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"Omofobia, così salta il consiglio straordinario"

  • Giovedì, 15 Maggio 2014 09:08 ,
  • Pubblicato in Flash news

la Repubblica
15 05 2014

In mattinata la chiusura del progetto "lecosecambiano@roma" con i risultati del questionario sul bullismo omofobo distribuito a 1800 studenti (con dati allarmanti ma preziosi per capire la geometria del problema nelle scuole).

Nel pomeriggio la rabbia della consigliera Imma Battaglia contro la "mancata convocazione del Consiglio straordinario" previsto per oggi e dedicato proprio all'omofobia. E che scatena la bagarre. ...

L’Espresso
16 04 2014

Migliaia di ragazzi presi di mira perché omosessuali. Anche tra i banchi. E quando gli insegnanti provano ad affrontare il tema vengono attaccati dalle reti cattoliche. Nel silenzio delle istituzioni. Che, anzi, stanno per fare dietrofront davanti alla prima iniziativa contro il bullismo. Accettando le censure del Vaticano.

di Michele Sasso e Francesca Sironi


G. aveva 14 anni quando si è suicidato, buttandosi dal balcone di casa sua, a Roma. Aveva lasciato un biglietto: «Sono omosessuale, nessuno capisce il mio dramma». Lui morto, il caso è arrivato alle cronache. Ma migliaia di altri ragazzi affrontano gli stessi “frocio”, “ricchione”, “finocchio” ogni volta che entrano in classe. Senza dirlo a nessuno. È un problema. E non servono statistiche ufficiali (che non esistono, come aveva spiegato l'Espresso ) per dimostrarlo: basta ascoltare le esperienze di quanti l'omofobia la vivono ogni mattina sulle scale del liceo o provano ad affrontarla in cattedra. O ancora andare su Ask.fm , il social network più diffuso fra gli adolescenti, dove abbondano le domande anonime sul compagno-sicuramente-gay o la ragazza-evidentemente-lesbica, con il loro corredo di commenti pruriginosi e di insulti.

Il problema esiste. Eppure dal Palazzo non solo non è considerato una priorità. Ma è osteggiato. La prima vera iniziativa dello Stato contro l'omofobia a scuola è diventata uno scandalo istituzionale, con i manuali prodotti dal dipartimento delle pari opportunità (un ufficio della Presidenza del Consiglio) boicottati dal cardinale Bagnasco e messi in sordina dallo stesso ministero dell'Istruzione prima ancora di essere distribuiti: censura preventiva in piena regola. Questo mentre l'amministrazione centrale lascia che i dirigenti scolastici si arrangino da soli davanti alle valanghe di lettere, denunce e ricorsi presentati dalle associazioni cattoliche contro ogni iniziativa che parli di genere, sesso o diversità.

Così, anche se alcuni istituti, alcune regioni, provano ad affrontarlo, il problema, continua, anzi aumenta, la guerra in sordina fra le case e i banchi scolastici, fino ai corridoi degli uffici ministeriali. Le vittime sono sempre le stesse: gli studenti e le studentesse gay o lesbiche. Che, ancora nel 2014, non possono contare che su sé stessi per affrontare l'ignoranza e le aggressioni.

Stato laico? Per dimostrare quanto sia considerato compromettente affrontare il discorso dell'omofobia a scuola, bisogna partire dai meandri dello Stato. Ovvero dal tragicomico caso dei libretti per “Educare alla diversità” dell' Unar, l'ufficio nazionale anti-discriminazioni razziali . La vicenda inizia l'anno scorso, con l'approvazione da parte del ministro tecnico Elsa Fornero della “strategia Lgbt”: un piano per combattere gli stereotipi contro lesbiche, gay, bisessuali e transgender. L'attività procede con successo negli incontri con polizia, giornalisti, sindacati. Fino a che non si tocca il tema scuola. E scoppia il caos.

L'Unar infatti, a nome del dipartimento delle Pari Opportunità, commissiona all' Istituto Beck – un'associazione scientifica specializzata in psicoterapia – dei libretti rivolti agli insegnanti di elementari, medie e superiori per affrontare il tema del bullismo contro i gay in classe. Il progetto costa 24mila euro (su 500mila di finanziamento totale per la “strategia”) e viene affidato direttamente, senza gara: «per importi così bassi è normale», spiegano dall'ufficio. Quando i libretti sono pronti però, l'Istituto Beck, prima di farli passare al vaglio del ministero dell'Istruzione, li pubblica sul sito, “protetti” da password. Quaranta presunti esperti dovrebbero poterli studiare e scaricare. Uno di loro li pubblica in rete. Il link viene tolto, ma è troppo tardi.


