Egitto. Per il rilascio di un'insegnante accusata di blasfemia

  • Mercoledì, 15 Maggio 2013 07:33 ,
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Osservatorio Iraq
15 05 2013

"L'insegnante copta accusata di 'blasfemia' deve essere immediatamente rilasciata e il procedimento a suo carico interrotto, prima che l'imputata si presenti davanti alla corte sabato prossimo". Parola di Amnesty International.

di Amnesty International - traduzione a cura di Valentina Marconi

La 24enne Dimyana Obeid Al Nour è in prigione dall'8 maggio, quando si è recata nell'ufficio del procuratore di Luxor, per 'blasfemia'.

La procedura giudiziaria a suo carico è stata avviata sulla base di un reclamo presentato dai genitori di tre dei suoi studenti, che l'accusano di aver insultato l'Islam e il profeta Muhammed durante una lezione.

Secondo la loro ricostruzione, l'incidente sarebbe avvenuto nella scuola primaria di Sheikh Sultan a Tout, nel governorato di Luxor, il giorno 8 aprile, durante l'ora di religione. Dimyana Obeid Al Nour ha insegnato in tre scuole a Luxor dall'inizio dell'anno.

"E' vergognoso che un insegnante sia finita in prigione per il contenuto di una sua lezione. Se avesse commesso degli errori di natura professionale o si fosse 'allontanata' dal curriculum scolastico stabilito, sarebbe bastato un procedimento interno", dichiara Hassiba Hadj Sahraoui, vice direttore del programma di Amnesty per il Medio Oriente e il Nord Africa.

"Le autorità devono immediatamente rilasciare Dimyana Obeid Al Nour e far decadere le accuse false sollevate contro di lei".

Secondo le informazioni in possesso di Amnesty International, alcuni studenti hanno dichiarato che Dimyana Obeid Al Nour avrebbe affermato di 'amare padre Shenouda', il defunto patriarca della Chiesa ortodossa egiziana, e si sarebbe toccata il ginocchio o lo stomaco mentre parlava del profeta Muhammed in classe.

La donna ha negato le accuse, asserendo che si è attenuta al curriculum scolastico.

In seguito alle presunte lamentele di alcuni genitori, sembra che la scuola e il dipartimento dell'Istruzione abbiano aperto delle inchieste interne e a Dimyana Obeid Abd Al Nour è stato detto di astenersi dall'insegnare nelle scuole, fino alla conclusione delle indagini a suo carico.

Sino al suo arresto, ha continuato ad andare al dipartimento e a ricevere uno stipendio.

Negli ultimi mesi, Amnesty International ha ricevuto molte denunce da parte di persone accusate e condannate per blasfemia in Egitto. In alcuni casi, ad essere incriminati sono stati blogger e operatori del settore dell'informazione le cui idee sono state ritenute offensive.

Il 25 gennaio, un tribunale del Cairo ha confermato la sentenza di una corte di grado inferiore a carico di un altro copto, Alber Saber Ayad, condannandolo a 3 anni di prigione per blasfemia, per alcuni video e altro materiale postato in rete che la corte ha giudicato 'oltraggiosi'.

In altri casi, soprattutto nell'Alto Egitto, le accuse di blasfemia sono state sollevate contro cittadini copti, fra cui molti insegnanti.

L'11 maggio, un altro copto dovrà comparire davanti ad una corte ad Assiut per rispondere dell'accusa di 'diffamazione della religione', presumibilmente sulla base di una conversazione avuta con un gruppo di musulmani che l'hanno in seguito incolpato di aver insultato l'Islam.

In molti casi, Amnesty International ha chiesto alle autorità egiziane di non perseguire penalmente gli individui sulla base delle leggi contro la blasfemia che criminalizzano le critiche o gli insulti al credo religioso.

"Esprimere un'opinione in relazione alla religione non è reato, sia che si tratti della propria o di quella di qualcun altro. Qualsiasi legge volta ad impedire l'espressione del proprio pensiero su questo tema, viola il principio della libertà di espressione ed è in contrapposizione agli obblighi internazionali sottoscritti dall'Egitto nel quadro della Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici", ha dichiarato Hassiba Hadj Sahraoui.

