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Redattore sociale
04 03 2015

Si chiama “P(r)eso di mira” ed è il libro di Francesco Baggiani che riflette sul tema del razzismo “oversize”, quello che prende di mira chi è sovrappeso. “P(r)eso di mira”, ed. Clichy, è dedicato a tutti gli oversize, e si rivolge in particolare a genitori e insegnanti, allenatori e medici, insomma al mondo di chi voglia conoscere e capire che cosa c’è dietro una condizione che spesso è oggetto di pregiudizio e discriminazione. Il libro sarà presentato il 4 marzo alle 17 in Consiglio regionale toscano alla presenza del consigliere Enzo Brogi (Pd). Alla presentazione interverranno Giovanna Ceccatelli, docente di sociologia dell’Università di Firenze, Simone Naldoni, consigliere regionale che fa parte della commissione Sanità del Consiglio; l’attore, regista e direttore artistico del teatro Studio Scandicci, Giancarlo Cauteruccio, il comico Paolo Migone, i musicisti Silvia Querci e Simone Baldini Tosi.



“Se insulti un nero, sei razzista. Se insulti un gay, sei omofobo. Se insulti un ciccione, sei simpatico. Ma cos’è veramente l’obesità?” c’è scritto nella presentazione del libro. “È vero che le persone sovrappeso sono pigre e senza forza di volontà? – si chiede ancora il libro - E perché bambini e adulti obesi vengono comunemente scherniti, offesi, discriminati? La presa in giro, a scuola, in famiglia, come in tv, aiuta veramente il soggetto a «darsi una mossa», o costituisce una severa violazione dei diritti e un ostacolo per il benessere dell’individuo?”.

"Il libro di Francesco Baggiani ci fa riflettere su cosa c'è dietro a una condizione troppo spesso oggetto di pregiudizio e discriminazione - dichiara il consigliere regionale Enzo Brogi - Il percorso che la nostra società sta facendo contro le discriminazioni non deve e non può fermarsi un attimo. Molti episodi purtroppo ce lo confermano costantemente, ogni forma di derisione e vessazione è ingiusta e odiosa, quella della discriminazione ponderale, esattamente come quelle che riguardano gli orientamenti sessuali, il genere o il colore della pelle, costituisce una violazioni dei diritti e, oltre a sfociare in eventi terribili, può spesso causare gravi limiti al benessere personale. Per questo è necessario riflettere sull'argomento, e intraprendere anche in questo caso la via del buon senso e delle rispetto che si deve a tutte le diversità".

Francesco Baggiani, nato a Greve in Chianti nel 1973, è pedagogista. Immerso ormai da molti anni negli ambienti istituzionali e spontanei dove bambini e adolescenti vivono, si incontrano e si scontrano, ha da sempre manifestato un particolare interesse verso i problemi socio relazionali legati al corpo, in particolare quelli relativi all'obesità e al sovrappeso. Dal 1998 ha iniziato a raccogliere il più disparato materiale che avesse a che fare con questo argomento, quando ancora in Italia non esistevano studi, lessico, né tantomeno una mentalità in grado di incanalare l'inquietudine e la ricerca dell'autore. Rifacendosi alla recente letteratura scientifica d'oltreoceano, ha oggi l'onore di essere il primo autore che in Italia pubblica un libro che parli espressamente di pregiudizio e discriminazione basati sul peso.

A chi serve un #femminismo che infantilizza le donne?

  • Mercoledì, 07 Gennaio 2015 08:27 ,
  • Pubblicato in Flash news

Abbatto i muri
06 01 2015

by laglasnost

Caratteristica tipica di uomini paternalisti è quella di infantilizzare le donne in modo da ridurle ad oggetto di decisioni altrui. C’è stato un tempo in cui alle donne non veniva conferito lo status di “adulte” in nessuna situazione. Non lo erano abbastanza per gestire beni, proprietà, per votare, esercitare libertà di scelta e di pensiero, seguire una propria morale invece che quella altrui. Le donne erano semplicemente esecutrici di ordini altrui e avevano il compito di rispettare il valore dell’unico soggetto adulto riconosciuto in quanto tale e perciò era da lui che dipendeva qualunque pensiero universale su ogni questione. Non essere riconosciute adulte e quasi immeritevoli del dono riproduttivo ricevuto, significava essere sorvegliate a vista quando si dedicavano al mestiere educativo, all’assistenza e alla cura dei familiari e in relazione alla gestione del corpo e della sessualità.

