Fermate quella clausola. T-tip in aula

  • Martedì, 07 Luglio 2015 10:18 ,
  • Pubblicato in COMUNE INFO

Comune - info
07 07 2015

di Monica Di Sisto

Il T-tip torna in aula. Il parlamento europeo il 7 e l’8 luglio sarà chiamato a riesaminare il testo della Risoluzione con cui darà le proprie indicazioni politiche alla Commissione sull’andamento del negoziato transatlantico di liberalizzazione degli scambi e degli investimenti tra Usa e Ue. Lo scoglio che si troverà di fronte intatto è l’inserimento o meno della clausola Isds, cioè quel meccanismo che permette agli investitori dell’altra parte dell’Oceano di citare uno Stato che avesse introdotto una normativa a lui sfavorevole, anche se utile per i propri cittadini. La maggioranza parlamentare, infatti, si era spaccata su questo tema al punto che il presidente del parlamento, il socialdemocratico Martin Schulz, per guadagnare tempo e riguadagnare numeri aveva rinviato il testo alla Commissione commercio internazionale (Inta) con la scusa che ci fossero troppi emendamenti da esaminare.

Ora, sotto la propria responsabilità, lo stesso Schulz ha proposto un testo di compromesso in cui, con un politichese impeccabile, nei fatti sostituisce l’Isds con lo stesso meccanismo, che evita di chiamare con lo stesso nome, ma definisce “meccanismo per risolvere le dispute tra investitori e Stati”, cioè precisamente la traduzione della sigla stessa. Un meccanismo cui, proprio come nell’Isds, possono ricorrere solo gli investitori, non gli Stati, tantomeno i cittadini semplici. Cause che potrebbero essere promosse “qualora gli interessi provati non possano minare gli obiettivi delle politiche pubbliche”, ma anche questo limite è posto senza spiegare che chi deciderà se gli obiettivi pubblici siano prevalenti o no sarebbe lo stesso meccanismo arbitrale, e non la giustizia ordinaria cui sono costretti a rivolgersi i cittadini semplici, ma anche le imprese che operano solo a livello nazionale o regionale. Quindi un compromesso che non mira alla sostanza, ma vuole offrire ai colleghi parlamentari un escamotage per votare l’Isds facendo finta di no.


Come vanno poi a finire solitamente queste cause lo spiega l’Unctad, Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo, nel terzo capitolo del suo Rapporto 2015 su Commercio e investimenti. A guardare superficialmente i numeri potrebbe sembrare che esse vadano abbastanza bene per gli Stati, che sembrerebbero prevalere nel 36 per cento dei casi, su un 27 per cento di sentenze a favore degli investitori.

Ma cosa succede quando disaggreghiamo queste sentenze? Lo ha fatto il team legale internazionale dell’International Institute for Sustainable Development (Iisd), di cui seguiamo il ragionamento. La base analizzata è di 255 cause private: 144 deliberate a favore degli stati mentre 111 a favore degli investitori. Scopriamo che 71 di queste sentenze (pag. 116) vinte dagli Stati erano decisioni sulla competenza dell’arbitrato che, nei fatti, terminavano i procedimenti. E che quindi solo in 71 casi, cioè nel 28 per cento dei casi, gli Stati sono riusciti a fermare l’Isds contro gli investitori che vi ricorrevano, che sono risultati vincitori nel 72 per cento dei casi e hanno potuto portare avanti il loro ricorso. Tolte queste cause, dunque, sulle 255 decisioni arbitrali totali, sono 184 le cause in cui si è arrivati a discutere il merito, e di queste gli investitori ne hanno vinte 111, cioè il 60 per cento. Quindi le nostre democrazie risultano più che esposte alla potenza degli interessi privati.


In virtù di queste buone ragioni la Campagna Stop Ttip in tutta Europa lancerà una nuova mobilitazione via e-mail, Facebook e Twitter per chiedere nuovamente ai parlamentari europei di non cadere in questa trappola retorica. Anche perché molti eletti sembrano essersi accorti del nuovo espediente, e sono pronti a fermarlo. I tre parlamentari italiani Tiziana Begin del M5s, Sergio Cofferati del gruppo europeo socialdemocratico e Eleonora Forenza della sinistra ecologista hanno lanciato un appello tripartisan ai propri colleghi per escludere l’Isds dai futuri negoziati: “Chiediamo ai nostri colleghi e ci impegneremo nel prossimo passaggio parlamentare affinché non vengano approvati accordi al ribasso o posizioni ambigue che ledano anche indirettamente il diritto delle istituzioni Europee e degli Stati membri di legiferare in difesa dei diritti dei cittadini e dei consumatori”.

