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Violenza sulle donne, il piano che non c'è

  • Venerdì, 01 Agosto 2014 08:39 ,
  • Pubblicato in Flash news

Corriere della Sera
01 08 2014

Primo agosto 2014. La Convenzione sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica è da oggi in vigore in tutti gli Stati membri del Consiglio d'Europa, ovvero in 47 Paesi e per 820 milioni di cittadini.

Era necessario che almeno dieci nazioni, di cui otto membri del Consiglio, ratificassero la Convenzione, perché venisse estesa a tutti gli altri Stati. Firmata a Istanbul nel 2011, la Convenzione è il primo strumento vincolante a livello internazionale, avente come obiettivo la creazione di un quadro giuridico integrato: ha un'impostazione molto "pragmatica" che rimanda a un'idea concreta dei diritti umani come relazioni eque nascenti innanzitutto dal rispetto nei rapporti interpersonali e intergenerazionali, affettivi e familiari, a partire dalla vita di tutti i giorni.

Può essere riassunta attraverso quattro "P": prevenzione, protezione e sostegno delle vittime, perseguimento dei colpevoli, politiche integrate. ...

27ora
30 07 2014

Dodici donne uccise ogni giorno dalla violenza di genere, in un’ Europa dove i femminicidi domestici costituiscono circa il 28% del totale degli omicidi. Nel 2013, 143 donne sono morte per mano dei loro compagni nel Regno Unito, 134 in Italia, 121 in Francia. Numeri che si aggiungono alle agghiaccianti statistiche su maltrattamenti, matrimoni forzati, mutilazioni genitali; calcoli al ribasso dai quali sono esclusi i troppi casi che restano nell’ombra per paura e omertà. Gli ultimi dati sul femminicidio sono diffusi dal Consiglio d’Europa, l’organismo paneuropeo che difende i diritti umani e oggi conta 47 Paesi, 820 milioni di cittadini dal Caucaso al Mare del Nord.

Fotografia di un continente che ha scelto la via dello Stato di diritto e della dignità della persona ma fatica a costruire una società libera da discriminazioni sottili e aperte forme d’oppressione. Un quadro nel quale pregiudizi e carenze normative s’intrecciano con le nuove problematiche legate all’immigrazione e al regime di austerità che costringe molti governi a tagliare sui servizi.

Come denuncia il Consiglio, scarseggiano programmi specifici e forze dell’ordine adeguatamente formate, in un circolo vizioso che alimenta la sfiducia delle vittime nelle istituzioni chiamate a informarle e tutelarle.

Il primo agosto entra in vigore la Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne approvata nel 2011, firmata da 32 Paesi, ratificata da 13 (Italia inclusa): il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante che inquadra in una cornice specifica gli abusi contro donne e bambini, definendo un quadro legale tanto ampio da proteggere le donne da qualsiasi forma di violenza. Un testo che indica strumenti operativi indispensabili come le strutture destinate all’assistenza psicologica e materiale – e che punta a una rivoluzione culturale di lungo periodo escludendo “l’onore”, la religione, le tradizioni dalle categorie ancora utilizzate, in modo più o meno esplicito, per difendere i responsabili delle violenze.

Gli spiccioli antiviolenza

Lipperatura
10 07 2014

Le parole per dirlo andranno anche ripensate e trovate. Ma intanto trovate i fondi. Perché è inutile farcire i discorsi di quanto si è attenti alla questione della violenza, ed è inutile approvare i decreti sicurezza che poi servono ad altro (a perseguire i NoTav, e adesso mi aspetto che, così come quando parlo di Amazon spunta fuori un certo commentatore, sempre quello, a difenderlo, spunti fuori l’altro che reagisce come i cavalli di Frau Blücher alle tre lettere T-A-V). E’ inutile quando la situazione dei centri antiviolenza è quella che denuncerà oggi alle 14.30 D.i.Re, la rete che riunisce i centri, alle ore 14,30 nella Sala Stampa della Camera dei Deputati e alle 15.30 protesterà a Roma in Via della Stamperia 8, davanti alla sede della Conferenza Stato-Regioni.
I motivi sono qui (e qui l’articolo de Il Fatto Quotidiano)

I Centri antiviolenza che da oltre vent’anni operano in Italia, riconosciuti come luoghi di buone pratiche per fronteggiare il fenomeno della violenza contro le donne, non possono essere liquidati con quattro soldi. La storica esperienza e competenza di questi luoghi deve rappresentare un punto di partenza per tutti.