Non essere considerate adulte, dunque, ci poneva sempre nella condizione di essere poste sotto tutela sociale e individuale in un contesto a gestione patriarcale. Una delle conquiste del femminismo è stata quella di ottenere un riconoscimento per le donne che esigevano di essere considerate adulte, abbastanza mature da poter perfino parlare per se stesse. Diventavamo dunque soggetti pensanti. Le donne diventavano fautrici di nuove spinte sociali e questo nostro percorso emancipatorio fu in parte favorito da chi aveva necessità che le donne potessero esercitare libertà di acquisto e dunque potessero rappresentare un’autorità nella compravendita di prodotti immessi nel mercato. Ebbene si, il femminismo è stato in qualche modo favorito dal capitalismo così come il capitalismo si appropria delle parole d’ordine di gay, lesbiche e trans perché lì individua un’altra fetta di acquirenti, ma questa è un’altra storia.

Quello che oggi voglio raccontarvi, dopo aver letto tomi di filosofia e cultura e storia femminista, è il salto in avanti che il femminismo restituì a tutte le donne pretendendo che fossero tutte considerate in grado di intendere e volere. Perciò le donne lottarono contro chi le considerava “isteriche” se e quando manifestavano una sessualità ed esigenze autonome. Lottarono per ottenere contratti di lavoro con riconoscimento di diritti pari a quelli riconosciuti per gli uomini. Lottarono per avere il controllo della propria abilità riproduttiva e poi per poter decidere che la biologia non le rendeva necessariamente inclini ad essere mogli e madri. Lottarono per evitare che il mondo ponesse sotto silenzio esigenze lungamente nascoste, a partire da donne che finalmente poterono essere protagoniste dell’opera infinita che riuscivano a mettere in circolo. Chilometri di saperi, saggezza celata, della quale le donne dovevano vergognarsi, perché un’infante non pensa, semmai affida e delega la capacità di decisione all’uomo, il padre, il marito, il fratello.
A capo delle società gli uomini garantivano sicurezza per quelle definite soggetti deboli. Prima le donne e i bambini, perché quella era la parte debole che bisognava tutelare. Invece i figli e i padri andavano in guerra a morire in quanto “adulti” per antonomasia, educati fin da piccoli a tutelare sorelle e madri, quando in realtà non erano neppure in grado di tutelare se stessi. Così il femminismo liberò anche quella parte maschile che non aveva alcuna voglia di assumersi l’onere di fare da protettore, patriarca, tutore del corpo di nessuna. Ecco, mi scuso della sintesi ma potete trovare molti libri di storia, antropologia, sociologia, che vi potranno illuminare su quel che accadeva in passato.

Veniamo all’oggi. Gli uomini non ci considerano più bambine e chi lo fa è chiaramente dalla parte di un pensiero anacronistico che è destinato a perire. Le donne adulte devono assumersi la responsabilità delle proprie decisioni e non c’è nessuna attenuante per quel che di negativo le donne possono compiere. Abbiamo ottenuto vantaggi e svantaggi dell’essere considerate autonome e capaci di intendere e volere. Viviamo da sole. Esigiamo rispetto per le nostre decisioni. Possiamo scegliere di fare sesso non riproduttivo e di farlo perfino con una persona del nostro stesso sesso. Rivendichiamo il diritto di poter determinare la nostra vita, con le limitazioni che sono di tutti e che riguardano l’economia, l’assenza di reddito e di strumenti che ci facilitino la strada verso l’indipendenza economica.

