Si parla di corpo, di dignità, di libertà, di lavoro, di violenza, di trasversalità, di dialogo con gli uomini. Madre e figlia si provocano, si fraintendono. Nell'epilogo, però, si torna all'inizio. ...
Dinamo Press
11 03 2013

Sul portone principale c'è un cartello sbiadito che avvisa gli utenti che dal giorno 31 ottobre 2009 il pronto soccorso dell'ospedale sarà chiuso e i pazienti dirottati altrove, mentre tutto il perimetro dell'ospedale è stato transennato per evitare che, come recita un altro cartello, calcinacci e pezzi di cornicione cadano sui passanti dato il degrado strutturale dell'edificio e le pessime condizioni metereologiche. Peccato che l'ospedale San Giacomo non cade a pezzi e che la pioggia non può rappresentare un problema in una città normale.

La verità la sappiamo, l'ospedale San Giacomo di Roma è stato chiuso per motivi che non riguardano la fatiscenza, l'abbandono o la mancanza di pazienti. E' un simbolo della dismissione progressiva che minaccia il sistema sanitario nazionale, è l'emblema di come i pezzi pregiati del patrimonio pubblico o le strutture d'eccellenza della sanità italiana cadano vittime di tagli legittimati dalla crisi, dall'insostenibilità dei costi del welfare, dagli sprechi. Sono diversi gli ospedali e i reparti minacciati dalla chiusura e dai tagli prima dal commissario Bondi e ora dal neo-eletto presidente della Regione Lazio Zingaretti, dal governo tecnico prima e da quelli che seguiranno dopo.

Per questo donne, studenti e precarie insieme al Coordinamento per la Salute hanno dato luogo a un flash mob, un blitz per bussare alle porte dell'ospedale San Giacomo, per riaffermare il diritto alla salute come diritto universale e incondizionato, per respingere le politiche di austerità che sottraggono terreno e reddito a quei corpi irregolari, non pienamente garantiti, non completamente riconosciuti, che pagano in prima persona la crisi.

Il concetto di universalità va declinato in un quadro di complessità e differenze per coglierne il senso e per fornire risposte adeguate all'oggi: 'per tutti' non significa 'uguale per tutti' ma 'differente per ognuno'.

La Sanità pubblica fatica sempre di più a divenire strumento flessibile e accessibile e a corrispondere alle domande di una società in continua mutazione. Viceversa, dismette la sua vocazione inclusiva e ridefinisce quindi il diritto alla salute su presupposti non più legati alla concezione (estensiva) di cittadinanza ma su criteri di merito e sostenibilità economica.

Nell'accesso ai servizi sanitari e sociali si definiscono così linee di differenziazione che tagliano fuori segmenti di società perchè sempre più apertamente individuati come improduttivi e non meritevoli: la stigmatizzazione di soggetti definiti devianti e a rischio e la clandestinità come dispositivo di esclusione dei senza documenti dai diritti fondamentali rappresentano gli esempi più eclatanti.

Abbiamo pensato che l'8 marzo fosse la giornata giusta per mettere al centro questo tema. Fuori dalla retorica dei festeggiamenti istituzionali e del “valore della donna” abbiamo voluto affermare che le donne oggi sono sempre più spesso precarie, disoccupate, impossibilitate a scegliere liberamente il loro percorso di vita e la loro sessualità, subiscono la violenza domestica e politica, vengono sacrificate sull'altare dell'austerità, tra le lacune spaventose del welfare. Nella crisi odierna però, in un certo senso, siamo tutti donne, siamo tutti migranti, siamo tutti precarie e precari.