No alla marcia per la vita

  • Mercoledì, 08 Maggio 2013 13:03 ,
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Il Paese delle donne
08 05 2013

Domenica 12 maggio varie associazioni e realtà cattoliche, antiabortiste, di estrema destra e integraliste si incontreranno a Roma per la “Marcia  per la Vita”. La “Marcia per la vita” è la dimostrazione che in questo Paese la retorica costruita intorno all’aborto è pericolosa, nonché lesiva dei diritti fondamentali delle donne. Invito a condividere l’opposizione partecipando ad una assemblea e ad un corteo per Giorgiana Masi.

La “Marcia per la vita” è la dimostrazione che in questo Paese la retorica costruita intorno all’aborto è pericolosa, nonché lesiva dei diritti fondamentali delle donne.
Secondo l’Organizzazione mondiale della Salute, nel mondo gli aborti clandestini sono la causa di morte di circa 68.000 donne l’anno. Le leggi proibitive in materia di I.V.G. non eliminano, in realtà, il fenomeno dell’interruzione volontaria di gravidanza, ma alimentano soltanto il mercato degli aborti clandestini, con tutti i rischi che questi comportano per la salute e la vita delle donne interessate.

Essere a favore di una salute riproduttiva laica e pubblica significa essere a favore della vita e della libertà di scelta delle donne. I movimenti pro-life sono l’avamposto di ideologie misogine e a dimostrarcelo è la totale assenza, nei loro discorsi e nei loro proclami, dell’educazione sessuale, dell’utilizzo della contraccezione responsabile e a prezzi accessibili. Tutto questo si aggiunge alla difficoltà delle donne di vedere tutelati i propri diritti grazie alla presenza di obiettori di coscienza.

La Legge 194/78 infatti tra i suoi pregi annovera anche alcuni difetti. Soprattutto il vizio si colloca in quell’articolo 9 che non mette limiti al numero complessivo di obiettori presenti nella sanità pubblica, con il risultato odierno che il 91,3% dei ginecologi e delle ginecologhe in Italia fa obiezione (dati rilevati da Laiga e riportati nel Comunicato stampa a seguito della Conferenza del 14 giugno 2012).

Ci si trova quindi in certi casi con una vera e propria obiezione di struttura, perché di fatto in Italia molti ospedali, specialmente al Sud, sono interamente obiettanti o comunque non garantiscono l’applicazione della legge, con una presenza di non obiettori risibile e al limite dell’implosione della legge stessa, quando non è già completamente scoppiata, oltre a provocare un danno alla salute delle donne, creando un problema di salute pubblica gravissimo, con pazienti destinate ad attendere lungamente un I.V.G.

Le campagne antiabortiste sono violenza sul corpo delle donne!

L’attacco che questi movimenti fanno alla nostra libertà di scelta passa attraverso la recrudescenza dei toni e delle argomentazioni.

Dare legittimità a questi movimenti significherebbe ribadire che l’Italia non è un Paese per donne.

Di fatto le parole chiave e i valori che vengono messi “in piazza” da questo tipo di manifestazione sono le stesse che uccidono le donne. L’esasperazione retorica con cui i pro-life inneggiano alla famiglia rischia di offuscare quello che i movimenti delle donne dicono da tempo. La famiglia può essere anche luogo di violenze fisiche e psicologiche, teatro di orribili scenari. Le notizie sui femminicidi di questi ultimi giorni spiegano da sole una triste realtà.

Per tutti questi motivi, che impediscono la libertà di scelta e autodeterminazione delle donne in materia di aborto, ci opponiamo fermamente alla “Marcia per la vita”.
Inoltre la data scelta appartiene alla Città di Roma e cara a molte generazioni: il 12 maggio 1977 venne uccisa Giorgiana Masi, 19 anni, durante un corteo che celebrava il terzo anno dalla vittoria nel referendum sul divorzio.

