Nella zona grigia del caporalato pugliese

sfruttamentoC'è poca voglia di parlare. E soprattutto di dire la verità. Perché il rischio, tutt'altro che remoto, è quello di perdere un lavoro che seppur massacrante come quello del bracciante, serve come il pane per mandare avanti la vita di una famiglia.
Gianmario Leone, Il Manifesto ...

Il caporalato è il perno del nostro diritto del lavoro

  • Mercoledì, 09 Settembre 2015 08:00 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
09 09 2015

I morti, italiani e migranti nei campi, del Sud Italia hanno fatto suonare un campanello d'allarme, ma quello di cui dobbiamo renderci conto che il caporalato non è un'eccezione ma il paradigma nel mercato del lavoro.

La morte durante il lavoro nei campi di Paola Clemente ha rotto qualcosa nell’immaginario collettivo.

La crudezza del lavoro nei campi, piegati a metà, o sempre sollevati, il sole a picco, l’attesa alle rotonde; tutte immagini collocate dalle persone comuni di solito all’interno del fenomeno dell’immigrazione sono improvvisamente sbalzate nel “cassetto” che la nostra mente dedica alla questione lavoro (o al massimo lavoro degli immigrati ovviamente).

La sofferenza e la morte di italiani ha reso chiaro come lo sfruttamento della manodopera sia davvero ampio.

Vorrei però disvelare un aspetto che non mi sembra emerso nel dibattito.

Il caporalato non è un’eccezione del sistema più o meno ampio, ma è uno dei perni del sistema prodotto – e che si continua a produrre – a cause delle riforme degli ultimi anni.

Nel nostro ordinamento vigeva il principio regolato dalla legge n. 1369/60 per cui il lavoro non è una merce e non è possibile vendere forza lavoro: chi lo facesse commetteva un illecito civile e penale (cioè un reato). Si trattava di un principio quasi banale: chi usufruisce dei frutti del lavoro deve anche farsi carico dei diritti del lavoratore.

Per fare ciò la legge vietava espressamente l’appalto che aveva per oggetto solo la manodopera e considerava tale l’appalto ogni qualvolta l’appaltatore impiegasse capitali, macchine ed attrezzature fornite dall'appaltante anche a titolo oneroso (art. 1 comma 3): l’appaltatore non era tale se si limitava a dirigere gli operai;
Inoltre, la legge imponeva nel caso di appalti leciti interni all’azienda una parità di trattamento economico tra i dipendenti dell’appaltatore e quelli dell’imprenditore, obbligando anche quest’ultimo al pagamento della eventuale differenza (art. 3). Così il legislatore impediva che l’appalto fosse il modo surrettizio per abbassare il salario e rendeva non conveniente l’interposizione di manodopera.

* * * *

Oggi si assiste al capovolgimento del principio descritto, cioè al tentativo di realizzare la separazione del lavoro dall’impresa.

E questo fenomeno non riguarda solo il lavoro nei campi ma è una strategia regressiva diffusissima in tutti settori e molto praticato dalle grandi imprese.

Da anni assistiamo ad una vera e propria “fuga del reale datore di lavoro” che inventa stratagemmi giuridici per inserire un datore di lavoro fittizio tra sé e il lavoratore.

Per chi si occupa di diritto del lavoro è frequentissimo incontrare – e difendere – lavoratori impiegati in un azienda, ma formalmente assunti da cooperative o società che non hanno mai conosciuto – spesso con sede presso studi dei commercialisti - magari rette da una persona che vedono una volta al mese per consegnargli la busta paga.

Faccio un esempio: la Unicoop fornisce ai suoi consumatori un servizio di spesa a domicilio, denominato “la spesa che non pesa”. Il consumatore ha un ordine on line e poi dei lavoratori fanno materialmente con il carrello la spesa che poi verrà consegnata con dei furgoni. Questi lavoratori lavorano dentro la Coop, rispondono al caporeparto Coop, si “sentono” della coop, però sono formalmente assunti da una piccola cooperativa.

Il Tribunale deciderà, ma io qui intendo interrogare anche il buon senso. A Lui la sentenza.

Ma gli esempi sono tanti.

E poi non è da annoverare nella “fuga del datore” anche il fenomeno delle partite iva monocommittenti? In questo caso l’imprenditore impone un rapporto formalmente ugualitario, quindi senza dover garantire i diritti al collaboratore, quando di fatto usufruisce del lavoro altrui e il collaboratore lavora interamente o quasi per lui.

A questa tendenza del mercato le riforme degli ultimi anni hanno dato un appoggio. Cioè il legislatore non le ha osteggiate ma rese più agevoli.

