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Il Fatto Quotidiano
24 10 2013

Da pirati a teppisti. Si fanno meno pesanti le accuse nei confronti dei trenta attivisti di Greenpeace arrestati lo scorso 19 settembre in Russia. Gli ambientalisti, tra cui anche l’italiano Christian D’Alessandro, avevano dato l’assalto a una piattaforma petrolifera di proprietà di Gazprom e per questo rischiavano fino a 15 anni di carcere per pirateria.

Ora, con il passaggio al reato di teppismo, gli anni di reclusione previsti diventano al massimo cinque. Nel caso gli atti di vandalismo siano di gruppo e premeditati, però, la pena potrebbe inasprirsi di due anni. La notizia è stata resa nota da Vladimir Markin, il portavoce del comitato investigativo che si occupa del caso. Gli agenti hanno però specificato che “non è escluso che ad alcuni attivisti possano essere contestate anche accuse più gravi, tra cui il reato di violenza contro pubblico ufficiale, punibile con al massimo 10 anni. Il rifiuto di testimoniare da parte degli arrestati, hanno spiegato, ha ostacolato le indagini. “Questo spinge gli investigatori a verificare in modo approfondito tutte le possibili versioni, incluso il sequestro della piattaforma per motivi economici, per motivi terroristici, ricerca scientifica illegale e spionaggio”, ha aggiunto l’agenzia.

Non si fa attendere la reazione dell’associazione ambientalista. “Gli attivisti non sono teppisti tanto quanto pirati. Le accuse di teppismo sono largamente sproporzionate”, ha commentato Vladimir Chuprov di Greenpeace Russia, precisando che le accuse rappresentano “un’aggressione al principio di protesta pacifica” e “non hanno alcun legame con la realtà”.

Gli ambientalisti preparano le contromosse: “Contesteremo le accuse così come abbiamo fatto con quelle di pirateria”. Sulla vicenda è intervenuto anche Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente della Camera. “Non sappiamo le motivazioni che hanno portato la Russia a cambiare le accuse contro l’equipaggio dell’Arctic Sunrise da pirateria a teppismo – ha spiegato l’esponente Pd -. Quella di teppismo rimane comunque un’accusa inaccettabile e gravissima. Bisogna ricordare che le Pussy Riot sono dentro proprio con l’accusa di hooliganism”.

La vicenda degli attivisti Greenpeace è diventata anche un caso diplomatico. Il 21 ottobre, infatti, i Paesi Bassi avevano chiesto l’intervento del Tribunale internazionale per il diritto del mare al fine di ottenere il rilascio degli arrestati e il dissequestro dell’imbarcazione. Non a caso, l’Artic Sunrise, la nave che ospitava gli ambientalisti, batteva bandiera olandese.

Mosca aveva risposto di non avere intenzione di partecipare al procedimento avviato nei suoi confronti, rivendicando la sovranità nazionale, ma aveva fatto sapere di essere disponibile a “risolvere la situazione”. Una prima apertura in questo senso era già arrivata dal Cremlino: il presidente Vladimir Putin aveva ammesso che gli attivisti “non sono pirati”. Un altro segnale di un ammorbidimento russo era arrivata in giornata: lo stesso Putin aveva confermato la visita in russia del re d’Olanda Willem-Alexander il prossimo 8 novembre, dopo avere parlamento con il premier dei Paesi Bassi. “L’Olanda è uno dei nostri maggiori partner commerciali e negli investimenti”, aveva aggiunto il presidente russo.

La loro storia va oltre il premio che hanno ricevuto. È la storia di donne e uomini che si sono battuti per la libertà dei loro popoli, per l'affermazione di valori e diritti universali. E lo hanno fatto rischiando di persona. Ed ora scendono in campo sul "fronte russo". Undici premi Nobel per la pace hanno scritto una lettera congiunta al Presidente russo, Vladimir Putin, per sostenere i 28 attivisti di Greenpeace e i due giornalisti freelance trattenuti per due mesi in custodia cautelare dalle autorità russe con l'accusa di pirateria. ...

