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La Stampa
03 10 2014

A Hong Kong scoppia la violenza nel quartiere popolare di Mongkok, dove si è insediato un gruppo di studenti che ha occupato l’incrocio fra l’arteria Nathan Road e Argyle Street. Gruppi di appartenenti a Anti-OccupyCentral, distinguibili dal nastro blu, e di persone senza distintivi di riconoscimento, hanno cominciato a distruggere le tende e i manifesti degli studenti.

Con il passare delle ore la folla violenta si è fatta sempre più numerosa, e diverse persone sono state ferite o colpite. I quattro autobus che bloccavano l’incrocio sono stati lentamente spostati, ma nemmeno questo ha calmato i dimostranti anti-studenti. Molti studenti sono stati insultati, presi a calci e colpiti da bottigliette, mentre la polizia sembrava incapace di riprendere il controllo. Fra i presenti molti hanno denunciato che fra la folla violenta molti parlavano mandarino.

Per la prima volta i membri dei gruppi pro-democrazia si ritrovano nel mezzo di scontri violenti da parte di gruppi politici definiti pro-governo o pro-Pechino, per quanto il movimento studentesco avesse fatto suo lo slogan di mantenere le manifestazioni e occupazioni pacifiche. In serata, la folla intorno all’incrocio di Mongkok continuava a crescere, dopo che la Federazione Studenti di Hong Kong aveva cercato di chiedere rinforzi, per ritrovarsi però in minoranza davanti a una crescente presenza di violenti oppositori.

Ombrelli, libri, libertà. I ragazzi della rivoluzione

  • Martedì, 30 Settembre 2014 00:00 ,
  • Pubblicato in primopiano 2
La città è paralizzata per il secondo giorno di seguito dalla protesta contro la legge elettorale disegnata da Pechino per rendere una farsa il voto a suffragio universale promesso per il 2017. Quegli ombrelli, usati per proteggersi dagli spray urticanti della polizia, sono diventati il simbolo del movimento democratico.
Guido Santevecchi, Corriere della Sera ...

Corriere della Sera
29 09 2014

Le autorità chiedono ai manifestanti di disperdersi, ma migliaia restano in piazza. Pechino blocca Instagram e avverte le potenze straniere: non intromettetevi

di Redazione online

Hong Kong paralizzata dalle proteste. Decine di migliaia di persone sfidano Pechino e restano in piazza per chiedere più democrazia, nonostante gli inviti delle autorità a disperdersi e gli scontri scoppiati domenica. Pechino si trova ad affrontare una delle sfide politiche più impegnative da piazza Tiananmen, 25 anni fa. Lungi dal diminuire, il numero di manifestanti va crescendo di ora in ora ed ora si temono di nuovo scontri. In un estremo tentativo di sedare gli animi, l’esecutivo ha annunciato il ritiro degli agenti in assetto anti-sommossa dalle strade. E in effetti a situazione con la polizia, tesa fino alle ultime ore di domenica, è tornata a una relativa calma. Ma intanto l’esecutivo ha cancellato i fuochi d’artificio in programma per mercoledì, 1 ottobre, giornata di festa nazionale.

Sono ancora decine di migliaia gli studenti in piazza nell’area di Admiralty e Tamar, dove ha sede il governo di Hong Kong. Stamane gli studenti hanno assistito a comizi degli organizzatori delle manifestazioni, indette ufficialmente nella notte tra sabato e domenica, e intonato slogan pro-democratici. «Da movimento studentesco si è trasformato in movimento di disobbedienza civile», ha spiegato una giornalista del quotidiano locale, The Standard, incontrata ad Admiralty. «A Mongkok l’età dei manifestanti è generalmente più alta». I giovani provenienti dalle varie università dell’isola hanno sfilato lungo la Connaught Road in direzione di Admiralty, cuore delle proteste. Alcuni di loro distribuivano i nastri gialli simbolo degli scioperi degli studenti universitari in corso da lunedì. Assieme a loro, ad Admiralty, anche molti altri giovanissimi studenti delle scuole superiori, che costituiscono una delle componenti numericamente più importanti di Occupy Central. Minore, invece, la presenza delle forze dell’ordine rispetto a domenica, quando hanno attaccato la folla con lacrimogeni e spray al peperoncino (la polizia ha fatto sapere che domenica ha usato i gas lacrimogeni 87 volte).

Giù la borsa
Le proteste e gli scontri si sono fatti sentire anche sulla borsa di Hong Kong dove l’indice principale , a metà giornata, cedeva quasi due punti percentuali. Non ha invece risentito delle proteste la borsa di Shanghai.

La Cina blocca Instagram
Per impedire il diffondersi delle immagini della protesta il governo di Pechino avrebbe intanto bloccato Instagram in Cina, come riferiscono testimoni su Twitter. Questo per impedire che foto e video della protesta nella ex colonia britannica vengano diffuse attraverso i social. Il governo centrale cinese teme infatti che le rivendicazioni democratiche di Hong Kong arrivino anche nella madrepatria.