È panico: il presidente della Cei Angelo Bagnasco consegna al quotidiano della Cei "Avvenire" la sua invettiva contro una «scuola pubblica che sta diventando un immenso campo di rieducazione» perché quei libretti «instillano preconcetti contro la famiglia e la fede religiosa». Sul "Corriere della Sera" Isabella Bossi Fedrigotti si lamenta della guida perché attaccherebbe la «famiglia tradizionale» e sarebbe «una precipitosa corsa in avanti con uno scopo preciso: preparare il terreno al matrimonio omosessuale». Il caso conquista copertine, articoli, speciali: 180 pagine di giornale in poche settimane.

E dallo Stato, a difesa di quel libretto mai distribuito, mai arrivato a scuola, ma che secondo un protocollo ufficiale dovrebbe arrivare in classe? Nessuna parola. Anzi sì, qualcuna. Ma di censura. Il sottosegretario alfaniano all'Istruzione Gabriele Toccafondi parla di «Impronta culturale a senso unico» e boccia i libretti. La due giorni organizzata coi tecnici dell'amministrazione – compresi i dirigenti scolastici – per parlare di bullismo slitta. «Ma il ministro Stefania Giannini la confermerà, entro la fine dell'anno», promettono dal ministero: «Prima però incontrerà i forum degli studenti e dei genitori per discuterne».


Intanto il quotidiano “Avvenire” brinda a una presunta circolare con cui la Giannini sarebbe pronta a stoppare definitivamente l'arrivo dei manuali anti-omofobia. «Una notizia falsa che abbiamo chiesto di rettificare», commentano dal ministero: «Quei libretti non sono mai arrivati a noi. E quindi mai partiti. Né mai bloccati. Appena potremo li esamineremo e capiremo il da farsi». La polemica così procede, fra comunicati e anti-comunicati. Mentre nel “mondo reale” c'è chi prova ad affrontare sul serio il problema. Per difendere gli studenti. Senza aspettare il via libera di Roma.

Scuole in trincea. Pontassieve, piccolo paese a 11 chilometri da Firenze, dove vive, fra gli altri, l'attuale premier Matteo Renzi. Provincia, comune, istituto scolastico (dalle elementari alle medie) e un'associazione di volontariato hanno avviato il progetto “E.cos – decostruire per costruire”: una serie di incontri dedicati agli alunni, ai loro genitori e agli insegnanti, per riflettere sugli stereotipi di genere tra maschile e femminile. Per un gruppo di famiglie che si firma “ Scuola senza ideologie ” questo sarebbe un attacco frontale al diritto dei genitori di scegliere l'educazione dei propri figli e di controllare ciò che imparano. Parte così un appello ai dirigenti scolastici perché blocchino le lezioni scomode. Ma la raccolta firme non le ferma. Gli incontri sono iniziati e continueranno fino a maggio: sale piene di genitori, poche proteste, aule zeppe di alunni con le mani alzate a fare domande. «Sembra che gli attacchi viaggino su canali paralleli. Non quelli reali delle famiglie da cui provengono i nostri studenti», provano a spiegare dal Comune: «È da tempo che altre città, come Firenze, trattano argomenti come questi. Mai una barricata. Ora la situazione è cambiata».


Che l'educazione sia diventata un terreno di scontro fra pro e contro discriminazione lo racconta anche Giuseppina La Delfa, presidente dell'associazione “ Famiglie arcobaleno ” che riunisce migliaia di genitori gay e lesbiche: «Esistiamo da 10 anni», racconta: «Ormai almeno 300 bambini figli di coppie omosessuali frequentano la scuola italiana. Non abbiamo mai avuto problemi. Mai». La quiete però sembra a rischio, adesso: «Il clima è peggiorato. In una scuola materna di Roma una coppia ha proposto di chiamare la festa del papà festa della famiglia, così da poter partecipare: Forza Nuova allora ha organizzato una manifestazione fuori dall'ingresso. A Bologna settimana scorsa hanno fatto un presidio anche davanti alla biblioteca in cui eravamo state invitate per un dibattito».