Faiza: "L'incertezza mi sta facendo impazzire"

  • Giovedì, 03 Ottobre 2013 14:58 ,
  • Pubblicato in Flash news

Greenpeace
03 10 2013

Testimonianza dal carcere di Murmansk: Faiza Oulahsen, una dei FreeTheArctic30 accusata formalmente di pirateria, racconta in una lettera l'angoscia di queste assurde e interminabili giornate in cui l'unica cosa certa è l'incertezza.

Ciao Sanne,
oggi è sabato 28 settembre credo, circa mezzogiorno. Dopo nove giorni che sei rinchiuso e tagliato fuori da tutte le comunicazioni tendi a perdere la cognizione del tempo. Sono stata rinchiusa sulla nave da giovedì 19 settembre alle 18.30 fino a martedì sera.

Poco prima che fossimo portati a riva, Mannes e io abbiamo parlato col nostro Console, Martin Groenstege. Un uomo gentile che ci ha dato speranza. Dopo che gli abbiamo riferito la nostra situazione lui ci ha messo al corrente del lavoro che Greenpeace sta facendo per aiutarci. È stato davvero commovente da ascoltare! Ed eravamo molto felici di sapere che non siamo stati dimenticati.

Circa due ore più tardi è arrivato un traduttore con alcuni di agenti FSB (il vecchio KGB) per dirci che stavano per portarci a terra e avevamo dieci minuti per prendere tutte le nostre cose. Ci hanno detto che ci servivano cose solo per 24 ore. Mi sono precipitata nella mia stanza dove ho potuto fare una telefonata veloce a Ben per informarlo che in pochi minuti saremmo stati portati a terra al “Dipartimento di Investigazione”. Poi ho ripreso a fare la valigia e ci ho messo dentro la giacca, i guanti, della biancheria intima, 2 coperte, gli occhiali e lo spazzolino da denti. Ora, dopo quattro giorni, rimpiango di non aver preso più vestiti puliti.

Martedì siamo tornati sulla nave per circa mezz’ora, insieme alla Guardia Costiera, divisi in due gruppi. Dopo mezz’ora di navigazione siamo stati portati a terra dove finalmente ho avuto dieci minuti per stare fuori e respirare aria fresca. Dopodiché siamo stati portati in autobus all’ufficio principale del FSB, almeno credo. Dopo l’arrivo sono stata fra i primi ad essere ascoltata in ciò che credevo sarebbe stato un interrogatorio. Lì mi sono seduta, su una sedia in una stanza fredda, di fronte a una donna impegnata a scrivere al computer.

Accanto a me c’era un’interprete, una giovane donna, che a quanto pare aveva studiato inglese. All’improvviso è stata chiamata dentro dagli agenti del FSB, insieme a pochi altri, e sembrava che non avessero molta scelta se non collaborare. Lei mi ha detto che bisognava compilare un verbale scritto sull’incidente. Ho richiesto un interprete olandese e mi è stato risposto che non era possibile.

Ho dichiarato che avrei fornito volentieri le mie generalità, ma che non avrei aggiunto altro in assenza di un avvocato. “È solo un verbale” hanno risposto. Ho riso e ho ribadito che volevo il mio avvocato. Ho dato loro i nomi e i numeri di telefono dei nostri due legali. Dopo un po’ Vladizlav, il mio avvocato, è arrivato.

Intorno a mezzanotte sono stata ricondotta con il resto del gruppo. In quel momento alcuni di noi sono stati ammanettati e portati via. Dopodiché dovevamo essere incarcerati presumibilmente per 48 ore. Una cosa orribile dato che eravamo già stati trattenuti per cinque giorni sulla nave. In manette siamo stati portati via in gruppi in tre edifici diversi. Al nostro arrivo siamo stati messi in una cella insieme a sei donne del nostro gruppo. Ci è voluto un po’ prima che fossimo chiamati uno a uno per la visita medica; dopodiché ci siamo semplicemente buttati per terra o sui tavoli di legno, perché eravamo distrutti dalla stanchezza.

Alle 5 di pomeriggio circa e dopo avermi preso le impronte digitali, sono stata portata in cella. Dopo un po’ sono arrivati anche Camila e Alex. La cella era gelida e le luci sono state tenute costantemente accese.

