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L'omicidio del blogger nella terra dei clan

Le istituzioni se ne accorgono solo quando ci scappano i morti di cosa sta succedendo in alcuni territori che amministrano. Una storia che si sta ripetendo anche con l'avvocato e blogger Mario Piccolino a Formia, ucciso venerdì scorso con un colpo di pistola in fronte e i cui funerali si sono svolti ieri. [...] E' evidente che se un killer va ad ammazzare qualcuno a viso scoperto lo fa perché sicuro di non essere riconosciuto; [...] Visitando il sito curato da Piccolino (www.freevillage.it) ci si fa un'idea precisa della passione per la verità che aveva quest'uomo spigoloso ma dotato di una profonda umanità.
Marco Omizzolo e Roberto Lessio, Il Manifesto ...

la Repubblica
14 05 2015

Accade che un giornale locale licenzi un giornalista su ordine di un boss. Accade poi che una sentenza arrivi a confermare l'inchiesta su giornalismo e camorra. Ma com'è possibile che la storia finora sia rimasta nell'ombra? La vicenda che sto per raccontare parte da un'inchiesta della Dda di Napoli, l'Operazione Caleno portata avanti da Giovanni Conzo ed Eliana Esposito, e da una sentenza le cui motivazioni sono state depositate a febbraio dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere: e dimostra per la prima volta come le organizzazioni criminali gestiscano le redazioni in alcuni quotidiani locali.

Un giornalista che racconta lo strapotere dei clan, un boss che pretende e ottiene il licenziamento del giornalista scomodo, un quotidiano che si piega al boss. Il giornalista si chiama Enzo Palmesano, il boss è Vincenzo Lubrano, la testata è il Corriere di Caserta (oggi Cronache di Caserta) che, insieme a Cronache di Napoli, è un quotidiano dalla storia controversa. Entrambi appartengono al gruppo Libra il cui editore, Maurizio Clemente, è stato condannato per estorsione a mezzo stampa: utilizzava le testate per scopi intimidatori, cioè "o paghi o scrivo contro di te".

Cronache di Napoli e Corriere di Caserta sono poi diventati famosi - loro malgrado - per aver infangato la memoria di Don Peppe Diana. Tutti ricordano il titolo del Corriere di Caserta: "Don Peppe Diana era un camorrista". Negli anni, questi due quotidiani hanno pubblicato messaggi dei clan. Quando venne sequestrato il piccolo Tommaso Onofri, Cronache di Napoli titolò: "Tommaso, il dolore dei boss". I boss volevano mandare ai sequestratori il messaggio: "Provate a toccarlo e in carcere passerete l'inferno ".

Quando il corpo di Tommaso fu rinvenuto, il titolo sempre di Cronache di Napoli fu: "Tommaso è morto: l'ira dei padrini". Sono titoli dietro ai quali c'è una strategia assai fina: influenzare l'opinione locale per arrivare a determinare la narrazione nazionale. Quando qui arriva un giornalista da fuori fa domande, raccoglie opinioni: e queste spesso sono determinate proprio dalla stampa locale. È così che questi piccoli giornali riescono poi a far passare messaggi che indirizzano l'interpretazione dei fatti. Ed è in questo contesto che ha provato a fare informazione Enzo Palmesano - lui stesso personaggio non ordinario, autodefinitosi "fascista di sinistra" negli anni più duri della guerra di camorra, militante Msi poi promotore al congresso di Fiuggi dell'emendamento con cui An prendeva le distanze dall'antisemitismo.

Cerchiamo allora di conoscerlo più da vicino questo contesto. Vincenzo Lubrano è stato uno dei boss più temuti della camorra campana, legato alla mafia corleonese attraverso il vincolo che univa la sua famiglia a quella dei Nuvoletta, mandatari di Cosa Nostra in Campania. Lello Lubrano, primogenito di don Vincenzo, aveva sposato Rosa Nuvoletta, figlia del capomafia di Marano, Lorenzo. I Nuvoletta, benché napoletani, non sono camorristi, sono l'unica famiglia esterna alla Sicilia che ha avuto un ruolo ai vertici di Cosa Nostra. Vincenzo Lubrano fu condannato all'ergastolo come uno dei mandanti dell'omicidio del sindacalista di Maddaloni, Franco Imposimato, fratello del giudice Ferdinando Imposimato, l'11 ottobre 1983. E Imposimato fu ucciso per due ragioni: per colpire il fratello del giudice che stava indagando sul riciclaggio di Cosa Nostra a Roma; e perché si batteva sul territorio affinché le colline maddalonesi non fossero divorate dalle cave che oggi le deturpano. L'omicidio Imposimato, avvenuto in terra di camorra, è considerato un delitto di mafia, perché l'ordine ai campani arrivò direttamente dalla Sicilia. Ma tutto lo ricorda solo chi l'ha vissuto sulla propria pelle, perché la maggior parte delle cosche casertane, compresi i Lubrano, hanno sempre preferito mantenere un basso profilo, tenendosi ai margini della cronaca. Palmesano, invece, scrive e racconta.