La distribuzione dei fondi non è chiara, temiamo che siano distribuiti con criteri “politici” disperdendo le già scarse risorse messe in campo.
E’ evidente che i Centri, che da oltre vent’anni lavorano in Italia con le donne, finiranno per avere finanziamenti irrisori mentre si cerca di creare un sistema parallelo di centri istituzionali con competenze improvvisate le cui procedure ancora “ingessate” in rigidi criteri burocratici, non saranno in grado di rispondere alle domande delle donne vittime di violenza. In particolare: anonimato, ascolto competente e privo di giudizio, rispetto della loro volontà.
La storica esperienza e competenza dei luoghi di donne deve rappresentare il punto di partenza per le istituzioni per costruire una politica che guardi all’esperienza nata dai Centri Antiviolenza, riconoscendone tutto il valore in quanto luoghi di libertà e autodeterminazione delle donne. Nei centri istituzionali c’è il rischio che prevalga la burocrazia, gli aspetti giudicanti e formalizzati, che non garantiscono l’anonimato e l’ascolto dei desideri della donna, rispettandone i tempi e le scelte.

Non a caso la Convenzione di Istanbul individua nelle Associazioni di Donne il luogo privilegiato di risposta al fenomeno in quanto portatrici di una forte motivazione e capaci di mettere in campo iniziative utili ad un cambiamento

I Centri Antiviolenza ritengono che la generica modalità di impiego delle risorse economiche indicate dal piano di ripartizione dei fondi, non solo non porti alcun cambiamento nelle pratiche dei servizi e di conseguenza nella cultura sociale ma al contrario si incrementi il rischio per le donne che subiscono violenza e che decidono di allontanarsene di non essere sostenute adeguatamente.
I centri antiviolenza chiedono

- che i criteri di riparto dei finanziamenti siano ridiscussi e condivisi con i centri antiviolenza nel rispetto delle raccomandazioni europee.
- che i centri antiviolenza pubblici siano, in questa prima fase, esclusi dal riparto dei fondi: la Convenzione di Istanbul che entrerà in vigore il 1° agosto, sostiene che i governi devono privilegiare le azioni dei centri antiviolenza privati gestiti da donne in quanto servizi indipendenti.
- che nella distribuzione siano compresi solo i centri antiviolenza gestiti da realtà del privato sociale attive da almeno 5 anni e che il finanziamento premi maggiormente i centri antiviolenza che operano da più anni valutando i curricula, i progetti svolti e il tipo di intervento che garantiscono.
- Che ci sia una forte raccomandazione alle Regioni di utilizzare i finanziamenti in aggiunta ai quelli che le amministrazioni regionali dovranno stanziare.

Il Fatto Quotidiano
16 05 2014

Eravamo in 130 il 10 e l’11 maggio a Reggio Emilia. Ci siamo incontrate tra le mura antiche dell’Ostello della Ghiara, avvocate, operatrici, e attiviste dei 73 centri antiviolenza D.i.Re, per riflettere sull’azione politica che da oltre vent’anni conduciamo contro la violenza alle donne. Abbiamo parlato delle difficoltà incontrate nel rapporto con le istituzioni che ci chiedono di svolgere dei servizi senza comprendere la nostra metodologia che ci impone di valorizzare le scelte delle donne e di rispettare la loro autodeterminazione.

Quello che dà valore alle nostre azioni è l’analisi politica e culturale che facciamo del fenomeno. Oggi molti luoghi che si dichiarano centri antiviolenza affrontano il problema e si relazionano alle donne in modi distanti dai nostri. I criteri di definizione di un centro antiviolenza non possono esaurirsi nella mera previsione di professionalità, solitamente inquadrate in psicologhe, educatrici ecc. prescindendo dal ruolo culturale e politico.

La “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”, conosciuta come Convenzione di Istanbul dal primo agosto sarà vincolante (è stato raggiunto il numero minimo di dieci Paesi che l’hanno ratificata e l’Italia lo ha fatto il 23 giugno scorso) e porterà innovazione nel nostro Paese. L’Italia e tutti gli Stati che l’hanno ratificato dovranno riconoscere, come ha sempre fatto il pensiero femminista, che la violenza contro le donne è l’espressione di rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi. Il fenomeno dovrà essere letto come una violazione dei diritti umani ed una grave forma di discriminazione e si dovrà perseguire l’obiettivo dell’eguaglianza tra donne e uomini.

