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Da Pianura a Gasparri, se "ciccione" è l'insulto

  • Mercoledì, 22 Ottobre 2014 12:31 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina99
22 10 2014

Dalle violenze su ragazzini in Campania e a Pinerolo alla volgarità del vice presidente del Senato. L'obesità torna una questione con cui le società devono fare i conti. Il libro della filosofa Domitilla Melloni.

19 ottobre. Twitter. Maurizio Gasparri, classe 1956, vicepresidente del Senato, litiga con Fedez, classe 1989, noto rapper milanese e giudice del talent show «X Factor». Non è uno scherzo. «Indubbiamente quel #cosodipinto ispira pena, si fa orrore e si nasconde a se stesso», così scrive il senatore, provocato – pare – dal recente “endorsement” del rapper ipertatuato a favore del M5S di Beppe Grillo.

Segue una replica. Piovono i commenti in difesa di Fedez. Ecco quello di una giovane fan: «caro @gasparripdl il “coso colorato” è una persona pulita e umile, a differenza tua che sei sporco e telo credi perché sei un deputato!!!». La foto profilo mostra una ragazzina accanto al suo idolo. È sorridente. E un po’ sovrappeso. Ora, la domanda spontanea è: cosa ci si aspetta in un caso come questo da un senatore della Repubblica? Opzione uno: che ammonisca paternamente la malagrazia del tweet. Opzione due, la più realistica: che mantenga il più plausibile tra i silenzi. Opzione tre, quella di Gasparri: «@mariapiatag, meno droga, più dieta, messa male».

Più che una notizia, è un segnale scoraggiante. Come quello relativo a un fatto di cui i media parlano da settimane, ben più grave, giunto da Pianura (Napoli) lo scorso 7 ottobre, quando un quattordicenne è stato preso in giro perché grasso, dunque seviziato con un compressore fino al ricovero per lacerazioni e perforazioni intestinali. O come quest’altro: «Il Belgio ha assegnato il dicastero della Salute ad una obesa. Secondo voi è un ministro credibile?». 

Si tratta di un sondaggio lanciato sul proprio sito web da un noto giornale italiano, strascico di un fatto accaduto l’11 ottobre di nuovo su Twitter, dove un giornalista dell’emittente pubblica belga VRT, tale Tom Van de Weghe, si è fatto la stessa domanda riferendosi alla neoministra Maggie De Block. Seguiamo il ragionamento, per così dire, fino alla sua premessa implicita: un’obesa non cura la propria salute, figurarsi cosa potrebbe fare con quella pubblica. Ma è una premessa viziata da ignoranza, e da una gran confusione con le parole: cosa intendiamo per obesità? È una questione di lassismo? Un pigro cedimento alla tentazione di abbuffarsi? 

«La difficoltà di essere riconosciuta per quello che ero, una donna che soffriva per una causa indipendente dalla sua mancanza di volontà, è stata addirittura più difficile da sopportare della malattia stessa. È difficile l’obesità, proprio perché a molti non pare una malattia». Queste parole potrebbero o non potrebbero valere per Maggie De Block, ma hanno senz’altro il merito di portare un po’ d’ordine nel discorso. Sono tratte da un libro prezioso, scritto da Domitilla Melloni e pubblicato da Giunti nella sua collana di narrativa, anche se non è propriamente un romanzo né una semplice autobiografia. 

Si intitola Forte e sottile è il mio canto ed è la «storia di una donna obesa», come recita il sottotitolo. Ma è anche la storia di una bambina, e di un’adolescente; quella di una madre, di una moglie e di un’analista (filosofa). L’una non sostituisce mai l’altra, tutte dialogano e convivono dentro il mistero di una sola persona. Con coraggio, e generosità per sé stessa prima che per i lettori, l’autrice ha scelto di affrontare quel mistero, facendo forza sulla fragilità, scrivendo del proprio male senza eludere i risvolti più difficili, convinta che – come recita Etty Hillesum in esergo – «la vita è una cosa seria, ma non è grave».