Scrive del pellegrinaggio che Vincenzo Lubrano, assolto in appello per l'omicidio Imposimato, organizzò con diversi pullman a San Giovanni Rotondo per ringraziare Padre Pio.

Ricorda il restauro che Raffaele Lubrano fece della cosiddetta "Madonna della camorra", poiché a lei si rivolgevano durante la latitanza a Pignataro Maggiore i boss di Cosa Nostra. Palmesano racconta la presenza di Liggio e Riina sul territorio. Inizia a scrivere tutti i giorni del clan Lubrano e si concentra su Raffaele "Lello" Lubrano, ucciso a Pignataro Maggiore nel corso di una faida che vede coinvolti pignataresi e casalesi.

Il cronista sa che questa storia è nodale per comprendere gli equilibri politici che regolano il territorio. E proprio per questo Vincenzo Lubrano vuole a toglierlo di mezzo.

C'è un'intercettazione telefonica tra Lubrano e Francesco Cascella, il nipote acquisito del boss che medierà tra il clan e il direttore del quotidiano per l'allontanamento di Palmesano. Dice Lubrano: " Ma come si deve fare, non posso, non posso nemmeno andare a pisciare più... ho passato un guaio con questo giornalista.

Mi sta rompendo il cazzo sai perché, mette sempre in mezzo la morte di Lello, che hanno ucciso a Lello, nello stesso articolo. Ma se tu scrivi una cosa che nomini a fare quello che ormai è morto? Hai capito? E qualche giorno mi fa perdere la testa e mi fa passare un guaio grosso. Pure a Marano.

A Marano uccisero Siani, ebbero 7 ergastoli. Quello pure lo stesso rompeva il cazzo a tutti quanti, vedeva a uno di quelli là magari a prendere il caffè, prendeva e scriveva, quello si è stufato e l'hanno ucciso. Hanno avuto 7 ergastoli. Adesso dico io perché devo prendere l'ergastolo per un uomo di merda di quello? Magari, gli devi dire che non nomina più a Lello Lubrano, che lo lasciasse stare in grazia di Dio ". Il riferimento all'omicidio di Giancarlo Siani è particolarmente inquietante perché a farlo è una famiglia legata per sangue e affiliazione agli esecutori di quell'omicidio.

I Lubrano, come detto, sono imparentati con i Nuvoletta di Marano, che nel 1985 decretarono la morte del giornalista del Mattino. Per evitare che parta l'ordine di morte, Cascella va a parlare con il direttore del Corriere di Caserta , Gianluigi Guarino, e gli chiede di ridimensionare Palmesano e di impedirgli di citare nei suoi articoli Lello Lubrano; poi riporta a don Vincenzo il contenuto di quella conversazione: " Comunque, l'importante, ho detto: Gianluigi (Guarino, ndr ), che almeno queste due cose qua, ho detto, tu me le fai, me lo devi, perché se no io ti ho sempre fatto un sacco i favori, io a te, Gian-lui', ho detto, questo, ti ripeto, è mio zio, è il fratello di mia suocera, ti prego, almeno... gli ho detto, facciamo riposare in pace quest'anima che già ne ha passate abbastanza... dice: no, no, dice, digli a don Vincenzo che questo lo può ritenere fatto, per quanto riguarda il fatto di non scrivere dice, piano piano, anche questo Palmesano, dice, mi crea solo problemi ". Poco prima, Cascella attribuisce a Guarino queste parole: " Questo Palmesano è un " cacacazzo", dice, piano piano se io ci riesco a ridimensionarlo ".

Accade dunque che un giornale locale licenzi un giornalista su ordine di un boss. Accade poi che una sentenza arrivi a confermare l'inchiesta su giornalismo e camorra. Ma com'è possibile che questa storia rimanga nell'ombra?

Roberto Saviano

Tutti insieme a scuola a Scampia

  • Martedì, 07 Aprile 2015 16:04 ,
  • Pubblicato in Flash news
Il Manifesto
07 04 2015

Far emergere l'intreccio tra scuola, tenitorio e salute coinvolgendo insegnanti, educatori, ragazzi e adulti. Luogo dell'azione la scuola e il mondo fuori dalla scuola come spazio comune da abitare.
Un'esperienza realizzata a Scampia da una "una collettività casuale", quella del centro territoriale Mammut, che daI 2007 "sperimenta una sacca di resistenza con complicità profonda" con il territorio. Diciotto mesi di lavoro raccontati in Come far passare un Mammut
attraverso una porta (senza tirarla giù).
Corpo, scuola e città. Alla ricerca di una didattica salutare, una sorta di atlante a cura di Giovanni Zoppoli e Alessandra Tagliavini con le illustrazioni di Luca Dalisi (Edizioni del Barrito, pp. 336, euro 14) per orientarsi in una didattica meno punitiva.

