×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

Il Fatto Quotidiano
06 12 2013

Dove la linea 1 della metro di Napoli termina la sua corsa, se esci dalla parte giusta ti ritrovi a Scampia. La prima cosa che noti sono i due manifesti affissi sui due palazzi che sorgono nella piazza antistante la stazione. Sui due manifesti c’è una scritta, in uno in italiano, nell’altro in inglese, che recita così: “Benvenuti a Scampia. Basta crederci e trovi un mare di bene a Scampia”. I manifesti, che rappresentano appunto il mare e l’orizzonte, sono opera di un’artista napoletana, Rosaria Iazzetta.

Dalla piazza della stazione alle Vele ci saranno duecento metri, di una via larga, di una via colorata di bianco e di azzurro, di una via che a dispetto della storia mi trasmette tranquillità.

E’ il giorno in cui inizia ufficialmente il “Laboratorio Mina”, dopo mesi di lavoro con alcune associazioni dell’area nord e del centro storico di Napoli: Comitato delle Vele, (R)esistenza Anticamorra, Insurgenzia, Figli del Bronx, Socialmente Pericolosi. Ma anche con Sky, con Cattleya, con il Comune di Napoli, con l’ottavo Municipio, con la Film Commission campana.

E con il fratello di Gelsomina Verde, una delle tante vittime innocenti della camorra, a cui si è deciso di intitolare il Laboratorio. Ho fortemente voluto che questo Laboratorio si tenesse dentro le Vele, nella sede del Comitato di lotta. E tutti mi hanno appoggiato in questa idea. Cercheremo, nei prossimi quattro mesi, di avviare una trentina di ragazzi napoletani alla conoscenza teorica e pratica di un cinema di finzione e documentario che tenti di indagare la realtà, in contrapposizione all’idea di spettacolarizzarla. E realizzeremo cinque cortometraggi che Sky manderà in onda contemporaneamente alla serie Gomorra.

E’ il giorno in cui se qualcuno mi chiedesse perché continui a fare il lavoro che faccio nel modo in cui lo faccio, risponderei: anche perché oggi posso contribuire a far nascere e crescere questo Laboratorio. Che per me significa trasmettere la voglia di sognare, gettare uno sguardo verso il futuro, fare politica. Ed essere in un territorio per me naturale. Perché tanti anni fa, quando il cinema era ancora un sogno, mi ritrovai in una salotto romano, con ragazzi che ora sono diventati chi critico, chi scrittore, chi regista, a sentire parlare di cinema. E a capire che il mio mondo non era quello, pur volendo io continuare a sognare di fare il cinema. Quella sera coniai una delle mie frasi ricorrenti: in più di due è una festa, ed io alle feste non vado. E in quel salotto, che pur era di un mio amico, non ci misi mai più piede. E ho cercato, e forse ci sono riuscito, di fare un cinema che mi portasse lontano da lì. Che mi portasse oggi a Scampia. Con il sogno e l’utopia di riuscire a ripartire da qui con qualche nuovo compagno di viaggio.

E’ il giorno in cui Pit, uno dei partecipanti al Laboratorio, mi viene a prendere alla stazione della metro e vuole accompagnarmi a piedi al Comitato, alla sede del nostro Laboratorio. “Sai, è meglio che vieni con me. Perché qui se qualcuno non ti conosce con quella faccia ti può scambiare per un poliziotto”, detto nella lingua più bella del mondo. Rido. Guardo Pit. “Tu dici?”. Pit mi fa segno di sì con una quasi rassegnata convinzione negli occhi. E allora sorrido. E mi avvio a fianco di Pit verso le Vele, verso il nostro Laboratorio.

Gianluca Arcopinto

Il Fatto Quotidiano
02 12 2013

Ricordate Richard Parker, la tigre del Bengala protagonista del film 'La vita di Pi'? Non era realizzata al computer: per molte scene è stato necessario utilizzarne una vera, di nome King, che più di una volta ha rischiato di annegare sul set, nel disinteresse totale dell’American humane association (Aha), l’associazione animalista che alla fine della pellicola permette la dicitura “nessun animale è stato maltrattato per realizzare questo film”.

Lo ha scoperto la rivista The Hollywood Reporter, che ha letto la mail inviata a un collega da una dipendente della Aha, la signora Gina Johnson, che come annuncia la stessa rivista, è stata licenziata in tronco dalla Aha. Da qui il magazine americano ha cominciato un’inchiesta, ascoltando altri membri della Aha che hanno preferito rimanere anonimi scoperchiando un mondo di maltrattamenti e uccisioni di animali in film che riportavano però la famosa dicitura “nessuno è stato maltrattato”.

La casa di produzione Fox, responsabile del film ‘La vita di Pi’ del regista Ang Lee, vincitore di quattro premi Oscar, ha negato con forza che la tigre King abbia mai rischiato di annegare. E la Aha ha risposto attaccando il report e affermando poi che la percentuale di animali non maltrattati nei film si avvicina al 99.8%. Un numero, spiegano alcune fonti, che è però gonfiato: sul set infatti sono presenti decine di migliaia di insetti, dai vermi alle lumache alle mosche, proprio per abbassare la percentuale di infortuni. Inoltre, continuano le fonti dell’Hollywood Reporter, per legge sono conteggiati solo gli incidenti che avvengono sul set vero e proprio, davanti alle telecamere. Non quelli che accadono durante i frequenti trasporti o nelle strutture che ospitano gli animali durante la lavorazione del film. Per il resto, i numeri del report sono ben diversi.

