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Il potere della melanconia: “La vita psichica del potere”

  • Mercoledì, 26 Giugno 2013 12:32 ,
  • Pubblicato in Il Libro
25 giugno 2013

Pubblichiamo un estratto del saggio introduttivo di Federico Zappino a La vita psichica del potere. Teorie del soggetto di Judith Butler, edito da Mimesis

Ci sono parole e testi ai quali si sente il bisogno di rivolgersi, più che ad altri, in tutti quei momenti in cui diventa urgente domandarsi da capo, in modo nuovo e diverso il senso dello stare al mondo e le forme che questo stare può assumere. ...

Problemi tecnici

Abbiamo avuto un problema tecnico. La rassegna sarà online il prima possibile. Scusate per il disagio

Compraci le mani

  • Giovedì, 02 Maggio 2013 08:02 ,
  • Pubblicato in Flash news

Femminile Plurale
02 05 2013

«È importante soffermarsi sul tema della corporeità in relazione al nesso tra corpo e lavoro. A tal proposito si deve sottolineare che [...] la questione dei “corpi che lavorano” è largamente assente dal dibattito contemporaneo sulla corporeità. Per Carol Wolkowitz la discussione sembra essersi incentrata principalmente sul rapporto tra corporeità e “sensualità, gioco, piacere e spontaneità piuttosto che sulla relazione tra corporeità e lavoro, visto come una routine senza emozioni” (Bodies at Work, 2006, p. 9). Secondo Wolkowitz, l’assenza del tema “lavoro” dal dibattito sul corpo – anche da quello di matrice femminista -, può essere spiegato con il fatto di avere involontariamente ereditato una visione parziale della corporeità. In passato, infatti, la maggior parte delle attività che mettono il corpo “a servizio” erano esercitate da schiavi oppure da donne, nel loro ruolo di mogli e madri: svolti al di fuori del mercato, tali impieghi non erano dunque riconosciuti “come lavoro” (Bodies at Work, 2006, p. 14). Anche gli autori che hanno sviluppato le teorie più approfondite sulla corporeità – Michel Foucault, Pierre Bordieu, Erving Goffmann, fra gli altri -, non prendendo in specifica considerazione la questione dei rapporti di lavoro, hanno finito per omettere il nesso tra corpo e lavoro».

Sabrina Marchetti, Le ragazze di Asmara. Lavoro domestico e migrazione postcoloniale, Ediesse – Sessismo e razzismo, Roma 2011, p 39.

Il video è il trailer di: Rosanna Rabezzana, Mirella Violato, Strappi – Produzione teatrale villa5 (2012)


Corriere della Sera
02 05 2013

Sebbene non ancora, il futuro prossimo dovrebbe concederci maschi incinti. Così, non toccherà più solo a una qualunque femmina umana incinta sentirsi spesso chiedere “ne conosci già il sesso?”. Non il suo, bensì quello del nascituro, of course. Curiosità triviale, morbosa. Di civiltà, o meglio di inciviltà (il virilismo parte dalla primitività e ci raggiunge, con ogni colore di ogni pelle, con ogni predilezione politica e religiosa – pur sempre machista, perché non dirlo?), inciviltà in cui non si è tuttora oltrepassato lo stereotipo del sesso per il sesso – con un’inequivocabile predilezione per il sesso maschile.

E tu, invece, di che sesso sei? Femmina o maschio? Domanda irritante, e al contempo banale, se non fosse altro perché, proprio nel sollevarla, si nutre il pregiudizio che necessiti di una risposta “essenziale”, con l’allucinazione di comprendere davvero chi sei in virtù della tua presunta identità sessuale, giammai personale, nonché nella convinzione che si diano due specifici sessi.

Per di più, la predominante inciviltà gradisce, o piuttosto impone, che si rientri negli stereotipi, così una “vera femmina” non può essere aggressiva, affermata, anaffettiva, anziana, avventurosa, combattente, competitiva, indipendente, insensibile, insubordinata, intelligente, irriverente, sgraziata, single. Né, meno che mai, lesbica: le femmine, tutte, sono state create in funzione del maschio etero, o no? Spesso, purtroppo, di un maschio qualunque.


«Infatti – scriveva San Paolo ai Corinzi – non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo».

I più decretano, purtroppo, le nostre appartenenze sessuali in base alle apparenze genitali, ai modi di “far sesso”, comportarci, abbigliarci, interloquire, e via dicendo. In altre parole, tutti noi dovremmo ridurci a incarnare (non vi è qualcosa di osceno in ciò?) i ruoli del maschio o della femmina (maschio se sei maschio, femmina se sei femmina, come se non sussistesse via d’uscita, o fuga) nonché ad agire in tal senso, perché le nostre identità, di fatto, finiscono col declinarsi al femminile o al maschile, pena l’esilio dalla cosiddetta (maledetta?) normalità.

