Famiglia-TradizionaleSe questo presunto modello "naturale" tanto osannato all'ultimo Family Day fosse in realtà culturale come non mai e sconfessabile da altri modi di vivere l'amore, il sesso, i figli
Elisabetta Ambrosi, Il Fatto Quotidiano ...

In Cina lo Stato è maschio per decreto legge

  • Martedì, 05 Maggio 2015 14:27 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO

Il Manifesto
05 05 2015

Terre di Mezzo. La campagna mediatica del governo cinese contro le donne single emancipate e per il loro ritorno in famiglia in nome della pace sociale. Un recente saggio sulle «Leftover».

«Il mio libro sug­ge­ri­sce che le cam­pa­gne media­ti­che spon­so­riz­zate dal governo a pro­po­sito delle donne lef­to­ver, fanno parte di un com­plesso ritorno alla dise­gua­glianza di genere nella Cina post socia­li­sta. Una ten­denza par­ti­co­lar­mente evi­dente negli ultimi anni di riforme di mer­cato». È una frase di Leta Hong Fin­cher tratta dal libro, recen­te­mente pub­bli­cato, che ha come titolo Lef­to­ver Women, the resur­gency of gen­der ine­qua­lity in China (Asian Argu­ments, 16,21 euro) nel quale la società cinese viene ana­liz­zata attra­verso nume­rose inter­vi­ste e inda­gini, arri­vando alla con­clu­sione che la Cina vive ancora oggi una pro­fonda dise­gua­glianza tra uomini e donne, essendo una società basata su fon­da­menta tipi­ca­mente maschi­li­ste. Alcune delle travi che reg­gono que­sta ten­denza a una rin­no­vata dise­gua­glianza di genere appar­ten­gono alla sto­ria e alla tra­di­zione cul­tu­rale del paese. Ma quello su cui l’autrice insi­ste è che pro­prio que­sta «rin­no­vata» dise­gua­glianza sia pro­mossa dallo stesso Stato cinese, alla luce delle riforme che hanno por­tato la Cina ad aprirsi ai capi­tali «stranieri».

Nel rigo­roso libro di Leta Hong Fin­cher c’è una cri­tica pro­fonda nei con­fronti di una società che è spesso «mano­vrata» dalla pro­pa­ganda di Stato, un ingra­nag­gio per­fetto messo in campo per «sug­ge­rire» alla popo­la­zione com­por­ta­menti spe­ci­fici su que­sto o quel tema. A que­sto va aggiunto un atteg­gia­mento di osti­lità sta­tale per chi «devia» dal retto cam­mino riscon­trato anche nel recente caso delle cin­que atti­vi­ste fem­mi­ni­ste arre­state l’8 marzo scorso. In Cina ogni vicenda sociale, viene fatta rien­trare all’interno della com­plessa que­stione del «man­te­ni­mento della sta­bi­lità». In que­sto senso, que­stioni pre­cise, come quelle rela­tive alla dise­gua­glianza di genere, sono trat­tate alla stessa stre­gua di un atti­vi­smo che mira a «com­pli­care» la vita ai guar­diani del Paese.

La que­stione di genere viene dun­que cata­lo­gata all’interno della logica che mira al man­te­ni­mento della sta­bi­lità e della pre­sunta armo­nia sociale di una Cina, paese che nel terzo mil­len­nio si ritrova ancora intrisa di con­fu­cia­ne­simo (e preda di alcuni suoi con­cetti retro­gradi e con­ser­va­tori). Potremmo evi­den­ziare tre diret­trici nel volume: l’analisi del con­cetto di «lef­to­ver», la dise­gua­glianza di genere, san­cita dalla dise­gua­glianza eco­no­mica tra i sessi, «pro­mossa» secondo l’autrice dalle poli­ti­che del governo; a corol­la­rio di ciò c’è la indub­bia capa­cità media­tica del governo cinese di fare presa sulle donne, con lo scopo di man­te­nere le dif­fe­renze di genere.

