Cinquecento anni di solitudine

  • Venerdì, 24 Aprile 2015 07:32 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO
Crisi del capitalismoEduardo Galeano, Il Manifesto
24 aprile 2015

Fine del secolo, fine del mil­len­nio, festa di com­pleanno. Il mondo del nostro tempo - mondo tra­sfor­mato in mer­cato, tempo del'uomo ridotto a mer­can­zia - cele­bra i suoi cin­que­cento anni. Il 12 otto­bre del 1492 nac­que la realtà che oggi viviamo su scala uni­ver­sale: un ordine natu­rale nemico della natura, e una società umana che chiama "uma­nità" il venti per cento dell'umanità.

Le angosce del nuovo capitalismo

  • Venerdì, 17 Aprile 2015 08:40 ,
  • Pubblicato in L'Intervento
Donald Sassoon, La Repubblica
15 aprile 2015

I capitalisti hanno spesso dovuto essere inventati, nutriti e protetti. È passato più di un secolo e il capitalismo è cresciuto, è diventato globale, e ora vuole liberarsi dall'abbraccio dello Stato, quello Stato che li ha fatti. Poiché il capitalismo ha forti tendenze anarchiche. [...] I capitalisti non controllano il capitalismo. Sono essi stessi (così pensavano sia Adam Smith che Karl Marx) prigionieri di un insieme di relazioni sociali in cui ognuno cerca di migliorare la propria posizione economica nell'ignoranza di quello che succederà agli altri o dopo. ...

Le angosce del nuovo capitalismo

I capitalisti hanno spesso dovuto essere inventati, nutriti e protetti. È passato più di un secolo e il capitalismo è cresciuto, è diventato globale, e ora vuole liberarsi dall'abbraccio dello Stato, quello Stato che li ha fatti. Poiché il capitalismo ha forti tendenze anarchiche. [...] I capitalisti non controllano il capitalismo. Sono essi stessi (così pensavano sia Adam Smith che Karl Marx) prigionieri di un insieme di relazioni sociali in cui ognuno cerca di migliorare la propria posizione economica nell'ignoranza di quello che succederà agli altri o dopo.
Donald Sassoon, La Repubblica ...

La politica della coalizione sociale

La politica "buona" quella orientata alla promozione, al rafforzamento e al collegamento di lotte e iniziative contro le strutture consolidate del potere o le misure che colpiscono la maggioranza della popolazione - non è altro che questo: unire ciò che il capitalismo (e in particolare, la sua configurazione globalizzata e finanziarizzata di oggi) divide. Per questo una coalizione sodale ben praticata è anche sempre "politica". Ovviamente metter d'accordo organizzazioni sociali differenti e tra loro in gran parte estranee è più complicato e richiede più tempo, ma è anche più solido, che stringere un patto tra i vertici di partiti o di correnti diverse.
Guido Viale, Il Manifesto ...

Materiali viventi nella catena del valore

Il Manifesto
09.03.2015

Saggi. «Biolavoro globale. Corpi e nuova manodopera» di Melinda Cooper e Catherine Waldby. Il sangue, gli embrioni, lo sperma sono materie prime di un settore produttivo in ascesa. E chi le dona fa parte del nuovo «lavoro clinico»

que­sti anni, gli studi fem­mi­ni­sti sulle bio­tec­no­lo­gie hanno for­nito molte sug­ge­stioni eti­che e poli­ti­che, met­tendo in luce i nessi pos­si­bili tra un pen­siero di genere, le tec­no­lo­gie ripro­dut­tive, i suoi usi e abusi, e la que­stione dello sta­tuto dell’umano e della vita stessa. Tut­ta­via, «pochi hanno inda­gato i mec­ca­ni­smi mate­riali che iscri­vono la bio­lo­gia in vivo dei corpi umani nei pro­cessi del lavoro post for­di­sta sia attra­verso la pro­du­zione di dati spe­ri­men­tali che il tra­sfe­ri­mento dei tes­suti. Forme di lavoro che stanno diven­tando sem­pre più cen­trali per il pro­cesso di valo­riz­za­zione eco­no­mica post for­di­sta». Ecco l’apertura di libro che farà par­lare di sé, Bio­la­voro glo­bale. Corpi e nuova mano­do­pera (Deri­veAp­prodi, pp. 256, euro 18), ovvero corpi al lavoro den­tro le catene glo­bali che for­ni­scono «mate­riali in vivo» per un’economia fon­data sulla vita.

