Il 25 aprile celebriamo ogni donna che si ribella!

  • Giovedì, 25 Aprile 2013 17:01 ,
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Femminismo a Sud
25 04 2013

“il tempo, il tempo, insomma, porta via…porta via la memoria, porta via le immagini, porta via un po’ tutto…ma come si fa a dimenticare? Non puoi dimenticare. Non puoi dimenticare perché noi abbiamo passato anni…anni atroci.” Giacomina Ercoli, partigiana

 

Parliamo di memoria, una memoria di sessanta e più anni, una memoria che si fa consapevolezza quanto più appare opaca e stanca, memoria che vogliamo riconsegnare nuovamente viva al futuro proprio in un’epoca in cui assistiamo con rabbia alla sistematica distruzione e distorsione di immagini, fatti e ricordi legati ad una fase cruciale della storia dell’Italia contemporanea, quale quella che corre dalla marcia su Roma alla caduta del regime fascista, dalla grottesca e sanguinaria appendice di Salò alla guerra di Liberazione e alla nascita dello stato democratico. Memoria che ci propone somiglianze e analogie con il presente che non dobbiamo e non possiamo sottovalutare, in particolare, ma non solo, per quanto riguarda la donna, la sua collocazione e il suo peso nella società.

Di solito il discorso sulla partecipazione delle donne alla Resistenza tende a concentrarsi sulle diverse forme, sulle attività, gli spazi e i ruoli che le donne hanno praticato tra il 1943 3 il 1945, in montagna, nelle fabbriche, nelle città e nelle campagne, lasciando forse un po’ in ombra tutte quelle esperienze di opposizione quotidiana e resistenza politica alla costruzione di un ordine sociale attraverso il quale, dalla fine della I guerra Mondiale alla caduta della Repubblica di Salò, il regime fascista ha voluto determinare il destino delle donne.

Il fascismo è stato dichiaratamente nemico delle donne: prima ha teorizzato l’inferiorità femminile, per cui le donne sono da valorizzare solo entro i limiti loro imposti dalla Natura, per cui “la donna non pensa, è”…e se non pensa non può agire e se non agisce non può essere considerata responsabile di sé e quindi è da tenere sotto controllo, come “una bambina ignorante e capace di ogni sciocchezza”; poi ha ribadito quell’inferiorità praticamente, attraverso leggi, decreti e sentenze che hanno costituito la prassi del regime: si pensi alle politiche demografiche, o al codice di famiglia.

Chiesa e Fascismo hanno imposto alle donne ruoli ben precisi:madre esemplare, casalinga a vita, minorenne sotto tutela…e per chi si ribellava, anche con piccoli gesti, erano botte, confino, galera ed esilio.

Vorremmo ricordare Fedora Farolfi, di Imola,picchiata a sangue e lasciata a morire sulla strada per essersi rifiutata di fare il saluto fascista, e Angela Cremese, di Trieste, ammazzata per aver partecipato al funerale di un giovane operaio comunista ucciso dagli squadristi.

A distanza di sessanta anni e nonostante le lotte delle donne degli anni 60’ e 70’ le somiglianze, pur nella diversità del contesto sociale, economico e culturale, appaiono del tutto evidenti, e preoccupanti.

Facciamo riferimento per esempio al decreto del 1927 che dimezza i salari femminili, al Testo Unico del 1934 che allontana definitivamente le donne da alcuni impieghi pubblici e privati, al regio decreto che impedisce loro la partecipazione ai concorsi per posti direttivi nella scuola, al decreto del 1939 sulle assunzioni femminili, che riconosce esplicitamente alle donne solo le mansioni di maestra, dattilografa, telefonista, cassiera, cameriera, commessa e segretaria.

Le donne si oppongono e si mobilitano contro tutto questo: scioperano in tutta Italia le mondine, le tessili, le operaie, le mezzadre e le contadine.

Graziella Ronchi, impiegata in una manifattura, viene selvaggiamente picchiata per aver distribuito volantini in cui si chiedeva la parità salariale e il divieto di licenziare le operaie incinte.

Ma oggi? Il mese scorso è stato reso noto uno studio, in occasione di un convegno promosso dai sindacati confederali, secondo il quale le donne in Italia guadagnano in media il 20% in meno rispetto agli uomini, in alcuni ambiti fino al 52% in meno. Per quanto riguarda i settori di occupazione e il tipo di mansione, si può parlare tranquillamente di “segregazione”: 3 donne su 4 lavorano nella Pubblica Amministrazione, nella scuola, nella Sanità e negli altri servizi sociali, nell’industria manifatturiera e nella ristorazione…quindi maestre, commesse, segretarie, cameriere, come durante il Ventennio… e con la lettera di licenziamento già firmata in bianco in caso di maternità.

