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Il corpo nudo, nuova frontiera del femminismo

  • Venerdì, 14 Dicembre 2012 12:10 ,
  • Pubblicato in Flash news
Le attiviste cinesi, sulle orme delle Femen, si spogliano per chiedere una legge contro la violenza sulle donne. Una forma di protesta che fa riflettere. 

Ora anche in Cina, dopo l'Ucraina delle Femen, le donne scoprono il corpo nudo come strumento di protesta. Nel Paese asiatico, infatti, una campagna femminista ha visto la pubblicazione online di centinaia di foto di corpi di donna senza veli, il tutto per protestare contro la mancanza di una legge che tuteli l'altra metà del cielo dalle violenze, domestiche o meno, che in Cina assumono connotati preoccupanti.

Una iniziativa che fa riflettere sul volto del femminismo del terzo millennio. Già le Femen, come si è detto, hanno riscoperto il valore combattivo del corpo femminile e lo hanno usato (e tuttora lo usano) per portare avanti le loro rivendicazioni, in un movimento che è cresciuto sotto gli occhi di tutti. Ora è il turno della Cina, dove lo slogan è «Il corpo è un campo di battaglia». Ma dietro le donne che espongono il loro corpo nudo o seminudo si possono nascondere - e forse neanche tanto profondamente - due diversi intenti. Uno è quello commerciale: le membra femminili piacciono, specie se sono più scoperte possibile, e attirano l'attenzione. Tutti sanno che un prodotto venderà di più se accompagnato dal furbesco corollario di femmine discinte al seguito. Poi c'è l'altro modo di vedere il corpo nudo: quello al servizio di una causa che le attiviste femministe ci propongono. Eppure il femminismo, quello degli anni Settanta, non costituiva tanto un porre l'accento sul corpo quanto un nuovo e rivoluzionario affermare che uomini e donne pari sono, al di là di esso. Il corpo esiste, il corpo è lì: ma il suo sfruttamento millenario non è certo stato né può essere condivisibile, tanto più che si è sempre trattato di uno sfruttamento a senso unico.

E ora? Ora il corpo nudo diviene uno strumento al servizio delle stesse istanze che prima, invece, vedevano uomini e donne da considerarsi proprio oltre il loro trovarsi dentro a un guscio: diversi ma complementari e pari. Ora l'accento è posto sull'esteriorità, e talvolta si ha l'impressione che dietro la lotta delle femministe discinte faccia capolino, sornione, quel filo di sessismo che da che mondo è mondo ha catturato e cattura l'attenzione: della gente, anzitutto, ma anche dei media. Al punto che un movimento cinese varca i confini del Paese dove la censura fiorisce più che in ogni altro luogo, e arriva fino a noi, grazie a qualche reggiseno. Che una volta le femministe bruciavano. Ma la storia cambia, è come un fiume in piena. E conduce chissà dove.

I corpi (belli o brutti) danno battaglia

  • Martedì, 04 Dicembre 2012 08:30 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA
La Repubblica
03 12 2012

di ELENA STANCANELLI

Per attirare l'attenzione le donne hanno il corpo. Hanno  anche le parole,  ovvio, ma il corpo è più potente, il suo   impatto è più immediato. Va sui  giornali e in televisione senza sforzo, è un'arma perfetta. In questo momento  -   e domani sarà diverso - il corpo delle donne è un grimaldello.  Così per protestare ballano, cantano, si spogliano.

Tra le prime che ricordi  ci sono le animaliste, quelle che indossavano solo la pelliccia nature  (indimenticabile Marina Ripa di Meana), che si facevano fotografare nude per  Peta. E poi le attiviste di Femen, le  Pussy Riot... donne belle, giovani e  sfrontate. Ma il corpo delle donne non è potente solo quando è bello e sodo,  non significa solo se suscita desiderio. Ed è questa la sua forza eversiva.

Mettiamoci le tette è il nome dell'iniziativa inventata dalle ex pazienti dell'Ospedale Evangelico Valdese di Torino. Una struttura che funzionava bene, un'eccellenza della sanità nazionale, che il 31 dicembre 2012, se niente cambia,  chiuderà. Perché? Le misteriose regole della spending review. In questo  ospedale - che aveva medici competenti e infermieri belli e simpatici, scrivono  nell'appello - si curava soprattutto il cancro al seno. Così le donne si sono  fatte fotografare il seno. Seni giovani e vecchi, seni aggrediti dalla  chirurgia, seni ricostruiti dopo l'intervento, seni veri, malati e poi guariti.  Seni e basta, senza volti.

Le foto, sono poi state proiettate sulla facciata  del palazzo che ospita l'ospedale. Molto, molto più di mille parole.  E gli uomini? Quand'è che impareranno a usare il corpo per comunicare? Obama  ha fatto del suo un'icona mediatica. Da noi, dove gente che è stata ministro  dice cose tipo: io non sono come te (Nichi Vendola), io mi eccito in maniera  normale, ce n'è di strada da fare.  Ma una cosa è successa. Le lacrime di Bersani. E ha funzionato, ha funzionato  benissimo. Un piccolo passo per un uomo ma un grande passo per l'umanità.  
di Francesca Bonazzoli, La 27esima ora
27 gennaio 2012

Sarà l’aria poco allegra che tira nei consumi, sarà che nel commercio non si può propinare la stessa confezione per troppi anni, fatto sta che la pubblicità dei prodotti femminili sta cominciando ad abbandonare il cliché della modella emaciata, scontrosa e imbronciata, il tipo dell’esistenzialista annoiata e nevrotica alla Kate Moss, per intenderci. Finalmente fanno timidamente capolino sorrisi, sguardi diretti, espressioni più vivaci se non intelligenti, insomma più gioia di vivere rispetto all’altezzoso e annoiato distacco delle anoressiche che ci è stato propinato più o meno negli ultimi vent’anni.