A maggior ragione rifiutiamo con forza che la memoria di Giorgiana venga infangata e calpestata con la presenza di un simile corteo.

Chiediamo che tutte le forze di sinistra, civili, laiche, democratiche di Roma e non solo aderiscano a questo appello, dando forza alla nostra opposizione e alla volontà di portare, domenica 12 maggio, un unico corteo per le strade di Roma: quello per Giorgiana Masi.

Invitiamo tutt* a partecipare e condividere.

GIOVEDI 9 MAGGIO H. 18
ASSEMBLEA PUBBLICA @ PIAZZA SONNINO

per info e adesioni: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
http://leribellule.noblogs.org/

Il Fatto Quotidiano
02 05 2013

L’immagine è forte: due occhi, (soltanto quelli), sbucano dall’unica fessura presente nel sudario dell’abito/prigione in uso in molti paesi islamici, l’hijab.

Normale, inquietante abbigliamento, per esempio, in Arabia Saudita, da dove questo manifesto proviene. Ma c’è un particolare che informa che siamo di fronte ad una novità: uno dei due occhi è pesto, chiaramente segnato dalle percosse. E’ innegabile che faccia scalpore, così come è trasgressivo il logo che ne spiega il senso: “Alcune cose non possono essere coperte – combattere ogni forma di violenza contro le donne”, c’è scritto.

La campagna è finanziata dalla Fondazione Re Khalid, fondata nel 2001 dalla famiglia dell’ultimo Re Khalid in carica in Arabia Saudita dal 1975 al 1982, che ha tra le sue priorità la protezione legale per donne e bambini vittime di abusi, in uno dei paesi del mondo dove convivono ricchezze enormi e tradizioni culturali (e politiche) di una arretratezza sconvolgente, sotto l’egida della più ferrea interpretazione della legge islamica della Sharia.

L’Arabia Saudita, infatti, è agli ultimi posti, (numero 131 su 134 stati) della classifica del World Economic Forum rispetto alla parità tra uomini e donne, in particolare per la condizione delle donne e delle bambine dentro le mura domestiche, dove la legge islamica fa del marito e padre il detentore delle sorti di vita e di morte delle congiunte.

Di recente saltato alla ribalta mondiale per la lotta di alcune donne per l’ottenimento del diritto di guidare l’auto da sole, (mentre per le bici e le moto è possibile cavalcarle solo in burka o con una compagnia maschile), il paese ora comincia ad ammettere, per bocca dei funzionari della Fondazione, che “il fenomeno delle donne maltrattate in Arabia Saudita è più importante di quello che sembra”.

Siamo agli albori di una fase nuova per i diritti delle donne in uno dei paesi che fa scuola, insieme all’Egitto, per rigore fondamentalista?

A sentire una delle attiviste femministe più informate e coraggiose, Maryam Namazie, che da sempre lotta contro il fondamentalismo islamico, l’iniziativa appare più come uno specchietto per le allodole che un cuneo serio nell’ingranaggio politico e religioso dell’area.

“Questa campagna contro la violenza in Arabia Saudita nasce chiaramente in risposta alla indignazione pubblica causata dalla vicenda di Lama, una bimba di soli 5 anni, morta dopo aver affrontato indicibili torture per mano di suo padre, che è stato effettivamente lasciato andare senza sanzioni.

Qualsiasi azione per fare luce sulla violenza domestica è estremamente importante, ma non si tratta solo di una questione di educazione e di sensibilizzazione- sostiene Namazie. Per fermare la violenza domestica devono esserci modifiche importanti e strutturali del codice penale, che introducano una legge che criminalizzi la violenza e persegua chi la commette. Secondo la Sharia, invece, la violenza contro le donne e i bambini è spesso vista come una prerogativa del tutore maschio – come caso di Lama evidenzia”.

A causa anche delle pressioni internazionali alcune aperture nella realtà saudita cominciano a palesarsi: dal 2011 le donne hanno avuto il diritto di votare, e nel prossimo 2015 potranno essere elette nei municipi. Ma resta l’inquietante figura del ‘tutore’: marito, padre, fratello o altro familiare maschio, che in qualunque momento può e deve sancire la possibilità (o l’impossibilità) per la donna di lavorare, uscire, lasciare il paese, studiare, sposarsi: insomma vivere. Le donne, in questo paese, sono a qualunque età, in uno stato evidente di minorità, e vivono sotto tutela fino alla morte.