Già, vero, la dicotomia sessuale (non confondiamola con l’identità: per carità!) fa comodo a parecchi appartenenti al sesso “dominante” e, diciamolo, al sesso “dominato”: non si capirebbe altrimenti il successo planetario di quella trilogia di libracci, mal scritti per sfumature e colori – geniale o diabolica E.L. James?

Comodo perché invece di cercare e indagare con fatica il proprio sé, si aderisce a modelli atavici, modelli belli e pronti, la cui matrice scientifica rimane, oggi come oggi, dubbia, ma non quella storica, sociologica, religiosa (perlomeno nelle pratiche delle tre grandi, comuni, religioni monoteiste): il maschio deve essere mascolino, razionale, attivo, culturale, oggettivo, la femmina deve essere femminea, irrazionale, passiva, naturale, soggettiva.

Si finisce così col confondere la cosiddetta appartenenza sessuale a quella di genere, all’essere donne e uomini, appartenenza quest’ultima socialmente costruita e, di conseguenza, destrutturabile, evitabile, sempre che se ne abbia la volontà, volontà che manca però a troppi/e italiani/e, altrimenti il nostro Paese non verrebbe classificato dal Global Gender Gap 2012 del World Economic Forum all’ottantesimo posto, preceduto, solo per menzionare alcuni altri paesi, da Cipro, Perù, Botswana, Brunei, Honduras, Repubblica Ceca, Kenya, Repubblica Slovacca e Cina.

Paese, il nostro, per tanti versi falso, in cui a contare nella quotidianità e nell’immaginario perdura proprio la filosofia della differenza sessuale, oltre che l’ideologia “razziale” (rimane tuttora facile da noi approfittare, pure a lungo, di una “nera” o di un “nero” e, forse, viceversa, o di parecchi altri non “occidentali”), a dispetto dell’individualità di ogni donna e di ogni uomo, a dispetto, a dire il vero, di ogni essere umano nella sua unicità. Contrariamente a quella filosofia, tu hai invece una storia personale, appartieni a una etnia e a una classe socio-economica, hai una preferenza sessuale, possiedi una certa cultura, hai scelto (o no) una qualche religione, hai un’età, ed esperisci tutto ciò in un tuo modo peculiare.

Paese incivile, oltre che falso, il nostro, in cui il “valore” attribuito al sesso si traduce spesso in dati allarmanti che riguardano il femminicidio, la prostituzione, il turismo sessuale, quest’ultimo praticato pure in loco: perché recarsi all’estero se la tua “razza” ti concede privilegi su chi non ha la pelle del tuo medesimo colore? Così, sessismo e razzismo procedono di pari passo. Nulla di nuovo sul fronte occidentale, né su quello orientale.

Di nuovo, chi sei tu? Una femmina, un maschio? Riflettiamoci. Ammessa, ma non concessa, l’appartenenza sessuale, perché mai esaltarla, consacrarla? Abbiamo forse dimenticato le buone maniere? Ricordiamole. Luigi Pirandello scrive: «Ignoravo allora che cosa volesse dire il non sapere neppure questo, il non poter più rispondere, cioè come prima, all’occorrenza: “Io mi chiamo Mattia Pascal”».

A fargli eco c’è Virginia Woolf che domanda: «Se ci sono, mettiamo, settantasei ritmi diversi che battono all’unisono nello spirito umano, quante diverse persone – Dio ci aiuti – non albergano in un momento o nell’altro nello spirito umano?».

Qui non si menzionano femmine, né maschi. E, proprio quando non partiamo dal considerarci essenzialmente femmine o maschi, diventa prioritaria la ricerca del nostro io, pur nelle sue contraddizioni e molteplicità, aspirando a una qualche continuità attraverso lo spazio-tempo, nel rispetto della nostra peculiare dignità.

Dunque, innanzitutto, identità personale, non sessuale. In cosa consiste? In una nostra continuità che si concretizza non solo nella memoria, ma pure nella conservazione di alcune altre caratteristiche mentali, quali le credenze, il carattere, i desideri. Nel momento in cui perdiamo questa continuità non siamo più noi stessi? Continuiamo a essere noi stessi se l’identità personale consiste, invece, in una continuità fisica, soprattutto cerebrale? Ma noi stessi riusciamo a racchiuderci in un mero cervello privo di psiche e mente? Forse no, cosicché la nostra identità personale finisce col coincidere con la nostra continuità psico-fisica.

