Grazie a questo siamo riusciti a raccontare secondo per secondo come stesse procedendo il sit-in nei pressi dello studio Rai, riappropriandoci cosi del diritto alla parola che ci era stato negato in tv ma che ci siamo saputi riprendere nel flusso di informazioni della rete, ed in particolare di twitter.
COS’E’ UNA TWEETSTORM?

E’ un’azione coordinata di diversi utenti che contemporaneamente inviano gli stessi messaggi otweets, generando appunto una vera e propria “tempesta” di tweets ( “storm” significa infatti “tempesta”)
Come funziona?
Chiunque può provocare una TweetStorm, è necessario soltanto decidere:

1. In cosa consisterà il messaggio / tweet ( il testo/ i “campi” o “aree” a cui la notizia rimanda – i cosiddetti “hashtags” – Es. “paralleloitaia”, “redditosubito”, “tasse” etc. / l’ utente o gli utenti a cui il tweet è destinato, Es. @paralleloitalia ).
2. L’ orario nel quale il messaggio sarà inviato. E’ importante scegliere l’ora o la fascia oraria durante la quale c’è il maggior numero di utenti on line (talk show serali, grandi manifestazioni ecc)
Qual è il passo successivo?
Bisogna informare il più possibile dell’azione TweetStorm chiedendo al maggior numero di utenti o attivisti di sostenerla, prendervi parte e diffonderla a loro volta.
Le TweetStorms sono realmente efficaci?
Questa nuova forma di attivismo on line è appena agli inizi. Al momento possiamo affermare che:
1. Essa si dimostra realmente efficace solo grazie ad azioni coordinate su twitter.
2. TweetStorms “mirate”, ossia destinate a specifici utenti, sono la migliore alternativa ai tweets generici: essi richiamano l’attenzione di altri utenti che possono solo contribuire a rafforzare una causa o un’iniziativa.
3. Le TweetStorms NON sono spam.
4. La TweetStorm non è intrattenimento, ma attivismo serio e scrupoloso che fa informazione. E’ una forma di protesta concepita per creare attenzione da differenti punti di vista. La TweetStorm mostra ai suoi sostenitori che la causa per la quale ci si batte è solida e riceve sostegno. Allo stesso tempo mostra ai “potenziali nemici” che i sostenitori di quella causa sono uniti e solidali.
5. TweetStorm è assolutamente democratica: ognuno può decidere cosa dire, a chi e quando destinare il messaggio.

Come attivisti, è importante non solo prendere parte alla TweetStorm ma incoraggiare effettivamente gli altri a prenderne parte. L’attivismo on line non si limita a premere il tasto “mi piace” o “invia”, ma occorre essere realmente protagonisti con le proprie idee in modo da dar voce alle proprie istanze.
Fonte articolo: https://globalfree.files.wordpress.com/2010/10/tweetstorm-it.pdf
- See more at: http://www.zer081.org/2015/07/22/strategie-dell%E2%80%99attivismo-on-line-la-%E2%80%9Ctweetstorm%E2%80%9D/#sthash.gVzUZn7b.dpuf

Il Fatto Quotidiano
05 01 2015

di Riccardo Noury 

È prevista oggi la sentenza nei confronti di un difensore dei diritti umani palestinese, Abdallah Abu Rahma, che il 21 ottobre scorso è stato giudicato colpevole dalla giustizia militare israeliana di “disturbo a un soldato in servizio”, “ostacolo a operazioni militari” e “azioni di incitamento e di propaganda ostile”, reato quest’ultimo previsto dall’ordine militare n. 101 cui sono sottoposti i palestinesi della Cisgiordania. Rischia fino a 10 anni di carcere.

Abdallah Abu Rahma, maestro di scuola elementare, è il coordinatore del Comitato popolare contro il muro di Bil’in, promotore dal 2005, insieme a numerosi attivisti israeliani e internazionali, di iniziative settimanali non violente contro il muro. Iniziative che nel 2007 hanno contribuito alla decisione dell’Alta corte d’Israele di ordinarne la modifica del percorso, per favorire un più ampio accesso degli abitanti della zona ai loro terreni.

Bil’in è diventato in questi anni il simbolo della resistenza non violenta all’occupazione dei territori palestinesi, celebrata anche da “Bil’in Habibti”, un documentario del regista israeliano Shai Pollak, visto anni fa in Italia.

Abdallah Abu Rahma aveva già trascorso 15 mesi in carcere, dal dicembre 2009 al marzo 2011, per “organizzazione e partecipazione a una manifestazione illegale” e “incitamento” (a lanciare pietre contro i soldati, circostanza smentita dai testimoni).

Nel maggio 2012, era stato nuovamente arrestato di fronte alla prigione militare di Ofer, dove stava prendendo parte a una manifestazione non violenta per commemorare la Nakba e mostrare solidarietà ai prigionieri palestinesi sottoposti alla detenzione amministrativa.