Il risultato è un’opera potente, ibrida, in cui lo stile chiaro bilancia una struttura composita e i frequenti cambi di registro: le memorie autobiografiche dialogano con le pagine dal diario di analisi, l’interpretazione dei sogni con la cronaca dei ricoveri. Il filo del racconto lega questo e altro ancora – una saga famigliare e una grande storia d’amore, gli studi e i percorsi lavorativi – lasciando al centro il percorso di liberazione, non dalla malattia ma dai pregiudizi innanzitutto, per fare spazio alla consapevolezza che l’obesità «non è una colpa», nonostante qualcuno la creda risolvibile con sport e diete. «Soprattutto l’obesità di grado elevato» spiega l’autrice «ha cause che non sono ancora del tutto note». E nemmeno definitivamente risolvibili.

La forza del libro sta proprio qui, nell’evidenza di non potersi liberare liberandosi della propria croce, perché la liberazione è un’altra cosa, è in un orizzonte che comprende tutto, anche il dolore. Per farne esperienza – sembra dire Melloni – nascere non basta: la vita pretende una rinascita. Nel suo caso essa ha coinciso con la riscoperta della voce e del canto, strumenti di lettura del corpo prima che della psiche. Lo spiega in maniera esatta una poesia di Patrizia Cavalli, citata nel libro: «Ma davvero per uscire di prigione / bisogna conoscere il legno della porta, / la lega delle sbarre, stabilire l’esatta / gradazione del colore? A diventare / così grandi esperti, si corre il rischio / che poi ci si affezioni. Se vuoi uscire / davvero di prigione, esci subito, / magari con la voce, diventa una canzone».

Il boom della bellezza nell'età della crisi

È la crisi, bellezza. Tra tutti i segnali negativi sui consumi che ci piovono addosso da quando è iniziata la Grande Recessione, spicca qualche segno più. E non si tratta solo di effetti prevedibili (più spesa al discount, più bancarelle, più generi low cost).
Roberta Carlini, Pagina99 ...

Il diritto alla parola del corpo

  • Martedì, 30 Settembre 2014 13:35 ,
  • Pubblicato in Flash news

La Stampa
30 09 2014

Il corpo parla, non può fare a meno di farlo. Parla attraverso i gesti, le espressioni del viso, gli abiti. tutto in noi è linguaggio, che gli altri decifrano mediante i segni intellegibili che appartengono alla cultura comune, condivisa

 

Perché voglio che i miei figli vedano il mio corpo nudo

Huffingtonpost
22 09 2014

Vivo in una casa pieni di uomini: quattro, per l'esattezza. Ma sono ancora relativamente piccoli - quindi ancora niente riviste licenziose nascoste sotto il materasso, accessi a siti porno non cancellati dalla cronologia di internet, niente del genere. E per quando vorrei pensare che i miei figli non siano curiosi, sono perfettamente cosciente del fatto che non è così: si avvicina il momento e probabilmente sarà prima di quando vorrei. (Voglio dire, se fosse per me, non penserebbero al sesso fino ai 25 anni).

Ma prima che accada - prima che scoprano quei seni rotondi e solidi come meloni e quelle immagini di sederi sodi, luccicanti e senza smagliature - voglio esporli a un'immagine di corpo femminile totalmente diverso. Il mio.

La nostra non è una casa riservata. Non poltrisco in giro nuda come fanno i miei ragazzi (e passo più tempo a dire "Mettiti dei pantaloncini" che altro) - ma non mi sono mai sentita in imbarazzo a cambiarmi davanti a loro, o a lasciare la porta aperta del bagno mentre faccio una doccia, o ad allattare a seno scoperto. Perché voglio che vedano che aspetto ha un normale corpo femminile. Perché se non lo facessi - e le prime immagini di corpo nudo femminile a cui sono esposti fossero irreali e perfette come quelle che si trovano nei filmini e nelle riviste - che tipo di aspettative avrebbero poi? E quale donna reale potrebbe mai essere all'altezza delle loro aspettative?

Detto tra noi, sono totalmente insoddisfatta del mio corpo post gravidanza. Ma per il bene dei miei figli - e delle mie future nuore - mento a denti stretti. Quando mi chiedono delle mie smagliature, dico loro orgogliosamente che crescere un bambino è un duro compito, e che quelle sono le medaglie conquistate (i riferimenti ai giochi funzionano sempre con i ragazzi, non importa di cosa si tratti). E per quanto vorrei farmi piccola piccola e fuggirmene via quando toccano la mia pancia morbida, lascio che giochino con le mie manigliette con le loro manine curiose. Se lo odio? Certo che sì. Vorrei urlare "Lasciate in pace la mia ciccia!" e correre a comprarmi la prima t-shirt oversize (o alla clinica più vicina per una liposuzione).