Connettendoci con la mobilitazione del Coordinamento per la Salute, vogliamo contribuire a un percorso di ricomposizione che passa per una nuova articolazione del concetto di salute. Non solo, quindi, chiediamo il rifinanziamento di una sanità pubblica, laica e accessibile a tutti, ma vogliamo immaginare degli esperimenti di connessione che rovescino il rapporto operatore/utente, che ricolleghino la sanità ai territori e alla cittadinanza, che rompano le maglie della medicalizzazione forzata, e rimettano al centro una salute che non può che essere sociale, che non può che passare per la cooperazione, per la prevenzione e per una nuova idea di welfare. Esperienze interessanti avvengono già in altre parti d'Europa, dove dalle macerie della crisi sono nati esperimenti di autogestione di ambulatori, di elaborazione assembleare delle diagnosi, di condivisione delle problematiche dei corpi dentro la crisi.

Difendere la salute infatti significa difendere i nostri corpi dall'attacco sferrato dai mercati, porre al centro il valore sociale della loro riproduzione, disvelare nuovi dispositivi di sfruttamento che superano i confini del lavoro e invadono quelli della vita. Se le politiche economiche e sociali attuali mirano a rendere i corpi controllati e docili, noi li rimettiamo in gioco e in conflitto, volendoli liberare una volta per tutte da vincoli morali ed economici, sintonizzandoli piuttosto su bisogni e desideri.

DinamoPress
06 03 2013

*** VENERDI' 8 MARZO h 10:00 *** Appuntamento davanti all'ARA PACIS ***
Flash mob per il diritto alla salute. English version below.
Insieme ai lavoratori degli ospedali in mobilitazione di Roma – Coordinameto per la Salute

Siamo precari*, student*, migranti, disoccupat*. Siamo i corpi che subiscono la crisi. Le misure di austerità legittimate dalla crisi mettono sotto attacco lo stato sociale e puntano a smantellare il sistema sanitario nazionale.

Interi reparti e ospedali chiudono o rischiano la dismissione. La politica dei tagli indiscriminati, anziché ridurre gli sprechi, impoverisce i servizi.

Le esternalizzazioni condannano quote sempre più consistenti di operatori sanitari al ricatto della precarietà e a salari da fame, mentre la gestione degli ospedali passa dalle mani del pubblico a quelle del privato cattolico. La sanità diventa sempre più inadeguata e costosa per un corpo sociale profondamente mutato nelle condizioni di vita, economiche e sociali.

Reclamiamo la possibilità di riaprire uno scambio virtuoso tra utenti e strutture sanitarie che possa rompere le mura dell'ospedale o del consultorio per rispondere alle reali necessità della società. Vogliamo ribaltare il rapporto che vede la medicalizzazione imposta come unica risposta possibile.

Siamo donne, uomini, transgender. Siamo etero, gay, lesbiche. Siamo queer. Per questo scegliamo l'8 marzo per difendere la sanità pubblica e immaginarne una diversa.

Facciamo fronte ogni giorno a diktat moralistici e ideologici che negano legittimità alle nostre scelte e alla nostra vita.

Vogliamo l'attuazione di serie politiche di prevenzione: le strategie di contrasto delle malattie sessualmente trasmissibili e in particolare dell’HIV devono basarsi sull’educazione ad una sessualità libera e consapevole, a partire dalla coscienza che non esistono soggetti a rischio, ma solo comportamenti a rischio, integrando i servizi di assistenza primaria a quelli ospedalieri fino ad includere i servizi sociali e i servizi autogestiti.

Vogliamo servizi di assistenza e cura laici, che tutelino e promuovano l’autodeterminazione di ciascuna e di ciascuno.

Per questo lottiamo per difendere e riqualificare i consultori, presidi territoriali indispensabili, sempre più definanziati e a rischio continuo di riduzione di personale, accorpamenti e chiusure.

Denunciamo il dilagare dell'obiezione di coscienza nelle strutture pubbliche, vero e proprio abuso agito dai medici ginecologi, e ora anche dai farmacisti, contro le donne. Chiediamo che la pillola del giorno dopo diventi farmaco da banco. Chiediamo l'eliminazione dell'obbligo di ospedalizzazione per la RU486.