Mesi dopo, nel febbraio 2013, l’ultimo arresto con le imputazioni ricordate all’inizio, per essersi messo di fronte a un bulldozer dell’esercito israeliano, impedendogli di avanzare. In quel periodo, Abdallah Abu Rahma era anche coinvolto nella ricostruzione di Ein Hijleh, un villaggio abbandonato nella valle del fiume Giordano.

Durante le manifestazioni di Bil’in, Abdallah Abu Rahma ha perso il fratello Bassam e la sorella Jawaher, ucciso il primo da un soldato israeliano nel 2009, rimasta asfissiata dai gas lacrimogeni la seconda nel 2011.

Corriere della Sera
27 06 2014

Un colpo alla nuca. Un’esecuzione in piena regola. Uccisa per le idee che difendeva. Scomode. Salwa Bugaighis, avvocato, era una delle attiviste per i diritti umani più conosciute in Libia. È stata ammazzata a Bengasi ieri, nel giorno delle elezioni per scegliere il nuovo Parlamento. Lo riferisce l’agenzia di stampa ufficiale libica Lana, spiegando che la donna è stata uccisa a casa , alcune ore dopo avere votato. Un’irruzione da parte di un gruppo di uomini armati. Il colpo alla testa. Quando gli assassini sono fuggiti la donna era ancora a viva. Sembra che accanto a lei ci fosse anche il marito, probabilmente rapito. Salwa è morta poco dopo, in ospedale.

Raid in casa. Poi l’esecuzione
In prima linea nella rivolta del 2011 contro Muammar Gheddafi, Salwa Bugaighis è stata anche fra le voci più attive contro l’estremismo islamico. Secondo quanto ha riferito un uomo a guardia dell’abitazione della donna (riportato dal quotidiano Al-Wasat) cinque uomini armati, tutti a volto coperto tranne uno, prima hanno chiesto del figlio di Bugaighis, Wael, poi hanno sparato alla guardia a una gamba e infine hanno fatto irruzione nella casa. A quel punto si sono sentiti altri spari. Non è chiaro chi siano questi uomini, ma recentemente le milizie radicali islamiche a Bengasi sono state ritenute responsabili di frequenti omicidi di attivisti, giudici, religiosi moderati, poliziotti e soldati.

Attivista a favore del dialogo
Stando ai media locali, dopo l’assalto alla casa risulta disperso il marito di Bugaighis, che pare si trovasse all’interno. Negli otto mesi di guerra civile contro Gheddafi, Bugaighis è stata membro del Consiglio nazionale di transizione (Cns), l’organo di leadership politica dei ribelli. Da allora è stata poi vice capo della commissione per il dialogo nazionale, che sta provando a lavorare per una riconciliazione tra fazioni, tribù e comunità rivali all’interno del Paese.

L’intervista sotto i bombardamenti
Poco prima dell’assalto la donna aveva rilasciato un’intervista alla tv Al-Nabaa, mentre erano in corso bombardamenti nel suo quartiere. In quell’occasione aveva invitato i cittadini a recarsi alle urne, dicendo che sperava in un nuovo Parlamento senza la predominanza degli islamisti come nel Parlamento attuale. «Dal vostro network invito le persone di Bengasi a essere decisi e pazienti perché le elezioni si devono compiere», aveva detto, raccontando che vicino al suo quartiere erano in corso combattimenti che erano cominciati quando i militanti avevano attaccato dei soldati dispiegati vicino ai seggi. «Queste sono persone che vogliono far saltare le elezioni», aveva detto prima che la conversazione si interrompesse con il rumore di spari.
Il coraggio di Salwa

In passato Salwa Bugaighis era fuggita con la sua famiglia in Giordania a causa delle minacce di morte ricevute. Il figlio, Wael, era sopravvissuto quest’anno a un tentativo di rapimento. Un amico racconta che recentemente lei e il marito erano tornati a Tripoli mentre i due figli, compreso Wael, erano rimasti in Giordania. Sotto il governo di Gheddafi, in quanto avvocato, Salwa Bugaighis aveva rappresentato le famiglie dei prigionieri nella nota prigione Abu Selim di Tripoli, spingendo il governo a dire la verità su quanto fosse accaduto ai 1.200 prigionieri scomparsi, la maggior parte islamisti di Bengasi. Il suo omicidio ha sconvolto la comunità di attivisti, politici e diplomatici: «Tutti i sostenitori della verità sono minacciati», ha detto Hassan al-Amin, altro noto attivista ed ex capo della commissione diritti umani in Parlamento, che è fuggito all’estero dopo avere ricevuto minacce di morte.

