Gufi No Expo

  • Mercoledì, 29 Aprile 2015 14:04 ,
  • Pubblicato in Flash news

Communianet
29 04 2015

Expo 2015 è alle porte, sta per inaugurarsi il Grande Evento, come ormai sanno anche i bimbi delle scuole materne milanesi. Un evento all'insegna del "nutrire il pianeta" come ci raccontano tutti i media e i grandi sostenitori dell’Esposizione Universale. In realtà, più che nutrire il pianeta, per ora si sono riempite le tasche i comitati d’affari che hanno fortissimamente voluto l’Expo, mentre la grande narrazione è un po’ incrinata dalla sponsorizzazione di Mc Donald, Coca Cola, Nestlè… oltrechè Monsanto e Dupont, non proprio alfieri del “cibo di qualità”, rispettoso dei produttori agricoli, dei contadini del cosidetto Sud del mondo, dei consumatori e degli equilibri ecologici…

Per fortuna anche nella città dell’Expo - e nel Paese del “miracolo”(?) renziano - c’è da tempo chi si batte contro la logica, la realtà e la propaganda del Grande Evento, del Nuovo Rinascimento, delle Meraviglie della Ripresa e della Crescita. Dal 2008, da quando grazie alla cordata Moratti-Penati-Formigoni-Prodi l’Expo 2015 piomba su Milano, si costituisce una rete di collettivi, associazioni, precari e precarie, lavoratori e lavoratrici, giovani e studenti, insegnanti e ricercatori sociali; uomini e donne che si incaricano di demistificare la narrazione e la realtà dell'evento, mettendone in luce quello che certamente avrebbe prodotto: debito, cemento e precarietà. Questa rete - che si definisce Attitudine No Expo - è stata al centro di tutte le iniziative che nell'area metropolitana milanese e oltre hanno provato (e ancora provano) a contrastare gli effetti concreti della “sindrome da Expo 2015”. Dalla partecipazione alle mobilitazioni contro le Vie D’Acqua insieme ai Comitati No Canal della zona a Nord di Milano a quelle contro le inutili autostrade che spaccano campi, pianure e montagne di questa regione, alle battaglie contro il vergognoso accordo del luglio 2013 sul “lavoro ai tempi di Expo” siglato da Cgil Cisl e Uil con gli Enti Locali e la società Expo, accordo che anticipa i contenuti del Jobs Act del ministro Poletti e introduce il “volontariato” gratuito e obbligatorio al posto del lavoro regolarmente retribuito per far funzionare la macchina dell’Esposizione Universale.

Una rete che ha sollevato dall’inizio il velo sull’intreccio di mazzette, corruzione, appalti truccati e affari per i soliti noti che sono poi stati "illuminati” dalle diverse inchieste giudiziarie su tutto il sistema della Grandi Opere: dalla Tav in Val di Susa a quella fiorentina, dal Mose di Venezia all’Expo di Milano, via via fino a Mafia Capitale.

Grandi opere e grandi eventi che hanno prodotto movimenti e mobilitazioni che spesso sono riusciti a intrecciarsi e che oggi si stanno costituendo contro il decreto “Sblocca Italia” voluto dal Governo Renzi per dare continuità e finanziamenti miliardari a quel sistema, una piccola "shock economy" come leva, illusoria e devastante, della ripresa del capitalismo italiano. Una rete che si è intrecciata con il percorso di quanti e quante nel mondo dei produttori agricoli e dei “consumatori consapevoli” hanno cominciato a sottoporre a critica la narrazione sul tema “Nutrire il Pianeta”, mettendo a nudo la realtà del dominio, nel cuore di Expo, degli interessi delle multinazionali delle sementi, dell’agrobusiness, della grande distribuzione che ammazza i piccoli produttori e schiavizza i braccianti migranti. Una realtà che si intreccia a quella delle nuove imprese del mangiare "sano, pulito, giusto", dalla Coop, a Slow Food a Eataly del grande elettore di Renzi, Oscar Farinetti - che ha ottenuto un appalto appetitoso senza gara e senza critiche da alcuna parte politica.

Con questa rete, con Attitudine No Expo, con Genuino Clandestino, con i lavoratori e le lavoratrici della Rimaflow autogestita e che vuole praticare mutuo soccorso e riconversione ecologica delle produzioni, con i militanti dei movimenti ambientalisti e i protagonisti delle lotte sociali che attraversano i territori di questo Paese, noi saremo alla MayDay che quest’anno si consacrerà alla contestazione dell‘Expo 2015 e del modello sociale predatorio e “turbocapitalistico” che vuole rappresentare.

