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Il Mattino
01 11 2013

Il muro fra nord e sud - evocato nel folclore leghista - esiste. E l'hanno eretto, dagli anni '80, la camorra e chi, dal nord industrializzato d'Italia e d'Europa, "noleggiava" i camion della camorra per sversare veleni a costo ridotto. Sversamenti che avevano un confine. Non si sversava più a nord di Latina, disse nel remoto '97 Carmine Schiavone, ricostruendo in seduta segreta il patto della vergogna sulle spalle del futuro del Mezzogiorno.

Il muro non si vede. Ma c'è. Corre a nord di Latina e divide la pattumiera d'Europa dall'Italia del nord. Oltre quel confine 25 metri di scavo in profondità valevano (valgono?) lo smaltimento illecito e selvaggio di 250mila metri cubi di rifiuti. Solventi, scarti industriali, edili, ospedalieri, fusti tossici che valevano due milioni e mezzo di lire a pezzo, da spartire fra gentiluomini. Perfino "cassette di piombo" (ossia schermate) con "fanghi radioattivi", disse sotto segreto ai parlamentari della commissione rifiuti, Carmine Schiavone.

Se le inchieste hanno già percorso queste dichiarazioni è impressionante prendere diretta contezza che Schiavone descrive nel '97 il patto mafioso ("noi nasciamo mafiosi" dice dei Casalesi) per trasformare il Mezzogiorno - non solo la Campania - nella pattumiera d'Italia e d'Europa.

«L'affare valeva decine e decine di miliardi a libro mastro, interessava a tutti». Dove, per libro mastro, si intende quello mafioso. Così stabilire il prezzo e vendere l'innocente fu un tutt'uno. E distinguere acquirenti da venditori è arduo. Schiavone l'ha ripetuto di recente in una clamorosa intervista a Sky. Da oggi, però, siamo consapevoli, come pubblica opinione, che quella voce parlava, dettagliatamente, fin dal '93, anno del pentimento di Schiavone.

Ma qualche cosa di nuovo può arrivare anche dal già udito. Il corpo forestale dello Stato, in Campania ha fatto di recente grandi, e scioccanti, scoperte. Gli uomini del comando provinciale di Napoli, guidati dal comandante Sergio Costa, stanno strappando al sottosuolo le prove del patto vergognoso.

Eppure Schiavone parla dal '93. Sono cambiati, da allora, i metodi di accertamento, i laboratori hanno fatto progressi. E la forestale, sessanta uomini per proteggere tre milioni e mezzo di persone in provincia di Napoli, ha messo insieme tecnologie e strumenti in un unico metodo di investigazione che sta dando i suoi frutti. Quello che fu cercato nel '97, con qualche approssimazione, potrebbe essere più efficacemente cercato oggi. Chi conosce il metodo di lavoro di Costa sa che è fatto di tre fasi (step, qualcuno preferisce).

Le fotografie del territorio del sistema Sim, un fenomenale archivio di immagini aree raccolte negli anni. Le analisi del "suono" delle radiazioni che un territorio manda e quelle che dovrebbe mandare se non ci fossero corpi estranei sepolti. E poi ci sono «gli occhi del diavolo».

Il termine non è tecnico ma ha una sua agghiacciante aderenza alla verità. Uno strumento, il geomagnetometro, misura la situazione termica dei suoli che viene tradotta in una mappa colorata secondo i livelli riscontrati. Dove si apre un occhio rosso (l'occhio del diavolo, lo chiama Costa), là occorre andare a guardare. Quanti occhi del diavolo sono sparsi in Campania?

Chiara Graziani

La terra dei fuochi «non deve morire». Appello dei vip

  • Giovedì, 03 Ottobre 2013 10:14 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Mattino
03 10 2013

Attori, cantanti, giornalisti, uomini di spettacolo più o meno conosciuti, speaker radiofonici e televisivi, hanno aderito in cento e altri si aggiungono di giorno in giorno.

Tutti hanno deciso di "adottare" un comune della terra dei fuochi, tutti hanno accettato di posare in foto con un cartello in cui oltre al nome del comune "adottato" compare la scritta "non deve morire".

L'iniziativa è collegata a una pagina Facebook "La terra dei fuochi non è sola", per raggiungerla seguite questo link: http://on.fb.me/GzOTYL

"Vogliamo nomi e cognomi, non solo dei camorristi. Paghino tutti per omicidio plurimo e crimini contro l'umanità. Ci hanno tolto il futuro, bruciato insieme ai roghi e seppelliti insieme ai fusti di metalli tossici". ...

Il Mattino
27 09 2013

Si è spenta giovedì sera per una leucemia linfoblastica acuta: Marianna Rubino aveva 9 anni.