Non più lavoratrici ma esclusivamente madri: nel 1931 il nuovo codice di famiglia sancisce la totale subalternità della donna nei confronti dell’uomo, e nello stesso anno, perfettamente in accordo, allora come oggi, con l’Enciclica Quadragesimo Anno, Pio XI condanna il lavoro delle donne fuori dalle mura domestiche, bollandolo come “pessimo disordine che si deve assolutamente eliminare.

Nel dicembre del 1933 viene istituita la Giornata della madre e del fanciullo, le madri prolifiche vengono premiate con una somma di denaro mentre l’altoparlante scandisce non il loro nome ma il numero dei figli; sedici, diciassette, diciotto…

Nel 1937 vengono introdotte vere e proprie politiche familistiche per l’incremento demografico della nazione: sgravi fiscali, assegni familiari, pacchi dono a partire dal quarto figlio e agevolazioni per la casa.

Ci ricorda qualcosa?

Le bambine imparano a scuola il Decalogo della Piccola Italiana, che al punto 3 recita: “la Patria si serve anche spazzando la casa!” e si cimentano con materie quali economia domestica, puericoltura e floricoltura, ritmica e decorazione.

Ma le studentesse non hanno paura di esprimere opinioni del tutto in contrasto con la martellante campagna propagandistica del regime e, intervistate, ammettono di non provare alcun interesse per il lavoro domestico e di volere uno, al massimo due figli.

A Genova alcune ragazze vengono ricoperte in pubblico di fuligine e malmenate per aver ribadito ad alta voce tali convinzioni.

Le riviste e i giornali di regime, nonché lo stesso Mussolini in diversi discorsi ufficiali, definiscono la donna con espressioni eloquenti: fattrice di figli, robusta massaia, moglie e madre di soldati pronti al sacrificio, macchina da riproduzione e, ancora, produttrice di bambini per la nazione. Limitiamoci allora a ricordare, per continuare il parallelo con il presente, l’art. 1 della Legge 40 sulla fecondazione assistita, che consente appunto il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita, alle condizioni e secondo le modalità previste dalla legge stessa, che assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito.

Con una frase e giuridicamente, le donne del 2000 tornano ad essere incubatrici.

Ma le donne si opponevano e resistevano durante il Fascismo, e continuano a farlo oggi, certo in modi diversi e con altre forme, almeno in Occidente, ma con la consapevolezza che ogni lotta é la lotta di tutte, sicure che dedicare il 25 Aprile alla “nostra” Resistenza vuol dire celebrare ogni donna che si ribella.

Noi non dimentichiamo, nessuna pacificazione, i nemici di ieri sono gli stessi di oggi.

ORA E SEMPRE RESISTENZA!

Per una cultura del riscatto femminile

Il Corriere della Sera
24 04 2013

Caro direttore, ho letto ora la bella lettera al Corriere della presidente della Camera Laura Boldrini «Le storie, la nostra rabbia, una legge contro le stragi», del 20 aprile e sono grata a Lei e al Suo giornale che ancora ospita in prima pagina, per fortuna, il richiamo alle forme più alte della democrazia del Paese. Le scrivo da un aereo che mi riporta a Roma da New York, dove presso le Nazioni Unite ho vissuto l’intensa settimana che ogni anno in aprile riunisce il Comitato dei 24 esperti di Pubbliche amministrazioni di cui ho l’onore di essere parte, per dare indirizzi e suggerimenti alle Nazioni Unite (in Ecosoc) e migliorare la diffusione dei Millennium Development Goals in particolare nei Paesi in via di sviluppo.

Tra questi, come certamente sa, la condizione e il ruolo delle donne è centrale, insieme alla lotta alla povertà estrema e a malattie terribili come l’Hiv. Tra noi «esperti» il numero delle donne africane è elevato (la rappresentanza è naturalmente bilanciata) e il confronto di idee, di esperienze e di lavoro comune raggiungono momenti di impegno e di partecipazione di intensità straordinaria. Leggere sui nostri giornali l’ennesima tragedia «che non fa più notizia» e — non Le nascondo — seguire lo spettacolo terribile della nostra democrazia malata proprio negli stessi giorni in cui discutevamo di modelli partecipativi di governance da condividere con i Paesi in via di sviluppo, ha scosso in modo particolare la mia identità di persona libera, parte di quei Paesi avanzati che si ingegnano a offrire paternalistici suggerimenti di valori democratici, politici ed etici al resto del mondo.


La lettera di Laura Boldrini, che ho appena letto sul Suo giornale, mi ha colpito e rincuorato. Ha trovato il tempo che non c’è e ha sentito la responsabilità personale, in momenti che immagino assai concitati per il Parlamento che guida, di intervenire in prima persona per contribuire a modificare «la mentalità diffusa che deve essere cambiata». Dopo anni di terribili umiliazioni, trascorsi in un silenzio attonito e costernato a fronte di una violenza crescente e inaudita e, purtroppo, sempre più tollerata in quasi ogni atto della nostra vita quotidiana, ne condivido l’urgenza.