La minaccia di Pechino
La stampa ufficiale di Pechino bolla le manifestazioni come azioni ordite da «estremisti politici» che però sono «destinati al fallimento» perché «sanno bene che è impossibile modificare la decisione» sulle modalità delle elezioni del 2017 per il governatore. Il ministero degli Esteri cinesi ha intanto avvertito Stati Uniti e altre nazioni di non immischiarsi negli affari di Hong Kong perché le proteste sono una questione interna.

Cinquanta morti per gli attentati nello Xinjiang

Internazionale
26 09 2014

Sono 50 le vittime di una serie di attentati che ha colpito la regione autonoma dello Xinjiang, in Cina. Lo hanno confermato i mezzi d’informazione locali. L’attacco è avvenuto il 21 settembre nella provincia di Luntai, ma le forze dell’ordine non avevano ancora diffuso i dettagli sui fatti.

Il sito del governo locale ha scritto che gli attentati sono avvenuti alle 17 e hanno colpito due stazioni di polizia, un mercato all’aperto e un negozio. Tra le vittime ci sono 40 terroristi, sei civili e quattro poliziotti. Alcuni terroristi si sono fatti esplodere, mentre altri sono stati uccisi dalla polizia.

Dove si trova lo Xinjiang. Lo Xinjiang è una regione autonoma prevalentemente desertica abitata dagli uiguri e da altre etnie turcofone musulmane legate all’Asia centrale. La prima conquista militare da parte della Cina risale al secondo secolo dopo Cristo, ma la regione è rimasta largamente indipendente fino al 1949.

Negli ultimi anni Pechino ha favorito l’immigrazione di cinesi di etnia han, che attualmente rappresentano il 40 per cento della popolazione e sono la maggioranza nei centri urbani e nelle principali attività economiche.

La pressione demografica cinese ha irritato molti uiguri, che temono la scomparsa della propria cultura e denunciano la repressione delle autorità e il loro favoritismo nei confronti degli han. Queste tensioni sono spesso sfociate in episodi di violenza. Nel luglio del 2009 nel capoluogo Urumqi un gruppo di manifestanti uiguri ha attaccato gli han e le loro proprietà, dando il via a una serie di disordini che hanno causato quasi duecento vittime.

Fino a poco tempo fa le violenze legate alla questione uigura sono rimaste localizzate nello Xinjiang, ma nell’ottobre scorso un’auto guidata da tre uiguri ha travolto un gruppo di turisti in piazza Tiananmen a Pechino, provocando la morte di due persone oltre agli attentatori.

Il 29 luglio l’agenzia di stampa cinese Xinhua ha raccontato che un gruppo di persone armate di coltelli e asce ha attaccato un posto di blocco della polizia causando decine di morti e di feriti. Il 30 luglio il Congresso mondiale uiguro, un’associazione di uiguri che vivono in esilio, ha detto che non si è trattato di un attentato ma di scontri tra uiguri e forze di polizia e che i morti sono stati almeno un centinaio.

Cina, il boom del commercio di strumenti di tortura

Le persone e la dignità
23 09 2014

Dieci anni fa, le aziende cinesi che producevano ed esportavano nel mondo strumenti di tortura erano 28. Oggi, secondo una ricerca resa nota oggi da Amnesty International e da Omega Research Foundation, sono oltre 130, quasi tutte di proprietà statale. Stanno conquistando quote sempre più ampie nel turpe mercato globale degli strumenti di tortura e di repressione. Vendono in tutto il mondo, soprattutto in Asia e in Africa, contribuendo a violare i diritti umani.

Il campionario è molto ampio. Ne fanno parte prodotti che sono fatti naturalmente per provocare dolore e sofferenza e che dovrebbero essere vietati: manganelli elettrici, bastoni acuminati (con punte di metallo disposte lungo la parte terminale o addirittura su tutta la lunghezza dello strumento), sedie di costrizione, congegni metallici per serrare le gambe, il collo o i pollici.

Sette aziende cinesi pubblicizzano apertamente verso i mercati esteri questi prodotti inumani. Di recente, bastoni acuminati prodotti in Cina sono stati usati dalla polizia della Cambogia ed esportati alle forze di sicurezza di Nepal e Thailandia.

Le aziende che promuovono i bastoni elettrici sono 29. Cosa fanno lo racconta un sopravvissuto alla tortura, in questo caso all’interno della Cina (poiché è ovvio che accanto all’export c’è un florido mercato interno):

“Loro [i poliziotti] mi colpivano col manganello elettrico sul volto, è quella tortura che la polizia chiama “del popcorn”, perché il viso ti si apre e sembra come il popcorn. Fa una puzza terribile, di pelle bruciata”.
Il vantaggio di questi strumenti, dal punto di vista dei torturatori, è che possono essere azionati facilmente e produrre scariche multiple e dolorosissime su parti sensibili del corpo come i genitali, la gola, l’inguine o le orecchie senza che a distanza di tempo restino segni visibili. Sono stati usati di recente in Egitto, Ghana, Madagascar e Senegal.