Gay che dimostrano di essere ottimi genitori, incontri per combattere le discriminazioni, lezioni contro il bullismo: per le associazioni cattoliche sono tutte armi di quella che loro definiscono “Ideologia del gender”. È il cappello sotto cui finisce, per loro, ogni tentativo di spiegare che è assolutamente normale non riconoscersi nel genere in cui si è nati, oppure amare persone dello stesso sesso, o ancora vivere ed essere una famiglia anche senza un uomo e una donna che copulino al solo scopo di riprodursi. «Se la scuola di vostro figlio propone corsi di educazione all'affettività, educazione sessuale, se parlano di superamento degli stereotipi o di relazione tra i generi: date l'allarme!», scrive il “Forum delle associazioni familiari dell'Umbria” in un volantino: «Inviate una lettera raccomandata e in caso non vi diano ascolto esercitate il vostro diritto ad educare la prole a casa e non fate uscire i vostri figli per quella lezione».

Silenzio in aula. Così, mentre a Roma si litiga sui libretti, i docenti si trovano ad affrontare questi argomenti a loro rischio . Senza le spalle coperte dall'istituzione: «Mi è capitato di spiegare in una terza media di provincia che il sesso non è una cosa sporca», racconta Isabella Milani, insegnante, autrice e blogger : «Dopo la lezione il prete è andato nelle case degli alunni a fare un discorso riparatore, e io sono stata convocata dalla preside». E sì che la sessualità dovrebbe essere un tema “facile”. Sicuramente più semplice di quelli che riguardano la diversità, il riconoscersi o no in un determinato genere, gli affetti: «L'ignoranza su questi aspetti è ancora tanta. Fra gli studenti ma anche fra noi docenti», continua la prof: «La maggior parte evita l'argomento perché lo ritiene troppo difficile. Altri sono i primi a fare battutine. E tra gli alunni è uguale. Capita che in occasione della gita nessuno voglia avere in camera il ragazzino considerato gay. O che si offendano tra loro a colpi di “lesbica” e “finocchio”: qualche giorno fa, per esempio, dei ragazzi hanno attaccato sulla schiena delle compagne un pesce d'aprile con la scritta: “Sono una lesbica”». Per questo, conclude: «Non possiamo lasciare che i giovani omosessuali affrontino da soli una società come quella in cui viviamo. La scuola dovrebbe fare la sua parte».


Ma i quattordicenni restano effettivamente soli ad affrontare gli attacchi: «Un adolescente gay nella maggior parte dei casi non può contare sull'appoggio della famiglia», racconta L., docente di matematica in un istituto tecnico del Nord, omosessuale, dichiaratosi ai colleghi ma non agli alunni, per non creare problemi ai genitori: «Se un ragazzino di colore viene insultato, lo denuncia subito, a noi e a casa. Un gay invece non può, perché spesso in famiglia non ha detto nulla. E tiene tutto per sé». Fino ad arrivare a decisioni drastiche quella di G., che si è buttato dal balcone, o del 16enne che un anno fa ha provato a uccidersi per gli insulti ricevuti all'istituto nautico che frequentava. «Se da una parte la situazione è migliorata», continua l'insegnante: «Dall'altra insulti e bullismo si sono spostati online, o sui cellulari. Io stesso adesso mi devo occupare di un caso di bullismo proprio via Whatsapp, l'applicazione per mandarsi gratis i messaggi. Gli adolescenti non si accorgono della gravità di quello che scrivono. Usano parole durissime in modo inconsapevole».

Eppure se su ask.fm c'è, in effetti, Martina, ad esempio, 13 anni, di Bergamo, che tra le trenta cose che odia di più al mondo inserisce “i ricchioni”, c'è anche Francesca, 14 anni, di Pavia, che alla domanda «Come è avere quel frocio di Marlon in classe? Non essergli amico! È frocio fa schifo!», risponde: «Povera te: hai ragione, sono davvero sfortunata ad aver trovato un buon amico».

Figli versus Genitori. Che i ragazzi siano più “avanti” dei loro vecchi - e delle vecchie istituzioni romane - quando si parla di questi argomenti lo dimostra il caso del liceo Muratori di Modena, dove gli studenti avevano invitato Vladimir Luxuria e il presidente dell'Arcigay locale per parlare di transessualità. Alcuni genitori presenti in consiglio d'istituto però si sono opposti, bloccando l'incontro. E nonostante l'ok degli alunni a fare lo stesso il dibattito ospitando un contraddittorio, Vladimir non è potuto entrare in classe, perché i docenti, intimoriti dalla risonanza mediatica della vicenda, non si sono presentati alla riunione che doveva votare il via libera definitivo. Il dibattito così si è spostato su Facebook. Dove a difendere l'attivista transessuale non sono solo militanti o invasati. C'è anche Irina, ad esempio, una quindicenne che legge Jane Austen, ha i capelli biondi, un fidanzato maschio, ma sostiene che è un peccato che la conferenza sia saltata. Perché sarebbe stata interessante per tutti.

