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Il confine fra legami e libertà

  • Venerdì, 03 Gennaio 2014 13:59 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA
La Stampa
03 01 2014

MARIELLA GRAMAGLIA

Non paia un partito preso ingeneroso verso il governo. È solo semplice e cruda realtà.

Il decreto legge presentato in Parlamento in agosto e convertito in legge il 15 ottobre 2013 non ha, per ora, sortito l’effetto di ridurre, o quanto meno di contenere, il femminicidio.

Le fonti su cui si basa La Stampa ci dicono che siamo passati da 93 femminicidi nel 2012 a 103 nel 2013. La casa delle donne di Bologna, che usa lo stesso metodo di ricerca, basato sulle notizie di giornale e sui lanci di agenzia, dichiara invece 130 casi nel 2013. La differenza è dovuta alla definizione: «per femminicidio si intende un assassinio – precisa la Crusca – in cui l’uccisore è un uomo e il motivo per cui la donna è uccisa nasce dal fatto di essere donna». Così alcuni calcolano come «borderline» i casi legati a rapine o a follia dei figli, altri no. Il dibattito, non essendoci fonti pubbliche attendibili come nel caso dell’interruzione di gravidanza, è completamente aperto.

In teoria, dall’anno prossimo tutto cambia: stando alla legge, il ministero dell’Interno «elabora ogni anno un’analisi criminologica della violenza di genere» e la ministra della pari opportunità, entra il 30 giugno, relaziona sull’utilizzo delle risorse stanziate (modestissime: dai sette ai dieci milioni all’anno) per i centri anti violenza.

«Il più sicuro, ma il più difficile mezzo per prevenire i delitti é perfezionare l’educazione»: studiavamo così da ragazzi sui testi degli illuministi. Il mezzo, proprio perché è difficile, è passato di moda: non fa notizia, non infiamma, non produce consenso. Mentre una legge come questa, basata per i quattro quinti sul diritto penale, sull’esemplarità e sulla deterrenza, lì per lì fa rumore. Ma, se inefficace, facilmente finisce in quel coacervo di sfiducia che ormai separa cittadine e cittadini dallo Stato: «parlano, parlano … e non cambia mai nulla». La novità pratica – a parte l’inasprimento delle pene, compreso quello altamente simbolico verso il persecutore legato alla vittima da matrimonio o da rapporto affettivo – è una maggiore libertà ed efficienza di azione per gli agenti di polizia giudiziaria nell’allontanare dalla casa l’uomo violento, nel vietargli di avvicinarsi, nell’informare la vittima di dove si trova il maltrattante, se agli arresti, a piede libero o in un programma sociale di riabilitazione. Le operatrici dei centri anti violenza riconoscono volentieri i meriti di una polizia più sensibile. Con il tempo, speriamo, ne vedremo i frutti.

Intanto la distribuzione spaziale e temporale dei delitti fa riflettere. Più Nord che Sud, più megalopoli (Milano e Napoli in particolare) che piccoli centri, meravigliosa quiete in Basilicata e nel Nord della Sardegna. E’ finito il tempo del clan, degli zii e dei fratelli che puniscono la reproba ( sono questi la maggior parte dei femminicidi in Afghanistan e Pakistan) ed è in crescita lo strazio postmoderno dell’amore-non amore, che non sa riconoscere i confini fra legami e libertà. Quel misterioso mese di settembre, quando i delitti aumentano, di cosa è il segno? Di separazioni mal sopportate, di nuovi inizi di lavoro e di cura, sempre più faticosi e frustranti mentre la crisi fa il suo giro?

Forse. Molto ancora c’è da capire e studiare se si pensa a una riforma sociale e morale. Spiace che anche papa Francesco, nell’impostare le 38 domande da discutere nelle parrocchie in vista del Sinodo straordinario sulla famiglia del 2014, abbia pensato a tutto, dai divorziati alle coppie gay, ma non alla violenza sulle donne. Non è per delegare. E’ che la società civile laica è così stanca e rinsecchita che forse uno stimolo dalla comunità cristiana non le avrebbe fatto male.