La nozione di «lef­to­ver» è com­plessa. Con il ter­mine si indica soli­ta­mente una donna «che avanza», cioè è una donna sin­gle in età non più «da marito» per­ché ha pri­vi­le­giato altri aspetti della vita. Il tutto con­tri­bui­sce a creare un qua­dro nel quale le donne «lef­to­ver» ven­gono descritte in preda al più bieco car­rie­ri­smo e sog­gio­gate dall’avidità e dall’opportunismo. In realtà, secondo l’autrice, le donne «lef­to­ver» altro non sono che una costru­zione media­tica per spin­gere le donne al matri­mo­nio, in un paese che ha un grave dise­qui­li­brio tra numero di uomini e donne, anche a causa delle pas­sate poli­ti­che di con­trollo delle nascite, che Pechino ha cer­cato di modi­fi­care solo recen­te­mente con la riforma della legge del figlio unico, in base alla quale le cop­pie spo­sate pos­sono avere avere più di un figlio a dif­fe­renza del passato.

In Cina gli uomini sotto i 30 anni di età sareb­bero 20 milioni in più delle donne con le stesse carat­te­ri­sti­che ana­gra­fi­che. Uno squi­li­brio peri­co­loso per una società per­corsa da tante ten­sioni sociali (la fami­glia viene vista come il riparo da strane idee poli­ti­che). Non a caso il nuovo pre­si­dente Xi Jin­ping ha insi­stito molto sul con­cetto di «fami­glia» che fini­sce per anco­rare il ruolo della donna a quello del pas­sato: custode della casa e respon­sa­bile dell’educazione dei figli. Un ritorno al pas­sato che non coin­cide con l’avvenuta eman­ci­pa­zione di molte donne nella società cinese, ma che costi­tui­sce la coor­di­nata seguita dal governo per tutto quanto con­cerne le poli­ti­che sulla fami­glia. «In un certo senso, scrive l’autrice, le donne «lef­to­ver» (shengnu) non esi­stono. Sono una tipo­lo­gia di donne sot­to­li­neata dal governo per rag­giun­gere i pro­pri scopi demo­gra­fici e per pro­muo­vere i matri­moni, pia­ni­fi­care le poli­ti­che della popo­la­zione e man­te­nere la sta­bi­lità sociale».

La cam­pa­gna gover­na­tiva con­tro le shengnu è stata duris­sima, fatta da edi­to­riali, tra­smis­sioni tele­vi­sive (con plot pre­sta­bi­liti), nelle quali era sot­to­li­neato che la società cinese non ha alcuna «sin­to­nia» con que­ste donne e che diven­tare una «lef­to­ver» equi­va­leva a una scia­gura. Nelle sue ricer­che e inter­vi­ste l’autrice arriva al punto: la cam­pa­gna media­tica e di pro­pa­ganda del governo ha fun­zio­nato. Molte delle donne che la gior­na­li­sta ha inter­vi­stato, si sono dette ter­ro­riz­zate dall’idea di diven­tare «lef­to­ver», un avanzo della società, nono­stante una posi­zione eco­no­mica e lavo­ra­tiva di tutto rispetto (e que­sto spiega il grande suc­cesso delle agen­zie di mat­ch­ma­king cinesi, un mer­cato immenso). Ma anche sulle que­stioni eco­no­mi­che, l’autrice del volume non si è fer­mata alle appa­renze. Secondo Leta Hong Fin­cher, infatti, il vero discri­mine tra uomini e donne nella società con­tem­po­ra­nea non si riscon­tra solo e sol­tanto ana­liz­zando la que­stione eco­no­mica, bensì insi­stendo pro­prio sul «nuovo» con­cetto – per la Cina — di pro­prietà. Sono gli uomini, infatti, a porre il pro­prio nome quando viene com­prata, anche in cop­pia, una casa.