E sono stati sempre gli studenti a denunciare il docente di Religione del Liceo Foscarini di Venezia che in classe aveva portato un bigino in cui si sosteneva che fosse meglio curare chi è gay. Oppure a pubblicare il questionario portato da un insegnante, dove fra le colpe dell'umanità di cui discutere, dopo guerra, infanticidio e furto, spuntavano omosessualità e Hiv. E sì che educarli al rispetto dovrebbe essere uno dei compiti principali della scuola: «Abbiamo l'impegno di formare cittadini e di mettere al riparo gli adolescenti dalla xenofobia, dal razzismo, dalla violenza, dalla caccia al diverso», ragiona Mimmo Pantaleo, responsabile scuola della Cgil: «Non si possiamo meravigliare poi dell'esplosione del bullismo se noi stessi non affrontiamo l'argomento in classe».

Nella mente del bullo cattivo

  • Lunedì, 10 Marzo 2014 11:13 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA

La Repubblica
10 03 2014

Viaggio tra i ragazzi che fanno paura ai loro coetanei: "Ecco perché abbiamo scelto la legge del più forte"

di CARLO VERDELLI

Il bullo odia. Il bullo non conosce pietà e quando te lo trovi davanti ti prende un'ansia che vorresti scomparire, o che scomparisse. Ma non succede, lui non scompare, anzi ritorna, scova la tua debolezza e la tortura. E più lo soffri, più lui gode. Perché? Che ci guadagna? Adesso che ne ho uno bello grosso davanti, glielo chiedo.

"Cosa volevo diventare da bambino? Come quelli coi macchinoni e la gente che li rispetta. Insomma un narcos". Tuo padre lo era? "Macché, lui è una persona seria, ha sempre lavorato in fabbrica come un mulo, mai andati d'accordo".

Andres ha 17 anni, uno spillo al labbro, due brillantini alle orecchie. Ride con la bocca, mai con gli occhi, piccoli e neri. È nato a Calì, in Colombia, vive in Italia da quando aveva 12 anni, diploma di terza media e un po' di istituto alberghiero. Nel suo campo, si è già fatto un nome, di cui va bellamente fiero. "A Brescia mi chiamano mano di ferro perché quando picchio divento una macchina, pam pam pam, non mi fermo neanche se l'altro mi prega strisciando di lasciarlo. Niente, io vado avanti, me ne frego, vado avanti perché sono imbattibile. Ho tantissima autostima, non rimpiango niente, non mi pento. Per trovare un posto per me, dovevo farmi largo. Menando? Menando. Rubando? Rubando. Io ti faccio aver paura, è questo il segreto". E tu non la provi, la paura? "Certo che sì. Come è certo che le ho anche prese. Ma sono molto vendicativo. Non lascio conti aperti. L'ultimo che ho massacrato me lo ricordo ancora, rivedo la scena per filo e per segno".

"Discoteca, noi eravamo in 12 e loro in 30. Parte il solito negro di merda, un coglione tira anche fuori il coltello, rissone, usciamo nel parcheggio. Si forma il cerchio intorno a me e al loro boss. Mi metto la felpa sul braccio per parare la lama, lo affronto a mani nude, gli do un calcio sulle gambe, lo disarmo, lo metto sotto e comincio a sfasciarlo. Mi sono sentito un animale, lui mi chiedeva scusa tremando, sputando saliva e sangue, urlando pietà, lasciami vivo. Fortuna che non l'ho ucciso. Dopo, per la prima volta, ci ho sofferto, stavo male. Forse vorrei rivederlo, portarlo a bere un caffè, non so bene... Comunque, con quella vita ho smesso perché ho capito che mi fottevo la mia, di vita".

Prima di smettere, Andres passa per comunità, carcere minorile ("Al Beccaria di Milano ho messo subito delle regole: primo, a tavola non si parla". E perché? "Perché mi dà fastidio "), ancora comunità. L'ultima si chiama Kairos, che vuol dire "momento favorevole", e sta a Vimodrone, periferia milanese. La gestisce, con una pazienza e una mitezza dono di chissà quale cielo, don Claudio Burgio, una specie di angelo dei bulli. Ha anche scritto un libro, che è un programma già nel titolo: Non esistono ragazzi cattivi (Edizioni Paoline, 2012). Le cronache degli ultimi mesi dicono che è una pietosa illusione. Il primo sabato di marzo, tra l'una e le 3 e mezza, ora della movida, la polizia di Milano è dovuta intervenire 6 volte in sei posti diversi, record stagionale: molestie violente a una ragazza in discoteca, scontro a bottigliate in faccia, pestaggio tra due compagnie ad alto tasso alcolico, fermo di un ventenne che sfasciava auto sotto l'effetto massiccio di stupefacenti...