“Il governo saudita vuole far vedere che sta compiendo uno sforzo contro la violenza, di fronte alla opinione pubblica- conclude Maryam Namazie. Il primo autore della violenza nella società saudita, però, è il regime stesso e le sue leggi medievali.

Il modo migliore per cominciare a porre fine alla violenza contro donne e bambini è fermare l’applicazione della Sharia, non fare una campagna pubblicitaria”.

Spagna: attacco alla legge sull'aborto

  • Giovedì, 02 Maggio 2013 08:30 ,
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GiULiA
02 05 2013

Quando le attiviste femministe dicono che i diritti acquisiti dalle donne sono fragili spesso vengono derise o liquidate come noiose e vetuste cassandre, forse seconde solo ai vecchi partigiani, che mettono in guardia chi è più giovane sulla fragilità della democrazia e sul pericolo, sempre in agguato, del palesarsi di vecchi e nuovi fascismi e totalitarismi.

Sulla democrazia e l'antifascismo, tuttavia, più voci si levano per unirsi al coro di monito, mentre sui diritti delle donne si fa fatica: molti se e molti ma abitano il percorso di libertà delle donne, ad ogni latitudine e in ogni orizzonte politico.

La prova, ultima, in ordine di tempo, che conferma la veridicità di queste paure, viene dalla Spagna.

A soli tre anni dalla stesura della legge spagnola sull'interruzione di gravidanza, che estendeva i casi nei quali l'intervento poteva essere effettuato, nominando e valorizzando l'autodeterminazione della donna, ora si torna indietro.

Dopo l'effimera stagione della sinistra di Zapatero, che aveva fatto sognare una pacifica onda antifondamentalista nell'Europa cattolica ora il Partido Popular guidato da Rajoy mette mano alla legge sull'interruzione di gravidanza, e l'obiettivo è sempre lo stesso, comune in ogni paese dove si torna a stringere la morsa sui diritti riproduttivi: eliminare la discrezionalità da parte della donna.

Violenza sessuale, rischio di salute per la madre e deformità del feto erano infatti i casi nei quali l'intervento era possibile, mentre ora la proposta è di depennare dalla lista dei casi leciti il terzo: la condizione di salute del feto, e una sua eventuale malformazione, non saranno più motivo valido per interrompere la gravidanza, fa sapere sulla stampa Alberto Ruiz-Gallardón, Ministro della Giustizia.

Di più: si parla di una Commissione che valuti caso per caso nell'evenienza di stupro (reato sempre opinabile) e questa commissione si esprimerebbe sul livello di danno emotivo subito dalla donna, sufficiente o meno a giustificare l'intervento.

Fa impressione che di maternità si occupi un uomo, cattolico integralista e ministro della giustizia: il corpo riproduttivo femminile è dunque materia legale e penale, non corpo individuale di un essere umano, vicenda personale e collettiva nella quale molti aspetti sono in gioco, come l'affettività, la responsabilità, la relazione con l'altro genere, la capacità emotiva e materiale nella decisione di mettere al mondo.


La storia del pensiero umano, sin da Aristotele, ci dice che gli uomini hanno sempre temuto la forza emergente delle donne, e così come la colta Atene del grande filosofo era in pieno travaglio sulla questione dei diritti così oggi accade a noi, a migliaia di anni di distanza, a dimostrazione che l'umanità non è in grado di stabilire principi universali che abbiamo tenuta nel tempo.