Il giorno seguente siamo tornati di nuovo in quell’ufficio. La notte prima ero stata informata che sarei stata accusata di pirateria e altre storie inventate. Mi dicono chi sono i capi della squadra di investigazione – naturalmente redatto in un documento russo. Ho richiesto una traduzione scritta e una copia del documento originale. Mi è stato risposto che doveva essere il mio avvocato a chiederlo al “Generale a Mosca”. A fine giornata sono stata riportata in cella.

Il giorno seguente, giovedì 26 settembre, è stato veramente pesante. Siamo stati di nuovo trasportati in autobus, ma questa volta all’interno di una gabbia metallica chiusa a chiave, come animali, fino all’ufficio del FSB.

Lì siamo stati messi all’interno di gabbie chiuse a chiave e abbiamo aspettato l’udienza. Un trattamento veramente disumano.

Al termine delle prime udienze siamo stati informati che eravamo in arresto per due mesi fino al processo. Alex è scoppiata a piangere. Io ho cominciato a perdere la calma e l’autocontrollo che ero riuscita a conservare negli ultimi due giorni, lentamente ma inesorabilmente. Due mesi in prigione è una cosa, ma dopo? Che cosa c’è dopo? Una sentenza di qualche mese o qualche anno in un caso basato su menzogne?

Tutto è completamente contro le regole. Le cose di cui siamo accusati dagli agenti del FSB sono piene di imprecisioni e sono cose di cui sono loro i veri responsabili. Niente è certo. Basta una persona influente che lo voglia e noi potremmo sparire in una cella. Martin, il console, ha detto che devo stare calma perché gli olandesi sono in buoni rapporti con i russi. Buoni rapporti?? In cosa, mi chiedo? A parte il fatto che i russi sono entrati illegalmente in territorio olandese e ci hanno spinto in acque internazionali così che potessero arrestarci in modo violento? Il governo olandese sta chiedendo il nostro rilascio? Immediato? Ai russi non dovrebbe essere permesso di tenerci in arresto, e invece lo stanno facendo. Loro fanno semplicemente quello che gli pare.

Non ho idea di come tutto questo finirà, né quanto ci vorrà. L’incertezza mi sta facendo impazzire. Ho sentito che Putin ha pubblicamente dichiarato che non si è trattato di pirateria. In ogni caso il suo cosiddetto “generale” ha ridimensionato molte delle accuse. Ma siamo ancora in prigione. 22 di noi sono stati arrestati, 8 sono detenuti per altre 72 ore in aggiunta alle prime 48. A me e ad altri 7 devono ancora fornire un interprete per il processo, e io spero che non ne trovino uno prima di domenica perché così ho ancora una possibilità di essere espatriata.

Quel che le femministe fanno

  • Lunedì, 16 Settembre 2013 12:33 ,
  • Pubblicato in Flash news

Lunanuvola's blog
16 09 2013

(“The Feministing Five: Pramila Jayapal”, di Suzanna Bobadilla per Feministing, 14.9.2013, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

Solo poche ore dopo essere uscita di prigione, dov’era finita per una dimostrazione che chiedeva al Parlamento statunitense di muoversi sulla riforma delle leggi sull’immigrazione, Pramila Jayapal – femminista ed attivista – ha rilasciato quest’intervista. Pramila è da anni una leader nella lotta per la riforma, avendo fondato la più grande associazione di immigrati dello stato di Washington nel 2001: OneAmerica. Di recente ha ricevuto un riconoscimento dalla Casa Bianca come “Campione del cambiamento” e co-dirige “We Belong Together: Women for Common-Sense Immigration Reform”, la campagna che intende ricordare come donne e bambini costituiscano i tre quarti degli immigrati negli Stati Uniti e come portino il fardello dei fallimenti del sistema che regola l’immigrazione.

Suzanna Bobadilla: Puoi descriverci l’ultima azione di We Belong Together? C’è stato qualche momento particolarmente significativo?

Pramila Jayapal: L’azione di ieri intendeva attirare l’attenzione sul coraggio delle donne migranti e sui contributi che esse forniscono ogni singolo giorno. Fanno funzionare l’economia, tengono insieme le loro famiglie, sostengono le loro comunità, eppure devono vivere nell’ombra e con il peso di un sistema che non funziona. Vogliamo far capire alla gente che donne e bambini sono la vera faccia dell’immigrazione, costituendo circa il 75% di tutti gli immigrati negli Stati Uniti. Troppo spesso non se ne parla in questo modo.