La zona 7, una delle più grandi della città (da Baggio a Muggiano), ha appena lanciato un urlo di allarme al Comune e alle forze che dovrebbero tenere l'ordine, indicando una lista di 13 vie, giardini, parchetti dove le baby gang o i piccoli spacciatori spadroneggiano e i cittadini normali hanno di fatto perso il diritto di frequentarle. Hai voglia di controbattere con progetti come "Bullo citrullo" o i corsi di "Rugbull", ovvero il rugby, e più in generale lo sport, per incanalare in vie più sane la rabbia che si respira tra i ragazzi. "E anche tra le ragazze", spiega Lorenzo Zacchetti, consigliere di zona e responsabile dello sport per il Pd milanese. "Sono loro la vera novità del momento: ce lo segnalano con preoccupazione molte scuole". Ragazze cattive, un po' per emulazione del peggio del maschio e un po' perché spinte dal principio di piacere immediato. Tutto e subito e facile. Il corpo è solo uno strumento per ottenere il risultato. In fondo, le varie baby squillo che spuntano qui e là per l'Italia non la pensano tanto diversamente.

Don Claudio sa. Ma continua a combattere la sua battaglia di riconversione del bullo, anche se percepisce l'evidenza: stiamo perdendo la partita coi giovani, ci scappano, prendono scorciatoie pericolose, hanno sempre meno freni e meno modelli positivi. E gli adulti, dai genitori agli insegnanti ai politici, sembrano rassegnati o, peggio, inconsapevoli. "Negli ultimi anni ci sono azioni molto più violente sul piano fisico, con l'aggravante della mancanza di percezione della gravità del gesto. Non c'è coscienza del reato, del peccato, della colpa, e se arriva è solo dopo un lungo cammino. Prenda la famosa e ricca Brianza: bisogna sfatare l'idea che sia un posto cattolico e tranquillo. Molti di questi ragazzi e ragazze pronti alla violenza, e disinteressati alle conseguenze su se stessi o sulla vittima, vengono dagli oratori, o da famiglie senza particolari problemi, italiani o stranieri non fa differenza. Quello che li accomuna è che l'altro non esiste: o accetta di diventare gregario o se rifiuta, se è diverso, se non sta al gioco, è il nemico da far fuori. Sono figli di un narcisismo dilagante: voglio tutto senza far fatica, dal divertimento ai soldi, perché sì, perché mi spetta, perché il resto è noia". Tra i molti complici, la sostituzione, come droga diffusa, dell'eroina con la cocaina che, invece di annullarli, i desideri li moltiplica e li esaspera. Aggiungerci l'abuso di alcolici come ulteriore sfida alla normalità, la perdita di senso e di denaro davanti a una slot machine, e il cocktail comincia a prendere forma. Emblematica la lettera dal carcere di Davide, 16 anni e 5 rapine: "La cattiveria è una maschera. Si mette quando ci si sente deboli per non farlo capire agli altri, agli amici". La debolezza è vietata, stare sopra per non essere messo sotto. La filosofia di "pam pam" di Andres e dei tanti nella sua scia provoca i danni peggiori negli anni teoricamente migliori.

"Era bello perché facevi brutto, insomma li spaventavi solo a vederti. Minchia, l'hai spaccato quello: il modo in cui me lo dicevano quelli del gruppo, mi faceva sentire un re. E c'era sempre qualcuno col coltello a portata, pronto a tirare due cepponate a chi se la cercava". Roger Mazzarro è un ragazzo molto bello, dall'aria molto sana e di una famiglia molto buona. Ha 42 anni. Dai 16 ai 38 ha deragliato senza particolari perché: da piccolo bullo di scuola a rapinatore, detenuto, sorvegliato speciale. Adesso che ha scontato tutte le pene, lavora per la cooperativa teatrale Opera Liquida con la regista Ivana Trettel e gli ex compagni di prigione. Tra le attività per la prevenzione dei comportamenti a rischio, un giro nel carcere per gli studenti, in modo che vedano cosa li aspetta se sgarrano. "Il problema è che per molti di loro il mito è Riina, o il super spacciatore, il tagliagole. A un ragazzino di Rho, prima della visita, hanno sequestrato un tirapugni. Dimmi te". No, mi dica lei. "Non c'è la percezione del male ma non c'è neanche l'alternativa. Quello dei regolari è vissuto come un mondo triste: se studi, tanto non trovi lavoro; se vai in fabbrica sei uno sfigato. Ecco, facendogli vedere col mio esempio che fine si fa a ragionare così, spero che almeno mi ascoltino".