Nel kolossal ‘Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato’ di Peter Jackson sarebbero morti 27 animali, alcuni per troppa fatica e altri, tra cui pecore e capre, annegate durante una pausa del film in un canale vicino alla fattoria dove erano custodite. Quando uno degli allevatori, John Smythe, ha inviato una mail all’Aha per denunciare il fatto, si è sentito rispondere che non c’erano prove. In una successiva lettera l’uomo risponde che avendole sepolte lui poteva produrre come prova i cadaveri. Inutile, perché la replica dell’Aha è chiara: “Non essendo morte sul set durante la lavorazione del film non sono di nostra competenza”. In quello specifico caso poi, la Aha si è tutelata scrivendo sulla pellicola che “nessun animale era stato maltrattato durante le scene del film che erano state monitorate”. Una “finezza” legale non sempre usata visto che dicitura classica è messa anche quando nonostante diversi animali siano stati maltrattati, o addirittura morti.

Secondo l’inchiesta di The Hollywood Report, nel film ‘8 Amici da salvare’ prodotto dalla Disney un cane husky sarebbe stato picchiato violentemente e colpito più volte sul diaframma, come appare da questa mail interna e confidenziale della Aha, mai resa pubblica.

Mentre uno scoiattolo sarebbe stato calpestato e ucciso nella commedia romantica con Sarah Jessica Parker ‘A casa con i suoi’, prodotto dalla Paramount. Così come la Aha ha messo a tacere la moria di pesci e altri animali marini giunti morti sulla spiaggia nei quattro giorni seguenti la lavorazione di una scena del film Disney con Johnny Depp ‘Pirati dei Caraibi: la maledizione della prima Luna’. Una moria, spiegano i leaks, dovuta alle mancate precauzioni durante le numerose sequenze di esplosioni. Tre esempi di come, quando alla fine di un film si legge la dicitura “nessun animale è stato maltrattato per realizzare questo film”, ci sia poco da fidarsi.

Luca Pisapia

twitter: @ellepuntopi

Il film di Jean-Marc Vallée ha la stessa ottima accoglienza che ebbe al Festival di Toronto, ed è in corsa per gli Oscar. È una storia vera degli anni 80, quando l'Aids era al suo apice. Ron e Rayon si incontrano in ospedale. Due tipi che più diversi non potrebbero essere, il cowboy e il trans. ...

Quote rosa nei film. In Svezia nasce l’indice "Bechdel"

  • Giovedì, 07 Novembre 2013 15:03 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
07 11 2013

In Svezia, patria del politically correct, celebre per la neutralità e l’industria bellica, un gruppo di cinema ha deciso di adottare un indice, l’indice Bechdel, per misurare la presenza femminile nei film.

“L’intento - ha detto Ellen Tejle direttrice di Bio Rio, una delle sale che aderisce all’iniziativa - è di vedere più punti si vista e storie femminili sullo schermo”.

Per ricevere la “A” del pieno punteggio bisogna che il film abbia almeno due decenti personaggi femminili che parlino tra di loro su un argomento che non sia l’uomo conteso. “Per molti è stato un modi aprire gli occhi”, ha aggiunto la Tejle spiegando che gli spettatori raramente vedono “una donna super-eroe, o una donna scienziato, o una persona che affronti vittoriosamente delle sfide impegnative”.

Con questo criterio, un capolavoro assoluto come i “Sette Samurai” di Akira Kurosawa prenderebbe “Z”, se mai esistesse il punteggio, mentre chissà come sarebbe classificato il delizioso “Il colore del melograno” di Sergei Paradjanov, dove l’attrice georgiana Sofiko Chiaureli impersona sia i ruoli maschili sia quelli femminili?

Secondo il “Centre for the Study of Women in Television and Film” di San Diego, dei 100 principali film americani realizzati nel 2011, un terzo dei personaggi sono femminili ma solo l’11 per cento ha un ruolo da protagonista.

Tra le prime a salutare il nuovo indice c’è l’attrice americana Jada Pinkett, moglie di Will Smith: “Molto interessante - ha commentato da Beverly Hills a una cena di beneficienza per l’equaglianza dei sessi - Dico: hey stiamo a vedere se funziona”.

Ma non tutti in Svezia applaudono. La fisica Tanja Bergkvist che tiene un blog dove, tra l’altro, si critica l’ossessione svedese per l’eguaglianza dei generi, scrive: “Se vogliono un film diverso, semplicemente se lo facciano per conto loro”.

Il critico cinematografico Hynek Pallas ha attaccato il potente l’istituto statale per il cinema, grande sponsor dell’esperimento, accusandolo di voler dire al pubblico “cosa deve e cosa non deve guardare”.

Anna Read, fondatrice del London Feminist Film Festival la pensa ovviamente in modo diverso: “mi piacerebbe - ha detto al Telegraph - che la cosa venisse introdotta anche da noi”.

La società occidentale dopo aver seppellito la vecchia concezione dello stato etico a metà del Novecento, la recupera adesso nella forma farsesca del moderno proliferare di regolamenti, indicazioni, indici. Tutto però in nome della democrazia.

Claudio Gallo

Logos 2013

  • Mercoledì, 09 Ottobre 2013 07:58 ,
  • Pubblicato in Banner

facebook