Un appello del tutto condivisibile che chiediamo venga sostenuto da tutti quei parlamentari che hanno a cuore i nostri diritti. Una lista di eletti che terremo con cura, e che renderemo nota con tutta la forza di cui saremo capaci.

 

* vicepresidente di Fairwatch, tra i promotori della campagna Stop Ttip Italia tra i fondatori di Comune.
Pubblicato anche sul blog della campagna su Il fatto quotidiano

#ISDS: l’emendamento inaccettabile

  • Mercoledì, 01 Luglio 2015 13:34 ,
  • Pubblicato in Flash news

Stop Ttip
01 07 2015

E’ stato approvato stamattina dalla riunione del Gruppo S&D (i socialdemocratici) con una maggioranza di 56 a 34 l’emendamento negoziato del Presidente Shultz con il Partito Popolare Europeo. Con un testo fumoso e per nulla chiaro, che lascia aperte molte possibilità, cambia la struttura, ma non la sostanza né tanto meno le regole di riferimento che mettono come priorità la tutela degli investimenti rispetto al diritto di regolamentazione dei Governi.
Dopo un giro di valzer, nel tentativo fallito di cancellare gli emendamenti più problematici, la Relazione Lange ritorna alla plenaria dove verrà verosimilmente votata a luglio.

Il compromesso raggiunto è per Stop TTIP Italia totalmente inaccettabile. Che chiede agli Europarlamentari di prendere una posizione chiara e definita per escludere l’ISDS definitivamente dal negoziato.

Redatore Sociale
30 06 2015

ROMA - Due minuti. Tanto è durata la riunione della Commissione Commercio internazionale (INTA), chiamata a dar seguito alla richiesta - imposta dal presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz con tre gruppi parlamentari nella plenaria del 10 giugno - di scremare gran parte dei 116 emendamenti presentati in aula alla relazione Lange sul TTIP.

Il documento dovrebbe dar conto della posizione del Parlamento Europeo sui negoziati di liberalizzazione commerciale e finanziaria tra Usa e Ue. “Posizione che al socialdemocratico Schulz era parsa non abbastanza favorevole al TTIP, tanto da trovare l'escamotage per rinviarne il voto in Aula – sottolineano i promotori della campagna “Stop Ttip”, che sottolineano come Schulz “si era appellato all'art. 175 del regolamento dell'Eurocamera, secondo cui oltre i 50 emendamenti si può chiedere un riesame degli stessi alla Commissione competente, in modo da evitare lungaggini. In realtà, si trattava del maldestro tentativo di non finire in minoranza su temi caldissimi come l'introduzione di un arbitrato privato per la difesa dei diritti degli investitori contro le decisioni degli Stati (il famigerato Isds), che ha suscitato forti contrarietà tra le fila degli stessi socialdemocratici”.

La campagna però può cantare vittoria, visto che i membri della Commissione INTA hanno liquidato il tema prendendo atto che due emendamenti erano stati ritirati, uno soppresso e rispedendone dunque alla plenaria, con decisione condivisa da tutti i gruppi politici, ben 113. “Una pessima figura per il presidente Schulz e per tutto il blocco socialdemocratico e popolare cui hanno rispedito la patata bollente, dimostrando l'inutilità del rinvio in Commissione. Restano in piedi 113 obiezioni ad un testo già abbastanza contraddittorio e poco ambizioso, sia secondo i sostenitori sia secondo i contrari al Ttip E quel dibattito approfondito nel merito che Schulz ha tentato, con questa mossa disperata, di rimandare, non pare più rinviabile anche a giudizio di tutte le famiglie politiche parlamentari”.
Da ricordare che dalle 16.30 i profili di nove europarlamentari italiani sono inondati di tweet. All'inizio del voto, infatti, è scattata la nuova azione della campagna Stop Ttip anche sui social.

Il Parlamento Europeo, però, nella prossima plenaria deve già discutere la questione greca, e quindi rischia di mandare la Commissione Ue ad affrontare il prossimo round negoziale - al via il 13 luglio prossimo - a mani libere, senza specifiche indicazioni. “Uno schiaffo ulteriore ai rappresentanti eletti da parte del presidente Schulz, e un ingiustificabile via libera di fatto per la Commissione, il cui operato invece è messo in dubbio in più passaggi della pur morbida Relazione Lange”, spiegano ancora i promotori della campagna.