Siamo comunque perfettamente in grado di autorappresentarci. Ci esprimiamo, in moltissimi settori della ricerca umana. Siamo scienziate, scrittrici, artiste, professioniste e nessun campo ci è negato. C’è chi ancora dice che ci sono settori nei quali non ci permettono di eccellere ma il punto è che il maschile inclusivo, assoluto e universale, è stato rimesso in discussione a partire dal linguaggio fino alla stessa gestione del lavoro e della famiglia. Siamo al momento in cui si è raggiunta, in qualche modo, una sorta di parità. Da qui in poi dovremmo lottare per tenercela, questa parità, e per evitare che nessuno più si rivolga a noi come fossimo delle dementi bisognose di perenne tutela. Dovremmo urlare che mai più vogliamo essere considerate bambine, non più in grado di decidere autonomamente. Dovremmo impedire che padri, istituzioni, tutori, si ergano a decidere per noi. E invece quel che sta accadendo è proprio l’opposto.

Il femminismo odierno, quello egemone, infantilizza le donne. Siamo tornate ad essere considerate bambine. Secondo alcune non siamo in grado di decidere circa la gestione del nostro corpo, nelle professioni, nella sessualità. C’è chi si erge su di noi per dettarci una propria visione morale che censura e vieta scelte di vario tipo. C’è un femminismo che sollecita gli uomini a riassumere il comando, più precisamente a riassumere il ruolo di tutori, protettori, patriarchi buoni, la cui morale paternalista dovrebbe ridiventare il nostro sole di riferimento. Ci sono donne che impongono ad altre donne un codice morale, regole senza le quali non ci viene altrimenti riconosciuto lo status di adulte responsabili.

Che razza di femminismo è quello che esorta le istituzioni, patriarcali, a decidere per noi a proposito di esposizione dei corpi nei cartelloni pubblicitari, nei media, o di decidere per noi a proposito del mestiere che scegliamo di fare? Che femminismo è quello che impone alle donne, tutte, di dividere le schiavitù buone da quelle cattive, le scelte buone da quelle cattive. Badanti si ma sex workers no. Che femminismo è quello che sceglie, volutamente, di ignorare la voce delle sex workers, delle attrici porno, delle donne che vogliono abortire, di quelle che vogliono affittare l’utero, delle migranti che vogliono emanciparsi attraversando il mondo anche a piedi scalzi pur di farlo e che non vogliono essere oggetto di nessun prurito neocolonialista. Che femminismo è quello che batte e ribatte sulla faccenda della violenza subita non già per proclamarci assolute proprietarie del nostro corpo ma per raccontare, in forma ambigua, che il corpo è nostro ma non è nostro. Che femminismo è quello che ci dice come e quando una donna è veramente libera e quando invece no.

Se c’è una netta dimostrazione che rivela come questo femminismo, moralista, autoritario, pronto a lanciare allarmi per spostare il discorso politico sempre e solo sul piano emergenziale, abbia istigato la società tutta a infantilizzare le donne, è il fatto che il governo le abbia escluse dalla redazione di un piano antiviolenza, associandole, non a caso, ai bambini maltrattati (tra l’altro maltrattati anche dalle madri). La dimostrazione di quel che dico è dimostrata dall’esistenza di neofondamentaliste abolizioniste della prostituzione, ad esempio, o antiporno, che tentano di fare pentire e redimere sex workers e porno attrici con ragionamenti degni del più becero patriarcato. Le donne non sono in grado di difendersi da sole. Deve esserci sempre un tutore a fianco a loro. Il corpo delle donne torna ad essere considerato corpo sociale, perciò possono essere istituite delle speciali commissioni inquisitorie durante le quali uomini e donne d’altri tempi si divertiranno a dividere il mondo in presenze e abiti indecenti e abitudini decenti. E in tutto questo io mi chiedo come facciano, queste donne, a non vedere quanto sia controproducente quello che fanno.