Sperano in tanti, don Gino Rigoldi da una vita: 40 anni come cappellano del Beccaria e una voglia infrangibile di cambiare qualcosa. "La scuola, parte tutto da lì. La prima materia, prima ancora dell'italiano, deve diventare l'insegnamento della relazione con l'altro. Il bullismo nasce così, dal non vedere chi ti vive accanto, dal percepirlo come se fosse trasparente. Se non si cambia, perderemo ancora tanti adolescenti, tanti". Una ricerca di Telefono Azzurro con l'Eurispes dolorosamente conferma: l'80 per cento dei casi di bullismo avviene proprio a scuola, ed è un ombrello largo che comprende botte, minacce, soprannomi insultanti, furti di merendine o telefonini, prese in giro per diversità del compagno- bersaglio (un difetto fisico, un sospetto di inclinazione sessuale "fuori norma"), esclusione manifesta dal gruppo. L'ombra nera si allunga sul web, che diventa teatro di aggressioni, imboscate, mitragliamenti fatti di campagne denigratorie, foto e informazioni false, torture psicologiche di tanti contro uno. Sommando tutto e approssimando a spanne, un adolescente su 10 sarebbe vittima di un bullo, che è un dato di una gravità sociale da far impallidire le stime sul debito pubblico.

Di tanto in tanto, il caso esonda sui giornali per manifesta enormità. Come a Parma, metà febbraio: un quindicenne giustiziato per strada da cinque coetanei per aver scambiato qualche parola con l'intoccabile ragazza del capobanda, frattura al naso perché gli hanno sbattuto la faccia sull'asfalto, ematomi ovunque, tanta gente intorno all'esecuzione, nessuno che sia intervenuto. O come a Bologna, stesso periodo, stesse modalità, con l'aggravante della reiterazione della punizione. La vittima, Paolo, seconda liceo scientifico, ha una breve flirt con una sedicenne, che decide di interrompere. Lei non ci sta, lo attacca via web con insulti sempre più pesanti. Lui commette l'errore di rispondere con un messaggio a tono. Scatta la vendetta degli amici della sedotta e abbandonata. Tre aggressioni in serie, ravvicinate. Racconta la madre Franca: "La prima erano in 18, la seconda in 4, la terza in 6, sempre a scuola. Siccome Paolo è alto e robusto, qualcuno lo teneva mentre gli altri lo prendevano a schiaffi e pugni, dappertutto. Costole incrinate, lesione grave del nervo oculare, zigomi tumefatti. No, nessuno l'ha difeso, né i compagni né gli adulti presenti ai pestaggi. Adesso Paolo va a scuola scortato dai carabinieri, per il resto non esce di casa, niente più cinema, ha paure che prima manco si sognava. C'è uno psicologo, due volte la settimana: lavora per fargli ritrovare fiducia in se stesso". E cambiare scuola, signora, cambiare città? "Non se ne parla. Li abbiamo denunciati tutti, la maggior parte sono minorenni. Andarsene vorrebbe dire che hanno vinto, e non sarebbe un bene per mio figlio".

I bulli fanno morti e feriti, come le guerre. Ci sono da sempre, riassunti in uno dal beffardo e crudele Franti di De Amicis. La differenza è che adesso non sono più la mela marcia nel cesto delle buone. Sono un piccolo esercito di ventura, senza bandiere se non la legge del più cattivo. Avanzano spavaldi ovunque, anche nella piazza grande dei social network dove combattono i nemici fino a costringerli alla resa, compresa quella definitiva del suicidio. Esito tutt'altro che marginale, secondo le statistiche: per i giovani italiani sotto i 25 anni, proprio il suicidio è la seconda causa di morte dopo gli incidenti stradali. E alcune di queste morti non accidentali rientrano proprio nel bollettino di guerra del bullismo.