"La violenza sulle donne non è una questione solo per donne". No. La violenza sulle donne "riguarda tutti". Chi la subisce. Chi la compie. Chi assiste. Prima, durante, dopo. "E da qui che bisogna partire se si vuole affrontare il problema: conoscere il fenomeno è il primo passo per combatterlo". E va fatto "con la partecipazione di tutti". ...

#Renzi e il #Pd: NON parlate di “donne” (please!)

  • Giovedì, 31 Ottobre 2013 11:24 ,
  • Pubblicato in L'Articolo

Abbatto i Muri
30 ottobre 2013

Confesso che di Renzi non so molto. Figurarsi che l'altro giorno su twitter si scherzava e c'era qualcun@ che pensava alla Leopolda ci fosse la sfilata di Miss Italia. Gente che eleggi senza proporzionale e con il maggioritario secco, of course.

#Renzi e il #Pd: NON parlate di “donne” (please!)

  • Mercoledì, 30 Ottobre 2013 15:22 ,
  • Pubblicato in Flash news

Femminismo a Sud
30 10 2013

da Abbatto i Muri:

Confesso che di Renzi non so molto. Figurarsi che l’altro giorno su twitter si scherzava e c’era qualcun@ che pensava alla Leopolda ci fosse la sfilata di Miss Italia. Gente che eleggi senza proporzionale e con il maggioritario secco, of course.

Ci fu quella volta che mi s’incupì la fiKa ritenendo che perfino a Firenze fare un cimitero nominato ai feti fosse una cosa un minimino oppressiva per le donne che scelgono di abortire. Ma qui già siamo a cose intime, non c’è molto da pretendere che si lasci a tutte la libertà di autodeterminarsi senza produrre ricatti psicologici a chi sceglie l’ivg, avendo a mente anche quelle che invece tengono a quel luogo di sepoltura. Solo una istituzione patriarcale può lasciare che questa cosa diventi una lotta tra due sensibilità ferite, in cui per raccontare il mio stupore e la mia amarezza devo inevitabilmente ferire quella che ha suo malgrado abortito e invece proprio non voleva. Ma fare una scelta differente non mi dice comunque che l’attenzione in direzione delle donne sia migliore. Dove oltretutto chiedere ad un partito di citare la parola “donne” (come anche quella “femminicidio”) oggi è come pretendere che si sposi un brand senza contenuti.

Ci sono partiti che non smettono mai di parlare di donne (e anche di femminicidio), salvo poi mostrare di non capirci nulla di persone in generale.

La polemica sul “non hai detto donne” fatta su Renzi rischia di alimentare un ulteriore mito. E per fortuna che a rispondere siano Loredana Lipperini e Monica Pepe che chiariscono da un lato che è tutto il Pd a utilizzare la questione di genere come un brand salvo poi imporre un modello paternalista e autoritario e dall’altro che parlare di questioni di genere senza fare seguire azioni concrete che facciano riferimento alla cultura e all’educazione sia pressocché inutile.

Il Pd vanta di includere donne nelle liste, di metterle al governo, le fa perfino parlare, pensa te quanto è progredito ‘sto partito, ma usare quote rosa e la parola “donna” brandizzata non lo rende migliore. Anzi. La maniera in cui ne parlano è da democrazia cristiana tutta famiglia, casa, chiesa o Dio, patria e famiglia. E in quanto a Patria, devo dire, alla parola “donne” segue troppo spesso quella “italiane” che pure l’Huffington usa per attribuirla alle intenzioni di una Lipperini che, conoscendola, vi giuro non va in giro fasciata di tricolore né canta l’inno da mattina a sera.

Fate così, tutti quanti. Non importa davvero che pronunciate termini tra l’altro oramai obsoleti in relazione ai generi. Che importa se parli di donne, uomini, trans, gay, lesbiche, bisex. Il punto è che se parli di persone, di soggetti invece che di oggetti, devi rispettarne l’autodeterminazione e dovrai ascoltare quanto hanno da dire. E proporre. E ci sta anche che non abbiano nulla da dire a Renzi in se’, non perché sia una cattiva persona, ma più che altro perché c’è chi rifiuta di delegare al leader istanze che vuole rivendicare per se’.