Un’azienda, la China Xining Import / Export Corporation, che pubblicizza strumenti quali congegni serra pollici, sedie di contenimento, pistole elettriche e manganelli elettrici – ha dichiarato nel 2012 di essere in rapporti con oltre 40 paesi africani e che il suo commercio con l’Africa era superiore a 100 milioni di dollari Usa.

Poi ci sono altri strumenti, che potrebbero avere un utilizzo legittimo come i gas lacrimogeni, le pallottole di plastica e i veicoli antisommossa. Il problema è che la Cina li esporta in paesi dove vi è un elevato rischio che possano essere usati per compiere gravi violazioni dei diritti umani. Il rapporto di Amnesty International e Omega Research Foundation elenca, tra gli altri, Uganda e Repubblica Democratica del Congo.

Il rapporto denuncia la carenza dei controlli sulle esportazioni, la mancanza di trasparenza e soprattutto l’assenza della valutazione sulla situazione dei diritti umani nei paesi destinatari delle forniture.

Va detto che la Cina non è il solo paese non controllare efficacemente i trasferimenti di equipaggiamento per il mantenimento dell’ordine pubblico. Il commercio mondiale di questi prodotti è soggetto a scarsi controlli e persino laddove le norme sono più evolute, come negli Usa e nell’Unione europea, sono necessari miglioramenti per colmare le lacune esistenti, proprio mentre nuovi prodotti e tecnologie escono sul mercato.Dieci anni fa, le aziende cinesi che producevano ed esportavano nel mondo strumenti di tortura erano 28. Oggi, secondo una ricerca resa nota oggi da Amnesty International e da Omega Research Foundation, sono oltre 130, quasi tutte di proprietà statale. Stanno conquistando quote sempre più ampie nel turpe mercato globale degli strumenti di tortura e di repressione. Vendono in tutto il mondo, soprattutto in Asia e in Africa, contribuendo a violare i diritti umani.

Il campionario è molto ampio. Ne fanno parte prodotti che sono fatti naturalmente per provocare dolore e sofferenza e che dovrebbero essere vietati: manganelli elettrici, bastoni acuminati (con punte di metallo disposte lungo la parte terminale o addirittura su tutta la lunghezza dello strumento), sedie di costrizione, congegni metallici per serrare le gambe, il collo o i pollici.

Sette aziende cinesi pubblicizzano apertamente verso i mercati esteri questi prodotti inumani. Di recente, bastoni acuminati prodotti in Cina sono stati usati dalla polizia della Cambogia ed esportati alle forze di sicurezza di Nepal e Thailandia.

Le aziende che promuovono i bastoni elettrici sono 29. Cosa fanno lo racconta un sopravvissuto alla tortura, in questo caso all’interno della Cina (poiché è ovvio che accanto all’export c’è un florido mercato interno):

“Loro [i poliziotti] mi colpivano col manganello elettrico sul volto, è quella tortura che la polizia chiama “del popcorn”, perché il viso ti si apre e sembra come il popcorn. Fa una puzza terribile, di pelle bruciata”.
Il vantaggio di questi strumenti, dal punto di vista dei torturatori, è che possono essere azionati facilmente e produrre scariche multiple e dolorosissime su parti sensibili del corpo come i genitali, la gola, l’inguine o le orecchie senza che a distanza di tempo restino segni visibili. Sono stati usati di recente in Egitto, Ghana, Madagascar e Senegal.

Un’azienda, la China Xining Import / Export Corporation, che pubblicizza strumenti quali congegni serra pollici, sedie di contenimento, pistole elettriche e manganelli elettrici – ha dichiarato nel 2012 di essere in rapporti con oltre 40 paesi africani e che il suo commercio con l’Africa era superiore a 100 milioni di dollari Usa.

Poi ci sono altri strumenti, che potrebbero avere un utilizzo legittimo come i gas lacrimogeni, le pallottole di plastica e i veicoli antisommossa. Il problema è che la Cina li esporta in paesi dove vi è un elevato rischio che possano essere usati per compiere gravi violazioni dei diritti umani. Il rapporto di Amnesty International e Omega Research Foundation elenca, tra gli altri, Uganda e Repubblica Democratica del Congo.

Il rapporto denuncia la carenza dei controlli sulle esportazioni, la mancanza di trasparenza e soprattutto l’assenza della valutazione sulla situazione dei diritti umani nei paesi destinatari delle forniture.

Va detto che la Cina non è il solo paese non controllare efficacemente i trasferimenti di equipaggiamento per il mantenimento dell’ordine pubblico. Il commercio mondiale di questi prodotti è soggetto a scarsi controlli e persino laddove le norme sono più evolute, come negli Usa e nell’Unione europea, sono necessari miglioramenti per colmare le lacune esistenti, proprio mentre nuovi prodotti e tecnologie escono sul mercato.

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