Domande non ancora fatte: contrassegna stampa

  • Mercoledì, 26 Febbraio 2014 09:29 ,
  • Pubblicato in Flash news

Lipperatura
26 02 2014

Cose di cui occorrerebbe parlare invece di, e dopo il “di” si possono mettere le foto del premier mentre carica lo smartphone, lo streaming dei 5stelle, le discussioni web sul 50/50 (che sono importantissime, ma non nei termini in cui si stanno svolgendo ora, che appaiono assai poco pacati).
Per esempio, le cose di cui parla Barbara Spinelli su Repubblica di oggi e che riguardano la Grecia. Solo un passaggio, invitandovi a leggere l’integrale:

“Dopo la crisi acuta del 2008, Reykjavik disse no alle misure che insidiavano sanità pubblica e servizi sociali, tagliando altre spese scelte col consenso popolare. Non solo: capì che la crisi minacciava la sovranità del popolo, e nel 2010-2011 ridiscusse la propria Costituzione mescolando alla democrazia rappresentativa una vasta sperimentazione di democrazia diretta.
Non così in Grecia. L’Unione l’ha usata come cavia: sviluppi islandesi non li avrebbe tollerati. Proprio nel paese dove Europa nacque come mito, assistiamo a un’ecatombe senza pari: una macchia che resterà, se non cambiano radicalmente politiche e filosofie ma solo questo o quel parametro. Il popolo sopravvive grazie all’eroismo di Ong e medici volontari (tra cui Médecins du Monde, fin qui attivi tra gli immigrati): i greci che cercano soccorso negli ospedali “di strada” son passati dal 3-4% al 30%. S’aggiungono poi i suicidi, in crescita come in Italia: fra il 2007 e il 2011 l’aumento è del 45%. In principio s’ammazzavano gli uomini. Dal 2011 anche le donne”.

Cose da rileggere: luglio 2012, la lettera dell’economista greco Yanis Varoufakis.
Cose che fanno pensare. Una poesia di Titos Patrikios (è sua la frase che conservo sul mio taccuino di Fahrenheit, “temi il fiume tranquillo”, me la regalò un paio di anni fa, quando venne in trasmissione). Questa, direi.

Non ci aspettavamo che accadesse di nuovo
eppure è di nuovo nero come la pece il cielo,
partorisce mostri di oscurità la notte,
spauracchi del sonno e della veglia
ostruiscono il passaggio, minacciano, chiedono riscatti.
Non temere Lestrigoni e Ciclopi…
Non temere, diceva il poeta,
Ma io temo i loro odierni simulacri
e soprattutto quelli che li muovono.

Temo quanti si arruolano per salvarci
da un inferno che aspetta solo noi,
quanti predicano una vita corretta e salutare
con l’alimentazione forzata del pentimento,
quanti ci liberano dall’ansia della morte
con prestiti a vita di anima e di corpo,
quanti ci rinvigoriscono con stimolanti antropovori
con elisir di giovinezza geneticamente modificata.

Come una goccia di vetriolo brucia l’occhio
così una fialetta di malvagità
può avvelenare innumerevoli vite,
“inesauribili le forze del male nell’uomo”
predicano da mille parti gli oratori,
solo che i detentori della verità assoluta
scoprono sempre negli altri il male.
“Ma la poesia cosa fa, cosa fanno i poeti”
gridano quelli che cercano il consenso
su ciò che hanno pensato e deciso,
e vogliono che ancora oggi i poeti
siano giullari, profeti e cortigiani.

Ma i poeti, nonostante la loro boria
o il loro sottomettersi ai potenti,
il narcisismo o l’adorazione di molti,
nonostante il loro stile ellittico o verboso,
a un certo punto scelgono, denunciano, sperano,
chiedono, come nell’istante cruciale
chiese l’altro poeta: più luce.
e la poesia non riadatta al presente
la stessa opera rappresentata da anni,
non salmeggia istruzioni sull’uso del bene,
non risuscita i cani morti della metafisica.
Passando in rassegna le cose già accadute
la poesia cerca risposte
a domande non ancora fatte.