Le autrici, Melinda Coo­per e Cathe­rine Waldby, inse­gnano a Sid­ney. La prima è già da noi cono­sciuta gra­zie alla tra­du­zione di un pre­ce­dente testo, La vita come plu­sva­lore. Bio­tec­no­lo­gie e capi­tale ai tempi del neo­li­be­ra­li­smo (Ombre Corte). Va rin­gra­ziata la cura­trice e tra­dut­trice, Angela Bal­zano, per aver intro­dotto entrambi que­sti lavori nel dibat­tito ita­liano, così da con­sen­tirci un con­fronto teo­rico intenso sulla com­ples­sità del neo­li­be­ra­li­smo e sulla sua razio­na­lità, sulla mate­ria della pro­du­zione attuale, sui mec­ca­ni­smi di cat­tura del capi­tale con­tem­po­ra­neo e sulle sue definizioni.

Una teo­ria messa a rischio

Come abbiamo potuto appren­dere a par­tire da noi stessi, e come abbiamo a nostra volta pro­vato a descri­vere, la nostra vita viene lavo­rata, un pro­cesso estrat­tivo capil­lare che smar­gina com­ple­ta­mente il con­cetto di sfrut­ta­mento. Più ci acco­stiamo a esa­mi­nare tale pro­cesso, più avver­tiamo la dif­fi­coltà a coglierlo defi­ni­ti­va­mente, vista, appunto, la sua natura smi­su­rata. Dun­que, la teo­ria del valore-lavoro di Marx, da cui pure Coo­per e Waldby muo­vono, risulta non del tutto ade­guata ad affer­rare il pre­sente: «il voca­bo­la­rio tec­nico della prima pro­du­zione indu­striale informa il qua­dro con­cet­tuale della teo­ria del valore, dando luogo alla distin­zione tra lavoro vivo e lavoro morto, tra capi­tale costante e varia­bile», distin­zione che pog­gia sul pre­sup­po­sto che da un lato esi­sta la com­po­si­zione tecnico-inanimata del capi­tale, dall’altro il lavoro vivo del corpo del lavo­ra­tore, «con­ce­pito come un tutto orga­nico». Ma il pro­cesso lavo­ra­tivo si iscrive anche al livello più mole­co­lare del corpo. Di qui la neces­sità delle autrici di pro­porre una nuova cate­go­ria, quella di lavoro cli­nico con cui si intende il pro­cesso di estra­zione attra­verso cui «gli impe­ra­tivi astratti e con­tin­genti dell’accumulazione ven­gono messi al lavoro al livello del corpo».

Que­sto lavoro cli­nico impe­gna una mano­do­pera, pro­dotta e sele­zio­nata secondo linee di razza e di classe, nelle tec­no­lo­gie della ripro­du­zione assi­stita e nella ven­dita di tes­suti come ovo­citi e sper­ma­to­zoi, gene­rando un fio­rente mer­cato, una bio­pro­du­zione. Il lavoro cli­nico (dona­tori di san­gue, sperma, embrioni, organi e altri «tes­suti vivi») man­tiene for­mal­mente lo sta­tuto della dona­zione volon­ta­ria, sulla base dei prin­cipi della bio­e­tica che pun­tano sulla libertà dalla coer­ci­zione e sul con­senso infor­mato, rive­lan­dosi in pra­tica effi­caci stru­menti per faci­li­tare «forme ata­vi­che di con­tratto di lavoro e forme discon­ti­nue di rimborso».