L’appartamento, il bene più pre­zioso per i cinesi, oggi, è pro­prietà per lo più maschile. E se la cre­scita cinese si è basata pro­prio sullo svi­luppo del mer­cato immo­bi­liare, le vere escluse da que­sto pro­cesso di arric­chi­mento, sareb­bero pro­prio le donne (par­liamo di un giro d’affari, quello immo­bi­liare in Cina, che a fine 2013 era di circa 30 tri­liardi di dol­lari e che ha finito per creare gran parte di quella schiera di uomini eti­chet­tati come i «nuovi ric­chi cinesi»). A que­sta situa­zione avrebbe con­tri­buito e non poco la legi­sla­zione cinese (e l’ufficiale All China Women’s Fede­ra­tion, che svolge per le donne lo stesso ruolo che svol­gono sui luo­ghi di lavoro i sin­da­cati) che nelle leggi che rego­lano il matri­mo­nio con­sen­tire all’uomo di dete­nere il diritto di pro­prietà, ren­dendo la vita dif­fi­cile alle donne che, in caso di divor­zio, aves­sero voluto dimo­strare la pro­pria par­te­ci­pa­zione all’acquisto della casa. Da quanto emerge dalle ricer­che pre­senti nel volume, però, è un fatto diverso. Gra­zie anche alla rin­no­vata pre­senza delle donne nel mer­cato del lavoro i patri­moni con cui ven­gono acqui­state le case sono «par­te­ci­pati» pro­prio in virtù del salari e dei risparmi delle donne spo­sate.

Nel capi­tolo con­clu­sivo del volume, Leta Hong Fin­cher si con­cen­tra sulle «donne che resi­stono», muo­ven­dosi nei mean­dri lasciati imper­cet­ti­bil­mente liberi da uno Stato che pare in grado di con­trol­lare tutto. Un capi­tolo che con­sente all’autrice di tor­nare su un argo­mento che viene trat­tato in altre parti del libro: le vio­lenze dome­sti­che. Molte delle ong – che in Cina hanno in ogni caso un rico­no­sci­mento gover­na­tivo, pena il rischio di arre­sti e repres­sione – e gruppi indi­pen­denti hanno orga­niz­zato negli ultimi tempi molte azioni (xing­dong) per denun­ciare il numero spa­ven­to­sa­mente alto di vio­lenze dome­sti­che. Sono le stesse donne a pre­fe­rire l’uso del ter­mine «azione» invece di «pro­te­ste», dimo­strando che sanno benis­simo di avere a che fare con un forte potere sta­tale. Un mono­lite che tal­volta viene scosso nel modo giu­sto. Ad esem­pio, un paio di anni fa aveva pro­vo­cato molto imba­razzo alla Cina la denun­cia di una donna ame­ri­cana spo­sata con un cinese di aver subito ripe­tute vio­lenze dome­sti­che dal marito, un uomo dive­nuto una cele­brità per le sue par­ti­co­lari lezioni ocea­ni­che di inglese (è sopran­no­mi­nato Crazy English). Fu un caso molto seguito dalla stampa locale, mac­chiato da un gretto nazio­na­li­smo (con­tro l’«americana») e da maschi­li­smo, ma che ha finito per dare linfa, e spe­ranza di riu­scire a denun­ciare certe situa­zioni, alle «azioni» di tante donne cinesi.

Lo Stato è maschio per decreto legge

Le campagne mediatiche sponsorizzate dal governo a proposito delle donne leftover, fanno parte di un complesso ritorno alla diseguaglianza di genere nella Cina post socialista. Una tendenza particolarmente evidente negli ultimi anni di riforme di mercato. [...] A questo va aggiunto un atteggiamento di ostilità statale per chi "devia" dal retto cammino riscontrato anche nel recente caso delle cinque attiviste femministe arrestate l'8 marzo scorso. In Cina ogni vicenda sociale, viene fatta rientrare all'interno della complessa questione del "mantenimento della stabilità". 
Simone Pieranni, Il Manifesto ...