Il lavoro più sporco lo ha fatto Berlusconi. Ma come spesso è avvenuto il centro-sinistra ha spianato la strada. Qualcuno ricorderà che le agenzie di lavoro interinale sono state introdotte nel 1996 dal primo governo Prodi, per alcune ipotesi specifiche. E solo un eccezione si diceva.

Ma il muro era sbrecciato, a Berlusconi è bastata una spallata.

Il Dlgs 276/03 – c.d. legge biagi – ha abrogato la legge 1369/60 e ha introdotto il contratto di somministrazione consentendo alle agenzie interinali di vendere manodopera a tempo determinato e indeterminato.

E’ giusto precisare che non è che adesso il nostro sistema ammette in maniera indiscriminata la vendita di manodopera. Speriamo che non si arrivi mai a tanto.

Ma la legge Biagi ha realizzato qualcosa di molto grave.

Si è passati da un sistema che non dava cittadinanza alla vendita di manodopera ad un sistema che l’ammette seppure ad alcuni soggetti soltanto. E’ un po’ come assoldare dei rapinatori in un esercito regolare.

Il senso dell’abrogazione della legge 1369/60 è proprio quella di fare in modo che la regola e la eccezione invertano le loro posizioni.

Del resto, oltre ad abrogare la legge 1369/60 il dlgs 276/03 ha introdotto delle disposizioni che rendono più agevole il caporalato e la “fuga del datore di lavoro”.

In primo luogo, si ammette la liceità di un appalto in cui il servizio reso dall’appaltatore sia caratterizzato “dall'esercizio del potere organizzativo e direttivo nei confronti dei lavoratori utilizzati nell'appalto” (art. 29). Cioè l’appaltatore organizzi solo il personale senza avere alcuno strumento. Ma è evidente che il confine con il caporalato è labile, dire quasi inesistente. E la prova che il lavoratore deve fornire nel processo più complicata. E un po’ come se in una partita di calcio una delle due squadre potesse toccare la palla con la mano per un intero tempo.

>Abrogando la legge 1369/60 la legge Biagi ha eliminato l’obbligo di parità di trattamento tra i dipendenti dell’appaltatore e quelli del committente, favorendo l’esternalizzazioni finalizzate al risparmio e una odiosa disparità tra lavoratori che lavorano gomito a gomito. E poi, rimane la possibilità per il lavoratore di adire il committente per ottenere il pagamento della retribuzione negata dall’appaltore, ma solo “previa escussione”, cioè dopo aver faticosamente tentato un pignoramento dell’appaltatore.

Ho fatto questi brevi accenni per precisare che le tragedie che giustamente hanno toccato l’opinione pubblica, non sono incidenti ma ovvie conseguenze del sistema come si sta delineando. E’ che le dichiarazioni del governo hanno il sapore di spot che non intendono saputamene invertire la tendenza.

di Bartolo Mancuso

Imprenditori o caporali? La linea sottile dello sfruttamento

  • Martedì, 08 Settembre 2015 07:49 ,
  • Pubblicato in Flash news

Linkiesta
08 09 2015

Nell’Agro Pontino la comunità indiana, in un fittizio rispetto della legge, viene impiegata nei campi con paghe irrisorie e orari massacranti.

Carmine Gazzanni

Siamo a Pontinia, piccola cittadina di soli 15 mila abitanti, a metà strada tra Latina e Sabaudia. Qui si vive principalmente di agricoltura, grazie alla presenza di vasti terreni fertili e all’abbondante disponibilità di acqua. Due risorse preziose, che hanno reso l’area dell’Agro Pontino molto appetibile per le grandi cooperative e aziende dedite alla produzione di prodotti agricoli e alla vendita su larga scala. Qui vive anche K. Ha lasciato la regione del Punjab, nel nordovest dell’India, ormai diversi anni fa. «Nell’azienda del mio padrone – racconta – lavoro con altri due indiani. Lavoro tutti i giorni, anche la domenica».

I ritmi sono infernali: «Mi alzo la mattina alle sei e vado in campagna fino alle dodici. Poi ho un’ora di riposo per mangiare e riposare». Dopodiché si riprende, «dall’una fino alle sette di sera, specie in estate perché c’è più luce». Ma non è finita qui. Perché in tempo di raccolta bisogna preparare le cassette che poi, comodamente, viaggeranno oltre i confini per deliziare le famiglie francesi o tedesche. E allora, «alla sera, con altri indiani, andiamo a preparare tutto nei capannoni. Dalle otto di sera fino a mezzanotte. In estate è sempre così: tre turni, tutti i giorni. In tutto sono 15 ore, spesso anche 18». Per un guadagno, racconta ancora K., di mille euro. Però «il padrone non paga sempre. Spesso ci dice di aspettare, di avere pazienza, ma noi non possiamo lamentarci, dobbiamo continuare a lavorare altrimenti ci licenzia. Ma così non va bene: il nostro padrone ci riduce in schiavitù».