Madri sur­ro­gate in India

Ci avvi­ci­niamo, gra­zie alla cate­go­ria di lavoro cli­nico, alle radici più pro­fonde della teo­ria del «capi­tale umano» e a quella figura di «impren­di­tore di se stesso» «di cui le nuove forme di lavoro cli­nico rap­pre­sen­tano la punta più avan­zata della spe­ri­men­ta­zione neo­li­ber­ti­sta», a par­tire dalle ela­bo­ra­zioni della scuola di Chi­cago sin dagli anni Ses­santa. Un ampio patri­mo­nio teo­rico dimo­stra come i pro­cessi di pre­ca­riz­za­zione e di ester­na­liz­za­zione abbiano pro­gres­si­va­mente tra­sfor­mato la mano­do­pera del pia­neta in risorsa «usa e getta». Per­fino la dis­so­lu­zione della fami­glia for­di­sta rap­pre­senta l’occasione per incor­po­rare nella logica della razio­na­lità eco­no­mica rela­zioni fami­gliari, sociali, intime. Si tratta per­ciò di espli­ci­tare la sal­da­tura tra pro­du­zione e ripro­du­zione pro­mossa dagli stessi assetti del neo­li­be­ri­smo che tutto tra­sforma (organi, qua­lità, espo­si­zione del corpo) in «ser­vi­zio a con­tratto». Attra­verso le ana­lisi di Coo­per e Waldby in con­te­sti come l’India, il lavoro delle madri sur­ro­gate indiane non pare dis­si­mile da altre forme di lavoro fem­mi­ni­liz­zato e infor­male: «assunte da un’agenzia di inter­me­dia­zione, pos­sono svol­gere il lavoro a casa».

La donna che accetta di diven­tare una madre sur­ro­gata assume, per poco prezzo, «un ruolo eco­no­mico impren­di­to­riale», anche se espone a rischi ele­vati il suo stesso corpo.

In tutto que­sto, il corpo delle donne è il corpo bio­po­li­tico per eccel­lenza, è il primo oggetto d’investimento, il sup­porto pri­ma­rio di ogni desi­de­rio mer­can­tile. Il lavoro, dun­que, nelle sue forme post­mo­derne, punta a iscri­vere tutta l’interezza del corpo-mente nella logica del pro­fitto. Un bio­no­mio, quello di «corpo-mente», da con­si­de­rare inscin­di­bile per­ché l’altro lato della cat­tura del capi­ta­li­smo con­tem­po­ra­neo è rela­tiva ad aspetti ancor meno misu­ra­bili, e tut­ta­via diri­menti, come saperi e affet­ti­vità, che non pos­sono essere disco­no­sciuti ben­ché vadano anch’essi intesi come mai sepa­ra­bili dal corpo che li esprime.
Coo­per e Walbdy rico­no­scono, per esem­pio, a Tiziana Ter­ra­nova e a Mau­ri­zio Laz­za­rato «di essere il punto di par­tenza per com­pren­dere le attuali dina­mi­che eco­no­mi­che (…) e per met­tere a fuoco i modi in cui le poten­zia­lità del corpo sociale e la pro­dut­ti­vità della bio­lo­gia umana siano messe a valore». Tut­ta­via, cri­ti­cano l’utilizzo del ter­mine «imma­te­riale» impie­gato in parte dei loro lavori. Allo scopo di rimar­care i col­le­ga­menti con il con­cetto di lavoro cli­nico, sarà utile segna­lare che le teo­rie sul capi­ta­li­smo bio­co­gni­tivo hanno da parec­chio tempo dismesso l’utilizzo della nozione «imma­te­riale» rela­ti­va­mente al «lavoro», pur man­te­nen­dola invece quando rife­rita alla «pro­du­zione» (brand, imma­gine, comu­ni­ca­zione, formazione).