Connessioni Precarie
07 04 2015

L’iniziativa cinese di costruire una nuova via della seta marittima riguarda la realizzazione di nuovi corridoi infrastrutturali in grado di velocizzare e rendere stabili i collegamenti lungo le rotte marittime delle navi portacontainer e cargo che, attraverso l’Oceano indiano e il canale di Suez, collegano la Cina all’Europa. Le mappe diffuse dal governo cinese nel 2013 hanno posto fine a un lungo periodo d’incertezza, mostrando le tappe della via della seta in Vietnam, Indonesia, India, Sri Lanka e Kenia, ma nascondono la reale estensione di un progetto la cui influenza si estende su scala globale.

Africa

La capitale del Kenia, Nairobi, è l’unico approdo africano della nuova via della seta marittima e dista oltre quattrocento chilometri dalla costa. Durante un incontro a latere del vertice dell’Unione Africana ad Addis Abeba, lo scorso gennaio, il ministro degli esteri Wang Yi, citando il «sogno» del presidente della commissione Zuma di collegare le capitali africane con treni ad alta velocità, ha annunciato l’investimento di 3.8 miliardi di dollari per la costruzione del collegamento logistico dalla città portuale di Mombasa a Nairobi, contestualmente alla firma di un memorandum d’intenti per la realizzazione di infrastrutture in Africa. La presenza cinese in Africa non è una novità ed è soprattutto legata allo sfruttamento della terra e delle materie prime. Tuttavia, come mostra l’intervento di Wang Yi, la nuova via della seta, affiancandosi alla costruzione di oltre duemila km di ferrovie e oltre cinquemila di strade già finanziate dalla Cina, promette l’avvio di una nuova fase nel rapporto con il continente.

Europa

Superato Suez, il percorso fa tappa nel Pireo, dove la compagnia di stato Cosco è entrata in seguito alla firma di una concessione ultra trentennale con il governo greco, nel 2011. Tramite una sua sussidiaria, la Piraeus Container Terminal, Cosco ha eseguito lavori di allargamento dei due moli principali, portando a una crescita esponenziale dei traffici container. PCT è anche in corsa nel processo di privatizzazione avviato nell’ambito del memorandum imposto ad Atene dalla Troika e non ancora escluso dal nuovo governo di SYRIZA, in mezzo a segnali contrastanti. Il punto di approdo finale è Venezia, il cui porto è al centro di discussioni per la realizzazione di un nuovo terminal off-shore. Se negli uffici della PCT al Pireo si esalta il legame tra le due grandi civiltà, quella greca e quella cinese, l’inclusione di Venezia è un evidente richiamo al viaggio di Marco Polo. Tuttavia, le scelte del Pireo e di Venezia hanno a che fare più con il presente e il futuro della nuova logistica europea, che non con la storia. Il Pireo, oggi porto dedicato al transhipment, è infatti un potenziale anello di congiunzione tra la via terrestre e quella marittima, grazie al progetto di collegamenti ferroviari con l’Europa orientale, dove già operano diverse industrie cinesi. Venezia, a sua volta, può diventare porta d’accesso verso la regione europea a più alta densità economica e, attraverso l’attuale cuore logistico d’Europa, la ‘Blue Banana,’ con il porto di Rotterdam. Mentre l’Unione Europea è alle prese con la lenta finalizzazione della rete di trasporti TEN-T, la recente inaugurazione dei nuovi collegamenti container diretti con la Cina a Venezia e a Trieste, garantiti dal consorzio Ocean 3, di cui fa parte anche China Shipping, sono forse i primi tangibili segni in questa direzione.

