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Contrordine "compagni", i gay non sono malati

Un tribunale della capitale cinese chiude le cliniche che pretendono di curare l'omosessualità come una malattia mentale attraverso ipnosi ed elettroshock. Fino al 2001 l'omosessualità in Cina era ancora inserita nella lista delle malattie mentali (fino al 1997 era considerata un reato). Gli omosessuali non potevano donare il sangue (dal 2012 solo le lesbiche possono) e in generale vivevano una situazione di discriminazione continua.
Simone Pieranni, Il Manifesto ...

Cina, Gmail bloccata da tre giorni

Il Corriere della Sera
30 12 2014

La Cina ha bloccato da tre giorni l’accesso a Gmail, il servizio di posta elettronica di Google. Lo riferiscono vari media e una conferma emerge da una pagina del motore di ricerca che riporta in tempo reale il traffico diretto ai suoi prodotti e servizi.

Firewall

In Cina la maggior parte dei servizi di Google sono già bloccati da tempo per contrasti in corso da quattro anni fra il colosso internet americano e le autorità cinesi circa le libertà in rete. Il blocco è iniziato il 26 e il Dyn Research, un accreditato osservatore di internet, precisa che il servizio è stato bloccato dallo snodo di Hong Kong. Nel 2010 Google aveva cominciato a smistare il suo traffico proprio dalla regione speciale cinese di Hong Kong dopo attacchi di hacker e aveva cercato di aggirare, senza successo, i blocchi della censura.

Pagina 99
02 12 2014

CLAUDIA ASTARITA

La protestaDopo una notte di scontri il governatore ammonisce chi protesta: "Non tornate in piazza". Tre giovani cominciano uno sciopero della fame. Pechino vuole evitare un'escalation ma non tollererà che si prolunghi ancora e "non ha intenzioni di cercare compromessi sulla democrazia". La violenza degli studenti è un segno di frustrazione

Nell’arco di una notte la protesta pacifica di Hong Kong ha cambiato volto. Le immagini delle centinaia di studenti che con grande rispetto e senso civico hanno deciso di scendere in piazza per chiedere al loro governo di “stare ai patti”, e quindi rispettare la promessa dell’84 concedendo loro l’agognato suffragio universale, sono state improvvisamente sostituite da quelle di ragazzi violenti, spesso incappucciati, protagonisti di episodi di guerriglia urbana che hanno portato all’arresto di una quarantina di manifestanti e al ferimento di circa sessanta persone, tra cui undici agenti di polizia.

“Dopo lo sgombero di Monk Kok di fine novembre, quartiere meno centrale rispetto ad Admiralty, il cuore della protesta, ma ugualmente paralizzato da accampamenti e barricate, il governo di Hong Kong deve aver pensato che i tempi fossero maturi per riportare la situazione alla normalità”, spiega a pagina99 Sow Keat Tok, vice-direttore del Centro Studi sulla Cina Contemporanea dell'Università di Melbourne. Alla luce di quello che è successo, i loro calcoli erano evidentemente sbagliati: dopo quasi settanta giorni di protesta pacifica, centinaia di studenti arrabbiati e frustrati per l’indifferenza delle autorità nei confronti delle loro rimostranze hanno cercato di sbloccare la situazione sfidando apertamente le forze dell’ordine colpendo gli edifici del potere, e costringendo la polizia a ricorrere a spray urticanti, manganelli e idranti. Quest’ultima, però, li aveva in qualche modo provocati marciando su Admiralty nell’intento di rimuovere tutte le barricate il più in fretta possibile e riportare l’intero quartiere alla normalità.

“Il vero problema di Hong Kong”, continua il Professor Tok, “è che entrambe le parti sono ferme allo stesso punto. Gli studenti vogliono che il governo accetti il loro punto di vista e conceda loro il suffragio universale, e non hanno nessuna intenzione di lasciare la piazza senza aver ottenuto quello che cercano. In caso contrario ammetterebbero di essere stati sconfitti, e non se lo possono permettere. Eppure, il loro interlocutore è Pechino, che a sua volta non può permettersi di scendere a compromessi sul tema della democrazia”. Nessuno vuole cedere, ma tutti sanno che questa situazione di impasse in una città completamente bloccata non potrà durare ancora a lungo.

