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Il Fatto Quotidiano
23 07 2014

Dopo l’annuncio, la firma. Via libera a Bologna al registro per i matrimoni omosessuali. Lunedì 21 luglio, in serata, il sindaco Virginio Merola ha infatti emanato la direttiva che permetterà, a partire dalla fine dell’estate, di trascrivere nei registri di stato civile del comune le unioni gay celebrate all’estero. Il provvedimento era stato promesso dalla giunta due giorni dopo il Pride, e segue il solco tracciato dall’amministrazione di Napoli e da Luigi de Magistris.

Anche se la strada per arrivarci non è stata semplice. Solo l’annuncio aveva infatti scatenato le accuse del centrodestra locale da una parte, e quelle della Curia dall’altra. L’Arcidiocesi di Bologna, in particolare, si era scagliata contro l’amministrazione, attraverso un durissimo articolo apparso su Bologna Sette, allegato del giornale Avvenire. Nel pezzo, il giurista Paolo Cavana parlava di “grave forzatura della legge dettata solo da ragioni di visibilità politica”.

Strali che non hanno comunque convinto il sindaco a cambiare rotta. Anzi, all’indomani della firma dell’atto, Merola ha rilanciato, sollecitando il Governo a equiparare il prima possibile i diritti delle coppie dello stesso sesso. “Mi auguro – ha detto – che questa nostra scelta possa contribuire alla creazione di una maggiore consapevolezza nell’opinione pubblica tanto quanto nel nostro Parlamento in merito alla necessità di approvare al più presto una legge nazionale che estenda i diritti dei coniugi alle unioni civili fra persone dello stesso sesso”. In attesa di questo passo, ha poi aggiunto, “con la trascrizione nei registri, Bologna afferma un importante principio di libertà e di giustizia. Andiamone orgogliosi”.

Il registro, che in mancanza di un intervento legislativo non avrà comunque effetti giuridici, sarà attivo dal 15 settembre, ma potranno essere trascritti anche matrimoni celebrati prima di quella data. Per ottenere il riconoscimento sono previsti due passaggi. La coppia dovrà fare richiesta con un’istanza in bollo rivolta al sindaco, e redatta su un modulo disponibile all’ufficio matrimoni o scaricabile dal sito internet Iperbole del comune. Il foglio andrà poi presentato al Protocollo generale di Bologna, con un documento d’identità, l’atto di matrimonio originale e una sua versione italiana eseguita da un traduttore giurato. Unico limite sarà la residenza a Bologna. Per fare domanda è necessario, infatti, che almeno uno dei due sposi sia cittadino italiano, ma entrambi devono risiedere entro i confini della città.

Bologna si conferma così uno dei capoluoghi più “gay-friendly” d’Italia, sia dal punto di vista culturale, sia da quello politico. In questa direzione di gesti, seppur simbolici, Merola ne aveva già fatti. Un segnale chiaro, ad esempio, era stato lanciato tre anni fa, quando il sindaco volle partecipare alla festa per le nozze dell’allora consigliere comunale Sergio Lo Giudice, celebrate una settimana prima a Oslo, in Norvegia. Oggi Lo Giudice è senatore del Pd e da Roma fa sapere di avere già i documenti sul tavolo, e di essere pronto per inaugurare il registro. “Io e mio marito Michele aspetteremo il 15 settembre per potere festeggiare, insieme ad altre coppie bolognesi, questo nuovo passo avanti della nostra città. Poi toccherà al Parlamento rispettare la scadenza di settembre, per estendere i diritti matrimoniali alle coppie dello stesso sesso, come annunciato da Matteo Renzi”. Ma a Bologna sono tanti gli omosessuali eletti nelle istituzioni locali. A partire dai consiglieri comunali Cathy La Torre di Sel, e Benedetto Zacchiroli in quota Pd. Fino a Franco Grillini, consigliere regionale ex Idv, oggi nel gruppo misto, e presidente onorario dell’Arcigay. Va detto anche che il circolo Arcigay bolognese è uno dei più antichi e il primo ad avere una spazio pubblico concesso dal Comune. Anche per questo rappresenta oggi un punto di riferimento per l’intera comunità lgbt, che si batte contro le discriminazioni e per l’estensione dei diritti.