La lettura del fenomeno della violenza nella Convenzione di Istanbul è coerente e vicina a quella dei centri antiviolenza che lo ritengono un prodotto della cultura contro cui non sono efficaci gli inasprimenti di pene detentive. Il problema va aggredito a più livelli.

La logica emergenziale e securitaria che, fino ad oggi, è stata l’unica strategia istituzionale, dovrà essere accantonata e il Governo in qualche modo dovrà tenere in considerazione le sollecitazioni ed i suggerimenti portati dai centri D.i.Re. L’intervento penale, ad esempio, è uno degli strumenti a disposizione delle donne per fronteggiare situazioni di violenza, ma non è il solo e soprattutto non può esaurire le politiche di contrasto alla violenza. La cosiddetta legge sul femminicidio (119 del 2013) è stata l’ennesima risposta di carattere emergenziale che ha individuato nella norma penale lo strumento privilegiato di protezione delle vittime, percepite come soggetti deboli da tutelare.

Ci sono altri interventi sui quali siamo critiche, ovvero quei “codici rosa” (non tutti e approfondirò l’argomento a breve) già adottati in alcuni pronto soccorso e ospedali, che intervengono sul presupposto della fragilità delle donne considerate deboli. Alcuni codici rosa hanno strutturato rigide procedure, ma le situazioni di maltrattamento vissute dalle donne seppur con caratteristiche comuni sono anche molto differenti tra loro e non si può dettare una risposta alle donne, peraltro sempre la stessa.

Questo tipo di intervento mette a rischio lo svelamento della violenza. Se ci sono donne che in alcune regioni chiamano i centri dichiarando la loro paura ad andare al pronto soccorso, qualcosa deve essere rivisto. Le donne non possono sentire alcun sostegno se provano diffidenza per azioni percepite come imposte o invasive. Peraltro se le istituzioni agiscono con queste modalità ripropongono alla donna il ruolo di soggetto passivo e controllato, lo stesso ruolo che viene imposto dagli uomini che le maltrattano. Qualunque aiuto non può prescindere dalla partecipazione e dalla condivisione delle donne a cui è rivolto.

Fortunatamente il Trattato di Istanbul vincolerà le istituzioni a non considerare le donne come soggetti deboli da tutelare. Il testo indica un approccio innovativo, punta sull’autodeterminazione delle donne e chiede di mettere in campo strategie e azioni strutturali ed integrate per affrontare il problema da un punto di vista culturale e politico.

La formazione e l’informazione saranno due altre questioni centrali per la prevenzione: la scuola, la stampa e la televsione, il web saranno chiamati ad assumersi l’impegno di cambiare il linguaggio e il pensiero sui ruoli e la rappresentazione di donne e di uomini con l’obiettivo di abbattere stereotipi e discriminazioni.

Coloro che, nelle istituzioni o nella società civile per lavoro o per attività politica, si troveranno ad affrontare il problema della violenza, dovranno fare la propria parte.

A questo punto la parola e la prossima mossa spetta al Governo, silente ormai da molti mesi su questa questione: che spazio intende dare alla applicazione della Convenzione di Istanbul?

Noi faremo la nostra parte.

Nadia Somma

Il Fatto Quotidiano
06 02 2014

Violenza in casa, a lavoro, in pubblico, online, ieri alla conferenza dell’agenzia per i diritti a Bruxelles la presidenza del semestre greco ha presentato i risultati della prima rilevazione statistica europea fatta nei 28 paesi sulla violenza sulle donne, fenomeno e problema sociale che si stima colpisce almeno 62 milioni di cittadine europee tra i 17 e i 74 anni e costa in europa una cifra intorno ai 223 miliardi di euro.

I dati sono purtroppo allarmanti, una donna su tre in Europa ha subito una qualche forma di violenza, fisica, sessuale, psicologica, economica, stalking e il terreno si è esteso anche nel mondo online sopratutto tra le giovani che ricevono anche prima dei 17 anni minacce e intimidazioni. ”I dati sulla violenza sono fondamentali, una persona spesso vive più tipi di violenza contemporaneamente, per questo il fenomeno va affrontato nella sua complessità all’interno di un quadro generale di riferimento standard che attraverso dati uguali per tutti permetta di costruire una strategia politica comune ai 28 paesi dell’Unione europea. I dati di questa rilevazione confermano quanto sia necessario agire velocemente e in maniera concordata. Mi auguro che si proseguirà su questa strada anche a livello di amministrazioni nazionali, per continuare a monitorare il fenomeno”, afferma Maura Misiti, ricercatrice del CNR-IRPS e autrice di Ferite a morte, presente alla conferenza. Un altro dato sconcertante è che le donne di ogni età non denunciano abbastanza. Le ipotesi di tale reticenza sono diverse, per paura, per sfiducia verso le istituzioni (ovvero verso la polizia, i giudici e i tempi dei processi, i servizi sociali..), per mancanza di un’ autonomia economica che potrebbe permettere loro di liberarsi e allontanarsi da situazioni di violenza domestica, per mancata percezione che quello che loro accade è violenza e può essere fermata perché esistono leggi e lo Stato dovrebbe essere dalla loro parte.