La 27ora
18 06 2014

Amal Nasser ci riceve a Damasco, per raccontarci come si vive e come si muore nelle carceri dell’intelligence siriana e nel limbo della prigione di Adra. Sindacalista quarantenne e madre di una diciottenne, è stata arrestata anche lei, per due mesi, per il suo coinvolgimento in un progetto dell’Unicef nel 2011.”Si trattava di cinque cliniche per rifugiati nella campagna di Damasco, ma il regime li considera ospedali da campo per ribelli armati“. La incontriamo nell’ufficio del Coordinamento Nazionale Siriano, un gruppo di opposizione laico e nonviolento, cui aderiscono partiti comunisti e nasseristi, che aveva invitato i cittadini a boicottare le elezioni presidenziali del 3 giugno.

Gli attivisti sono in attesa. Cinque giorni dopo le elezioni, il presidente ha annunciato un’amnistia, facendo sperare per la prima volta in una riduzione delle sentenze e, in alcuni casi, nel ritorno alla libertà di detenuti arrestati in nome della legge anti-terrorismo usata sia contro ribelli armati che contro attivisti nonviolenti. “Ma al momento solo 1100 persone sono state rilasciate in tutta la Siria, delle quasi 274 a Damasco”.


Prima dell’arresto, Amal si stava preparando a partire per New York. Il 15 marzo doveva partecipare ad una conferenza delle donne all’Onu, dopo quella cui aveva già preso parte a Ginevra poco prima per volere del negoziatore per la Siria Lashkar Brahimi (è stata anche in Italia nel 2012, con altri oppositori invitati dalla Comunità di Sant’Egidio: link al loro appello).

Un medico che lavorava con me al progetto dell’Unicef è stato arrestato all’inizio di quest’anno e ha confessato il mio nome. Sono venuti a prendermi mentre andavo al lavoro. Mi hanno seguita con un taxi giallo, mi hanno fermata gridando che la mia era un’auto rubata, poi mi hanno portata alla sede dell’intelligence militare nel quartiere di Kfar Sousseh. Una scena alla Al Capone.

Racconta di essere stata rinchiusa per 40 giorni, rannicchiata insieme ad altre 10 donne in una cella di “un metro e mezzo per due, col soffitto basso, una piccola finestra e un proiettore sempre acceso”.

Mangiavamo 7 olive ciascuna al mattino, una piccola quantità di pane, e poi un po’ di riso. Certi giorni, ci davano un’arancia ciascuna. C’era una donna incinta che ha perso il bambino. Se una donna aveva il ciclo si strappava i vestiti per usarli come tessuto assorbente. Quattro volte al giorno potevamo andare in bagno. Sul pavimento c’era una coperta, e ce ne hanno data un’altra per ogni 5 prigioniere.

La cella era vicina a quella delle torture. Mentre mi portavano dentro, ho visto una donna sulla quarantina appesa per le braccia. Non stava morendo, ma la stavano torturando, volevano che confessasse d’essere un cecchino. Usavano tubi in PVC per picchiarla. Le donne a differenza degli uomini vengono sottoposte meno a torture fisiche e in misura maggiore a torture psicologiche. Lo stupro è vietato nelle strutture dell’intelligence e in prigione, ma può succedere prima, se a consegnarle alle autorità sono gli shabiha(miliziani pro-regime ndr). Io ho detto che lavoro per l’Onu e che godo di immunità internazionale: hanno avuto paura, mi hanno trattata diversamente. Quando sono stata arrestata, Brahimi ha chiesto il mio rilascio.

Il Coordinamento Nazionale Siriano ha provato a documentare il numero dei prigionieri politici dall’inizio delle rivolte: avevano raccolto 21.000 nomi tra il 2011 e il maggio 2012, ma non sanno cosa sia accaduto a quei detenuti, e poi hanno perso il conto. “Dal 2013 molte altre persone sono state arrestate ma molte famiglie hanno rifiutato il nostro aiuto. Credono che se un sito dell’opposizione pubblicherà la notizia, forse il regime non rilascerà mai più i loro cari“.

Molte delle donne che Amal ha incontrato nei due mesi di detenzione non avevano partecipato ai combattimenti né avevano alcuna coscienza politica.

Spesso sono giovani, minorenni, e analfabete. Vengono dalle campagne dove a 14 anni sei già sposata. Alcune si considerano parte dell’opposizione, ma parlando con loro ho scoperto che nella loro testa appoggiano il regime, nel senso che il loro modo di pensare riporta all’immaginario del regime: sono oppresse dalla società e dagli uomini, e hanno paura di Nusra e dei gruppi islamici. Hanno paura che, se il regime cade, saranno ancora più oppresse socialmente.