"Grazie alla pressione quotidiana della società civile, anche questo tentativo di insabbiare il dibattito sul Ttip non è andato a buon fine - dichiara Elena Mazzoni, tra i coordinatori della Campagna Stop Ttip -. Il Parlamento Europeo vuole discutere a fondo questa Relazione, esponendone tutte le criticità. E noi continueremo a spingere perché le preoccupazioni di un numero sempre crescente di cittadini europei, e degli oltre 54 mila italiani che hanno firmato la petizione ‘Stop Ttip’, prevalgano e fermino il negoziato".

Criticità già evidenziate in passato, che nel testo originale restano tutte: diritti, ambiente, tutela dei beni comuni, lavoro. Il Ttip metterebbe a repentaglio ciascuno di questi macro settori, peggiorando una situazione che per l'Italia si sta facendo insostenibile anche senza aver ancora sottoscritto il trattato: "Basti pensare alla diffida che l'Unione Europea ha inviato al nostro Paese - ricorda Monica Di Sisto, tra i portavoce della Campagna - chiedendo la fine del divieto di utilizzo del latte in polvere per produrre formaggio e altri derivati. C'è una parte dell'Italia che guadagna dalla qualità, e un'Europa - la stessa che guarda all'Oltreoceano e sostiene il Ttip come strumento di forzatura delle regole - che considera la protezione delle produzioni di qualità come un ostacolo al principio di libera circolazione delle merci. E' questa l'Europa che vogliamo mettere in discussione fermando il Ttip e aprendo un dibattito nel Paese sia sulle sue modalità d'azione sia su quello che, invece, vorremmo rappresentasse".

Anche da pericoli come l'ISDS l'Italia non è esente: “Il vice ministro allo Sviluppo Economico, Carlo Calenda, dopo aver più volte assicurato che non abbiamo nulla da temere dall'arbitrato internazionale, è stato smentito dai fatti. Il governo ha appena subìto una denuncia all'ICSID da parte di tre investitori esteri, appellatisi al Trattato sulla Carta dell'Energia per contestare i tagli al fotovoltaico legati (presumibilmente) al decreto Romani del 2011. Con il Ttip, aumentano le probabilità che i processi salgano di numero e colpiscano molti altri ambiti della nostra vita sociale. Ecco perché la Campagna ‘Stop Ttip’ continuerà a chiederne l'esclusione dall'accordo i cui termini sono oggi sempre più contestati in tutta Europa”.

Filiera sporca, dal campo allo scaffale

  • Lunedì, 29 Giugno 2015 11:27 ,
  • Pubblicato in COMUNE INFO

Comune - info
29 06 2015

#FilieraSporca è il rapporto che fa luce sulle condizioni di sfruttamento dei braccianti nelle campagne di Sicilia e Calabria. Attraverso interviste sul campo, dati e confronto con gli operatori del settore si ricostruisce un modello produttivo gestito dai grandi commercianti locali in cui si inseriscono gli interessi dei caporali e della criminalità organizzata


Che fine fanno le arance raccolte sfruttando il lavoro dei migranti? E quali sono le responsabilità delle multinazionali, dei commercianti e dei produttori? A queste domande cerca di rispondere il rapporto “#FilieraSporca. Gli invisibili dell’arancia e lo sfruttamento in agricoltura nell’anno di Expo”, realizzato dalle associazioni “daSud”, “Terra! Onlus”, “Terrelibere.org” e presentato qualche giorno fa alla Camera a Roma.

L’obiettivo è risalire l’intera filiera delle arance raccolte in Sicilia e in Calabria, dal campo allo scaffale, per individuare i veri invisibili dello sfruttamento del lavoro in agricoltura. Un percorso gestito e diretto dai grandi commercianti locali che organizzano le squadre di raccolta, prendono accordi con le aziende di trasporto e con le multinazionali. Ed è proprio in questi passaggi che si inseriscono gli interessi dei caporali e della criminalità organizzata. Antonello Mangano, che ha curato l’indagine, spiega: “Il cuore della filiera è un ceto di intermediari che accumula ricchezza. Impoverisce i piccoli produttori e acquista i loro terreni. Causa la povertà dei migranti e nega un’accoglienza dignitosa”.