«Alla sera, con altri indiani, andiamo a preparare tutto nei capannoni. Dalle otto di sera fino a mezzanotte. In estate è sempre così: tre turni, tutti i giorni. In tutto sono 15 ore, spesso anche 18»

Già: padrone, schiavitù. Parole che si avvertono come lontane nell’Italia del XXI secolo. E invece, mentre nella bella Milano va in scena l’Expo che ha fatto proprio dell’agricoltura il suo vessillo lanciando la «sfida del futuro», nelle campagne italiane si sfrutta, si violenta, si ledono i più elementari diritti umani in nome, spesso, di quella stessa agricoltura. Un’agricoltura che non è solo sinonimo di criminalità organizzata ma anche di imprenditoria, solo apparentemente sana.

È quanto conferma a Linkiesta il sociologo Marco Omizzolo, vicepresidente dell’associazione InMigrazione, da anni impegnata sulla questione del caporalato: «Certamente c’è l’agromafioso che sfrutta il caporalato soprattutto per il riciclaggio di denaro sporco e per l’interramento dei rifiuti tossici. Ma poi nell’Agro Pontino c’è anche l’imprenditore che parla dialetto veneto il quale ha scoperto che, sfruttando i braccianti indiani, risparmia molti più soldi piuttosto che stare lì a rispettare le regole». Il confronto di Omizzolo è scioccante: «Il contratto provinciale del lavoro a Latina prevede per ogni bracciante il pagamento di 9 euro l’ora per 6 ore e 30 minuti. In media danno 2,50 euro l’ora per 14 ore. Vuol dire che si lucra sul lavoro del bracciante almeno 7-8 euro l’ora, considerando anche il monte ore in più. Se una cooperativa arriva a prendere anche 100 lavoratori, parliamo di 800 euro risparmiati in un solo giorno. In un mese risparmia, lucrando sul lavoratore, 24 mila euro».

Un esercito indiano al servizio dei caporali

Ecco che allora parlare di sfruttamento non è più così surreale. In Puglia come nel Lazio. Solo pochi giorni fa la storia di Paola Clemente, bracciante uccisa dalla fatica mentre raccoglieva l’uva nei campi della provincia di Andria, ha lasciato tutti sconvolti, tanto che lo stesso ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina ha rinnovato l’impegno del governo contro la piaga del caporalato. Ma Paola, in realtà, è purtroppo solo una delle tante croci disseminate nei campi italiani.
«C’è l’agromafioso, ma anche l’imprenditore che parla dialetto veneto che ha scoperto che, sfruttando i braccianti indiani, risparmia molti più soldi piuttosto che stare lì a rispettare le regole»

Le persone coinvolte, secondo le ultime stime della Flai-Cgil (Federazione Lavoratori Agro Industria), sono addirittura 400 mila. Di questi, circa 100 mila vivono in condizioni schiavistiche o para-schiavistiche. Più del 60% dei lavoratori e delle lavoratrici costrette a lavorare sotto caporale – la maggior parte stranieri comunitari e non – non ha accesso ai servizi igienici e all’acqua corrente. E più del 70% presenta malattie non riscontrate prima dell’inserimento nel ciclo del lavoro agricolo stagionale.
Una situazione paradossale che vede uno dei suoi maggiori epicentri proprio nel cuore d’Italia, nell’Agro Pontino. «Nel Lazio – ci dice ancora Omizzolo – il fenomeno è diffuso in provincia di Latina per la presenza di una grossa comunità indiana: qui ci sono casi in cui si testimonia una vera e propria riduzione in schiavitù». Stiamo parlando di una comunità di circa 30 mila indiani, in prevalenza sikh. Un esercito da sfruttare per i caporali, se si pensa che «l’80-85% sono impiegati in agricoltura, tutti nel bracciantato. E la maggior parte sono concentrati lungo la costa, da Aprilia fino a Formia». E, nonostante i salari bassissimi, gli orari improponibili e le condizioni abitative spesso invivibili, nessuno denuncia.