Ma la questione vera non è solo che le donne non denunciano, perché la rimozione di questo problema è collettiva, delle donne come degli uomini di ogni età. Lo dimostra l’assuefazione di tutti noi alle pubblicità sessiste che contengono stereotipi negativi dei ruoli che le donne come gli uomini dovrebbero ricoprire, per giungere al fatto che ci interessa molto di più sapere che tipo di linguaggio sessista e offese si sono fatti i politici tra di loro piuttosto di sapere cosa stanno facendo per meritarsi di ricoprire certe cariche. E così ci si abitua, è come il fumo passivo, si respira senza rendersene conto, e si cresce dentro in immaginario in cui la violenza è parte della vita quotidiana e non si riconosce quando la stiamo subendo.

La cosa peggiore è che si trasmette senza volere alle nuove generazioni: immagini, comportamenti, linguaggi, sino ai testi obsoleti dei libri scolastici. Eppure dare un esempio diverso di uomini e donne restiuitrebbe futuro a tutti. Così il vecchio continente europeo che pensa di essere il paladino dei diritti umani e dei processi democratici scivola sulla questione della violenza sulle donne. Il dato di una donna su tre in 28 paesi europei ci mette davanti ad un serissimo problema sociale che lede lo sviluppo della nostra società perché estremamente radicato. Non si tratta solo di una lesione dei diritti umani ma di una mancanza di democrazia nel riconoscere quello che sono uomini e donne davanti agli Stati e davanti all’Europa, ovvero cittadini con gli stessi diritti di cittadinanza. Non siamo in Afghanistan dove la legge viene fatta in casa, non siamo in India, luogo da cui arrivano storie agghiaccianti, siamo in Europa, e la violenza sulle donne di ogni età esiste ugualmente anche se abbiamo molte più leggi a disposizione, abbiamo elettricità 24 ore su 24, acqua corrente a disposizione, lavatrici, automobili, frigoriferi in ogni casa, e pensiamo che la parità è raggiunta perché c’è il divorzio e si può uscire al cinema la sera con le amiche o gli amici.

Ciononostante ci sono buone notizie, l’Unione Europea ha avviato il processo di ratifica della Convenzione di Istanbul, e a breve lo farà anche la Francia. Mancano poche ratifiche all’entrata in vigore obbligatoria della Convenzione di Istanbul e sarebbe magnifico se ciò accadesse durante la presidenza italiana del semestre europeo. Ciò forse aiuterebbe a far tornare questo importantissimo tema sui tavoli della politica italiana affinché venga affrontato seriamente visto che ad oggi nel nuovo governo italiano non c’è neanche stata una nomina alle pari opportunità. Di conseguenza è sospeso o annullato il lavoro della task force per riscrivere il piano di azione nazionale per contrastare e prevenire la violenza sulle donne che, per la prima volta, anche se in maniera marginale, aveva coinvolto nei tavoli tecnici alcune organizzazioni nazionali della società civile che lavorano sul tema.

Che fare? Aspettare le istituzioni per aspettare un cambiamento? La storia ci insegna che le istituzioni intervengono principalmente quando le persone comuni sono già a metà se non quasi alla fine dell’opera. Sicuramente oltre all’intervento dei policy maker c’è bisogno che i cittadini, uomini e donne, si assumano la responsabilità della propria cittadinanza e cambino la loro attitudine, i loro comportamenti, la loro percezione e atteggiamento scettico nei confronti della violenza. C’è bisogno che la violenza sulle donne venga riconosciuta e che venga prima di tutto contrastata nel vivere quotidiano di ognuno di noi. Solo così le varie leggi, politiche e attività relative alla prevenzione e al contrasto potranno prendere forma e diventare realtà al punto da far diminuire quei fatidici numeri che le statistiche sulla violenza riportano e che a volte determinano orrendi omicidi-feminicidi, non numeri ma vite che nessuno Stato può permettersi di perdere.

Simona Lanzoni


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