LA FILIERA DELLO SFRUTTAMENTO. “Mentre viene celebrato l’Expo come una grande occasione per rilanciare il Made in Italy, intere filiere agricole sopravvivono grazie allo sfruttamento del lavoro”, si legge nel rapporto. Tutta l’Europa mediterranea produce in condizioni di grave sfruttamento i prodotti ortofrutticoli destinati in gran parte ai mercati del Nord. Il modello si sta estendendo e non risparmia regioni un tempo immuni come ad esempio il Piemonte. Nella filiera delle arance convivono il bracciante agricolo sfruttato e la multinazionale, la grande distribuzione e la criminalità organizzata. Dal ghetto di Rignano (Foggia), alla baraccopoli-tendopoli di Rosarno (Reggio Calabria), fino all’area di Saluzzo (Cuneo), lo sfruttamento ha le stesse caratteristiche: un uso intensivo di manodopera migrante altamente ricattabile; situazioni abitative al di sotto degli standard minimi della dignità umana; bassi guadagni a fronte di molte ore di lavoro; una “cultura imprenditoriale” basata sull’illegalità e sulla presenza mafiosa; manodopera organizzata in squadre e capisquadra, con conseguente ricorso al caporalato. I braccianti spesso non vengono pagati, sono minacciati, subiscono aggressioni fisiche e stupri: sono ridotti in schiavitù.

PICCOLI AGRICOLTORI E GRANDI COMMERCIANTI. Secondo il rapporto il cuore del problema sono i grandi commercianti: comprano a prezzi irrisori la frutta dai piccoli agricoltori che non hanno alcun potere contrattuale e la rivendono a supermercati e multinazionali.

Spesso sono ditte a conduzione familiare, ma capaci di esportare nel mondo. Talvolta sono coinvolti nelle raccolte, il passaggio cruciale dello sfruttamento: sono proprio loro a rivolgersi ai caporali locali. Nelle campagne di Paternò, vicino Catania, sono arruolati anche i minori per la raccolta delle arance: prezzo a giornata 15 euro. A denunciarlo a febbraio 2014 è stata la Cgil di Catania con un esposto presentato alle autorità. “Sono a conoscenza che a Paternò esiste il ‘pizzo’ sul lavoro nero dei romeni”, dice un testimone, bracciante dell’Est. “Prima mi hanno chiesto cinque euro per il trasporto, poi metà del salario. Se non avessi accettato, non avrei più lavorato”. Gli aguzzini sono romeni “in stretta collaborazione con altrettanti mafiosi della zona che impongono un ‘prezzo’ su ogni bracciante che lavora nelle terre”, afferma la Cgil.

Un lavoratore racconta:

“Il caporale faceva picchiare chi si ribellava e faceva in modo di non farci lavorare. Quando noi romeni iniziamo a capire l’italiano e notare i suoi ‘traffici’ ci fa tornare in Romania”.

I fortunati che non pagano affitto per una casa con relativo pizzo sono alloggiati nei container di “Saro”, un imprenditore della zona che usa manodopera praticamente a costo zero.

IL VIAGGIO DALLA ROMANIA ALL’ITALIA. I caporali fanno arrivare braccianti da sfruttare dalla Romania. “Il mezzo di trasporto usato per arrivare in Sicilia è stato un autobus della ditta Tour, abbiamo pagato 100 euro ciascuno”, racconta Pavel, un ragazzo romeno. “A Salerno ci hanno fatto scendere per cambiare mezzo, siamo saliti su un minibus. Poi, sono venuti a prendermi e da quel giorno ho sempre lavorato nella ditta di ‘Saro’, che trattiene dalla paga 50 euro al mese per l’affitto. Lavoro nella raccolta delle olive e delle arance”.

Se Pavel lavora per altri, deve dare la metà al suo caporale. Vive in un container con un bagno senza neppure la porta, perché non può permettersi un affitto.

Iulia, un’altra ragazza romena, racconta:

“Mi sveglio alle quattro del mattino e arrivo di sera alle ore sette. E adesso mi dice che mi da tre euro ogni cassetta? No, non sono d’accordo con questa cosa. Avevamo concordato 3,50”.

Alcuni caporali obbligano i braccianti a fare la spesa in un supermercato che trattiene gli scontrini con il nominativo scritto sopra. L’importo è poi sottratto dalle paghe. I sindacalisti denunciano che nel periodo della campagna di raccolta, il 40 per cento del lavoro è a nero: negli agrumeti nella provincia di Catania lavorano 5000 stranieri, di cui 2000 romeni. La media è 10 ore di lavoro e il 50 per cento del salario va al caporale.