M. è arrivato in Italia con tutta la famiglia. È lui che mantiene la moglie e i suoi due bambini ancora piccoli. «Raccolgo zucchine, ravanelli, cocomeri. Dipende dalla stagione. Ma a fine mese il padrone mi dà sempre solo 300 euro massimo. Io come vivo qui? Abito con altri otto indiani». M. non è in regola con il contratto, ma la sua osservazione è inappellabile: «se io denuncio, poi chi mi trova lavoro? Meglio 300 euro che niente». Un ragionamento condiviso da tanti nell’Agro Pontino. Anche da chi, secondo un’altra testimonianza raccolta da InMigrazione, vive da cinque anni in un container fatiscente, pericolante e in cui ci piove dentro. Sacrifici enormi, in condizioni di evidente schiavitù. Tutto per racimolare pochi soldi e tanti, troppi debiti. «Il mio padrone – racconta ancora un altro indiano – deve darmi ancora 26 mila euro. Io sono 7 anni che lavoro qui in Italia. Qui vicino a Sabaudia. Io prendo da 7 anni 200/300 euro al mese e poi basta. Ma non posso lamentarmi né denunciare: io continuo a lavorare, sette giorni su sette, anche la domenica. Non ho nemmeno più modo di andare al tempio sikh a Sabaudia”.

Doparsi per vivere

Sfruttati e costretti a esserlo, insomma. Perché ogni minima denuncia rischia di far perdere loro anche quella piccola fetta di guadagno. E allora bisogna resistere anche alle estenuanti e interminabili ore di lavoro. Ma l’unico modo per farlo è doparsi, assumere droga, per non sentire il dolore e la fatica, come denunciato già più di un anno fa da InMigrazione. «Io lavoro 12-15 ore al giorno – ci dice un altro indiano sikh – raccolgo zucchine o cocomeri oppure vado col trattore. Tutti i giorni, anche la domenica. Dopo un po’ non reggi più i ritmi: avverti male alla schiena, alle mani. Anche agli occhi perché hai tutto il giorno terra, sudore, cimici. Ma non ci si può fermare, né rallentare, altrimenti rischi di essere sbattuto fuori. E allora dopo sei/sette anni di vita così, che fai? Non lavori più? Io e altri amici prendiamo una piccola sostanza per non sentire dolore. La prendiamo una o due volte al giorno quando c’è la pausa da lavoro».
«Io la prendo – racconta un altro indiano – per non sentire la fatica a gambe e schiena. Dopo 14 ore di lavoro, come pensi sia possibile non sentire dolore? In campagna per la raccolta di zucchine gli indiani lavorano piegati tutto il giorno in ginocchio». Un assurdo, peraltro, che tocca anche i bambini, secondo quanto denunciato da Save The Children. «Il fenomeno del caporalato – ci dicono dall’associazione umanitaria – è strettamente legato a quello della tratta, anche dei minori. E i bambini sfruttati, anche nelle campagne laziali, affrontano ritmi serrati, specie per un bambino. E allora, per alleviare il dolore fisico, vengono drogati con farmaci antidolorifici, oppiacei, che creano dipendenza, facilmente reperibili anche perché costano molto meno delle sostanze stupefacenti pur avendo gli stessi effetti».


In Italia ci sono 340mila casi di lavoro minorile, spesso è sfruttamento

Marco Sarti

L’illegalità coperta dalla legalità

Sfruttamento, padrone, schiavo . Tutti termini che ora suonano meno “lontani” di quanto pensassimo all’inizio del nostro viaggio tra i diseredati dell’Agro Pontino. Ma manca ancora un anello, forse il più importante che permette tutto questo. Il riferimento, come ci racconta ancora Omizzolo, è a quella «fascia di professionisti al servizio degli imprenditori neo-schiavisti e dei caporali».
Si va ben oltre il lavoro nero episodico e saltuario. Il sistema prevede, al contrario, buste paga e contratti di lavoro in regola per braccianti impiegati, di modo che sia tutto impeccabile in caso di controlli

Parliamo di commercialisti, consulenti del lavoro, ragionieri, avvocati che indicano all’imprenditore o al caporale la strada maestra affinché evitino di cadere nelle reti della giustizia. In pratica, «il caporalato e lo sfruttamento nei campi non potrebbero esistere senza dei consulenti esterni che indichino la rotta». Il motivo è presto detto: «l’illegalità – chiosa Omizzolo – è all’interno di un sistema di legalità, è coperta da un sistema di legalità. Nelle more delle leggi vigenti ci sono spazi in cui si sono inseriti truffatori, trafficanti e mafiosi che agiscono grazie alle consulenze di questi professionisti. È grazie a loro che il sistema si regge».