Infine, è fondamentale tenere insieme la salute fisica e la salute mentale: i dati recentissimi sull’abuso degli psicofarmaci - prescritti anche da parte dei medici di base - e il ricorso scellerato al TSO, delineano uno scenario sociale frammentato e inquietante, un uso dei farmaci come contenimento del malessere sociale diffuso, su cui è necessario intervenire per riaffermare il carattere sociale della salute.

Per un 8 marzo in connessione con le tante lotte territoriali che si muovono nella metropoli, insieme ai lavoratori degli ospedali in mobilitazione di Roma, consapevoli che solo riconoscendosi negli altri è possibile autodeterminarsi, e in sinergia con le tante mobilitazioni che accadranno in quei giorni in Europa. L'Austerity colpisce tutt* e solo insieme possiamo creare uno spazio europeo di democrazia.

*** VENERDI' 8 MARZO h 10:00 *** Appuntamento davanti all'ARA PACIS ***

Ungovernable bodies, unalienable rights: health care, welfare, freedom to choose

With the workers mobilising in Rome’s hospitals - Coordinamento per la Salute

We’re precarious, migrants, unemployed. We’re the bodies suffering the crisis.

Austerity measures legitimated by the crisis keep attacking the welfare state and aim at dismantling our national health care system. Entire wards and hospitals are being shut down or are running such risk. Outsourcing is condemning more and more health care workers to the blackmail of precariousness and to extremely poor wages, while hospital management is taken away from the public sector and handed straight over to the private Catholic one. Health care services are becoming increasingly inadequate and expensive for a social body whose living and economic conditions have deeply changed.

We reclaim the opportunity to recreate a virtuous exchange between users and health care facilities, breaking the walls of hospitals and reproductive health centres so as to answer to the real needs of society. We wish to reverse the relationship imposing medicalization as the only possible answer.

We are women, men, transgender. We’re heteros, gays, lesbians. We’re queer. This is why we choose March 8 to defend public health care and imagine a different one.

For a March 8 in connection with the many community struggles ongoing around the city - together with the hospital workers mobilising in Rome, knowing that our own self-determination depends on our capacity to see ourselves in others, and in synergy with the mobilisations that will happen in those days around Europe. Austerity affects us all and only together can a European space of democracy be created.

FRIDAY MARCH 8 10 am *** Ara Pacis, Roma

Corpo in crisi – parte due

  • Mercoledì, 13 Febbraio 2013 09:31 ,
  • Pubblicato in Flash news

Femminile Plurale
13 02 2013

Sottotitolo: il corpo non mente

Il corpo rappresenta indubbiamente il grande rimosso dell’epoca moderna. Il corpo è qualcosa che c’è, ma che non si vede. Meglio, si vede, ma lo ignoriamo se non in certi contesti definiti e ritualizzati. A partire dall’età moderna si assiste all’affermazione di un nuovo paradigma antropologico-filosofico, consacrato poi dalla filosofia cartesiana e dalla medicina di Vesalio, in cui la distinzione mente/corpo si fa radicale, irriducibile (1). Negli ultimi secoli si è assistito da più parti alla costante ricerca di un collegamento efficace tra le due entità così separate tra loro, cercando argomentazioni valide per “rivalutare” il corpo, senza ricordare i motivi che l’avevano reso inferiore. Totalmente perduta nella società occidentale, una prospettiva diversa di unione di mente e corpo si ritrova solamente nelle culture/religioni/filosofie non occidentali o in quelle pratiche considerate “tradizionali”, frutto di saperi tramandati oralmente nel corso dei secoli. Alla base, la concezione dell’essere umano come un tutto, come una sorta di microcosmo.

Pruderie agostiniana, dualismo platonico o eccessivo intellettualismo…sono molti i fattori che hanno contribuito all’exploit cartesiano (2). L’elemento fondamentale di questa concezione è connesso alla definizione ontologica del corpo che viene inteso come una macchina. Per ovviare all’imperfezione strutturale del corpo, che invecchia, che si modifica, che peggiora, e affinché il divario con la mente (più nobile e perfetta in quanto spirituale) non sia troppo profondo, è emersa l’idea del corpo come macchina perfetta, marchingegno misterioso ma autonomo. La separazione era compiuta. Il corpo diviene il supporto senza il quale non si dà una mente e in senso più ampio non si dà l’essere umano, ma allo stesso tempo esso viene contemporaneamente relegato al ruolo di macchina misteriosa la cui “meccanica” è ignorata dai più.

