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"Cento milioni di sesterzi come minimo vengono sottratti ogni anno dall'India, dai Seres e dalla penisola arabica. Tanto ci costano il lusso e le femmine". ...

Il Fatto Quotidiano
24 04 2014

Le autorità della provincia orientale cinese dello Zhejiang hanno arrestato il proprietario di una clinica che avrebbe aiutato donne in gravidanza a scoprire il sesso del proprio feto, cosa vietatissima oltre Muraglia. Chen Jiguo, 35 anni, inviava campioni di sangue delle donne a Hong Kong nel giro di un paio d’ore dal prelievo: un servizio veloce ed efficiente. La Procura l’ha arrestato per esercizio illegale della medicina, reato punibile con una pena fino a tre anni di carcere. Lo scorso autunno, la leadership cinese ha deciso di allentare la jihua shengyu (“pianificazione familiare”) consentendo alle coppie composte da almeno un figlio unico di avere una seconda gravidanza.

La deroga alla norma ormai trentennale dipende dal fatto che in Cina la popolazione sta ormai invecchiando e anche l’evoluzione dei costumi fa sì che molte famiglie, soprattutto nei centri urbani, decidano di avere un solo figlio o anche nessuno. Non è quindi più così necessario controllare la crescita demografica e si capisce ancor meno a questo punto l’aborto selettivo che colpisce soprattutto le bambine.

Il divieto a fare analisi per scoprire il sesso del feto è infatti una misura estrema per contrastare il fenomeno che ha già creato un rapporto sbilanciato tra i sessi: a livello neonatale, a 118 maschi corrispondono 100 femmine. Alla radice, ragioni soprattutto culturali: in regime di figlio unico, avere una femmina significa interrompere la linea familiare; inoltre, in base alla tradizione, dopo il matrimonio le ragazze diventano parte della famiglia del marito e i genitori temono così che quando saranno anziani non ci sarà nessuno a prendersi cura di loro.

Anche prima della decisione dello scorso autunno, le autorità avevano quindi concesso già da tempo molte deroghe al controllo delle nascite, soprattutto nelle aree rurali e tra le minoranze etniche. I test genetici sono invece del tutto legali a Hong Kong.

Circa 300 donne avrebbero quindi fatto ricorso ai servizi di “intermediazione” di Chen nel solo mese di febbraio e alcune di loro – riportano i media cinesi – avrebbero disposto per un’adozione dopo aver scoperto di essere in attesa di una femmina. Le donne ricevevano i risultati degli esami nel giro di 3-4 giorni. Pagavano fino a 7.500 yuan (quasi 900 euro) alla settima settimana di gravidanza e 6.000 all’ottava (700 euro). Chen si intascava 800 yuan (circa 93 auro) per ogni campione di sangue che raccoglieva e inoltrava: poco più di un ticket delle nostre parti. La notizia fa riflettere anche sulla natura particolare di Hong Kong, città che fin dalla sua fondazione per mano britannica, legata al commercio dell’oppio, prolifera di solito su ciò che è vietato nella Cina continentale.

Meraviglie del libero – liberissimo – mercato. Oggi si apprende infatti che a fronte dei divieti cinesi, nell’ex colonia di sua maestà qualsiasi laboratorio può offrire il servizio a patto che si serva di “personale medico qualificato”. E su internet, le inserzioni pubblicitarie al riguardo abbondano. Un’anonima insider di Shenzhen – citata dal South China Morning Post – rivela che per le sue mani e attraverso il confine passano almeno una dozzina di test al giorno. Se abbiamo così la conferma che ogni proibizionismo crea in automatico un nuovo, fiorente, mercato della porta accanto, resta da capire perché le donne cinesi – non è chiaro in quali numeri – ricorrano ancora agli aborti selettivi nonostante l’allentamento della politica del figlio unico.

Gabriele Battaglia

A Guangzhou il dramma dei bambini abbandonati

  • Giovedì, 27 Marzo 2014 10:08 ,
  • Pubblicato in Flash news

Globalist
27 03 2014

Questo e un racconto dell'orrore. Se non vi piacciono le storie brutte, esageratamente brutte, voltate pagina. E tutto comincia con quella che sembrava una decisione non bella ma ragionevole.