Pochi, troppo pochi per morire. Con lei si allunga l’elenco dei bambini morti di patologie tumorali nella Terra dei fuochi. Stamattina i suoi compagni di classe la saluteranno per l’ultima volta nella chiesa parrocchiale di Carinaro dove farà ritorno dall’ospedale Santobono.

Lì era stata ricoverata a seguito di una broncopolmonite intervenuta a spezzare i suoi sogni di guarigione dopo il trapianto di midollo a cui era stata sottoposta il 24 luglio scorso.

«Marianna è morta perché questo territorio è inquinato e noi mangiamo veleni». Ne è certa la mamma, Concetta Molitierno che in questi ultimi 4 anni ha accompagnato la figlia in un calvario tra tanti ospedali della Campania. «In questo territorio sono ancora troppo poche le persone impegnate e le istituzioni sono assenti. Io chiedo a tutte le mamme di unirsi, di svegliarsi se vogliono arrivare a vedere almeno i matrimoni dei loro figli».

Concetta ha perso le lacrime per piangere, ma non la forza per lottare. «Credo che venga da mia figlia. Il Signore con lei ha donato una gioia al mio cuore». Era coraggiosa, la piccola Marianna. «Ha sofferto molto, ma ha lottato fino alla fine - racconta la cugina Angela -. Ha combattuto per la mamma perché diceva di voler stare sempre insieme a lei».

Una bambina che anche nei momenti difficili consegnava alla signora Concetta le sue speranze: «Marianna sognava di tornare presto a scuola, stava bene con i suoi compagni, ma anche in ospedale era sempre attenta agli ammalati più piccoli. Li controllava, negli ultimi giorni si preoccupava di un bimbo che aveva problemi di respirazione».

L’instancabile padre Maurizio Patriciello ha chiesto sul suo profilo Facebook che per Marianna venga proclamato il lutto cittadino, invitando le persone semplici, ma anche i sindaci dei Comuni di Terra dei Fuochi a partecipare al funerale della piccola.

Ricordando anche gli altri bambini morti per patologie tumorali, don Patriciello scrive: «Questi cari hanno pagato un prezzo altissimo per l'ingordigia, l'avarizia, la stoltezza, l'ignavia di uomini che di umano hanno conservato tanto poco. La bramosia di ricchezza di alcuni; la sete di potere di altri li hanno portati a sottoscrivere un patto scellerato sulla pelle della povera gente. Hanno inquinato, avvelenato, ucciso la nostra terra e i nostri figli. Al funerale di Marianna dovrebbero partecipare tutti i sindaci dell'Agro Aversano. Con la bandiera e la fascia tricolore a lutto. Marianna è nostra. Ci è stata rapinata. Questi bambini ci appartengono. Sono il nostro futuro. Occorre un sussulto di meridionale dignità. Il Governo centrale e quello regionale non possono continuare a fingere di ignorare o ridimensionare questo dramma».

Il sindaco di Carinaro, Mario Masi si dice pronto ad accogliere la sollecitazione di don Maurizio per un’iniziativa di sensibilizzazione sul territorio. «Come amministrazione abbiamo dato una mano alla famiglia in difficoltà, anche se non siamo in tempo per proclamare il lutto cittadino, condividiamo questa battaglia. Io da sindaco chiedo che lo Stato centrale mobiliti i soldati anche portandoli via dall’Afghanistan per far pattugliare i nostri territori. Con due soli vigili urbani non riesco a controllare le nostre campagne dove di notte si bruciano i rifiuti».

«Dobbiamo essere apologeti di speranza - ha detto infine monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, ieri ad Aversa, a margine del Convegno pastorale diocesano - la speranza non è evasione ma responsabilità che in Terra dei Fuochi vuol dire vigilare, muovere all’impegno i responsabili della cosa pubblica».

Anna Sgueglia

Giancarlo e la Mehari un viaggio senza fine

  • Venerdì, 20 Settembre 2013 09:54 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Mattino
20 09 2013

La Mehari del sacrificio torna al Mattino, da dove Giancarlo Siani partì per il tratto finale di una vita troppo corta, la sera del 23 settembre del 1985. Ad attenderla, 28 anni fa, c’era il commando degli assassini.

Ad attenderla, stavolta, ci saranno gli studenti che nel Salone Siani del giornale discuteranno di un ragazzo come loro, divenuto esempio. Poi la Mehari sarà un monumento, nella Rotonda della Legalità in via Caldieri, un simbolo di riscatto per la città.

Quell’auto perduta e ritrovata è essa stessa una metafora del passaggio di Giancarlo sulla terra: è senza copertura, in piena aria, come il sorriso sulla faccia imbiancata dai segni della pace della foto famosa.

Pietro Gargano

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