Americhe

E le Americhe? Nonostante non rientrino nelle mappe della nuova via della seta, la Cina sta investendo nei porti cileni di Valparaiso e San Antonio, mentre due progetti sono destinati a modificare in misura radicale gli equilibri in America centrale. Si tratta della zona di sviluppo economico speciale di Mariel, a Cuba, il cui porto container rappresenta un approdo sicuro per le rotte interoeceaniche e, soprattutto, il mega progetto del canale di Nicaragua. Il canale, i cui lavori sono da poco cominciati, sarà realizzato da una compagnia privata cinese avvolta in un alone di mistero, la Hong Kong Nicaragua Canal Development, alla quale il governo nicaraguense ha rilasciato una concessione cinquantennale per la sua progettazione, realizzazione e gestione. Se completato, quelli di Nicaragua sarà l’unico canale nelle Americhe navigabile da parte delle navi ultra-large, la cui stazza e il cui pescaggio sono troppo grandi per Panama, anche dopo il suo allargamento attualmente in corso. Ciò significa che la via della seta marittima potrà circumnavigare il globo senza dover dipendere, in alcun caso, da infrastrutture controllate dagli Stati Uniti.
Una nuova diplomazia

Intorno alla nuova via della seta il governo cinese sta costruendo una nuova, aggressiva, diplomazia delle infrastrutture. La strategia cinese si fonda tanto sull’idea di una cooperazione comune e di una strategia «win win», quanto sulla realizzazione di strumenti in diretta concorrenza con le istituzioni finanziarie a guida statunitense (Banca Mondiale e FMI) e giapponese (Asian Development Bank). Accanto alla creazione di un fondo interno di quaranta miliardi di dollari per lo sviluppo delle infrastrutture interne, infatti, la Cina ha promosso la creazione di una nuova Banca Asiatica per gli Investimenti Infrastrutturali (AIID) il cui scopo dichiarato è promuovere la connettività regionale. In un recente intervento al Boao Forum for Asia, il presidente Xi Jinping ha spiegato ai partner asiatici come la nuova «normalità» dell’economia cinese possa portare vantaggi a tutti, grazie alle previsioni di importare nei prossimi cinque anni oltre dieci miliardi di dollari di beni dall’estero, investimenti esteri per oltre cinquecento miliardi di dollari e almeno cinquecento milioni di turisti cinesi pronti a viaggiare per il mondo.

La politica delle infrastrutture

Tanto la realizzazione della via della seta e la creazione dell’AIID possono essere lette, come fanno molti osservatori, come una risposta cinese al prolungato rifiuto da parte statunitense e giapponese di rivedere le modalità di funzionamento del Fondo Monetario, della Banca Mondiale e dell’ADB, e come segno dei un’imminente secolo Asiatico ad egemonia cinese. Tuttavia, la domanda che dovremmo porci è di quale tipo di egemonia si tratta. Se la Cina può essere definita un nuovo tipo di «impero logistico», si tratta infatti di comprendere come funzioni la politica delle infrastrutture che accompagna le operazioni logistiche e che tipo di trasformazioni questa riveli. Certamente la Cina promuove i suoi interessi ‘nazionali’ attraverso la via della seta. Tuttavia, la Cina non è l’unico soggetto impegnato in una politica globale delle infrastrutture dove la dinamica di competizione tra potenze convive già oggi con altre logiche che coinvolgono diverse forze, pubbliche e private, le cui scelte e i cui interessi si sviluppano lungo i corridoi, più che all’interno di confini omogenei e definiti. Al contrario di ciò che possono far pensare le lenti tradizionali, la prospettiva che si apre, e nella quale sarà necessario riuscire a produrre percorsi politici efficaci, è qualcosa di più vicino a una traduzione in termini geoeconomici delle supply chain industriali che non a un nuovo Risiko globale.

Dalla Cina col pancione: i figli nascono negli Usa

  • Martedì, 10 Marzo 2015 17:18 ,
  • Pubblicato in La Denuncia

Gravidanza in CinaVirginia Della Sala, Il Fatto Quotidiano
10 marzo 2015

All'aeroporto di Los Angeles, una coppia di cittadini cinesi viene fermata per i controlli. Il marito, Wang Fei, cerca di convincere gli agenti della dogana che vuole entrare negli Usa per una vacanza. Lei è incinta, non si sa di quanti mesi. "E se il travaglio iniziasse durante la permanenza?" chiedono gli agenti. "Resteremo a casa di mio padre a Corona, una città poco distante da Los Angeles", spiega. Eppure la storia non convince. ...

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