Perché io, che dovrei godere delle lotte delle mie antenate, oggi dovrei chinare il capo al cospetto di un sessismo osceno sdoganato dalle nuove tutrici dei corpi delle donne? Dovrei fidarmi del loro parere perché hanno un utero? O dovrei cominciare a considerare il fatto che certe donne, nella delegittimazione e infantilizzazione delle altre hanno avuto e continuano ad avere un gran ruolo? Che differenza c’è tra le comari che un tempo giudicavano la donna troppo svestita, la ballerina da saloon e quelle che oggi giudicano le altre per i centimetri di pelle esposta o messa a servizio del piacere di qualcuno? Che differenza c’è tra i patriarchi d’un tempo che dicevano di rappresentarci tutti/e e certe femministe, donne, di oggi che insistono con l’idea di parlare in nostro nome, di rappresentarci, anche se non ci rappresentano affatto?
Perché al di là del fatto che possiamo condividere o meno le scelte delle altre donne, io ricordo benissimo che chi ci ha preceduto si era ripromessa di farci ottenere libertà di scelta in qualunque ambito. Qualunque. Ambito. La libertà non si esercita nel campo d’azione che tu ritagli per me. La libertà si esercita nel campo d’azione che io scelgo come possibile per la mia emancipazione. Ci sono regole per emanciparsi dal bisogno? E chi le ha decise? Perché una donna non può guadagnare soldi ballando in tv? Perché non si può fare quel che vogliamo? Perché dobbiamo sorbirci un esercito di matrone che vengono a dirci che le nostre scelte libere in realtà non sono tali e le loro invece si? Che razza di femminismo è quello che non concede di superare un scontro generazionale tra quelle che infantilizzano le altre e quelle che si ritengono madri/padrone del nostro destino. Che femminismo è quello che realizza e soddisfa l’esatto immaginario di pedofili che non vedono l’ora di vedere le donne vestite da lolite? (possibilmente con un livido che fa tanto fashion victim)

Quando esponete le vostre idee in fatto di femminismo quante volte vi è stato detto che siete “giovani” (voi… non potete capire!) anche se avete 50 anni? Quante volte vi è stato detto che siete possedute dal nemico? Quante volte vi è stato detto che siete perfino pazze, fuori di testa? Quante volte vi hanno detto che dovete lasciare che altre decidano per tutte noi? Così vediamo presunte “esperte” di femminismo dettarci dogmi che ci restano attaccati sulla pelle come fango in una giornata di sole. Si impiega un po’ prima di liberarsene. Vediamo quelle che evangelizzano il mondo lasciando intendere che c’è un’unica via per la santità ed è quella che vi mostrano loro.
Il punto è, intendiamoci, che qui non si proclama la giustezza assoluta di queste affermazioni. Quel che si definisce è un fenomeno che va inquadrato per quel che è: come un motore che spinge indietro. E pur nella parzialità dei pensieri di ciascuna la faccenda si rivela quando qualcuna viene da te e ti dice che quelle altre no, non sono davvero libere di scegliere, dunque devono essere affidate a persone “adulte” che sceglieranno per loro. Se non si raggiunge l’assoluta consapevolezza che il confronto, rispettoso, deve avvenire tra diversità e pensieri adulti, seppur differenti, non negando la diversità ma accettandola per la ricchezza che porta, io credo che il femminismo egemone, di questi tempi, piuttosto che essere motivo di progresso diventi un elemento sociale che spinge al regresso. E al regresso, chi vuole andare avanti, risponde senza farsi chiudere in un angolo. Voi andate pure indietro, care. Io vado avanti. Chi viene con me?

—>>>Update: sulla mia bacheca facebook Elettra Deiana risponde al mio quesito. A chi serve un femminismo che infantilizza le done? Lei risponde così: “Serve a occupare la scena, far parlare di sé, esprimere opinabili posizioni personali come verità di cui ci sarebbe assoluto bisogno mentre non ce n è affatto. L’obiettivo è appunto alimentare l’idea che le donne siano affette da minorità psicologica e quindi debbano essere oggetto di protezione. Poi nella realtà le cose sono molto diverse, confuse e contraddittorie come l’epoca che viviamo, segnata dal fantasma del patriarca, dalla libertà femminile ma anche, non di rado, dalla nostalgia femminile per quel patriarca e da forme di autoaddomesticamento femminile per compiacere lo sguardo maschile. Le cose stanno anche così e per questo certe posizioni ci sono e sono veicolate. Io vedo una realtà molto complessa e contraddittoria, se solo guardo un po’ oltre lo stretto giro. Neopatriarcalismi senza patriarcato e femminismi restaurativi – così li chiamo – fanno parte della transizione. Che si alimenti una cultura non conformista sulla materia, si mettano in discussione le cose a partire da un punro di vista diverso rispetto al mantra dominante mi sembra la cosa più positiva che oggi si possa fare. Come fa Eretica con il bel pezzo che condivido. Per il resto siamo nelle mani delle donne, molte fantastiche altre come va il mondo. E il mondo forse ha qualche problema.“