 

COME FUNZIONA IL CAPORALATO. La manodopera nelle campagne viene organizzata in squadre e capisquadra, che diventano gli interlocutori unici per pagamenti e dispiegamento dei lavoratori nei campi. Mentre i medi produttori ricorrono direttamente ai caporali, le realtà più grandi preferiscono rivolgersi a strutture formalmente legali come le “cooperative senza terra”. Sono formate sia da italiani che stranieri, non producono ma offrono servizi come la potatura e raccolta. Spesso sono aziende serie, altre volte forme di caporalato mascherato. Dietro un contratto formale con l’azienda committente, infatti, possono nascondersi lavoro nero, decurtazione delle buste paga, evasione contributiva.

COME EVITARE I CONTROLLI. Formalmente i braccianti non superano mai i cinque giorni di lavoro a settimana. Oltre questo limite, infatti, scattano i controlli. Nelle campagne il lavoro nero è sostituito da quello “grigio”. Un contratto c’è, ma serve al datore di lavoro come scudo per le verifiche: è sufficiente segnare poche giornate e nessuno potrà contestare.

Spesso è una tripla truffa: capita infatti che un piccolo proprietario non paga il lavoratore, non paga i contributi Inps dovuti e guadagna dalla disoccupazione come falso bracciante. C’è il rischio che le giuste indennità vengano tolte anche a chi le merita e c’è un danno erariale che colpisce tutta la collettività, anche chi non lavora in agricoltura. “Gli ispettori Inps sono dieci per tutta la provincia”, afferma la Cgil di Catania. “Dagli elenchi anagrafici si evince che a Paternò sono stati assunti meno di 300 lavoratori romeni con meno di 50 giornate l’anno, a fronte dei lavoratori italiani che hanno una media di 116 giornate lavorative”, denuncia il sindacato.

IL RUOLO DELLE MULTINAZIONALI. Sono le multinazionali a determinare il prezzo del succo d’arancia ma cosa fanno per verificare che i prodotti non vengono dallo sfruttamento? I promotori della campagna hanno chiesto ai grandi marchi della distribuzione e della produzione come Coop, Coca Cola, Conad e Nestlé, chiarimenti riguardo all’impegno contro il lavoro nero e la trasparenza nei confronti dei vari passaggi che portano i prodotti dalla campagna agli scaffali dei supermercati. Coca cola ha reso pubblici per la prima volta la lista dei propri fornitori italiani, mentre Coop ha descritto i meccanismi messi in atto a livello contrattuale per limitare il rischio di irregolarità tra i suoi sub-fornitori. Per quanto riguarda Nestlé, non ha ancora risposto. Il Gruppo Sanpellegrino, invece, vincola i propri fornitori al rigoroso rispetto di un codice di comportamento al quale si devono attenere nello svolgimento delle loro attività e si riserva di cessare il contratto qualora non venga rispettato quanto previsto dal documento.

SOLUZIONI POSSIBILI. Un chilo di arance costa 0,65 centesimi al mercato di Catania; 1,33 al supermercato nel centro; a Roma, il prezzo arriva a 2,10 euro. Puntare sulla trasparenza, dare il giusto a chi lavora eliminando gli intermediari inutili che sfruttano la manodopera, permetterebbe di abbassare il prezzo finale.

“Nell’anno di #Expo2015, attraverso #FilieraSporca chiediamo un impegno alle imprese e alle istituzioni attraverso la responsabilità solidale delle aziende, che devono rispondere per quanto avviene anche nei livelli inferiori della filiera – dichiara Fabio Ciconte di Terra!Onlus -, e soprattutto chiediamo una normativa sull’etichetta trasparente e l’elenco pubblico dei fornitori, perché informazioni trasparenti permettono ai consumatori di scegliere prodotti liberi da sfruttamento. Vogliamo incontrare il ministro Martina per poter discutere le nostre proposte e, a partire da oggi, avvieremo una campagna pubblica in cui coinvolgere associazioni e singoli cittadini per una filiera trasparente”. Lorenzo Misuraca della associazione “daSud” afferma: “Con questa campagna ci poniamo l’obiettivo di illuminare le zone d’ombra della filiera in modo che per le aziende e per la politica diventi più conveniente avviare percorsi virtuosi che chiudere gli occhi sulla schiavitù nelle campagne italiane”.

New Delhi contro Nestlè, ritirati gli spaghettini

Il baracchino di street food sul marciapiede di Calcutta, tra le decine di fritti assortiti, rotoli di pollo e altri stuzzicanti attentati alla salute gastrointestinale, vende un piattone di "veg chowmein" a trenta rupie. Con 40 centesimi di curo, banalmente, ci si alza dagli sgabelli in plastica posizionati poco lontano dall'enorme piano cottura circolare con la pancia piena e moderatamente soddisfatti.
Matteo Miavaldi, Il Manifesto ...

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