La colpa, però, non è dei pubblicitari: loro non inventano mai niente, ma rielaborano immagini già conosciute e riconoscibili, anche se in modo subliminale, che fanno insomma già parte del nostro DNA visivo e dunque provengono dall’arte. Più che mai per quanto riguarda l’immagine della donna, soggetto per eccellenza di millenni di scultura, pittura e poi fotografia.

Il repertorio che l’arte mette a disposizione della pubblicità copre tutta la gamma della bellezza fisica e psicologica femminile, ma si può dividere in due grandi gruppi: le grasse e felici da una parte e le magre e nevrotiche dall’altra.

Le donne di Wildt, con le guance scavate, le occhiaie profonde, il naso affilato e le mani lunghe e affusolate, a un passo dal sembrare artigli, appartengono a pieno titolo al secondo gruppo. Ma a loro volta hanno illustri antenate o contemporanee, prime fra tutte le femmes fatales della Vienna fin de siècle di Klimt: le Giuditte, le Salomé e le signore dell’alta borghesia industriale praticamente coeve alle vergini, alle Marie e sante immacolate di Wildt: queste ultime più spirituali nei pensieri, ma non meno nevrotiche nelle apparenze.

Un altro celebre cultore della bellezza emaciata fu Edvard Munch che, nella vita, le donne le temeva davvero e infatti le dipinse anche come Vampiri. Ma l’elenco sarebbe troppo lungo: andare a cercare questo modello muliebre nel Novecento appare fin troppo facile e basti pensare a Kirchner, Schiele o Helmut Newton. Quello che può sorprendere di più è invece ritrovare la bellezza estenuata già nel Cinquecento, nella prima epoca nevrotica, quella manierista.

Dopo le bellezze perfette, serene e sensuali di Raffaello, Giorgione, Leonardo e Tiziano, gli artisti si interrogarono su come superare tali maestri e non trovarono di meglio che accentuare la perfezione ideale della Bellezza trasformandola in artificiosità. Ecco quindi che Parmigianino inventa ben prima di Modigliani colli allungati, teste piccole e espressioni malinconicamente assenti.

Lo stesso si può dire per le figure dai volti allampanati del Rosso Fiorentino, delle nobildonne algide e assenti di Bronzino o di quelle serpentinate e dagli occhi interrogativi del Pontormo, accusato di essere tedesco, ovvero di aver abbandonato l’armonia della venustà classica per quella gotica, alla Cranach, il padre di tutte le donne ossute della pittura nord europea.

Insomma, quando ad essere rappresentata non è tanto la donna, quanto la sua idea, allora assistiamo alla stilizzazione mentale della sua forma

come già era successo nel Quattrocento per esempio con Pisanello e Cosme Tura che dipingevano donne uscite dall’immaginario fiabesco dei poemi di corte e cavallereschi, più illustrazioni da codice miniato che rappresentazioni reali. Una tentazione in cui cadde anche Botticelli, con le sue donne algide e distanti, più mentali che carnali, il tipo femminile in voga nella Firenze neoplatonica, opposto a quello esaltato a Venezia, capitale della prostituzione dove certi predicatori come il Savonarola non potevano mettere piede e dove veniva apprezzata la Venere formosa e sensuale.

Alla base di ogni ideale di bellezza, quale che sia, ci sono dunque gli stereotipi sulla virtù morale della donna, gli stessi imperituri, da secoli.

Da una parte la donna diavolo tentatrice (Eva) e dall’altra la donna vergine e santa (Maria), una rielaborazione cristiana del kalòs kai agathòs greco dove al bello corrisponde il buono morale (mentre in Grecia il buono era civico). A stabilire il canone di bellezza, poi, è sempre l’uomo, dal mito di Paride in su: è lui ad assegnare la mela che sancisce il modello.

Soltanto, a volte, l’uomo è confuso e non sa se preferire Eva o Maria finendo così per mescolare i canoni di bellezza, se non addirittura i generi sessuali come fecero Michelangelo che mascolinizzò le donne o Leonardo che femminilizzò gli uomini.

Nel frattempo, per la donna, la cristianità ha trovato una terza via, quella della Maddalena penitente, la peccatrice che non può ambire alle virtù di Maria, ma che può redimersi attraverso la preghiera, il digiuno, la sottomissione.

Siamo entrati nel secondo millennio ma anche a causa della pubblicità che li perpetua, gli stereotipi sulla bellezza femminile non sono cambiati.
20 maggio 2012

Manifestazione il 23 maggio alla Regione Lazio - Via della Pisana alle ore 11
 
Mentre preparava la marcia pro-life di Roma insieme ai peggiori movimenti nazifascisti e machisti della capitale, con il sindaco Alemanno in testa e benedetta dalle alte gerarchie vaticane, per criminalizzare le donne romane, la consigliera di PER capogruppo di se stessa, ha presentato due emendamenti alla proposta di legge regionale sui servizi sociali.

INTERVISTA A LEA MELANDRI: "E' LA VITA NELLA SUA INTEREZZA"

  • Venerdì, 03 Febbraio 2012 00:00 ,
  • Pubblicato in L'Opinione
di Katia Ippaso, Gli Altri
3 febbraio 2012

Le rivoluzioni partono dal quotidiano, dal qui ed ora. Al tempo stesso, non posso fare a meno di battermi ancora perché certi temi legati al discorso del corpo e della differenza diventino centrali. Trovo scandaloso che ancora la violenza degli uomini contro le donne sia oggetto di cronaca nera. Quando è chiaramente un'emergenza sociale, politica e culturale.
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