Lea Melandri, Università delle donne

Ci sono molte ragioni per rallegrarsi della ristampa del libro del filosofo Franco Rella, Ai confini del corpo (Garzanti 2012). Alcune è l’autore stesso a indicarle: una politica che ha volutamente invaso lo spazio che sta sul limite dell’inizio-vita e quello ancora più sottile che lo separa dalla morte; la presenza sempre meno eludibile intorno a noi di “soggetti, persone, corpi con il loro carico di dolore”; l’evidenza che “non esiste una questione del corpo disgiunta dalla questione del potere”.

Per chi ha seguito con continuità il suo percorso singolare, si tratta semplicemente di riconoscere a Rella il merito di avere aperto al pensiero nuove strade possibili, portando il soggetto a conoscersi e ad avvicinarsi un po’ di più alla verità del proprio essere. Se siamo capaci di guardare dentro noi stessi e il mondo, non è difficile accorgersi che la noia  -come scrive Proust- “è un panno caldo e grigio rivestito all’interno di una seta dai colori più smargianti”, che nel rovescio abitualmente invisibile di un ordine dato si possono fare scoperte illimitate.

Da una ricerca che vuole restare dentro l’ambito della filosofia, a riparazione della “censura” che essa ha operato storicamente sull’esperienza corporea, nasce tuttavia anche un’idea diversa della politica  -la persona al posto del cittadino- e la costruzione di un’antropologia capace di ripensare e modificare il rapporto di potere tra i sessi.

Se si è costretti a parlare di “confini” tra corpo e linguaggio è perché abbiamo ereditato una visione del mondo dualistica: il corpo visto come oggetto da parte di un soggetto conoscente, una relazione ostile che si è trasformata in controllo, violazione e sfruttamento, ma che per questo non ha mai abbandonato la nostalgia per l’armoniosa riunificazione di ciò che la storia ha diviso. Dal momento che le condizioni materiali del vivere sono state identificate col sesso femminile, è attraverso il corpo della donna che l’uomo è andato cercando per secoli il mistero della sua esistenza, del nascere e del morire, della passione amorosa e della sofferenza.

Scostandosi dall’ “atto sacrificale” con cui si è affermato nelle civiltà esistenti il principio paterno  -come principio spirituale che trascende le leggi della natura-, Rella porta allo scoperto una contraddizione evidente: non si può parlare, scrivere del corpo, senza interrogarsi sul soggetto conoscente, in quanto soggetto incorporato, sessuato, senza riportare su di sé l’interrogativo: “E io? E io e il mio corpo?”.  Da questa domanda , che rivoluziona la visione del mondo mettendo il soggetto maschile nella posizione associata tradizionalmente alla donna, alla passività, alla vergogna dell’ “essere guardato”,  prende avvio un saggio “audace e innovativo”, sia nell’esplorazione dei territori “impresentabili” dell’esperienza umana, sia nella ricerca di forme di “scrittura critica”, dove si danno insieme inseparabili pensiero ed emozioni.

 Le linee guida di un viaggio che si lascia aperte volutamente strade, sorprese, ripensamenti, sono dunque essenzialmente due: forzare i confini del corpo, varcare sempre nuove soglie per addentrarsi nel suo mistero e dare parola alle passioni che lo abitano, gioie e patimenti, e al medesimo tempo interrogarsi su come “scrivere il corpo” evitando che si riduca alle parole che ne parlano. L’esito è una scrittura che si interroga costantemente su se stessa, che vuole mantenersi fedele a un Io incorporato, diventare corpo pensante, amalgama di ragione e sentimenti, una scrittura che, se da un lato insegue l’opportunità di una “trama”, si lascia poi felicemente attrarre dalla “logica del frammento”.