Insieme a tutti i movimenti sociali che daranno vita all’appuntamento milanese del Primo Maggio, porteremo le nostre idee e le nostre pratiche: riappropriazione, mutuo soccorso e autogestione conflittuale come strumenti di lotta per costruire una nuova stagione del conflitto sociale.
Rivendichiamo il nostro essere "Gufi No Expo" di fronte all'arroganza falsamente progressista di chi vuole far passare l'idea di un evento di tutte e tutti, di uno spazio aperto dove possono trovare cittadinanza i padroni del mondo e le loro vittime, assistite da caritative e innocue Ong di Sua Maestà.
Con la consapevolezza che la partita vera tra noi e i padroni di Expo non si chiude con la tre giorni di Maggio, ma comincia da lì per svilupparsi nei sei mesi successivi e oltre.

 

Expo, tutti alle cinque giornate di Milano

  • Mercoledì, 29 Aprile 2015 12:11 ,
  • Pubblicato in COMUNE INFO

Comune - info
29 04 2015

di Domenico Finiguerra

Milano. Maggio 2015. Ci siamo. Il conto alla rovescia sta per terminare. Sono finalmente giunte le giornate tanto attese da milioni di persone. Finalmente si potrà parlare davvero di cibo, di alimentazione sana e genuina. Nella metropoli milanese si affronteranno le criticità e le contraddizioni del vigente modello di sviluppo e della necessità di invertire la rotta, per abbracciarne uno diverso, equo e sostenibile. Saranno grandi manifestazioni in cui si animeranno discussioni in padiglioni che magari, a causa della fretta, non saranno perfetti o collaudati, ma si tracceranno le ipotesi attorno alle quali costruire un’idea di futuro diversa, una modalità migliore per nutrire il pianeta e dare energia e diritti alla vita di tutti. Anche le multinazionali, da quelle che controllano le sementi a quelle del cibo rapido, da quelle che hanno messo a disposizione le loro risorse per rendere più efficienti le gestioni dei beni pubblici e comuni, come l’acqua, ai campioni mondiali di bibite gassate, avranno il loro giusto spazio.

E poi, come richiesto dal premier Renzi, si metterà in mostra anche ciò di cui è capace l’Italia. I suoi sogni di grandeur, i suoi programmi di opere faraoniche, le sue ricchezze da sfruttare, i nuovi scenari che grazie alle recenti riforme fortemente volute dal governo, come il Jobsact e lo Sblocca Italia, si potranno disegnare per rilanciare la crescita dei protagonisti dell’economia e della finanza italiani. Conosceremo le gesta degli attori politici che hanno avuto un ruolo fondamentale e decisivo nella determinazione della situazione economica, sociale ed ambientale in cui ci troviamo. Si analizzeranno perfino le meravigliose nuove procedure di affidamento diretto e senza gara pubblica sperimentate, talvolta con grande soddisfazione, per alcuni, a partire proprio dal settore del cibo, in ossequio al tema dell’evento.

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Foto tratta dalla pagina facebook di Comitato No Expo
Si conteranno i posti di lavoro creati in questi anni di preparazione all’esposizione universale, si daranno i dettagli della grande opportunità regalata ai giovani di tutta Italia di poter beneficiare di tablet e gadget in cambio del loro impegno gratuito, per la patria, e di quante “star” del sistema culturale e culinario italiano hanno messo a disposizione con entusiasmo la loro sapienza in cambio di pochissimi milioni di euro rispetto ai miliardi che è costato complessivamente Expo2015 alle casse pubbliche.

Infine, si mostrerà anche quello che è diventata Milano. Le costruzioni avveniristiche, le vie d’acqua, le autostrade comode e veloci, che senza traffico, permettono quasi di poterci giocare a pallone sull’asfalto, a dimostrazione che l’Italia, il paese del calcio, è disposta anche qui a fare la sua parte, sacrificando campi e aziende agricole per lo sport più bello del mondo.

Si prevedono masse critiche. Anche perché il prezzo del biglietto è piuttosto basso, quasi regalato. Anzi potremmo dire gratuito. Quindi, tutti a Milano per il grande evento dell’anno.

Ci sarà anche il campeggio, internazionale ovviamente, nel Parco di Trenno!