L’originalità di que­sto libro è fuor di discus­sione: con rigore teo­rico e abbon­danza di case stu­dies, dalla Cali­for­nia all’India, dall’Europa alla Cina, si coglie il campo pro­prio del mer­cato glo­bale aperto dalle tec­no­lo­gie ripro­dut­tive, dall’industria far­ma­ceu­tica, della medi­cina rige­ne­ra­tiva, fon­data sull’«economia della vita».

Resta la neces­sità di una cor­nice defi­ni­to­ria rela­tiva i pro­cessi di sfrut­ta­mento, poi­ché la crisi della legge del valore non signi­fica la sua scom­parsa ma solo la sua esten­sione, senza fare ricorso al ter­mine post-fordismo che nulla dice di ciò che ha sosti­tuito. Non c’è sepa­ra­zione che tenga tra corpo e mente: la mente lavo­riz­zata spos­sessa il corpo di desi­de­rio, lo ammala; il corpo alie­nato perde parola e libertà di pen­siero. Ascol­tare, allora, le sin­to­ma­to­lo­gie mute dei corpi, «per uscire dalle stret­toie di una dua­lità — maschile/femminile, corpo/mente, individuo/collettivo — che resi­ste ai muta­menti rapidi della sto­ria con la per­si­stenza delle leggi natu­rali», scrive Lea Melandri.

Ciò che è in que­stione, infatti, anche nella defi­ni­zione sociale di lavoro cogni­tivo usata in que­sti anni, è il corpo, la ses­sua­lità, la fisi­cità depe­ri­bile, l’inconscio. Ciò che emerge, nella plu­ra­lità delle pre­ca­rietà, è prima di tutto il corpo del lavo­ra­tore, della lavo­ra­trice. Melinda Coo­per e Cathe­rine Waldby lo ricor­dano, sot­to­li­neando come que­sto pro­cesso «abbia con­se­guenze par­ti­co­lari quando il lavoro riguarda com­ple­ta­mente i pro­cessi viventi che ci ten­gono in vita».

Una sus­sun­zione vitale

Que­sto libro sti­mola a chia­rire la descri­zione di quel para­digma di accu­mu­la­zione con­tem­po­ra­neo che abbiamo chia­mato capi­ta­li­smo biocognitivo-relazionale: i corpi-mente ven­gono costretti nelle maglie della bio­pro­du­zione e del lavoro cogni­tivo in rete; il lavoro di ripro­du­zione, svi­lup­pato nella nozione di ripro­du­zione sociale, è arche­tipo della pro­du­zione con­tem­po­ra­nea, a par­tire dalle teo­riz­za­zioni del fem­mi­ni­smo mar­xi­sta e mate­ria­li­sta; il lavoro auto­nomo di seconda (o terza) gene­ra­zione e la fem­mi­ni­liz­za­zione del lavoro riman­dano ai mec­ca­ni­smi di pre­ca­riz­za­zione con­nessi alle nuove forme di orga­niz­za­zione del capi­tale con­tem­po­ra­neo. La cate­go­ria inno­va­tiva di lavoro cli­nico ci aiuta a immet­tere nuova sostanza nell’analisi del pro­cesso di «sus­sun­zione vitale» del capi­ta­li­smo bio­co­gni­tivo e finan­zia­riz­zato: non solo non c’è più dif­fe­renza tra corpo e mac­china ma nep­pure tra corpo e mate­ria prima, il corpo stesso è, sem­pre più pre­ci­sa­mente, «mate­ria prima».

Da un punto di vista poli­tico, se esi­ste un’aporia essa è quella che con­ti­nua a esi­stere tra le istanze di una «buona vita» e l’ampiezza della «vita messa al lavoro» dal neo­li­be­ra­li­smo. Vanno «ripen­sati i ter­mini dello scam­bio», con­clu­dono Coo­per e Waldby. Ovvero, va ripro­po­sto con forza il tema della riap­pro­pria­zione delle forze produttive.



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