A prevalere sulla forma tradizionale del saggio è il “movimento erratico del pensiero” che  come una “deriva morenica” si ingrossa via via che avanza, incorporando materiali eterogenei: letteratura, arte, filosofia, schegge narrative, frammenti di esperienza propria, eventi tecno-politici. La parola che tenta di avvicinarsi al “cuore di tenebra” della civiltà e di ogni individuo non può che essere una “parola vacillante”, un filo teso che in ogni istante può spezzarsi. E’ questa consapevolezza che, impedendo al singolare percorso di pensiero e di scrittura di Rella di fermarsi all’incontro di letteratura, arte e filosofia, gli permette di entrare in un terreno fatto di “ossessive iterazioni, note, aforismi, soprassalti della coscienza”.

“Cosa posso dire io di fronte a questi appunti, che si rifiutano a ogni forma, che sfuggono da tutte le parti, che si muovono come vogliono, senza che io possa né dirigerli , e nemmeno raccoglierli in una qualsiasi trama?”

Contro l’acclimatamento all’orribile che occupa la scena del mondo, ma anche il mal vivere di ogni vita singola, la salvezza sembra venire dalla “fede” in una  “parola” che ha la capacità di ascolto e la “compassione”  necessaria per assumersi la responsabilità di rappresentare l’ “irrappresentabile”. Il capovolgimento del cogito ergo sum  -“E’ attorno al corpo che si avvita il pensiero come un rampicante intorno all’albero che lo sostiene”-, del guardare in essere guardato, non poteva che riflettersi anche sulla scrittura che si fa a sua volta “cavità aperta”, accogliente, assumendo su di sé modi di essere che sono stati da sempre attribuiti al femminile.

“Questo libro cresce incorporando parole, immagini, esperienze, ricordi. Sembra che tutto questo sia attratto da una cavità aperta nel corpo della scrittura che, procedendo, essa non riempie e nemmeno delimita. Scena cava, dunque, su cui si stagliano immagini che ho colto, che ho vissuto, che ho mescolato le une alle altre fino al punto che io stesso fatico a distinguerle.”

Ora, tornando al tema centrale del libro, il corpo e il suo “inesorabile essere lì”, con le sue passioni, l’eros e la sofferenza, Rella sa bene che i nessi tra la condizione materiale del vivere e il pensiero ci sono sempre stati e che la difficoltà a farli emergere sta nell’atto fondativo stesso della coscienza, nel suo essersi posta al di sopra e al di fuori dei vincoli biologici. L’idea stessa che il corpo abbia dei “confini”, sia pure sfrangiati e pieni di aperture come tutti gli steccati di difesa, nasce dalla logica contrappositiva e ostile che ne ha fatto una “terra straniera”, una “fanghiglia barbarica”.

A inchiodare l’Io al corpo sono quelle esperienze che lo lasciano allo scoperto  - la sessualità, la malattia, l’invecchiamento e la fine della vita-, tanto da far pensare che “la filosofia, l’arte, gli affari” non siano altro che “un immenso ostracismo contro l’alito della morte, una stasi di fronte al suo mistero, al suo smarrimento, alla sua feroce presenza”. “C’è ancora spazio –si chiede Rella- nella rete sempre più fitta dei poteri diffusi che regolano e ordinano il piano della realtà, per la possibile verità del singolo, messo di fronte a se stesso, al proprio corpo, alle proprie passioni, alla sua vita e alla sua morte?”

Un  Io maschile che ritrova il suo essere corpo non poteva non attraversare i luoghi che sono stati considerati “destino” della donna, e il ripensamento che ne ha fatto il femminismo, come riscoperta della politicità della vita personale, dei segni che la cultura dominante ha impresso durevolmente sui corpi e le identità di un sesso e dell’altro. In una critica al dualismo che sa “chiamare le cose col loro nome”, che non esita ad addentrarsi in “analisi spinte, sintesi impudiche, palpeggiamenti lascivi di temi scabrosi”, la figura femminile assume inevitabilmente una rappresentazione duplice: è il “pube fiorito” di Nanà, che fa irruzione nell’arte e nella letteratura inaugurandola modernità (Manet, Zola), è il corpo morto, pietrificato di Albertine (Proust), il corpo erotico attraverso cui l’uomo, con la carezza e il graffio, l’amore e la violenza, cerca un sé corporeo irraggiungibile.

