Gli agenti accusati delle percosse da cui tutto è scaturito - almeno secondo la famiglia Cucchi - sono tornati a casa assolti. Conclusione assurda, per il papà di Stefano. Accanto a lui, la moglie Rita aggrappata al senatore Luigi Manconi che ha seguito passo passo indagini e processo, piccola com'era piccolo Stefano, dà voce alla sua indignazione: "Me l'hanno ammazzato un'altra volta, è una sentenza inaccettabile, ma noi proseguiremo la nostra battaglia". ...

La Stampa
05 06 2013

Un noto scrittore arabo saudita ha invitato i suoi 97mila followers di Twitter a infastidire sessualmente le donne che lavorano nei supermercati alimentari. Usando l’hashtag #harass_female_cashiers, Abdullah Muhammad al-Daoud – secondo quanto riporta Gulf News – ha invitato i maschi a comportarsi così per mettere pressione sulle donne saudite, affinché restino a casa e preservino la loro purezza.

Il tweet di Daoud è stato trovato e tradotto da Gulf News ed è stato apparentemente “giustificato” da un’omelia del settimo secolo di un guerriero islamico che non desiderava che sua moglie uscisse di casa, neanche per visitare la moschea.

“Daoud sostiene che al-Zubair si nascose nell’oscurità della notte e molestò sua moglie in strada. La moglie corse a casa e decise di non uscire più, dicendo che non c’è posto più sicuro della casa e che il mondo fuori è corrotto”. Anche se al-Daoud non ha nessuna autorità religiosa, è solo uno scrittore, il suo appello è stato appoggiato dallo sheikh Khalid Ebrahim al-Saqabi, un ulema di posizioni decisamente conservatrici. Al-Saqabi ha commentato un progetto di legge avanzato dal governo contro le molestie sessuali sui luoghi di lavoro misti sostenendo che il provvedimento “ha come unico scopo quello di incoraggiare la corruzione consensuale dei costumi”.

Beatriz lotta contro il lupus, una malattia autoimmune che le mina il corpo cominciando dai reni. Lotta anche contro lo Stato e i 5 giudici della Corte costituzionale che le vietano di abortire. ...

Ingenere
22 05 2013

Aveva postato su Facebook le sue foto a seno nudo per “gridare” l’indignazione contro la condizione femminile nei paesi islamici, la famiglia l’aveva rinchiusa in casa per giorni. Amina Tyler, attivista del gruppo femminista delle Femen, è stata arrestata ieri a Kairouan davanti alla moschea dove si erano asserragliati i salafiti, integralisti vicini ad Al Queda, durante gli scontri con la polizia. Il clima tra governo e salafiti è infuocato, tanto che ieri erano stati inviati 11 mila poliziotti a presidiare il centro di riunione annuale degli integralisti. Fuori Amina, con un look all’occidentale, capello cortissimo biondo ossigenato, zainetto in spalla e una camicia a quadri sopra i jeans, aveva fatto sapere di essere lì per affrontare a viso aperto i salafiti. Nel frattempo una scritta “Femen” era apparsa sul muro del cimitero vicino alla moschea. Il governatore di Kairouan, Abdelmajid Laghouan, sostiene che la ragazza fosse a seno nudo, ma questa versione viene smentita dalle immagini dell'arresto. Le provocazioni di Amina stanno dividendo da mesi la società civile tunisina che fatica ad affrancarsi culturalmente dal giogo dittatoriale del deposto regime di Ben Ali. Ora che i fondamentalisti jihadisti mostrano i denti e sfidano apertamente il governo, Amina è diventata già il simbolo di una nuova ondata di scontri ideologici.