"Assistenza ed eredità questi i nodi da sciogliere"

  • Lunedì, 21 Luglio 2014 07:22 ,
  • Pubblicato in Flash news

La Stampa
21 07 2014

Katia e Ilona hanno fatto una scelta. "Per evitare qualunque problema sul lavoro abbiamo deciso di aprire un'attività per conto nostro". Gestiscono insieme una paninoteca ambulante. "In questo modo, seminai un giorno una di noi decidesse di avere un figlio non avremmo problemi a gestire la maternità", spiega Katia. ...

In Italia le coppie omosessuali non esistono (quasi)

  • Martedì, 01 Luglio 2014 13:19 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina99
18 06 2014

Annunciata per settembre una legge sulle unioni civili. Secondo l'Istat però le coppie dello stesso sesso che convivono sono pochissime. Perché molti preferiscono non dichiararsi. E hanno buoni motivi per restare nell'ombra.
[Questo articolo è tratto da pagina99we in edicola da sabato 28 giugno]
Giugno è il mese dell’Orgoglio. Il “Pride”, la rivendicazione dei diritti di lesbiche, gay, bisessuali e transgender. Diritti che in Italia ormai da lungo tempo sono attesi. E parlando di diritti, il più discusso da sempre è quello del riconoscimento delle relazioni affettive.


Settembre, secondo quanto annunciato recentemente dal Presidente del Consiglio Renzi, sarà un mese cruciale per quelle coppie omosessuali che in Italia desiderano un riconoscimento. Una legge, i cui contenuti sono in questo momento in discussione, potrebbe legittimare ciò che fino a oggi nel Paese dei Campanili non è mai stato considerato legittimo. Il cammino della discussa legge sull’omofobia intanto procede a rilento, tra contestazioni e ostruzionismi. «Ora la priorità è la legge sulle unioni civili», dice il senatore Pd Sergio Lo Giudice.


Già, ma quante persone potranno avvalersi della legge sulle unioni omosessuali? In sostanza, quante sono le coppie omosessuali in Italia?

Il conto l’ha fatto l’Istat, nel 2011. Il primo censimento nella storia italiana delle coppie dello stesso sesso, pubblicato qualche giorno fa: 7.513 coppie. 3.133 al Nord Ovest, 1.584 al Nord Est, 1.530 al Centro, 1.266 al Sud e nelle Isole. 529 le coppie che hanno un figlio. In totale 15.026 persone che hanno dichiarato di far parte di una coppia omosessuale su 59 milioni di abitanti. Poche, pochissime.


Le appena 7.500 coppie censite dagli statistici avranno fatto forse gioire chi in Italia da sempre nega, alla stregua dell’ex presidente iraniano Ahmadinejad o di qualche politico russo, l’esistenza di una consistente popolazione omosessuale. Coloro che magari sostengono che una legge contro l’omofobia possa pericolosamente trasformarsi in reato di opinione.


Le appena 7.500 coppie censite avranno fatto forse tremare una parte dell’associazionismo lgbtq in Italia, quella che per un decennio ha lottato per far entrare le unioni omosessuali nei conti dell’Istituto Nazionale di Statistica, ingaggiando prima una battaglia d’opinione con l’Istat stesso, “Contaci!”, poi mettendo in atto un’operazione per convincere le coppie a dichiararsi attraverso una campagna di sensibilizzazione: “Fai contare il tuo amore”.


«Il dato è sottostimato perché raccoglie solo quelle persone che hanno scelto di dichiarare la loro relazione affettiva e la loro convivenza», queste le parole dell’Istituto Nazionale di Statistica.