E’ solo a metà del libro che all’immagine femminile più nota subentra quella di Claudia, la donna che ha uno sguardo proprio, una sua autonomia, a cui Rella riconosce di non poter dare espressione e racconto.  Innanzi tutto perché l’uomo sa poco di come una donna percepisce il suo corpo, e poi perché restituire a Claudia il suo sguardo vorrebbe dire far cadere tutta l’impalcatura fantastica, emozionale, narrativa, su cui si regge il libro, la cultura a cui appartiene. Se non si può cambiare radicalmente strada nella rappresentazione della donna, si può “fermarsi un poco a riflettere sulla sorte di Claudia e  sul destino dei sessi, approdare ad alcuni esiti sorprendenti”.

Liberando la donna dai suoi lacci, l’esperienza del corpo si fa anche per l’uomo più vicina, più “propria”, meno misteriosa. Vuol dire incontrare la singolarità e l’interezza di ogni essere.
Nel caso di Rella,  del cambiamento che riguarda il soggetto maschile, il suo lasciarsi guardare, la sua disponibilità a “sapersi” e a “raccontarsi”, è il corpo della scrittura a dare conto, ma a parlare a tutti e tutte è la felicità dei percorsi nuovi e inaspettati che si aprono al pensiero e alla pratica politica, alla creatività del singolo, così come ai cambiamenti in atto in una società oggi terremotata nei suoi fondamenti arcaici. Per tornare alla suggestiva immagine di Proust, “gli arabeschi” che stanno sul rovescio del “panno grigio” delle abitudini forse non sono più di casa solo nel sogno ma in ciò che il desiderio dissidente comincia a pensare reale e possibile.

Salute e maternità: ritorno al passato?

  • Domenica, 23 Novembre 2014 17:43 ,
  • Pubblicato in ZeroViolenza
Annarita Frullini, Zeroviolenza
23 novembre 2014

Si è cominciato a parlare di una “Una salute a misura di donne” e di compresenza di corpo psichico, fisico e sessuato, andando oltre la capacità riproduttiva, per ridurre le disuguaglianze di genere e prendere distanza dal maschile modello e misura della salute, della malattia e del corpo.

Donne di fatto
29 10 2014

“Cancella e scusati per la dannosa campagna pubblicitaria della tua nuova linea di reggiseni”. È questo l’inizio di una petizione online (che in poche ore ha raggiunto già più di 800 firme) lanciata da tre ragazze inglesi contro la casa di intimo Victoria’s Secret. Per le tre studentesse di Leeds, il brand americano è colpevole di aver usato l’immagine di modelle in posa sovrastate dalla scritta “The perfect body“, “Il corpo perfetto”. Una campagna che “promuove uno standard di bellezza poco salutare e decisamente dannoso – si legge sulla petizione pubblicata sul sito Change – una scelta irresponsabile e dannosa che non tiene conto della diversità di ogni donna e sceglie di chiamare ‘perfetto’ un modello di corpo irreale”.

Per Frances Black, Gabriella Kountourides e Laura Ferris “ogni giorno le donne sono bombardate da messaggi pubblicitari mirati a farle sentire insicure del loro corpo per convincerle a spendere soldi in prodotti che si suppone possano renderle più felici e belle”. Una campagna, quella delle tre adolescenti, che ha preso piede anche con Twitter all’hashtag #iamperfect (“Io sono perfetta”). La petizione fa leva anche sulla popolarità del brand americano, sottolineando come proprio un marchio così noto non dovrebbe lanciare messaggi sbagliati “e giocare sulle insicurezze delle donne, proponendo un unico modello di corpo”, mettendo in fila modelle tutte uguali “sottili, e fin troppo magre”.

Pubblicità di questo tipo, si legge sulla petizione online, “non fanno altro che far abbassare l’autostima di ogni donna e farle credere di essere inadeguata e poco attraente perché incapaci di rientrare nello standard di bellezza che gli viene proposto”. Una pubblicità, concludono le tre adolescenti inglesi, “che incoraggia il diffondersi di gravi disturbi alimentari e di salute nel mondo femminile. E che per questo, deve essere fermata”. Quella del brand americano non è l’unica pubblicità incriminata di sessismo. Dalle mozzarelle ai fast food, passando dalle web company e dalle marche di vestiti. Un video de ilfattoquotidiano.it mostra quanto la pubblicità possa mettere le donne “in vetrina”.

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