Tok ritiene che Leung Chun-ying, il governatore di Hong Kong, abbia mantenuto un profilo basso più a lungo del previsto per far scemare da un lato l’attenzione dei media internazionali sulle vicende della sua regione, dall’altro per indebolire il movimento studentesco. Sessanta giorni gli sono bastati per ottenere solo il primo risultato, perché non appena gli agenti sono entrati ad Admiralty la piazza ha reagito, e in una sola notte gli studenti hanno dimostrato non solo di non aver perso la loro determinazione, ma anche di poter ancora contare sulla solidarietà e il sostegno della comunità internazionale. “E’ facile dire a posteriori che CY Leung ha sbagliato e che avrebbe fatto meglio a gestire lo sgombero di Admiralty in tempi più lunghi, ma a fine novembre l’intervento a Mong Kok ha funzionato, e considerando che una grossa fetta della popolazione di Hong Kong sta facendo pressioni sul governo affinché si impegni a ripristinare l’ordine nel più breve tempo possibile, non erano così tanti gli elementi che avrebbero dovuto metterci in guardia dalla possibile evoluzione negativa dell’operazione Admiralty”.

Nonostante il governatore continui a ripetere ai ragazzi di non interpretare la tolleranza dell’esecutivo come prova di disorganizzazione e debolezza, ma come dimostrazione di quanto quest’ultimo abbia a cuore il loro futuro, sottolineando come sarebbe facile per lui arrestare tutti, ma anche come una scelta del genere lascerebbe una macchia nella fedina penale di questi ragazzi che potrebbe compromettere il loro stesso futuro: "Da oggi la polizia sarà più risoluta nel portare avanti il proprio dovere, perciò chiedo a coloro che vogliono tornare all'occupazione di non farlo" ha ammonito il governatore. Il problema, però, è che la situazione è estremamente instabile, e le variabili in gioco sono molte. Uno dei volti più noti della Rivoluzione degli Ombrelli, il 18enne Joshua Wong, ha iniziato uno sciopero della fame assieme a due compagni, e altri manifestanti hanno dichiarato apertamente che l’unica strada attualmente percorribile sia quella che porta a una rapida escalation di violenze. Contrari all'idea sono tre tra i promotori di Occupy central, che in una conferenza stampa hanno chiesto di smettere le proteste, ammettendo che i mesi di braccio di ferro con le autorità non hanno portato a nulla. Benny Tai, Chan Kin-man e Chu Yiu-ming hanno spiegato che chiedono di smettere con la protesta "per la sicurezza e il bene degli studenti e per rispetto verso la nostra idea originaria che era totalmente pacifica". I tre sanno che ci sono rischi e che un escalation è una vera e propria follia visto che il bandolo della matassa resta nelle mani di Pechino, che a sua volta non ha nessuna intenzione di rivivere una seconda Tiananmen.

“A volte si ha la sensazione che questa protesta non stia andando ne’ avanti ne’ indietro, eppure gli equilibri di Hong Kong sono già cambiati moltissimo, e in peggio. Quello che fino a ieri era riuscito ad affermarsi in Asia come unico vero esempio di ‘Governo illuminato’ ha perso completamente la propria credibilità. Oggi è chiaro a tutti quanto sia profonda la dipendenza di Hong Kong da Pechino, quindi nessuno può più aspettarsi che la prima vada incontro alle esigenze dei manifestanti, che prima o poi finiranno col soccombere”. Ha un'opinione molto diversa e più simpatetica con il proprio governo un altro ricercatore della Hong Kong University: “Hong Kong è ormai divisa in due: studenti e intellettuali vogliono diritti e democrazia, il resto del paese no. Tanti sono rimasti negativamente impressionati dal modo con cui i giovani stanno gestendo la protesta, ma è chiaro che CY Leung non si metterà nella condizione di rispondere a un’escalation: la bloccherà prima”.


Cronache del Garantista
29 11 2014

di Damiano Aliprandi 

I detenuti, a partire dal prossimo anno, saranno tenuti per legge a ”contribuire al costo del loro internamento” mediante forme di attività lavorativa gratuite. E’ l’iniziativa legislativa intrapresa dal Governo ultranazionalista ungherese, conosciuto per la sua deriva autoritaria. Secondo un articolo del Magyar Nemzet, la decisione significherebbe che 12mila dei circa 18mila detenuti delle carceri ungheresi dovranno lavorare gratuitamente. Sono infatti esclusi coloro la cui la salute non lo permette e i detenuti che hanno già raggiunto l’età pensionabile.

Secondo l’articolo, negli ultimi 4 anni, il numero degli internati che hanno lavorato in prigione e per l’organizzazione di istituti correttivi sono aumentati di diverse migliaia. Jozsef Lajtar, vice capo del servizio ”business e IT” del sistema detentivo ungherese, lo scorso anno le aziende di prodotti agricoli e industriali all’interno del sistema carcerario hanno totalizzato entrate per 14 miliardi di fiorini.