Adriana Pollice

Stili di vita nella Terra dei Fuochi

Filo spinatoStiamo considerando l'attuale governo il meno peggio degli ultimi anni e ci stiamo abituando a fare delle sue priorità le nostre priorità. E invece siamo noi a dover dettare l'agenda politica. [...] La politica fa costantemente questo: tradisce la fiducia, mostra come sia impossibile abbassare la guardia. E a un anno dall'approvazione della legge sulla Terra dei Fuochi (6 febbraio 2014) nulla o quasi è stato fatto per dare sicurezza e garanzie ai cittadini e ai produttori delle aree che a torto o a ragione riteniamo contaminate.
Roberto Saviano, l'Espresso ...

l'Espresso
16 01 2015

Vestiti usati, stracciati, sporchi, sono oro per la camorra. Magliette, pantaloni, maglioni e giubbotti, che finiscono nei cassonetti gialli ben visibili ai lati delle strade di ogni quartiere sono il nuovo business per i clan e di Mafia Capitale. Così hanno saputo trasformare una merce senza più alcun valore in una montagna di quattrini.

La scoperta della Squadra Mobile di Roma guidata da Renato Cortese e coordinata dalla procura antimafia di Roma ha dell'incredibile. Ma rende bene l'idea di come le cosche sappiano sfruttare qualunque possibilità di fare soldi. In manette sono finite quattordici persone accusate di traffico illecito di rifiuti e associazione per delinquere che aveva tra i suoi scopi quello di raccogliere, trasportare, cedere e gestire una quantità enorme di indumenti usati grazie agli appalti ricevuti dalle amministrazioni pubbliche che senza gara hanno affidato ad alcune cooperative il servizio. Lavori conquistati a Roma, in Abruzzo, in Campania. Ma il traffico vero e proprio aveva come terminali il Sud Africa, i Paesi del Nord Africa e l'Est Europa.

A capo dell'organizzazione, secondo gli inquirenti, il boss della camorra Pietro Cozzolino elemento di vertice del clan di Portici-Ercolano (Napoli) e il fratello Aniello. Uno dei promotori sarebbe invece Danilo Sorgente, titolare della cooperativa New Orizon, una delle due coop che a Roma hanno gestito da monopoliste il settore del recupero degli abiti usati.

«Un sistema collaudato di “rete” mediante il quale le imprese riescono ad acquisire affidamenti diretti per il servizio di raccolta della frazione tessile differenziata presso i Comuni di Lazio, Campania e Abruzzo, attraverso compiacenze politiche e collaudati meccanismi procedurali di facilitazione degli affidi» si legge nell'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip del tribunale della Capitale. Complicità politiche dunque, molte delle quali ancora tutte da scoprire. Sindaci, assessori, consiglieri comunali, che avrebbero intrattenuto, non solo a Roma e dintorni, rapporti con gli indagati e con le cooperative pigliatutto. In rapporto sia con Legacoop che con la Caritas per quanto riguarda il recupero degli indumenti usati.

Imprese sociali che godevano anche di uno speciale regime fiscale e di agevolazioni per l'assunzione di persone svantaggiate, come per esempio i detenuti. La gestione dell'affare prevedeva il finto recupero della merce raccolta e la sistematica falsificazione dei documenti di trasporto e dei certificati di «igienizzazione»: la legge prevede che gli abiti raccolti prima di poterli reinserire nel mercato vadano disinfettati e ripuliti.

L'associazione scoperta dalla polizia, invece, per risparmiare non avrebbe effetuato questo passaggio e spediva direttamente all'estero i prodotti, che senza questo passaggio potevano diventare nocivi per la salute.

Un esempio: una delle cooperative coinvolte, Lapemaia onlus, nei primi otto mesi del 2012 ha smerciato quasi tre tonnellate di abiti usati tra la Tunisia la Polonia e la Campania, guadagnando mezzo milione di euro. Il ricarico su ogni chilo venduto all'estero andava dai 35 ai 58 cent. Spiccioli che vanno moltiplicati per le 12 mila tonnellate: a tanto corrisponde, secondo uno degli indagati, il business.