Qualche settimana fa la città di Guangzhou, nel Guandong, nel profondo sud della Cina, al confine con Hong Kong, annunciò la decisione di aprire in città un rifugio per bambini abbandonati. Letteralmente un baracchino nel quale i genitori che non vogliono o non possono tenere i loro figli appena nati, possono abbandonarli, al caldo e al sicuro sapendo che poi qualcuno si prenderà cura di loro.

Sembra assurdo ma in fondo meglio che buttare i bambini nei cassonetti della spazzatura come accade normalmelte. L'esempio di Guangzhou è stato seguito immediatamente da grandi e piccole città cinesi tanto grave è il fenomeno ovunque nel Paese. In 25 città sono stati create postazioni per abbandonare i bambini.

L'iniziativa a Guangzhou ha avuto immediatamente successo. Tanto, troppo, 52 bambini abbandonati in 13 giorni, quasi tutti gravemente malati. E così, il centro è stato temporaneamente chiuso per "eccesso di successo" con la promessa di riaprirlo più grande e meglio attrezzato. Questo però non ha fermato il flusso degli abbandoni, bambini abbandonti ora compaiono qua e la nella città, l'ultimo un bambino apparentemente sano lasciato accanto a un cantiere.

Non è facile il rapporto della Cina con i suoi figli. "Piccoli imperatori" viziatissimi da una parte, perché con la legge del figlio unico, ogni figlio di ogni coppia ha quattro nonni che si occupano esclusivamente di lui. Un peso insopportabile economicamente dall'altra soprattutto per le famiglie dei lavoratori emigrati lontano dai villaggi, senza possibilità di accesso ad assistenza sanitaria di alcun tipo.

Paolo Longo


Articolo Tre
17 03 2014

Si calcola che ogni anno in Cina vengano abbandonati almeno 10mila bambini. Questo è soprattutto dovuto alla politica del figlio unico, ed infatti, la maggior parte dei bambini abbandonati sono femmine, ma spesso sono anche bambini disabili o con malattie gravi.

Proprio per affrontare il problema degli abbandoni, lo scorso gennaio a Guangzhou, l'ex Canton, ed in altri luoghi, era stata inaugurata l'esperienza della "ruota degli esposti" ovvero la possibilità di lasciare i neonati presso un orfanotrofio in totale anonimato.

I genitori, infatti, lasciano il proprio bambino nel "nido", composto da una incubatrice e un allarme. Deposto il neonato, suonano l'allarme, che dà l'avviso con un certo ritardo, per permettere ai genitori di scomparire nell'anonimato.

Dall’apertura, avvenuta il 28 gennaio, nel solo Guangzhou, sono stati abbandonati 148 bambini e 114 bambine, un terzo dei quali sotto i 12 mesi di età e tutti con deformità o malattie.

Alcuni hanno paralisi celebrale, altri sindrome di Down e malattie cardiache congenite.

L'orfanotrofio collegato alla "ruota degli esposti" ha una capacità di 1.000 bambini, ma dopo l'inaugurazione dell'iniziativa ne ospita 1.121, mentre 1.274 sono stati affidati a famiglie.

Da qui la decisione di chiudere la ruota, mentre l'orfanotrofio resterà aperto e continuerà ad accogliere bambini abbandonati portati dalla polizia.

Cina. La città del sesso (Giampaolo Visetti, La Repubblica)

  • Martedì, 25 Febbraio 2014 00:00 ,
  • Pubblicato in primopiano 2
Trecentomila prostitute, 25 mila locali a luci rosse, un giro d'affari di 6 miliardi di euro all'anno e un milione di abitanti coinvolti nell'indotto del sesso. Sono i numeri di Dongguan, la più grande città-bordello del mondo che il regime vuole chiudere. E' l'effetto del ciclone scatenato dal partito contro i tre vizi di massa: droga, prostituzione e gioco d'azzardo. ...

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