Dolorosa ci fu la partenza: da Gorizia a Priebke

  • Mercoledì, 16 Ottobre 2013 13:34 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA

Lipperatura
16 10 2013

Prendo alla lontana i discorsi su Priebke (per chi volesse un’analisi immediata, condivido quella, bellissima, di Barbara Spinelli per Repubblica). Comincio dal 1964. Al Festival dei Due Mondi di Spoleto il Nuovo Canzoniere Italiano presenta lo spettacolo Bella Ciao. All’interno c’è una canzone, che viene intonata da Michele L. Straniero e Fausto Amodei: O Gorizia tu sei maledetta, che appartiene agli anni della Prima Guerra Mondiale e che venne a lungo osteggiata per i contenuti. Strofa dopo strofa, cresce il clamore e si trasforma in rissa, raccontata da molti, fra cui Giovanna Marini:

“Finalmente si alza Michele Straniero e intona Gorizia. Alla strofa “Traditori signori ufficiali / voi la guerra l’avete voluta / scannatori di carne venduta / questa guerra ci insegni a punir” succede l’ira di Dio. Una voce si leva dalla platea : “Evviva gli ufficiali” seguita da cori di “Evviva l’Italia”. Dal loggione arriva, una risposta immediata e viene lanciata in platea una sedia, mentre si intona Bandiera Rossa. Dal basso rispondono con Faccetta Nera. Spintoni a destra e a sinistra. Tutt’intorno, la gente continua a discutere sempre più “animatamente”. Insomma, si menano.”

Qui trovate il testo e altre ricostruzioni

La data, dunque: 1964. Alcuni di noi e di voi erano già nati ed erano bambini, altri erano già giovani adulti. Un tempo relativamente vicino. Un tempo che ci appartiene ancora, che è ancora dentro di noi, come si diceva a proposito di femminicidio, ricordando la troppo vicina abolizione del delitto d’onore. Ci sono elementi della nostra cultura che, se non vengono smascherati e analizzati, permangono, che lo vogliamo o no.

Cosa ci dice, dunque, la reazione violenta a un canto anarchico? Facciamo un ulteriore passo indietro e andiamo al bel libro dello storico Mark Thompson, La guerra bianca. Thompson racconta, con uno sguardo non parziale, di come la Grande guerra e soprattutto la successiva narrazione della medesima abbiano contribuito a formare il cosiddetto carattere nazionale: in virtù anche della sua trasformazione, per mano mussoliniana, in epopea del sacrificio degli eroici soldati. Tacendo però sulle responsabilità di chi mandò al macello un’intera generazione, e moltiplicando sacrari e ossari per celebrare, più che qualcosa che era avvenuto, qualcosa che si stava preparando. Penso alle belle parole di Paolo Rumiz su Redipuglia, per esempio:
“Redipuglia non è un cimitero. Fu, anzi, costruita come antitesi al cimitero. Uno schieramento di morti, la sacralizzazione della guerra. Un oggetto siderale, cui è tolto il contatto con la terra madre. Solo pietra avrai attorno, soldato. Non porterai sulla tua tomba nessuna data e nessun nome di luogo. Ti basti il grado e il battaglione. Pietra levigata, senza niente per mettere un fiore. Anche il dolore per il singolo Caduto ti è negato. Qui si piange per altro: lo sgomento per l’ indicibile, la morte anonima. Rileggo gli appunti. Ossa senza pace, traslocate non una ma tre, quattro volte: la trincea, poi i piccoli camposanti dietro le linee, poi i cimiteri di guerra, poi gli ossari, inventari di resti già sterilizzati, ripuliti come ciottoli di fiume. Redipuglia stessa, rifatta tre volte, in un traffico di ossa durato vent’ anni, per celebrare un impero”.