Abbiamo anche chiesto al Congresso che dimostrasse lo stesso coraggio, portando al voto una legge sull’immigrazione equa e umana. Abbiamo visto una legge passare al Senato e abbiamo lavorato duramente affinché le donne fossero incluse in quella legge. Ora langue nelle mani della leadership repubblicana al Parlamento, perché non hanno il coraggio di mandarla avanti. Noi abbiamo mostrato loro che aspetto ha il coraggio, con 105 donne che si sono fatte volontariamente arrestare, incluse le 22 migranti senza documenti.

Un momento davvero potente è stato il guardare il cerchio di donne che avevamo formato, sapendo che ognuna di noi si assumeva dei rischi, ma che c’erano 22 donne in particolare che se ne assumevano molti di più. Mi viene la pelle d’oca a pensarci, perché è stato uno di quei momenti in cui vedi le donne riunirsi al di là di razze, etnie, status. E’ stato un momento di completo potere e di completo essere insieme che abbiamo reclamato a quell’intersezione (Ndt: il cerchio di donne sedute bloccava l’accesso ai parlamentari). E potevi vederlo chiaramente in ognuna. Cantavano o stavano sedute quietamente, ma c’era questo sorgere di potere attraverso il cerchio mentre mostravano al Congresso com’è avere coraggio e agire per il bene di milioni di persone in tutto il paese.

Suzanna Bobadilla: Centocinque donne, è un grosso numero. Puoi dirci di più delle donne che hanno scelto di rischiare l’arresto?

Pramila Jayapal: Siamo in questo posto da parecchi anni. Siamo allo stesso tempo vicinissime e lontanissime. Ci ripetono di continuo che non è il momento giusto per sollevare la questione. Subito dopo le elezioni sembrava che fosse arrivato questo momento giusto, la riforma è salita in cima alle agende di tutti, ma ci sono voluti quasi sette mesi perché una legge passasse al Senato. Ora ci dicono che siamo troppo vicini alle elezioni di medio termine del prossimo anno, e che potremmo non avere l’opportunità di smuovere la riforma dell’immigrazione. Da quando Obama è stato eletto ci sono già state due milioni di persone deportate e il fatto è che queste deportazioni stanno aumentando. Noi le maneggiamo sul campo, ogni giorno, perché donne e bambini ne vedono gli effetti sulle proprie vite. Perciò, le dimostranti di ieri erano mosse dall’urgenza che provano, perché noi sappiamo che c’è necessità di avere la riforma quest’anno. Ci sono questi momenti, in cui senti che la posta in gioco è così alta, e sei pronta.

Suzanna Bobadilla: C’è una conversazione che continua, sulle intersezioni fra razza/etnia e femminismo. Tu come vedresti un movimento femminista più inclusivo?

Pramila Jayapal: Questa è una delle cose che mi entusiasmano di più. Io sono una femminista, molto orgogliosa di essere tale, e ho beneficiato dall’avere guide femministe durante gli anni. Sono anche un’attivista per i diritti dei migranti e dirigo una delle più grandi organizzazioni di migranti da dodici anni. In questo periodo, ho notato che la maggioranza dei nostri membri e dei nostri leader all’interno del movimento per i diritti degli immigrati sono donne, ma non abbiamo mai avuto davvero l’opportunità di pensare ad un’analisi femminista/di genere. Ho anche notato che le tradizionali organizzazioni di donne non avevano in se stesse tutte le diversità che io sentivo avrebbero dovuto avere per rappresentare anche me, come donna e femminista. Penso veramente che la riforma dell’immigrazione sia un’opportunità per introdurre queste diversità nel movimento delle donne e per assicurarci di creare leader attraverso tutte le nostre razze ed etnie.