Tutti alla Cinque Giornate di Milano! www.noexpo.org

 

* Già sindaco di Cassinetta di Lugagnano (Milano), è promotore insieme a molti altri della campagna e del movimento nazionale Stop al Consumo di Territorio, partecipa alla rete dei Comuni Virtuosi e a quella dei Comuni Solidali. È autore di articoli e libri, tra cui 8 mq al secondo, salvare l’Italia dall’asfalto e dal cemento (Emi) e, con Chiara Sasso del libro: Il Suolo è dei nostri figli (Instar Libri). Questo articolo è stato pubblicato anche su Il Fatto Quotidiano

Wolf Bukowski, La danza delle mozzarelleMaria C. Mancuso, Vulcano Statale
25 aprile 2015

Dopo la recente pubblicazione del suo ultimo libro, La danza delle mozzarelle (Consulenza editoriale Wu Ming 1, Edizioni Alegre), Wolf Bukowski è apparso con interviste su diverse testae. Scrittore e guest blogger del sito dei Wu Ming, Giap, nel suo libro non lascia spazio a sottintesi: quello di Slow Food e Eataly è un sogno “tramutato in un incubo turbocapitalista fatto di ipermercati, gestione privatistica dei centri cittadini, precarietà per i lavoratori”.
I ricercatori segnalano un cambiamento radicale nelle scelte di consumo: se nella generazione passata i giovani vi vedevano un'affermazione di status, per cui il bisogno di possesso era connaturato alla rappresentazione sociale, oggi il consumo deve rispondere a una gratificazione emotiva. Questa evoluzione porta all'affermazione del consumo edonistico rispetto alle scelte dei cibi più sani.
Luigi dell'Olio, La Repubblica ...

TTIP, un colpo letale ai nostri diritti

  • Mercoledì, 22 Aprile 2015 13:29 ,
  • Pubblicato in Flash news

Micromega
22 04 2015

Mentre proseguono i negoziati per l'accordo di libero scambio tra Ue e Stati Uniti, cresce il malcontento popolare: sabato 18 aprile giornata di mobilitazione per chiedere il blocco del trattato. Due ideologie contrastanti, due globalizzazioni a confronto: da un lato gli interessi di poteri forti e corporation, dall'altra la difesa di diritti, welfare e servizi.

di Francesca De Benedetti

Mentre l’Italia fa ancora i conti con le ferite aperte del G8 del 2001, due globalizzazioni scendono in campo. Una sembra uno scioglilingua ma potrebbe cambiare molte cose : il “TTIP”, che sta per Transatlantic Trade and Investment Partnership. Lunedì 20 aprile, a New York, prende avvio il nono round di negoziati per questo accordo di libero scambio tra Unione europea e Stati Uniti. Il premier italiano a Washington lo ha definito “un grande obiettivo verso il quale l’Italia sta spingendo con grande determinazione” e dal quale “avrebbe tutto da guadagnare”. Sintonia perfetta quindi con Barack Obama, che a fine mandato spinge l’acceleratore e – con l’accordo dei repubblicani – ottiene un mandato per “negoziare veloce”.

Per i sostenitori dell’accordo, l’economia ne gioverà, l’occupazione crescerà, gli investimenti ne verranno liberati. È la globalizzazione che a parole comincia dal vantaggio economico, dalla caduta delle barriere, dalla ricerca di una omogeneità di regole. L’altra globalizzazione è quella che scende in piazza contro l’accordo e l’opacità delle trattative: un milione e settecentomila europei che hanno firmato la petizione per chiedere alla Commissione lo stop delle trattative. E le quasi 700 città del mondo che hanno scelto una data comune, il 18 aprile, per chiedere il blocco dell’accordo: c’è anche l’America che dissente, e l’Italia partecipa con proteste in decine di città e il sostegno di una galassia varia di associazioni, circa 200. Sembra un film già visto, un ricorso della Storia, la visione di una terra promessa della globalizzazione economica contro il fronte per la salvaguardia e la globalizzazione dei diritti. E in parte lo è, ma è anche molto di più. Vediamo perché.

Dietro il freddo acronimo TTIP c’è un progetto ampio che nasce con un peccato originale: la mancanza di trasparenza. Dopo anni di trattative condotte in segreto, di opacità e di fughe di notizie, Bruxelles ha recentemente avviato un percorso di pubblicazione di dossier, ma la pubblicità dei negoziati è ancora limitata. In superficie, le due parti riunite al tavolo dovrebbero individuare standard comuni che consentano appunto il libero scambio.