La differenza tra quell'epoca e la nostra sta nel fatto che oggi noi sappiamo come accade la vita nel corpo femminile: ma la paura di questo potere, che andrebbe accettato e aiutato a crescere nell'autodeterminazione che il suo esercizio comporta, è identica a quella dei millenni passati. Paura, arroganza e ignoranza che hanno lasciato spazio, sul piano giuridico, a una tesi morale, e ad una impostazione che sconfina nella visione etico - confessionale della funzione dello stato, che assesta una spallata poderosa ai principi di autodeterminazione e di uguaglianza di diritti tra i viventi. A questo porta la paura delle differenze: allo stabilire, contro il diritto delle donne, contro la loro soggettività, contro la loro responsabilità, un assurdo primato dell'embrione, del feto, del nascituro, che è un progetto di vita e che non può giungere ad essa se la matrice della vita di quell'embrione, ovvero la donna, non decide di portarlo a termine.

Non ci può essere un progetto di vita se chi la vita la costruisce non è pronta a farlo. E' così, eppure lo si continua a negare.

In altre situazioni questo banale assunto sarebbe condiviso, ma accade che la logica si inceppi e scattino le censure ideologiche e patriarcali se in gioco c'è il corpo di una donna e la sua insindacabile disponibilità, o indisponibilità, a offrire la vita. La materia della riproduzione umana, e la connessa autodeterminazione delle donne, è un tema di grandissima portata: rappresenta la base dell'identità femminile, del suo diritto di cittadinanza e del relativo diritto di cittadinanza maschile, indica una strada per legiferare in materie nuove e difficili attraverso un dibattito ampio, reale.

E', anche, il metro per capire quali limiti e quali possibilità ci sono nella relazione tra i due generi, quale è il livello di civiltà di una collettività. Suggerisce un rapporto ricco di umanità con la ricerca scientifica non in modo astratto, ma in relazione ai corpi viventi, pensanti ed emozionati dalle esperienze di vita che attraversano.

Come immaginare che di queste cose si possa fare scempio offrendo con leggerezza, e arroganza tutta interna all'ansia di controllo sul corpo femminile, un diritto all'embrione, facendone un nuovo soggetto contrapposto di fatto alla soggettività della madre che lo accoglie?

25 aprile. Il femminismo è solo antifascista.

  • Giovedì, 25 Aprile 2013 17:04 ,
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Un altro genere di comunicazione
25 04 2013

Simone de Beauvoir nel 1976 scriveva ne “Il secondo sesso 25 anni dopo”:
“Una femminista, si consideri o no di sinistra, è di sinistra per definizione. Lotta per un’uguaglianza totale, per il diritto di essere importante, valida, quanto un uomo. E’ per questo che l’esigenza dell’uguaglianza delle classi è implicita nella sua ribellione per l’uguaglianza dei sessi”.
Scritta in un periodo in cui “essere di sinistra” aveva valenze rivoluzionarie che non tutte erano pronte a rivendicare ( per estrazione socio-culturale o per “pudore femminile” che convinceva le donne ad essere inadatte alla vita politica ) questa affermazione ha ancora un valore attuale. Nella giornata di commemorazione del 25 aprile 1945, potremmo citarla modificandola così: una femminista è antifascista per definizione.
Altrimenti non è femminista.


Prima di tutto per un motivo storico.
Ogni volta che incontriamo riferimenti a cosiddetti “femminismi di destra”, legati ad organizzazioni fasciste del Ventennio o contemporanee neofasciste, sappiamo di incontrare un falso.
E’ un falso che il regime fascista valorizzasse le donne. Durante la dittatura mussoliniana le donne, le camerate, erano strumentalizzate solo ai fini di raggiungere l’elettorato femminile e rese partecipi del processo di affermazione del modello dell’ “angelo del focolare” attraverso una politica demografica e di familiarizzazione.
Già nel 1927 con il “Discorso dell’ascensione” di Mussolini alla Camera dei Deputati, le donne sono confinate al ruolo di tutrici della demografia nazionale, destinandole all’unico obiettivo di procreare i figli “dello Stato”, nemmeno propri, ma di una Nazione. Ancor più che prima del Ventennio, le donne sotto il fascismo si ritrovarono costrette nell’ambito domestico e familiare, private anche solo del tentativo dell’emancipazione e di ogni maggiore influenza politica ed economica.
Lunedì 22 marzo su rai3 “La grande storia” ripercorreva tutte le sfumature del Ventennio fascista : dalla propaganda, all’istruzione, alla pubblicità, all’informazione distorta e falsificata fino ad arrivare all’immagine della donna.
Dal documentario, per citare solo l’ultimo dei tanti riferimenti puntuali che potremmo citare, emerge proprio l’esaltazione dell’angelo del focolare, della donna dedita esclusivamente alla casa e alla famiglia, raccontando anche di come Mussolini fosse deciso a cancellare letteralmente le figure femminili altre rispetto a questo ideale. Durante il fascismo, erano persino state fatte bandire dai giornali tutte le immagini di donne con il famoso “vitino da vespa” perché le donne dovevano essere accoglienti e fertili pronte e con l’unico scopo di mettere al mondo una robusta e numerosa prole.
Le donne eccessivamente emancipate, insieme agli omosessuali, le lesbiche, gli scapoli, le prostitute, erano tutti nemici delle politiche demografiche del regime e per questo andavano stigmatizzati ed emarginati in modo sempre più violento.