La spedizione, dai porti di Salerno e Civitavecchia, avveniva attraverso società di intermediazione che servivano a facilitare la falsificazione dei documenti e la spedizione verso Nord Africa e Europa dell'Est. Il meccanismo insomma è sempre lo stesso. Il tipico giro bolla che permette di declassificare i rifiuti. Un meccanismo che gli imprenditori della camorra conoscono molto bene. Con questo meccanismo è stata infatti avvelenata la provincia di Caserta trasformandola in Gomorra.

I documenti raccolti dalla squadra Mobile coinvolgono indirettamente la società partecipata dal Comune di Roma Ama Spa, l'ente che affida il servizio già coinvolta nell'indagine Mafia Capitale . Il giudice per le indagini preliminari ha un giudizio netto su come è stata gestita la società e punta il dito sul potere che esercita il braccio destro del boss Massimo Carminati sull'azienda : «Tutti (gli indagati ndr) trovano la premessa del loro agire nella disfunzionale gestione di Ama SpA, nel fattuale potere gestorio in essa esercitato dal referente di tutte le cooperative sociali, Salvatore Buzzi, il cui assenso è stato la premessa della ripartizione del territorio comunale per la raccolta del tessile».

In altre parole è stato necessario il permesso del ras delle cooperative romane, Buzzi, perché la camorra e gli imprenditori indagati potessero lucrare sugli abiti usati. A Buzzi, pur non facendo parte di questa associazione scoperta dalla Mobile, «si deve, tuttavia, l’operatività del sistema», grazie a lui è possibile l'aggancio all'ambito istituzionale, al mondo di sopra. Insomma è Buzzi «il raccordo terminale delle consorterie che si dividono l’affare dei rifiuti tessili a Roma», e lo farebbe tramite un imprenditore, tale Mario Monge, presidente dell'importante consorzio Sol.co che dal Comune di Roma ha pure ottenuto la gestione di un bene confiscato alla mafia, il nuovo cinema Aquila. Così come la stessa cooperativa Horizons, che fa parte di Sol.co e che gestisce quello che un tempo era il quartier generale di Enrico Nicoletti, il cassiera della banda della Magliana.

È Monge. secondo gli inquirenti, che organizza l'incontro tra i titolari delle cooperative coinvolte nel traffico, l'ex assessore della giunta capitolina ai tempi di Veltroni Dante Pomponi e i rappresentati della Coin, per programmare un eventuale affidamento del servizio a Roma Sud ed Est. Buzzi e Monge, stando agli atti dell'indagine, dialogano e sono in rapporti. Anzi gli investigatori su questo sono più precisi: «Chi vuole vincere non paga più – come un tempo – solo alla Pubblica Amministrazione, in un contesto che è solo corruttivo, ma paga al titolare di poteri di fatto all’interno della Pubblica Amministrazione, poteri che sono correlati al dominio della strada(cioè Buzzi e "er Cecato ndr), e che si proiettano nel mondo istituzionale, condizionandolo anche con la corruzione, poteri che sono, in una parola, di stampo mafioso».

A conferma di ciò riportano un episodio: «Le cooperative che risultano vincenti all’apertura delle buste 2013 (per la raccolta degli indumenti usati) sono quelle che hanno rinunciato all’appalto per la raccolta del rifiuto multimateriale, e sono quindi gratificate dal Buzzi».

Ama Spa è per gli investigatori roba di Carminati. «Ama S.p.a. società posseduta dal comune di Roma, all’interno della quale – sotto l’occhiuta regia di Carminati - si è svolta la collocazione in posizione apicale di soggetti che rispondono a un’organizzazione che non può che dirsi mafiosa, per i mezzi che utilizza, per i soggetti che la praticano e per la finalità che la animano».
Parole pesanti che si aggiungono ai risultati dell'inchiesta su Mafia Capitale. Ma non finisce qui: «Buzzi , interfaccia economico di Carminati, che costituisce il regista anche dell’Ati Roma ambiente, aggregato di consorzi di imprese cooperative che è costola del più ampio disegno di ripartizione degli appalti distribuiti dall’Ama spa, in materia di verde pubblico , raccolta multimateriale dei rifiuti, raccolta del tessile».

L'ipotesi della procura è che oltre a Mafia Capitale in Roma Ambiente ci sia anche la camorra guidata dal boss Cozzolino, uno degli artefici del grande traffico internazionale. Per questo secondo i detective della Mobile «vi è una concreta emergenza documentale, che consentono di chiarire che nemmeno gli appalti per i rifiuti tessili, connotati, peraltro, da un giro d’affari di milioni d’euro, sono sfuggiti alla regola della programmazione e del controllo nell’erogazione; e alla stura, anche, ad attività di interesse della criminalità organizzata, che hanno compromesso totalmente i beni della salute e dell’igiene pubblica, pur di massimizzare i profitti, nei Pesi esteri destinatati dell'invio».

Giovanni Tizian

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