Il lavoro forzato dei detenuti, nel mondo, per ora rimane una peculiarità dei governi totalitari. In Cina ci sono i loagai, dei campi di lavoro forzato per i detenuti. Il termine laogai si riferisce, propriamente, ad una particolare forma di lavoro forzato della Repubblica Popolare Cinese. Il termine è anche usato in modo generalizzato per indicare le diverse forme di lavoro forzato previste dal sistema giuridico e carcerario cine- Ise, che include anche il laojiao (”rieducazione attraverso il lavoro”) e il jiuye (letteralmente ”personale addetto al lavoro forzato”, ma viene da alcuni considerato una forma indiretta di reclusione). Lo stesso termine laogai, in senso invece restrittivo, viene talvolta usato per indicare un campo da lavoro. Secondo un’indagine del 2008 della Laogai Research Foundation, nella Repubblica Popolare Cinese sono presenti 1422 laogai.

Le condizioni di vita dei forzati e il loro impiego come forza lavoro sono spesso indicati come lesivi dei diritti umani. La condanna al laogai (in senso stretto) richiede un processo ufficiale e viene applicata a soggetti riconosciuti dalla legge come criminali, con pene di media e lunga durata di lunghezza stabilita; i detenuti sono privati dei diritti civili e non ricevono salario. La condanna al laojiao (”rieducazione attraverso il lavoro”) è riservata a coloro che hanno compiuto reati minori, per cui non sono legalmente classificati come criminali. I condannati conservano i diritti civili e percepiscono un modesto salario. Il sistema del laojiao viene spesso attaccato come lesivo dei diritti umani e civili.

A questo tipo di condanna è infatti associato un iter giudiziario semplificato (e quindi potenzialmente più arbitrario), che permette alle amministrazioni e alla polizia locali di recludere i colpevoli senza processo. I detenuti laogai e laojiao non raramente vivono negli stessi complessi e lavorano insieme, e si distinguono soprattutto perché i primi indossano un’uniforme e hanno i capelli rasati. Il sistema dei jiuye (”personale addetto al lavoro forzato”) riguarda invece l’assegnamento di un lavoro all’interno di una struttura carceraria. Anche il jiuye viene considerato con sospetto da molte fonti occidentali. Sebbene esso non implichi formalmente l’incarcerazione dell’individuo (che rimane teoricamente libero e percepisce uno stipendio regolare) la condizione del personale jiuye (che spesso è costituito da persone obbligate a prestare servizio nei campi) viene spesso descritta come ”semi-carceraria”.

I lavoratori possono vivere insieme alle loro famiglie all’interno o nei pressi dei complessi carcerari e spesso sono ex-detenuti provenienti dal laogai. Esisterebbe il detto:«laogai e laojiao hanno una fine; jiuye è per sempre». L’antica Cina fece uso del lavoro forzato per oltre 2.500 anni, sfruttando anche in tempo di pace sia civili sia criminali. Forzati furono impiegati nella costruzione della Grande Muraglia e del Grande Canale. Già molto prima della rivoluzione, il lavoro forzato veniva inteso come ”rieducativo”. Durante il periodo nazionalista il lavoro forzato perse molta importanza, con l’eccezione della leva militare durante la guerra col Giappone. Mao Zedong tornò ad applicarlo in modo sistematico, nel contesto della sua visione sociale e politica, come strumento adatto da una parte alla rieducazione dei controrivoluzionari, dall’altra a garantire che anche i detenuti contribuissero come i cittadini liberi alla produzione.

Poi c’è la volta della Corea del Nord. Secondo un rapporto di Amnesty International, i detenuti nordcoreani sono costretti a lavorare gratuitamente all’interno dei campi di prigionia. C’è il campo di ”rieducazione” chiamato kwanliso e si estende per circa 560 chilometri quadrati, tre volte Washington, la capitale degli Usa. Nel 2011, si riteneva vi fossero detenute 20.000 persone.Il duro lavoro forzato è dunque una prassi comune nei campi di prigionia della Corea del Nord. Secondo le testimonianze di ex detenuti e funzionari dei campi, i prigionieri passano la maggior parte del tempo a lavorare in condizioni pericolose, con poco tempo a disposizione per riposare.