Ma non lo faccio. Perché per il momento, in questi anni formativi, la mia ciccia è la loro unica percezione di un corpo femminile. E voglio che sappiano che è bello, anche con le sue imperfezioni.

Dico loro quanto è forte il mio corpo. Mi vedono fare esercizio. Mi vedono seguire un'alimentazione sana, e allo stesso tempo mantenere un amore per le sfiziosità. E anche se come la maggior parte delle donne talvolta mi sento in colpa a vedere che i jeans risultano sempre più stretti, o frustrata a leggere il numero sulla bilancia, davanti a loro mi mostro sempre e solo orgogliosa del mio corpo. Anche quando dentro mi sento completamente all'opposto. Instillare un'immagine positiva del corpo femminile non è una questione che riguarda solo le persone che hanno delle figlie, non significa soltanto farli sentire a loro agio con se stessi, ma anche fare sapere loro che quando si tratta del sesso opposto ciò che è reale è bello.

Non voglio rendere loro, o a qualsiasi donna che un giorno potrebbero vedere nuda, il disservizio di dire che un seno cascante non è bello o che un pochino di ciccia è qualcosa di cui vergognarsi. Voglio che sappiano che la normalità è questa, non quella trasmessa dalle immagini di seni rifatti e modificati su Photoshop con le quali saranno bombardati. Certo, si imbamboleranno davanti a quei seni tondi e a quelle pance piatte e a quei sederi in movimento... ma ho la speranza che dentro di loro sapranno che non è la norma alla quale le donne dovrebbero attenersi.

Ci sarà un momento in cui mi coprirò davanti a loro. E sono certa che a quel punto li sentirò dire "Ehi mamma, mettiti qualcosa addosso!" e che impareranno a bussare prima di entrare in bagno (il che sarebbe fantastico - a dire la verità). Ma fino ad allora, lascerò che tocchino le mie smagliature e sopporterò pazientemente quando sghignazzano nel vedere il mio sedere che ballonzola quando mi alzo per andare a prendere un asciugamano in bagno. Perché voglio che imparino finché sono piccoli - così che quando saranno grandi, e le loro mogli diranno "Vorrei avere delle gambe più sottili", i miei figli risponderanno "Sono perfette così come sono". E lo intenderanno per davvero.

Anoressia senza magrezza, un nuovo allarme

Il Fatto Quotidiano
02 09 2014

L’anoressia cambia forma. In Italia soffrono di disturbi alimentari circa tre milioni di persone. Il nuovo allarme, lanciato da Melissa Whitelaw studiosa del Royal Children’s Hospital di Melbourne, prende di mira quella forma di anoressia che non da segni evidenti di magrezza.

Nolita campagna anti-anoressia di Oliviero Toscani“Ci ha sorpreso – ha spiegato la studiosa al quotidiano francese Le Figaro – vedere un numero così elevato di adolescenti anoressiche (9 volte su 10 si tratta di ragazze) con questo nuovo profilo, in un periodo di tempo così limitato”. Nel centro australiano le persone ‘normopeso’ rappresentavano l’8% del totale ma, ora, sono quasi il 50%. Spesso, prima dell’anoressia, questi ragazzi e ragazze hanno qualche chilo di più. I ricercatori invitano i genitori ad analizzare i comportamenti degli adolescenti in caso di dimagrimento veloce o di comportamento anomalo nei confronti del cibo. Ad essere prese di mira, in particolar modo sono le “diete fai da te” spesso pericolosissime. Nessuno dei ragazzi ricoverati nel centro australiano dove è stato eseguito lo studio,infatti, era stato seguito da un medico o da un nutrizionista durante la fase di dimagrimento. La percezione corporea e i comportamenti irrealistici verso il cibo sono i due fattori presi in considerazione da Melissa Whitelaw come cause principali di questa nuova forma di anoressia e invita pediatri e medici ad analizzare e informarsi su questa evoluzione della malattia.

La percezione corporea è un altro dei temi molto delicati che riguarda le adolescenti: le recenti statistiche dicono che 8 su 10 hanno una visione di sé distorta. Il mito della magrezza eccessiva le spinge in tunnel in cui alle volte è difficile venirne fuori. Ecco perché è fondamentale la prevenzione nelle scuole e la possibilità, fin da giovani, di avere all’interno del sistema scolastico uno psicologo a cui rivolgere le loro domande.

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