Come la coetanea blogger egiziana Aliaa Magda el Mahadi, anche Amina usa il corpo nudo per dimostrare che senza emancipazione e senza parità di diritti, la primavera per il mondo arabo non arriverà mai. Ci si chiede se i mezzi scelti dalle Femen possano essere compresi e supportati dalle donne nord africane, il dibattito è acceso anche tra le stesse Femen e gruppi di donne musulmane che rigettano l’idea di una “topless jihad”. La pratica esibizionista potrebbe addirittura nuocere alla lotta per l’emancipazione, sostiene sull’Atlantic l’editorialista americana musulmana Uzma Kolsy.

Intanto Amina è trattenuta da 24 ore in cella senza che ne sia stato chiarito il motivo

Corriere della Sera
16 05 2013

Non usano i preservativi perché vengono considerati una prova della loro colpevolezza e quando sono arrestate vengono spesso picchiate, torturate, violentate e trattenute illegalmente in carcere. E’ la dura vita delle prostitute in Cina secondo un rapporto di 51 pagine pubblicato ieri da Human Rights Watch. Il governo di Pechino considera la prostituzione come “un brutto fenomeno sociale” che è del tutto illegale. Però nonostante le frequenti retate della polizia la prostituzione è sempre più diffusa e le ragazze offrono apertamente le loro prestazioni anche nei bar, nei centri di massaggio e nelle discoteche.

Il mercato del sesso è cresciuto enormemente in Cina negli ultimi 30 anni di espansione economica, con l’arrivo nelle città di milioni di uomini soli in cerca di lavoro. E a rafforzare la domanda vi è lo squilibrio dei sessi, con un minor numero di nascite di donne dovuto alla politica del figlio unico. Secondo stime dell’Organizzazione mondiale della Sanitá, nel 2010 vi erano fra i quattro e i sei milioni di prostitute in Cina, spesso provenienti da famiglie povere. Una lavoratrice del sesso nel Guangdong (sud) può guadagnare 4mila yuan al mese, circa 500 euro, contro i 300-500 yuan di un’operaia qualsiasi.

L’organizzazione per i diritti umani ha intervistato circa 75 lavoratrici del sesso le quali hanno apertamente denunciato le violenze della polizia e di essere state spesso arrestate dopo aver avuto un rapporto sessuale con un poliziotto in incognito. Una donna ha ha raccontato che lei e due sue colleghe sono state assalite dagli agenti che le “hanno legate a degli alberi, bagnate con acqua ghiacciata e poi hanno cominciato a pestarle”.

“Invece di essere protette dalla polizia - ha detto Sophie Richardson, direttore di Human Rights Watch in Cina – queste donne diventano oggetto di sevizie e di maltrattamenti durante la detenzione”. Alcune vengono inviate nei campi di rieducazione senza nemmeno essere processate. “Sono stata picchiata e coperta di lividi perché mi rifiutavo di confessare che ero una prostituta” ha raccontato all’organizzazione umanitaria Xiao Yue.

Le lavoratrici del sesso evitano anche di farsi visitare dai medici perché possono essere costrette a sottoporsi al test dell’Hiv e l’eventuale risultato positivo verrebbe reso pubblico. Un altro problema sono le detenzioni illegali e le discriminazioni che subiscono se sono loro stesse a denunciare crimini o abusi. Per la legge cinese la prostituzione è un reato amministrativo punibile con una multa o un piccolo periodo di carcere ma se sei recidivo puoi essere tenuto in prigione anche per due anni.

“Sono stata violentata più volte – ha detto Mimi – ma siccome mi prostituisco e l’offerta di servizi sessuali è illegale posso essere arrestata. Così non ho mai denunciato gli stupri”.

Human Rights Watch chiede al governo cinese di proibire gli arresti e le detenzioni illegali, le confessioni estorte e le torture, inoltre chiede che i poliziotti colpevoli di questi reati siano perseguiti. “In Cina la polizia agisce come se le prostitute avessero rinunciato ai loro diritti – ha detto Sophie Richardson, direttore di Human Rights Watch nel Paese -. Il governo deve abbandonare queste leggi repressive contro le lavoratrici del sesso e garantire loro lo stesso trattamento degli altri cittadini”.

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