Al momento della rilevazione, all’Istat erano ben coscienti di quali sarebbero stati i risultati. Per chi conta i numeri, le motivazioni del flop dell’orgoglio delle coppie omosessuali, forse il più sonoro perché il primo istituzionale, sono da rintracciare innanzitutto in un dato puramente statistico. Il censimento prendeva in considerazione solo le coppie conviventi. E molte persone, pur convivendo, hanno domicili fiscali diversi. Dall’altra parte, senza mezzi termini, ci si è scontrati con la scarsa volontà di mostrarsi.


Gli omosessuali, che in Italia da sempre considerano lo Stato come una trimurti cieca, muta e sorda, nella prima occasione per mostrarsi hanno voltato le spalle. Una reazione automatica, non una semplice questione di privacy. Non si sono fatti vedere. Probabilmente per paura di uscire allo scoperto nel nostro Paese. Per paura del giudizio degli altri. Per paura dell’omofobia, come hanno sottolineato le associazioni lgbtq.

Quanto può aver influito davvero il giudizio, o pregiudizio, sul coming out statistico delle coppie non è dato sapere, ma almeno il clima in cui questo coming out è avvenuto sì.


È ancora una volta l’Istat a descriverlo, in un’indagine realizzata nello stesso anno del censimento. L’indagine chiamata La popolazione omosessuale nella società ha messo a nudo i sentimenti e i pensieri degli italiani nei confronti dell’omosessualità, compresa l’opinione sulle coppie gay e lesbiche.

Quanto è accettabile una relazione affettiva e sessuale tra due uomini? E quanto tra due donne? Questa è stata in sostanza la domanda dell’Istat agli italiani.


E in un raffronto tra dati reali, quelli del censimento, e dati raccolti a campione dall’Istituto Nazionale di Statistica, si configura questo scenario. Nel Nord Ovest, dove 40 persone ogni 100.000 si sono dichiarate omosessuali e in coppia, il 36,5% della popolazione ha dichiarato poco accettabile o non accettabile una relazione tra due uomini e il 35,5% una relazione tra due donne. A Sud e nelle Isole, dove solo 12 persone su 100.000 si sono dichiarate, quasi un quarto rispetto al Nord Ovest, il 50,9% della popolazione ha dichiarato poco o per niente accettabile un rapporto tra uomini, il 50,6% un rapporto tra donne.


Come dire che a Nord Ovest appena 40 persone, dichiarandosi, hanno sfidato il giudizio di 36.500 individui contrari a un rapporto tra uomini e 35.500 contrari a una relazione tra donne. A Sud e nelle Isole, quelle 12 persone che si sono dichiarate hanno sfidato il giudizio di 50.900 persone che non accettano un rapporto gay e 50.600 che non accettano un rapporto tra lesbiche.

Numeri che fanno della resistenza nella Battaglia delle Termopili una gita fuori porta.


Ma per capire il dato italiano vale la pena fare uno zoom out. Dalla cartina tracciata dall’Istat, all’Europa.

Stesso anno, altro censimento, altro paese. La Francia dei Pacs, attivi dal 1999, ma che ancora non aveva aperto al matrimonio. 200.000 omosessuali si dichiararono in coppia. Solo il 16% non viveva sotto lo stesso tetto. A dirlo è l’Insee, l’Istituto Nazionale di Statistica e di Studi Economici Francese.

Stesso anno, altro censimento, ancora un altro paese. Spagna. Il Paese che nel 2005 aveva già dato il via ai matrimoni tra omosessuali: 55.000 coppie. Rispettivamente: più di 37.000 formate da gay, 17.000 da lesbiche.


La Gran Bretagna, sempre nel 2011, stimava 63.000 coppie, 3.000 di queste con figli, 59.000 unite da una “civil partnership”. Un numero che nel giro di due anni è stato aggiornato alle 79.000 del 2013. Oggi ci si sposa.