L’appello ai governi, ai padri, ai presidenti, ai leader di partito, di cagarci il giusto è anche mortificante sotto certi aspetti. Se io voglio qualcosa me la prendo. Volevate che su quel palco si pronunciasse la parola “donne”? Potevate squattarlo, tirare giù uno striscione, andare a prendervi il microfono, autorappresentarvi, invece che chiedere a LUI di rappresentare VOI.

Nel dubbio, senza grande interesse per le kermesse mediatiche in generale, di una cosa sono certa. Ho conosciuto brave persone, intelligenti, che stanno dietro alla faccenda di Renzi. Si interessano di questioni di genere, ci parlo anche volentieri e restano invisibilizzate, immagino per scelta, da un progetto che comunque punta tutto sull’uomo leader. Le cose, come sempre, non sono mai tutte bianche o nere.

Io non vorrei che la polemica sia strumentale alle battaglie interne del Pd perché il Pd le donne le usa in ogni modo possibile per legittimare dai pacchetti sicurezza repressivi ai tagli alle pensioni della nonna. Essere strumentalizzate non solo per beccare voti ma anche in vista dell’elezione del segretario del LORO partito, del quale personalmente non me ne frega nulla, direi che risulta intollerabile.

Fate così. EVITATE di parlare di donne nel vostro scazzo interno a farvi belli a chi se ne occupa di più. Evitate. O imparate tutti a dare spazio a temi complessi a cominciare dal fatto che non si può fare un decreto legge in nome delle donne senza tenere conto dell’opinione delle donne.

Femminicidio: il suono di sottofondo della nostra vita

  • Lunedì, 28 Ottobre 2013 14:34 ,
  • Pubblicato in Flash news

Dumbles
28 10 2013

Sì, è come un suono continuo, un acufene che non ci abbandona; puoi fare tante cose, scrivere, pensare, rilassarti, divertirti… che continuamente c’è questo suono, costante, scandito, quasi regolare, di una prevedibilità lancinante. Donne uccise.
E non diremo mai abbastanza quanto sia prezioso il nostro bollettino di guerra che le sottrae alla nuda cronaca passeggera per restituire a noi, per quanto possibile, una storia, una vita, un nome.
E non diremo mai abbastanza quanto invece sia grottesco un dispositivo giuridico puramente punitivo e criminalmente sovradeterminante nei confronti delle donne.
I femminicidi continuano, maturati dentro la loro cultura che implode ed esplode ogni volta che una donna cerca e vuole più libertà per sé, ogni volta che tenta di scegliere, autodeterminarsi; ogni volta che mancano, alle donne come agli uomini, gli attrezzi per affrontare i problemi; attrezzi che non fornisce quel disegno di legge, né questa miscela cannibale che fagocita il “fenomeno” femminicidio, lo impasta con i peggiori valori familisti, te lo ripresenta come sensibilità che dovrebbe indurti a scegliere il prodotto nel quale viene reincarnato.
Oscene operazioni di brandizzazione; se ne sono fatte diverse; quella della sfilata di abiti da sposa con modelle dal volto ricoperto di lividi e sangue, forse è l’ultima e forse no.
E non diremo mai abbastanza di quanto schifo ci facciano queste trovate di “sensibilizzazione” che in realtà rendono perversamente normale, accettabile, perfino fashion corpi di donna tumefatti e morti… e sul senso ironico del “finchè morte non ci separi”, un bel secchio di merda situazionista.
La politica lo ha usato per coprire operazioni repressive, la moda per vendere i suoi prodotti, le comari piddine e affini per promuovere se stesse, tutti rumori molesti che si aggiungono a quell’orribile suono di sottofondo, così sempre più lontano dall’essere eliminato.

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Zeroviolenza è un progetto di informazione indipendente che legge le dinamiche sociali ed economiche attraverso la relazione tra uomini e donne e tra generazioni differenti.

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