Molte di queste donne sono state arrestate per via dei loro uomini, perché sono sorelle o mogli di combattenti, sono degli ostaggi. C’era una donna di 20 anni con un figlio di appena 25 giorni. L’avevano arrestata al confine con il Libano mentre tentava di raggiungere il marito: l’intelligence l’ha presa in ostaggio perché suo fratello ha defezionato dall’esercito. Le hanno portato via il bambino, andrà in orfanotrofio, e lei non riusciva a sopportare il dolore: le è venuta la febbre alta. C’era un’altra donna di 19 anni con un figlio di 7 mesi: hanno cercato di separarli, lei ha rifiutato e allora l’hanno strappato via con la forza. Viene dalla campagna, suo marito è il leader di un gruppo armato. C’era anche una prostituta accusata di andare a letto con gli ufficiali per svelare i loro segreti ai ribelli: ed è vero che alcune lo fanno.

Amal racconta che “tutti i detenuti pregano Dio di essere trasferiti nella prigione di Adra”: ”E’ come rinascere”, spiega, rispetto alle celle dell’intelligence “dove si muore per le torture ma anche per la struttura malsana del luogo”.

Adra ha una sezione maschile e una femminile. Vi arrivano molti detenuti dal nord e dal centro della Siria, anche perché l’unico tribunale per i reati di terrorismo si trova a Damasco. “L’attesa prima di vedere un giudice può durare 3 mesi se vieni dalla capitale, altrimenti anche 5-6 mesi. La sezione femminile è situata in una zona pericolosa per via dei combattimenti tra regime e ribelli. Le condanne di solito vanno dai 6 mesi ai 5 anni, tranne se l’accusata ha combattuto: in tal caso, rischia la pena di morte per ordine del tribunale militare”.

Amal è rimasta solo 20 giorni a Adra, ed è subito stata trasferita in tribunale. Al giudice ha detto che le manifestazioni contro il regime del 2011 erano ancora pacifiche e che lei stava aiutando “persone normali”. “Se vuole porti in tribunale l’Unicef”, ha concluso. Lei è stata rilasciata, ma il medico con cui era stata arrestata è rimasto in carcere.

Quand’era in prigione ha avviato un programma di microcredito, con cui le donne possono aiutarsi a vicenda. “Abbiamo fatto in modo che le detenute che ricevono soldi dai familiari facciano una donazione a quelle che non hanno una lira, e quando queste ultime usano il denaro per comprare qualcosa all’ingrosso dal negozio del carcere (spesso sigarette) e lo rivendono al dettaglio alle altre detenute, dovranno anche loro contribuire al fondo comune”.

E adesso – conclude Amal – faccio a voi una domanda: come possono le organizzazioni delle donne in Italia aiutare le donne siriane?

La Repubblica
11 11 2013
 
Alle 5 di mattina sono stati fatti salire su un treno-prigione che li ha portati verso la città a cui appartiene la giurisdizione del caso. Greenpeace: "Non sappiamo se rappresenterà un miglioramento delle condizioni di detenzione"

I trenta attivisti di Greenpeace arrestati in Russia hanno lasciato il centro di detenzione preventiva di Murmansk per essere trasferiti nel carcere di San Pietroburgo. Questa mattina alle 5 (nella notte in Italia) i trenta ambientalisti, tra cui c'è anche l'italiano Christian D'Alessandro, sono stati fatti salire su un treno-prigione ed hanno lasciato la città che si trova nella parte nord-occidentale del paese. Lo spostamento è dovuto al fatto che i reati di cui sono accusati gli Arctic30 non appartengono alla giurisdizione dei tribunali della regione di Murmansk, bensì a San Pietroburgo.

Il trasferimento sul treno è il modo più comune per trasportare i detenuti in Russia. Vengono suddivisi in speciali carrozze suddivise in celle, solitamente non riscaldate, per quattro persone, con due cuccette di legno su ogni lato. Greepeace, attraverso le parole di Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo dell'associazione in Italia, fa sapere che non è certo se questo trasferimento possa migliorare le condizioni di detenzione degli attivisti: "Non sappiamo ancora se il trasferimento rappresenterà o meno un miglioramento delle condizioni in rispetto dei diritti umani fondamentali. Abbiamo fatto quanto in nostro potere per assicurare che viaggino in condizioni umane".
 
Per il momento resta a carico degli Arctic30, 28 attivisti e 2 giornalisti, sia l'accusa di vandalismo che quella di pirateria, che ufficialmente non è mai stata ritirata, nonostante le dichiarazioni delle autorità russe. Tutti sono stati arrestati in seguito all'azione di protesta del 18 settembre, contro una piattaforma petrolifera di Gazprom nel mare di Pechora. Onufrio ha ribadito l'innocenza degli attivisti: "La loro incarcerazione è semplicemente illegittima. Non sono nè vandali, nè pirati. Sono innocenti e devono essere scarcerati subito. La protesta pacifica per la difesa dell'Artico non è un crimine, ma un grande servizio reso all'umanità".

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