Noi donne non pensiamo in modo settoriale: facciamo molte cose diverse che ci rendono forti. Per esempio, la salute riproduttiva è una questione importante, ma non è la sola. Per molte delle nostre socie, è impossibile persino pensarci sino a che temono ogni giorno di essere deportate. Penso che azioni come quella di ieri siano occasioni per costruire connessioni. E’ stato un onore e un piacere avere con noi Terry O’Neil di NOW, Jodie Evans di Code Pink e Rea Carey del National Gay and Lesbian Action Fund.

E’ stato un onore avere queste donne leader che lo capiscono, che vogliono fare queste connessioni, e lo mostrano, facendosi arrestare e dimostrando che non sono solo parole. Dalla parte delle donne senza documenti ci sono stati momenti assai significativi, come quando una di loro ha detto di essersi sempre considerata una femminista, ma che spesso non sapeva se era una “vera” femminista agli occhi di quelle riconosciute per tali. C’è stato questo bellissimo essere insieme.

Suzanna Bobadilla: Le nostre lettrici come possono essere coinvolte?

Pramila Jayapal: Sarebbe meraviglioso se potessero andare su http://www.webelongtogether.org/

C’è una petizione che possono firmare e possono iscriversi alla nostra mailing list. Se siete attive in una particolare area degli Usa e volete formare un gruppo di donne che rilasci una dichiarazione su come la riforma dell’immigrazione sia essenziale all’eguaglianza delle donne, non vediamo l’ora vi mettiate in contatto con noi! Fatecelo sapere, perché siamo pronte a sostenervi. Abbiamo materiali e documentazione. Questo è un movimento per ogni donna, non per poche persone. Vogliamo l’energia che viene dal basso e saremo entusiaste di lavorare con chiunque percepisca questo potere e voglia parteciparvi.

Suzanna Bobadilla: Stai per andare su un’isola deserta e puoi portare con te un cibo, una bevanda e una femminista. Cosa scegli?

Pramila Jayapal: (ride) Un cibo: dev’essere per forza lenticchie e riso. Khichdi è il nome della nostra combinazione indiana che fa dei due cibi uno. E’ cibo che mi conforta, perché io sono un’immigrata dall’India e mi fa pensare alla mia famiglia. La mia bevanda sarà solo acqua, dopotutto sono su un’isola deserta e devo sopravvivere. Amo l’acqua, e ho capito quanto la desideravo ieri, in prigione. La mia femminista: Sojourner Truth. Ho per lei un’ammirazione incredibile, la rispetto e la onoro. Penso che insieme faremo di quell’isola deserta un posto bellissimo, verde e dolce, perché questo è ciò che le femministe fanno: trasformano cose aride in ambienti salutari, ricchi, vivi.

Il Corriere della Sera
26 06 2013

Le Femen fanno ancora discutere. E questa volta non per le loro manifestazioni a seno nudo. Bensì per la loro presenza in rete.

Facebook ha cancellato la principale pagina dedicata al gruppo femministe. All’origine della decisione, le fotografie che ritraggono le attiviste a seno scoperto durante le proteste organizzate in tutto il mondo.

«Abbiamo una politica molto chiara sulle immagini di nudo – ha spiegato Linda Griffin, una manager di Facebook, al KyivPost – e gli amministratori della pagina in questione hanno ricevuto diversi avvisi sul fatto che i contenuti della loro pagina violavano le nostre regole».


Immediata è scattata la polemica. Le attiviste hanno pubblicato un post, al grido di “Zuckerberg, le Femen non sono pornografia”, in cui denunciano come sia stato negato al network dei supporter, costituito da almeno 170 mila utenti, di accedere alle informazioni del gruppo. Alexandra Shevchenko, una delle fondatrici del gruppo femminista, ha scritto sulla testata online Ukrainska Pravda che dietro il provvedimento ci sarebbero «assurde accuse di pubblicazione di materiale pornografico e di promozione della prostituzione». Accuse gravi, dunque. Che però Palo Alto rispedisce al mittente.

Non è la prima volta infatti che al social network di Zuckerberg decidono di bloccare i profili di attivisti che usano immagini del corpo femminile.In passato Facebook ha cancellato alcune immagini di mastectomie della pagina del “progetto Scar“, il cui compito è quello di risvegliare le coscienze sul cancro al seno mostrando foto di donne alle prese con la malattia.

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