L’attenzione morbosa per il corpo tipica della nostra società sembra conferire a questo paradigma all’interno del quale siamo ancora profondamente immerse, un’inaspettata sfumatura paradossale. In realtà è forse la rimozione e l’assenza del corpo che produce l’ossessione contemporanea per esso. Tale ossessione prende le mosse dalla concezione del corpo come macchina, perfetta anche perché costantemente modificabile, migliorabile e plasmabile secondo le esigenze, fisiche, estetiche, sociali di chi lo porta. A livello economico, il corpo perfetto, idealizzato, preferibilmente femminile serve per vendere, ma al tempo stesso viene venduto, poiché è possibile per chiunque ottenerne uno uguale.


Tavola proveniente da un’edizione del De umani corporis fabrica di Vesalio (1543)

Una parte molto consistente della nostra economia (cosmesi, i prodotti dietetici e sportivi, la chirurgia) è nutrita da questa illusione. A livello simbolico il corpo, in qualche modo separato da chi lo porta, non fa parte a tutti gli effetti del Sè, è qualcosa di posseduto dall’essere umano, ma non è l’essere umano. Il potere dell’immagine meccanica del corpo e della sua estraneità dal nucleo essenziale dell’essere umano accredita l’idea che esso o parti di esso possano diventare merci. Non sei tu, è il tuo corpo.

Qualche giorno fa, Michela Marzano ha accennato alla separazione mente-corpo, affrontando il tema del post-porno. La filosofa, criticando il post-porno come linguaggio a suo dire ancora maschile, afferma che alla liberazione dei propri corpi le donne dovrebbero sostituire l’assunzione di una prospettiva maschile, concentrata sulla mente e non sul corpo. Si propone di assumere un atteggiamento maschile (?) per sottrarci a quello che siamo state considerate da sempre, ovvero corpi. Magari piuttosto sarebbe auspicabile cercare sia con la teoria che con le pratiche di includere il corpo nella soggettività al fine di superare la separazione mente-corpo che il patriarcato ha assunto come discriminante tra i generi.

In realtà a differenza di quanto dice Michela Marzano c’è bisogno eccome di una liberazione dei corpi, ma, a mio avviso, sociale prima che sessuale (3). Anzi più che una liberazione sessuale dei corpi auspicherei ad una de-sessualizzazione nella rappresentazione dei corpi, in particolare dei corpi femminili, che vengono percepiti in ogni contesto solo ed esclusivamente come oggetti sessuali. Più in generale poi è necessaria una liberazione sociale dei corpi: i corpi delle persone malate, degli anziani, corpi esteticamente non rispondenti ai modelli proposti, corpi che presentano disabilità (assieme all’ossessione del corpo la nostra epoca è ossessionata dall’utilizzo del corpo che si esprime semanticamente nei concetti di prestazione, di performance ecc). Questi corpi, paradossalmente avvertiti come anomali rispetto alla rappresentazione mediatica, sono sistematicamente cancellati dal discorso, emarginalizzati perché non più utili al capitalismo e al suo profitto. E con liberazione intendo visibilità, rappresentazione, narrazione.

Note

(1) Su questo aspetto il bellissimo libro di David Le Breton, Antropologia del corpo e modernità, Giuffrè Editore, Milano 2007, che nota come l’opposizione mente-corpo si sia specificata come opposizione tra essere umano e corpo, il quale entra nel registro simbolico dell’avere e non dell’essere (libro bellissimo, ma, ahimè, la cui lettura è rovinata da un’edizione scadente, mal revisionata e un testo zeppo di grossolani errori ortografici, banali sviste sintattiche e opinabili scelte di traduzione).