Sembra tutto abbastanza semplice, ma così non è. Basti menzionare Sigmund Freud e la sua idea di un io sì sede dell’angoscia, luogo minacciato dal mondo esterno, dalla libido dell’Es, dai rigidi dettami del Super-io, ma anche collante dei vari processi psichici. O menzionare Ronald Laing che insiste su un io diviso, privo di centralità, cui occorre sostituirgli la presenza: il soggetto individuale in relazione con l’oggetto-mondo si converte in un essere-nel-mondo. Già, siamo esseri nel mondo, mondo in cui veniamo però categorizzati innanzitutto in base al nostro sesso e genere di appartenenza.

Perché mai, visto che rimaniamo esseri la cui complessità è ben maggiore di quel che comunemente si creda, esseri che, se non stereotipati, tenderebbero a comprendere il proprio io, quell’io che ci differenzia da ogni altro io, quell’io per cui ognuno di noi è se stesso?

Atlas 
28 03 2013

di Serena Grassia

Josephine è una bambola di pezza a grandezza naturale, protagonista di un progetto dell’organizzazione Them Wifies, basata a Newcastle, in Inghilterra, sull’educazione sessuale per le donne con disabilità mentali.

Nato nel 2004, Josephine ha come obiettivo quello di insegnare alle disabili la consapevolezza del proprio corpo per vivere una sessualità sana. Un rapporto del 2012 dell’organizzazione inglese Mencap, “Behind closed doors’ carried”, infatti, ha evidenziato che le donne con ritardi mentali sono più esposte ad abusi sessuali e violenze e più delle altre tendono a non denunciare alla polizia, soprattutto perché spesso non hanno cognizione dell’accaduto.

“Le persone con disabilità gravi tendono a bloccarsi quando si rivolge loro una domanda diretta, la trovano accusatoria o intimidatoria, e si rifugiano nel silenzio”, spiega Jackie Hudson, facilitatrice del progetto. “Abbiamo notato che dialogando con Josephine, toccandola, interagendo con lei, le donne riescono a entrare in contatto con le proprie emozioni più profonde, imparano a raccontarle e ne parlano più facilmente”. Era il 1975 quando l’Unione degli handicappati contro la segregazione in Inghilterra pubblicò un rapporto che spiegava che il problema dei disabili non era tanto il danno cerebrale quanto il fallimento della società nel prendere in considerazione le loro particolari esigenze.

Trentasette anni dopo, la questione è ancora dibattuta in Inghilterra come nel resto del mondo. Audrey Simpson, direttore generale dell’Associazione di pianificazione familiare inglese, ricorda di aver tenuto un corso in una classe di donne ritardate, convinte che la menopausa fosse una conseguenza della disabilità. “E’ una dimostrazione del fatto che non si è ancora fatto abbastanza per la salute sessuale di queste donne”, spiega all’International Herald Tribune, che al progetto Josephine ha dedicato un lungo articolo.

Molte donne muoiono o si ammalano per malattie a trasmissione sessuale o per le infezioni al collo dell’utero, per cattive diagnosi legate anche a una difficoltà nella descrizione del proprio malessere, spiega la dottoressa Simpson e Mencap conferma che le donne con disabilità muoiono in media 16 anni prima. Nelle sessioni di terapia con Josephine, le partecipanti imparano a utilizzare protezioni per evitare malattie sessuali e capiscono quali comportamenti assumere in determinate circostanze, anche per difendersi. La formazione è necessaria anche a far capire ai genitori di un disabile che i loro figli hanno la stessa emotività e gli stessi desideri di chi non ha problemi mentali, aggiunge Claire Morgan, leader del progetto.

Spesso i genitori o i parenti stretti infatti tendono a proteggere eccessivamente i figli, anche da eventuali relazioni intime, senza sapere che così facendo li rendono più soli e più vulnerabili alla violenza. Il successo dei seminari di Newcastle ha spinto Wifies a istituire laboratori anche a Londra e a Glasgow, per donne adulte e per adolescenti, e in questi giorni partirà anche il progetto “Jack”, la versione maschile di Josephine. Negli ultimi tempi Newcastle ha subito una serie di pesanti tagli ai finanziamenti, ma Josephine ha ottenuto fondi grazie alle donazioni di fondazioni ed enti di beneficienza. “Le donne di questa ultima classe sono trenta e quello che hanno imparato per loro è una novità”, spiega Hudson, “Adesso vogliamo che Josephine diventi una tappa obbligatoria nel percorso di formazione dei disabili, e non solo a Newcastle”.

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Zeroviolenza è un progetto di informazione indipendente che legge le dinamiche sociali ed economiche attraverso la relazione tra uomini e donne e tra generazioni differenti.

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