Un percorso analogo viene svolto parallelamente per TISA, l’accordo che riguarda non le merci ma i servizi (comprendendo sanità, istruzione e così via). E che – come è venuto alla luce grazie ai leaks – è orientato verso la privatizzazione dei servizi medesimi. Al di là degli effetti sull’economia che l’apertura delle barriere comporterebbe, il passo che viene prima è già controverso: abbattere i dazi e armonizzare le norme significa anche abbassare le tutele, almeno sui fronti in cui l’Unione europea ha una legislazione più avanzata.

Il “principio di precauzione” ad esempio fa sì che in Europa un prodotto non possa sbarcare sul mercato senza prima aver dato prova di essere sicuro. In America non è obbligatorio segnalare gli ogm nell’etichetta. L’Unione ha tutele più forti nel campo della privacy e dei dati. Gli esempi sono tanti e riguardano i settori più svariati, dall’agricoltura alla sicurezza dei lavoratori, passando per internet.

Ma guardando a fondo, c’è di più. I negoziati si orientano verso una progressiva erosione dei servizi pubblici: dove un servizio non è esplicitamente regolamentato come pubblico, allora vale la sua privatizzazione. Ma soprattutto, la progressiva e difficoltosa entrata in scena del TTIP nel dibattito pubblico ha svelato (e in parte rallentato) l’adozione della possibilità che le corporation “chiamassero a giudizio” i governi. Se una società privata ritiene che un governo stia minando la realizzazione di interessi commerciali e non solo, garantiti dal trattato di libero scambio, allora può portarlo in tribunale. Sembra una improbabile prevaricazione delle corporation sui cittadini, e invece è già realtà in accordi come il Nafta. E abbiamo già visto la francese Veolia fare causa all’Egitto per aver aumentato il salario minimo, o lo svedese Vattenfall tentare di portare in tribunale la Germania per aver annunciato l’uscita dal nucleare. Il tutto è condito dal modo in cui le trattative sono state condotte: delega, riservatezza, grandi pressioni delle lobbies, un prolungato silenzio mediatico.

Tra il 2000 di “No logo”, il 2001 del G8 e il 2015 di “Stop TTIP”, sono passati 15 anni. E soprattutto la Storia degli ultimi 7 ci ha raccontato con l’evidenza le luci e le ombre di un modello di globalizzazione orientato al neoliberismo. Ci ha mostrato la crisi profonda che pure – come scrive Colin Crouch – non ha mandato in soffitta quel modello. Il “logo” che si è esteso dal brand degli oggetti ai monopoli dell’informazione e ai padroni della rete. Le diseguaglianze denunciate tanto in piazza dai movimenti come Occupy e Indignados, quanto da intellettuali come Thomas Piketty. La crisi non solo economica e finanziaria, ma della rappresentanza. E i movimenti stessi, comprese le istanze ambientaliste e femministe, sono stati in parte fagocitati dal mercato, ne parlano la lingua: su questo aspetto ci mettono bene in guardia tanto Luc Boltanski quanto Slavoj Zizek e Nancy Fraser.

L’Europa che sta delegando i suoi commissari a trattare per il libero scambio è la stessa che si confronta quotidianamente con le contraddizioni di un’integrazione avviata sul piano economico ma zoppa sul fronte della decisione politica democratica. Non è forse un enorme paradosso che lo stesso sistema di cui abbiamo visto gli aspetti deteriori con la crisi del 2008 torni alla ribalta scommettendo sul tavolo da gioco cifre sempre più alte? Naomi Klein, la voce antiglobalizzazione che fu, in quindici anni non ha perso l’ottimismo: “Sembra, che le cose vadano peggio – dice nell’intervista a Repubblica – ma quel modello ideologico che denunciavo con No Logo è in profonda crisi. Non a caso il libro di Piketty è stato ben accolto da una parte del mondo lib stesso. Nessuno più racconta quel tipo di globalizzazione come fosse un’utopia o una terra promessa”.

Eppure quel modello trova ancora i suoi sostenitori convinti e una sua estensione proprio nel TTIP. E quindici anni dopo, migliaia di cittadini in tutto il mondo ancora denunciano che mentre la globalizzazione avanza, mentre il corpo cresce, il coinvolgimento democratico non è abbastanza: si estende il corpo, ma la testa è sempre la stessa.

Per maggiori informazioni:
Le iniziative aggiornate del 18 Aprile in Italia
Il 18 Aprile nel mondo
La Campagna Stop TTIP Italia: web - facebook

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