Cosa abbiamo, fin qui? Abbiamo una torsione della memoria di cento anni fa che ancora batte nei nostri polsi, e che avrebbe bisogno di essere raccontata ancora e ancora. Ma andiamo avanti, invece, e arriviamo alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Qui va chiamata in causa una scrittrice, una brava scrittrice come Lia Levi. Nel suo La notte dell’oblio racconta la terribile storia di una giovane donna sopravvissuta alla deportazione degli ebrei romani. Il padre, però, non si è salvato: perché, tornato a Roma per controllare lo stato del negozio, era stato denunciato, catturato, ucciso. La giovane donna si innamorerà, senza saperlo, del figlio del delatore. Cosa dice Lia Levi? Dice, esplicitamente:
“La società italiana nel suo insieme era restia alla memoria e, quando se ne presentò l’occasione, preferì assolversi, trasformando in lavacro collettivo un provvedimento politico come la cosiddetta “amnistia di Togliatti”. Non ci fu riforma della pubblica amministrazione, per esempio: chi era poliziotto durante il fascismo rimase al suo posto, e così i giudici, i funzionari. Da una parte c’era il desiderio, legittimo, di ricominciare, lasciandosi alle spalle il passato. A prevalere fu però la rimozione”.

Assolversi, ecco il punto. Incrociamo allora un altro libro, già citato in precedenza sul blog, Il cattivo tedesco e il bravo italiano, di Filippo Focardi. Che affronta la stessa tematica di Lia Levi e prosegue il ragionamento di Thompson. Ovvero:
“Alla base della lunga persistenza in Italia e all’estero di stereotipi e miti sui tedeschi e sugli italiani sta il fatto che essi abbiano corrisposto effettivamente a comportamenti e gradi di responsabilità molto differenti dei due ex alleati. Esiste cioè alla loro base un forte nucleo di verità. A fronte della guerra totale di annientamento condotta dalla Wehrmacht e della Shoah, stavano ad esempio l’aiuto prestato dagli italiani agli ebrei in Francia come in Jugoslavia o in Grecia, il soccorso offerto alle popolazioni serbe in Croazia, la mancanza di crimini di massa di tipo genocidiario come quelli pianificati e messi in pratica dai tedeschi, specialmente nei territori orientali non solo contro gli ebrei ma anche contro gli zingari o i prigionieri di guerra sovietici. E tuttavia gli stereotipi del «bravo italiano» e del «cattivo tedesco » sono serviti egregiamente a mascherare e rimuovere aspetti altrettanto reali della guerra fascista e prima ancora della politica coloniale e antisemita del regime: il carattere aggressivo di quella guerra e le responsabilità del regime nel suo scatenamento; il fatto che molti italiani l’abbiano combattuta – almeno per un pezzo – con convinzione ideologica; i gravi crimini commessi nei Balcani o in Russia che si aggiungevano a quelli già perpetrati su larga scala in Libia e in Etiopia; la persecuzione antisemita nel 1938 non imposta da Berlino e la collaborazione poi prestata dalla RSI allo sterminio degli ebrei, braccati e consegnati nelle mani dei carnefici hitleriani. Gran parte del carico delle colpe italiane ha finito così per essere messo sulle spalle (già molto provate) dei tedeschi per poi essere rapidamente rimosso.”

Non ho altri libri da citare, né molto da aggiungere: se non ribadire che se non si fanno davvero i conti con la memoria, in tutte le sedi in cui la nostra comunità si incontra, famiglia, scuola, piazze, luoghi della comunicazione, ha molto poco senso chiedersi da dove spuntino “i nipotini di Hitler” nostrani. Assolversi non serve a niente. Dimenticare non serve mai.

Qualcosa di molto concreto sul femminicidio

  • Martedì, 26 Giugno 2012 08:47 ,
  • Pubblicato in L'Intervento
di Loredana Lipperini, Lipperatura
26 giugno 2012

Non è che le tematiche che riguardano le donne si intreccino per questioni legate all'attualità o all'agenda di chi se ne occupa. Sono, invece, strettamente intrecciate di per sè, che si tratti della mancata applicazione della legge 194 o di violenza o di rappresentazione o di rappresentanza.
Ieri, per esempio.

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