Un anno fa Andrea Spezzacatena del liceo Cavour di Roma, vicino al Colosseo, massacrato di infamie perché portava dei jeans rosa (risultato di una lavatrice venuta male) o la vernice trasparente sulle unghie (perché evitasse di mangiarsele): l'ennesima scritta "attenti, è frocio" sul muro della scuola e lui che crolla dalla vergogna e si impicca con una sciarpa nella sua cameretta, a 15 anni. Appena uno in più di Amnesia, la quasi bambina di Cittadella di Padova che si era scelta questo nickname per dialogare con gli amici su Ask. fm, social molto di moda tra gli adolescenti dove è consentita la partecipazione anonima, che un mese fa si è buttata dal tetto di un ex hotel dopo frustate di insulti ricevuti in risposta alle sue richieste di aiuto perché era un po' depressa o un po' ingrassata ("Quando ti decidi a tagliarti la vena del braccio, brutta ritardata grassa e culona?").
È ancora negli occhi di chi ha avuto la sciagura di vederlo il video su Youtube di una ragazzina di Bollate (Milano), umiliata di botte da un'altra che voleva farle pagare l'affronto di averle soffiato il fidanzato. La scena avviene fuori dall'Istituto tecnico Primo Levi, un compagno la filma col cellulare per poi "postarla" su Internet. Comincia con qualche insulto e l'incitamento dei presenti (le voci si sentono fuori campo) a passare ai fatti. "Vi menate o no?". Azione: la ragazza vendicatrice parte con uno schiaffo, poi un calcio. L'altra si spaventa, va verso un'amica: "Aiutami, non vedi?". Ma viene raggiunta, altri schiaffi, cade, un calcio alla schiena. L'operatore: "Vai così, cattiva!". La vittima viene costretta a sedersi per terra, si becca un altro calcio, in testa. "Per favore... Ti prego, ti prego ". L'altra la prende per il cappuccio della felpa e continua a colpirla. Il video termina tra risate di sciacalli.

Anche Andres, il capobranco di Brescia, conosce quel video e scuote la testa rasata: "Bimbi minchia, ecco cosa sono. La biondina faceva la grossa perché c'erano i suoi amici. Se c'ero lì io, sistemavo lei e loro. Comportamenti infantili...". Hai mai pianto, Andres? "Sei mesi fa, appena appena. Mi avevano portato in questura, volevo picchiare i carabinieri, ma erano lacrime piccole, un misto di rabbia e di vuoto, la sensazione che avevo buttato via tutto". Solo quella volta? "Quando mio padre mi menava, e non dico che non avesse le sue ragioni, mi diceva di non piangere. Ho imparato a non farlo". Si alza dalla sedia per andarsene, poi di colpo si risiede, guardando non più me ma una finestra: "Vorrei lasciarmi piangere. Quando trito le cipolle, sono un po' felice perché mi vengono le lacrime".

Corriere della Sera
06 03 2014

Il progetto del Comune di Roma con «Le cose cambiano» contro le discriminazioni e per valorizzare le differenze

di Elena Tebano

Tutto è iniziato dall’appello di artisti e intellettuali, scossi per il nuovo suicidio di un ragazzo gay romano: il 30 ottobre scorso, con una lettera al Corriere, si sono rivolti al sindaco di Roma Ignazio Marino per chiedergli di fare qualcosa subito contro l’omofobia. I promotori, Ivano Cotroneo, Francesca Vecchioni e Cristiana Alicata, erano anche tra gli autori di Le cose cambiano, il progetto contro le discriminazioni lanciato dalla casa editrice Isbn in collaborazione con La 27esima Ora e Corriere.it. Quell’appello è stato ascoltato dal sindaco di Roma e adesso è diventato «lecosecambiano@roma»: un’iniziativa concreta, presentata ieri dall’Assessorato capitolino alla Scuola, per sensibilizzare gli studenti romani al rispetto e alla valorizzazione delle differenze, contribuendo così a contrastare il bullismo omofobico. Sono 24 le scuole che hanno aderito.

«La quasi totalità delle persone che ha contattato la Gay Helpline di Roma Capitale nel 2013 ha dichiarato di essere stata vittima di almeno un episodio di discriminazione o di bullismo nelle scuole medie inferiori e superiori. La scuola è quindi un luogo in cui le ragazze e i ragazzi cominciano a vivere esperienze negative e possono diventare bersaglio di pregiudizi ed essere discriminati a causa del proprio orientamento sessuale della propria identità di genere. È nostro dovere come amministrazione pubblica contrastare ogni forma di bullismo e promuovere il rispetto delle differenze», ha spiegato Alessandra Cattoi, assessora alla Scuola, Infanzia, Giovani e Pari Opportunità di Roma.