Ma anche negli Usa non si scherza. Sebbene negli anni 50 sia stato abolito formalmente il lavoro forzato, in Arizona c’è Joe Arpaio, lo sceriffo più duro d’America, il quale ha ripristinato il lavoro forzato per i detenuti. Ma non solo, ha inteso far rispettare ”la parità tra i sessi”, mandando anche le detenute a fare il lavoro forzato con le catene ai piedi. «Non c’è nessuna discriminazione nel nostro sistema carcerario – ha fatto sapere Arpaio – da noi le donne vengono trattate esattamente come gli uomini ». Il ragionamento di Arpaio, conosciuto per una serie di iniziative tese a rendere la vita del carcere sempre più dura (come la proibizione di sigarette, caffè e della rivista Playboy, oppure dell’obbligo di indumenti rosa per umiliare i detenuti), non ha fatto una grinza, almeno formalmente. «Se le donne possono combattere nelle forze armate, fare il poliziotto, proteggere la popolazione e arrestare i criminali – aveva affermato – allora non dovrebbero avere problemi a raccogliere la spazzatura, in temperature di 48 gradi, davanti agli occhi di tutti».

Corriere della Sera
10 11 2014

Colloquio tra il presidente cinese e il premier giapponese, il primo da quando sono entrati in carica due anni fa. Tra i due Paesi tensione alta su un gruppo di isole contese

di Guido Santevecchi corrispondente a Pechino

PECHINO Il presidente cinese Xi Jinping questa mattina a Pechino ha concesso al premier giapponese Shinzo Abe un colloquio. Il primo da quando i due sono entrati in carica due anni fa. La prima volta che i due leader della seconda e terza economia del mondo si sono parlati direttamente, dopo che per due anni gli unici incontri ravvicinati erano stati quelli tra aerei da caccia militari e navi da guerra intorno a un pugno di isolotti contesi nel Mar Cinese Orientale, che Tokyo chiama Senkaku e Pechino Diaoyu.

Le parole dei due leader
«La Cina spera che il Giappone segua la via dello sviluppo pacifico e adotti politiche prudenti in campo militare e di sicureza», ha detto Xi. E ha aggiunto: «Cina e Giappone sono vicini di casa, è nell’interesse fondamentale dei due popoli e nell’aspettativa generale della comunità internazionale che i rapporti tra i due Paesi procedano in modo stabile e sano. Lo spirito cinese è di usare la storia come uno specchio e guardare al futuro». Sulla storia tormentata dei rapporti sino-giapponesi Xi ha concluso che «è chiaro vedere chi ha ragione e chi ha torto». «Abbiamo fatto un primo passo verso il miglioramento delle relazioni bilaterali, penso che ora cominceremo a lavorare concretamente», ha detto Abe.
L’ansia giapponese
C’è stato un grande lavoro diplomatico intorno a questo vertice volante, tenuto a margine della grande riunione dell’Apec (Asia Pacific Economic Cooperation) inaugurata oggi a Pechino. Nella capitale sono arrivati i leader regionali, da Barack Obama a Vladimir Putin, all’indonesiano Joko Widodo. Ed è venuto anche Abe, con l’obiettivo principale di recuperare un rapporto con la Cina. La prima notizia dell’incontro tra i due leader è stata data dalla tv di Tokyo NHK: «Il meeting è cominciato alle 11.54 di questa mattina a Pechino» (le 4.54 in Italia). Le agenzie cinesi non hanno avuto la stessa fretta di dare l’annuncio: la Xinhua in due righe ha riferito alle 12.48 che «Su richiesta giapponese il presidente Xi ha ricevuto il premier Abe». Questa differenza sui tempi non è casuale: dimostra l’ansia giapponese e un voluto distacco cinese. Xi e Abe si sono visti nel Palazzo dell’Assemblea del Popolo, che domina la piazza Tienanmen.

Isole e storia
Le due parti avevano annunciato venerdì, in extremis, la volontà di avviare colloqui per «prevenire il deterioramento della situazione e per evitare che si verifichino situazioni inattese» (vale a dire scontri a fuoco intorno alle isole Senkaku/Diaoyu). Il portavoce giapponese Ken Okaniwa, che ha partecipato alla preparazione del vertice, ha precisato che al momento c’è solo «un accordo sul fatto che le due parti sono in disaccordo». Sembra un gioco di parole, ma la formula significa che Tokyo ammette l’esistenza di una rivendicazione cinese sulle isole. È una concessione importante agli occhi della Cina, visto che le Senkaku/Diaoyu sono controllate dai giapponesi. Pechino, oltre alla dichiarazione sule isole, pretende che Abe non vada più a rendere omaggio al santuario di Yasukuni, dove sono onorati 2,5 milioni di caduti giapponesi al servizio dell’imperatore, tra i quali 14 generali e politici condannati per crimini compiuti durante la seconda guerra mondiale. «Bisogna confrontarsi con la storia con onestà e coraggio, ma guardando al futuro», ci ha detto ancora Okaniwa. Su Yasukuni, Abe non si vuole impegnare.

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