Il paradosso per le donne del periodo fascista è quello di subire, da una parte, la repressione delle proprie libertà, dall’altra di essere sempre corteggiate dallo Stato che si vantava di aver provveduto alla sostanziale modernizzazione della maternità.
L’istituzione dell’ ONMI, L’Opera nazionale per la maternità ed infanzia, ad esempio, doveva proprio rappresentare la guida del processo di modernizzazione dell’essere madre: fondata nel 1925, sostenuta da cattolici, liberali e nazionalisti, doveva adoperarsi per combattere l’alto tasso di mortalità infantile.
Il vero risultato ottenuto da questo ed altri enti fascisti per la maternità, fu contribuire a rendere le donne semplici portatrici di prole per servire la Nazione, dimenticandone in toto l’identità di cittadine: durante la prima “Giornata della madre e dell’infanzia”, le donne più prolifiche d’Italia, insignite di un’onorificenza, vennero chiamate non per nome, ma per numero di figli.
Sostenere che il femminismo debba essere antifascista per definizione, serve quindi a ribadire un fatto storico, cioè l’oppressione del regime mussoliniano nei confronti delle donne, ma anche altro tipo di considerazione.
Il patriarcato non nasce certo con il fascismo, ma dal Ventennio ad oggi, è tra le sacche subculturali fasciste che ha trovato piena capacità di espressione, nel pubblico e nel privato.
Ad oggi esistono neofascismi anticlericali o conciliaristi, spiritualisti evoliani o con sfumature neonaziste.
Ciò che tiene tutti legati insieme è la triade Dio-Patria-Famiglia, a cui si aggiungono eventualmente Onore, Natura e Razza, lasciando a volte Dio ai più tradizionalisti.
I capisaldi del neofascismo oggi continuano ad escludere il soggetto donna, a considerarlo differente e destinato a diversi ruoli rispetto a quelli maschili. Questo dualismo è fisso ed immutabile e si concretizza nel rifiuto dell’autodeterminazione, nel rifiuto delle differenziazioni di genere, accettando solo il binomio maschio/femmina e declinandosi quindi verso omofobia, lesbofobia, transofobia e costrizione ai generi naturali e culturali imposti.


L’unico modo in cui il neofascismo prende parola sulle donne è per colpevolizzarle sul tema dell’aborto, per farsi portavoce delle posizioni bigotte più reazionarie o per strumentalizzare il tema della violenza sulle donne ai fini di una propaganda “sulla sicurezza” che fa leva sostanzialmente su un forte e diffuso razzismo e sulla paura di cui chiunque voglia imporre un potere autoritario ha bisogno per emergere.
Dimostrazione del massimo grado di uso strumentale del tema della violenza sulle donne è che i manifesti che istigano all’odio razziale o a farsi giustizia da soli, sono rivolti agli uomini, non alle donne.
Si parla di “tua madre, tua moglie o tua figlia” e la soluzione qual è? Espellere i ROM.
La comunicazione manipolatoria di tali gruppi a volte carpisce la buona fede di persone non politicizzate a cui magari facilmente si dà a bere che la colpa della violenza sulle donne sia del “diverso” e non si dice che la stragrande maggioranza delle violenze nel nostro Paese avviene in casa, per colpa di uomini che le vittime conoscono bene, mariti, padri, fidanzati, fratelli italianissimi.