Secondo una ricerca realizzata nel 2012 dell’Agenzia per i diritti fondamentali dell’Unione europea, il 96% delle persone lgbt (lesbiche, gay, bisessuali o transessuali) in Italia riferisce di sentire tutti i giorni commenti o scherzi denigratori nei confronti dell’omosessualità e transessualità; il 91% di sentire in generale un linguaggio offensivo e il 79% espressioni di aperta ostilità o addirittura odio. Le conseguenze di un esperienza simile, soprattutto se vissuta a scuola (un luogo in cui i ragazzi dovrebbero essere invece incoraggiati a esprimere se stessi e la propria identità), possono essere pesanti e durature. «Che si esprima in forma di derisione, scherzi di cattivo gusto o violenze vere e proprie, il bullismo omofobico e di genere è un fenomeno allarmante e doloroso — dice Vittorio Lingiardi, professore ordinario di Psicologia Dinamica alla Sapienza Università di Roma —. Causa dispersione scolastica, insicurezza psicologica, difficoltà relazionali. È un’ esperienza traumatica che lascia il segno per tutta la vita. È nostro dovere capirne le cause e combatterlo».

Al contrario, ricevere sostegno a scuola o dal gruppo dei compagni, aiuta i ragazzi e le ragazze omosessuali a sentirsi più forti, anche contro l’omofobia e le discriminazioni. Sempre secondo la ricerca dell’Agenzia europea per i diritti fondamentali, il 96% delle persone lgbt si sentirebbe più a proprio agio a vivere apertamente la propria omosessualità (o transessualità) se a scuola si promuovesse il rispetto per gay, lesbiche e trans.

Il progetto di Roma cerca proprio di agire in questa direzione. Tre le iniziative previste: un’indagine condotta dall’università La Sapienza per monitorare i casi bullismo attraverso un questionario anonimo online in cui gli studenti potranno segnalare eventuali discriminazioni; una serie di incontri nelle scuole con esponenti della cultura, del cinema, del teatro, della medicina (ieri a presentarli c’era anche Roberto Vecchioni); un concorso per gli istituti: «Iocambiolecose@Roma». A conclusione, ci sarà un evento finale in vista del 17 maggio, la giornata internazionale contro l’omofobia e la transfobia, con la presentazione dei risultati della ricerca e la premiazione del concorso.

Mario Mieli
19 02 2014

COMUNICATO STAMPA
CIRCOLO DI CULTURA OMOSESSUALE MARIO MIELI
"BULLI E PUPE”: PARTE IL NUOVO CICLO DI INTERVENTI ANTIBULLISMO DEL CIRCOLO MARIO MIELI


"Bulli e pupe, ragazzi che faticano a crescere", é il nuovo progetto di intervento nelle scuole del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli che, in collaborazione con la ASL Roma E e con il contributo del’Assessorato Formazione, Ricerca, Scuola e Università della Regione Lazio, intende prevenire e contrastare ogni forma di bullismo, in particolare il cyberbullismo, e il bullismo omofobico e transfobico. Il progetto prevede incontri informativi e formativi rivolti a studenti, docenti, personale scolastico e famiglie.

Attraverso dibattiti, laboratori, questionari, giochi e seminari coordinati da psicologi e operatori esperti, i ragazzi avranno modo di confrontarsi con i temi del pregiudizio, della diversità e della discriminazione, con particolare attenzione al tema dell'omotransfobia. Nel corso di incontri e seminari i genitori approfondiranno le caratteristiche psicologiche e relazionali che si celano dietro gli episodi di bullismo, in modo da agevolare il ruolo della famiglia nell'ambito della prevenzione, mentre i docenti potranno acquisire importanti strumenti per la comprensione e la risoluzione dei conflitti interni al gruppo classe e l’instaurazione di relazioni di fiducia con gli alunni.

Per un anno il Circolo Mario Milei sarà a disposizione o seguirà alcuni Istituti scolastici dove saranno attivi uno sportello di ascolto per studenti e famiglie, un osservatorio e un gruppo di lavoro, formato da studenti e docenti, che produrrà materiale informativo in un linguaggio semplice e immediato capace di sensibilizzare i giovani, con particolare attenzione all’uso corretto di internet e degli strumenti di comunicazione.

“Bulli e Pupe” è un importante esempio di azione sinergica fra istituzioni, scuole e mondo associativo in un ambito, quello dell’educazione e della formazione, nel quale è fondamentale operare in maniera sistematica e continua per eliminare sul nascere bullismo e crescere cittadine e cittadini consapevoli e rispettosi di tutte le diversità.

Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli
Ufficio Stampa
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