Lo Statistisches Bundesamt, rendicontando il suo Zenzus 2011, ha comunicato che, nella Repubblica Federale di Germania, le coppie omosessuali che hanno stipulato l’Eingetragene Lebenspartnerschaften, l’unione civile, al 2011 erano circa 29.000.

C’era una coppia omosessuale francese, una spagnola, una inglese, una tedesca... per quella italiana i conti non tornano.


Anche perché, nella Penisola, la popolazione omosessuale e bisessuale supererebbe di gran lunga il milione di persone. Le 7.513 coppie omosessuali del 2011 sembrano ancora meno, soprattutto se confrontate alle omologhe europee, che già da decenni godono di diritti, che sono protette da leggi e riconosciute dallo Stato. E se il numero delle coppie dichiarate dipendesse dal clima che si respira in un paese ossigenato dal riconoscimento e dalla qualità dei diritti sanciti dello Stato?

La politica italiana cieca, muta e sorda, torna solo oggi a discutere di diritti per le coppie omosessuali.

«È giusto che una coppia omosessuale si sposi, se lo desidera». Questa è una delle affermazioni su cui l’Istat chiedeva di schierarsi al suo campione del 2011. Il 51,8% della popolazione del Nord Ovest si è dichiarato poco o per niente d’accordo al matrimonio, il 53% al Nord Est, il 47,4% al Centro e il 66% al Sud e nelle Isole. Ma ecco che lo scenario cambia, al variare di una parola.


Perché sul fronte del diritti all’eredità, alla reversibilità della pensione, all’assistenza in caso di malattia, sanciti per legge, gli stessi diritti di una coppia sposata, gli italiani hanno un’opinione diversa. Nel sondaggio, si esprime positivamente rispetto all’estensione il 68,2% della popolazione del Nord Ovest, il 66% al Nord Est, il 72% al Centro Italia, il 51,2% al Sud e nelle Isole.

Equiparati agli sposi sì, ma sposati no. Gli italiani in maggioranza pensano che gli omosessuali siano discriminati, ma pensano anche che dovrebbero essere più discreti.


«Se gli omosessuali fossero più discreti sarebbero meglio accettati», è un’altra delle affermazioni che l’Istat ha messo al vaglio del suo campione di popolazione. Il 56% degli intervistati in tutta Italia si è dichiarato d’accordo. E questa volta il Paese è unito da Nord a Sud, senza differenza. E le coppie omosessuali del 2011, mancando il loro primo coming out statistico, nell’Italia che nega loro ogni diritto, sono state discretissime. È mancato poco che, per discrezione, sparissero.

Se il governo delle larghe intese vorrà davvero portare avanti la sua iniziativa, probabilmente non dovrà usare troppa discrezione. Nel Paese in cui solo 7.513 coppie si sono dichiarate e chiedere ancora discrezione a una coppia omosessuale non è un reato di opinione.

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Genitori spietati

  • Lunedì, 30 Giugno 2014 10:39 ,
  • Pubblicato in L'Intervento
Claudio Rossi Marcelli, Internazionale
30 giugno 2014

Qui in Svizzera i miei figli non hanno quasi mai avuto problemi per il fatto di avere due papà, ma in quei rari casi se la sono cavata bene: quando Eva ha detto a mia figlia che non è possibile avere due padri, lei ha risposto: "Certo che è possibile, io ce li ho". ...
La differenza più grande è che la coppia omosex non potrà adottare bambini. Tuttavia verrà introdotto l'istituto della "stepchild adoption" preso dal sistema inglese. Cioè sarà possibile a uno dei soggetti della coppia gay adottare il figlio (anche adottivo) dell'altra parte dell'unione. Potrà portarlo e andarlo a prendere a scuola, accompagnarlo e assisterlo in ospedale e continuare a fargli da padre/madre nel caso in cui il genitore naturale dovesse venire a mancare. ...

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