(2) Sarebbe molto divertente oltre che interessante se la storia della filosofia in collaborazione con le discipline psicologiche si dedicasse a tracciare dei profili psicologici dei filosofi. Sicuramente, i risultati comporterebbero un serio ridimensionamento del loro contributo teorico.

(3) Come ho già detto in precedenza, non c’è alcuna liberazione nel momento in cui si impiegano e ci si pone all’interno delle strutture patriarcali invece di decostruirle in maniera radicale dal di fuori.

Corpo in crisi

  • Venerdì, 01 Febbraio 2013 09:56 ,
  • Pubblicato in Flash news

Femminile plurale
01 02 2013

L’effetto che la crisi ha sui nostri corpi è ampiamente sottovalutato, quando non completamente ignorato. In momenti cui i media ci parlano solo di strumenti finanziari e di bilanci, di spread e di redditività, di elezioni, in tutto questo c’è un grande rimosso che è il nostro corpo. Ma anche mentre nessuno ne parla il nostro corpo esiste, ed è nella crisi: economica, politica, culturale, in definitiva, di civiltà che stiamo vivendo. La crisi ci affama, ci infreddolisce, ci toglie (le risorse pubbliche per) la salute. E siccome l’anima è una mente individuale, si comprendono anche gli aspetti psicologici e psicosomatici: la crisi ci toglie il sonno, ci toglie nutrimento, socialità, ci rende stanche, frustrate, preoccupate. Anche i corpi possono vivere vite buone e vite cattive, ma lo dimentichiamo. Forse se ritrovassimo le parole per i nostri corpi ritroveremmo noi stessi. Racconterò un piccolo stupido aneddoto: ieri sono salita in treno – dovevo andare molto lontano ed era l’alba. Mentre mi sistemavo nel mio posto è passata una ragazza su per giù della mia età, bionda, con una divisetta rossa, un trucco forte e l’accento dell’est. Faceva la promoter e stava regalando a tutti gli stanchi come me campioni di fasce autoriscaldanti per il mal di schiena. Ancora mezzi addormentati, io e gli altri passeggeri abbiamo accettato l’omaggetto con un surplus di entusiasmo, acceso non solo dal fatto che fosse gratis, ma addirittura perché prometteva di curarci un dolore fisico. Perché la colonna vertebrale scricchiola. Le mani sono screpolate. Il sonno non riposa. Il cibo è scadente, lo dobbiamo comprare così. I mezzi pubblici sono troppo freddi, o insopportabilmente caldi. In posta non ci sono sedie sufficienti per poter aspettare seduti, le gambe fanno male. I nervi si tendono. Il riscaldamento magari spegniamolo, spendiamo troppo. In quanti di noi si svegliano con il mal di testa, o non riescono ad addormentarsi, o si rapportano male col cibo, o soffrono di dolorini e disturbetti che si potrebbero tranquillamente definire cronici? In quanti potrebbero dire di star vivendo la crisi e contemporaneamente di sentirsi fisicamente bene?

Più mi ascolto “corporalmente” e intorno osservo i miei simili, più ne vedo chiarissimi i sintomi: siamo corpi doloranti in società capitalistiche avanzate.

Queste donne sono tutto tranne che innocue tant'è che negli ultimi anni molte di loro sono state oggetto di minacce, mentre un'attivista storica, Olga Marina Vergara, nel 2008 è stata assassinata insieme al figlio, alla nuora e al nipote di cinque anni. Da allora, è vero, molte cose sono cambiate: dopo 50 anni di conflitti la Colombia ha faticosamente avviato il processo di pace e le trattative proseguono a Cuba tra alti e bassi (è di pochi giorni fa l'annuncio del cessate il fuoco da parte delle Farc che accusano il governo di non voler rispettare la tregua). In questo difficile processo di dialogo però le donne non vogliono restare silenti: per loro cessare il fuoco non significa solo deporre le armi ma cambiare la struttura sociale e i rapporti di genere.
Insomma, a questo giro la pace, senza le donne, non va avanti.

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