Riteniamo fondamentale ad oggi l’approccio al femminismo “intersezionale“, cioè di analisi delle relazioni in base a multiple dimensioni identitarie e modalità sociali di creazione del soggetto: categorie come genere, razza, sesso, classe, orientamento sessuale spesso sono inscindibili nella lotta alle inequità di sistema.
Un femminismo dunque internazionale e multiculturale, che affronti le strutture delle società per scardinare le oppressioni che muovono dallo stesso sistema economico e che si rivolgono contro gli individui canalizzandosi in sessimo, ma anche razzismo e classismo dunque.
Nessuno di questi processi di oppressione agisce indipendentemente dagli altri, così come non vi sono processi di liberazione che possano combattere una sola di queste repressioni, senza essere in sè fallimentari.
Anche per questo dunque una femminista non può che essere antifascista, altrimenti vorrebbe dire lottare forse per i diritti delle donne, probabilmente per donne di una sola “razza” e di una sola classe, accettando implicitamente una storia di repressione dei diritti e delle libertà femminili che ancora oggi si perpetua nelle politiche e gli atteggiamenti del neofascismo contemporaneo.
Il femminismo è antifascista, altrimenti non è femminismo.
Al massimo è “femminilismo”, è rivendicare sterilmente diritti che non intaccheranno minimamente il sistema patriarcale ma che possono far sentire migliori di altre donne, sicure della propria identità nazionale, esprimere un frustrato bigottismo o bene che vada riempire le piazze in nome dell’antiberlusconismo.
La vera domanda da lanciare oggi, proprio per commemorare il 25 aprile, potrebbe allora essere: se il femminismo non può che essere antifascista, l’antifascismo sa di non poter esistere nelle forme del sessismo e dell’omofobia? L’antifascismo deve essere femminista, sennò partecipa delle stesse categorie del fascismo?
La risposta a tutte queste domande, il più delle volte è no.
Nel corso della guerra furono migliaia le donne che persero la vita, subirono torture, che vennero trucidate, che combatterono fianco a fianco agli uomini.
Ed era quello il vero femminismo : collaborare. Uomini e donne uniti a combattere l’oppressore, chi con regimi totalitari privava della libertà di pensiero, parola e azione anche i bambini che nelle scuole sin dai primissimi anni crescevano con il mito del super uomo, con la netta divisione tra maschi e femmine. Futuri soldati per il fronte e future mamme sforna pargoli fascisti.

Ed invece subito dopo la guerra quelle lotte per la libertà che hanno visto uniti donne e uomini si sono perse e dimenticate per ritornare alla famiglia tradizionale, l’Italia partigiana si piegava alla borghesia che relega(va) le donne a signore di casa e regine del fornello e agli uomini patriarchi e machisti.
Ogni uomo nella propria casa si sentiva un perfetto Mussolini : lavare, cucinare, crescere figli erano compiti esclusivamente per donne , immaginario di famiglia tradizionale, purtroppo, ancora troppo osannato e condiviso dai più.
E ogni donna veniva educata con l’idea che l’unico suo scopo fosse quello di trovare un marito, uno che la facesse sentire protetta, quella protezione che il più delle volte si è dimostrata una gabbia dorata dove le donne da sempre vengono oppresse e relegate nell’unico ruolo di madre e casalinga.
Le lotte dei e delle nostr* partigian* e dell’antifascismo sono state del tutto dimenticate per abbandonarci al fascismo più subdolo e latente, un fascismo che non esilia e non fucila ma che ti rende schiava del conformismo, di modelli imposti che omologano uomini e donne dall’aspetto esteriore fino agli ideali, che impone ruoli, che perseguita le diversità e si sente forte a sottometterle e umiliarle.

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