Al contrario di tante realtà nazionali di sfruttamento della manodopera che si configura con arruolamenti giornalieri a chiamata dei lavoratori in molte realtà agricole del pontino la situazione è diversa. Parliamo, in pratica, di «contratti a sfruttamento indeterminato», come sono stati ribattezzati da InMigrazione. Si va, in effetti, ben oltre il lavoro nero episodico e saltuario. Il sistema prevede, al contrario, buste paga e contratti di lavoro in regola per braccianti impiegati, di modo che sia tutto impeccabile in caso di controlli. Ma solo apparentemente: dietro si nasconde, infatti, un sistema di profondo sfruttamento dato che il lavoratore risulta impiegato per soli due giorni al mese. Il resto delle ore di lavoro, invece, sono sommerse, segnate a matita dal padrone su pezzetti di carta, con costi orari, come abbiamo visto, ben lontani da quelli previsti dal contratto nazionale.

«Quando mi ha assunto, il mio padrone mi ha detto che mi avrebbe dato 800 euro al mese. Ma alla fine me ne ha pagato solo uno»

È il caso di molti lavoratori indiani che ricevono una busta paga con segnati tra i 4 e i 6 giorni di lavoro a fronte del mese intero lavorato (senza, ovviamente, ferie né domeniche di pausa, senza il riconoscimento degli straordinari o dei rischi legati all’attività di bracciante). Ma non c’è fine al peggio. E così al nero si somma la mancanza di ogni garanzia. In altre parole, quanto viene segnato sul semplice pezzetto di carta dal padrone, nemmeno viene corrisposto per intero, proprio perché segnato semplicemente su un pezzetto di carta. «Io lavoravo per una grande cooperativa agricola vicino Terracina – racconta ancora un altro sikh – Quando mi ha assunto, il mio padrone mi ha detto che mi avrebbe dato 800 euro al mese. Ma alla fine me ne ha pagato solo uno. Io però ho lavorato per sei mesi. Lui allora ha scritto su un foglio bianco che mi avrebbe dato altri duemila euro, ma ho ricevuto ad oggi solo 300 euro».

E le istituzioni? Per ora il nulla

Tanto basterebbe a capire perché occorre, con urgenza, occuparsi del fenomeno del caporalato. Il ministro Martina, d’altronde, pochi giorni fa ha assicurato che «sul caporalato c'è un impegno molto forte del governo per un piano d'azione organico e stabile che sarà messo a punto entro quindici giorni». Tante le proposte al vaglio: dalla confisca dei beni per chi si macchia del reato di caporalato fino a una cabina di regia che monitori il fenomeno. «È un elemento certamente positivo – commenta ancora Omizzolo – ma è anche vero che il ministro Martina era a conoscenza del problema già due anni fa. Io stesso sono andato in commissione antimafia a denunciare, insieme alla Flai, quest’emergenza umanitaria, con foto, testimonianze e documenti. Ora bisogna passare dalle parole ai fatti. Gli annunci vanno anche bene, a patto che poi ci sia l’azione concreta».
Proposte di legge, in effetti, sono state già presentate dalle associazioni. Peccato, però, che siano rimaste chiuse nel cassetto. «Bisognerebbe innanzitutto ridefinire la legge contro il caporalato», chiosa Omizzolo. Per un piccolo ma clamoroso buco normativo: la legge a oggi punisce il caporale ma non il datore di lavoro che utilizza il caporale per reclutare manodopera. Ma le contraddizioni non finiscono qui: «Noi abbiamo proposto anche l’interruzione immediata dei finanziamenti pubblici, europei e non, a quelle aziende che reclutano tramite caporalato». Ecco l’assurdo: mettiamo caso un’azienda venga smascherata e si accerti che questa sfruttava lavoratori tramite il caporalato. A pagare, oggi, è solo il caporale. Se nulla dovesse cambiare, i vertici dell’azienda potranno dormire sonni tranquilli, continuando a godere – ciliegina sulla torta – dei lauti finanziamenti pubblici.

Spetta al governo estirpare le mafie dell'agroalimentare

  • Sabato, 05 Settembre 2015 10:29 ,
  • Pubblicato in L'Opinione
Caporalato e agricolturaMarco Omizzolo, Left
5 settembre 2015

Ci sono volute le morti di dodici braccianti per svegliare il governo. Lavoratrici e lavoratori sfruttati sino alla morte da un sistema fondato sulla tratta internazionale e governato dalla Grande Distribuzione Organizzata e dalle mafie. ...

Tra gli schiavi della vendemmia

Piegati sui filari, sotto il sole che arde i campi a 35 gradi. Per dodici ore filate: dalle sette alle 19. A raccogliere grappoli a ritmi forsennati.
Michele Sasso, l'Espresso ...

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