Voglio cogliere l’invito di Laura Boldrini alla necessità di riflettere su quanto sia indispensabile reagire alla rabbia e all’umiliazione che ancora colpisce così duramente nel nostro Paese e ad agire di conseguenza. Raccolgo l’esortazione che offre, a noi «donne nelle istituzioni» in primis, di dare voce alla nostra indignazione rendendola forte, collettiva e temibile.

Insieme con le altre «donne delle istituzioni» sarebbe importante che riuscissimo a costruire intorno alla presidenza della Camera un percorso per portare nella nostra casa ciò che davvero manca nel nostro Paese, e cioè la dignità e il ruolo di metà della popolazione, la cui difficoltà suona ancor più stridente in una delle democrazie più industrializzate del pianeta, insieme a tutti i problemi sociali che conosciamo.

Anche l’avvio e il collegamento tra loro di azioni semplici ma efficaci condotte nelle istituzioni pubbliche può essere un modo di dare attuazione ai Millennium Development Goals delle Nazioni Unite. Potranno accompagnarsi a un impegno istituzionale alto, che parte dal cuore della nostra democrazia e che oltre alla forma normativa, indispensabile, si potrebbe attivare in attività diffuse, che investono l’agire quotidiano delle istituzioni e che, negli anni, possono modificare con la comunicazione e la disseminazione delle buone pratiche il sentire profondo della popolazione che da generazioni deve essere scosso.

Penso tra l’altro alla possibilità di utilizzare tutte le forme comunicative a disposizione, quali la «pubblicità progresso» della presidenza del Consiglio dei ministri, o tante altre forme per «fare cultura», che sono disponibili alle istituzioni pubbliche. Per non abituarci mai allo scempio del ruolo della donna cui abbiamo assistito in questi anni.

Sono sicura che dobbiamo reagire per noi stesse, ma soprattutto per i nostri figli, sia maschi sia femmine, che non meritano un’eredità così gretta e settaria.

Osservatorio Iraq
04 04 2013

L’affaire Kazdaghli riapre il dibattito laicità/islamismo nella Tunisia post-rivoluzionaria. Molto più di una semplice vicenda legale, il caso - non esente da strumentalizzazioni - diventa terreno di un confronto più ampio che chiama in causa libertà accademiche, individuali e diritto di espressione. Intervista al rettore dell'università La Manouba.

di Cecilia Dalla Negra e Jacopo Granci da Tunisi 

La storia del doyen Habib Kazdaghli, rettore della facoltà di Lettere e Scienze umanistiche dell’università ‘La Manouba’ di Tunisi, inizia nel marzo dello scorso anno.

Ma il contesto in cui la vicenda si sviluppa, per arrivare fino ad oggi, comincia a delinearsi già nel settembre del 2011.

Quando, dopo la destituzione del regime di Ben Ali e il lungo protrarsi delle mobilitazioni popolari, gli studenti tunisini rientrano per la prima volta nelle università per riprendere i corsi.

Riferiscono su Slate Afrique che in quel periodo una giovane studentessa entra a La Manouba indossando il niqab.

Alla richiesta di un professore di toglierlo, per rispettare il regolamento interno dell’istituto (che lo vieta) lei si ritira dai corsi. Qualche settimana dopo - passate le elezioni - farà ritorno al campus, accompagnata da un gruppo di giovani salafiti. “Ormai siamo al potere, posso tenere il mio velo”.

È più di una protesta: il rettore Kazdaghli tenta il dialogo, ma la lista di rivendicazioni che vengono presentate dal gruppo non sembra conciliabile con la vita di quello che viene da più parti considerato un luogo-simbolo dello sviluppo democratico, della laicità e dell’avanguardia culturale del paese.

Di fronte alla richiesta di istituire classi e ambienti separati, il dialogo si arresta. A partire dal novembre 2011 sit-in, manifestazioni e volantinaggi animano la facoltà, che diventa teatro di scontro politico fra opposti punti di vista e contrastanti immaginari collettivi.

L'università viene occupata per 8 settimane, i corsi interrotti, gli esami rinviati. Il Consiglio si riunisce agli inizi di marzo, deciso a prendere provvedimenti contro chi ha interferito con lo svolgimento delle lezioni e "incitato a violare il regolamento universitario".

Ed è proprio intorno a questo regolamento - e al ruolo politico che ha assunto - che si sviluppa la vicenda che vede oggi il rettore imputato in un processo apparentemente senza fine, il cui verdetto è stato rinviato già cinque volte, a dimostrazione degli interessi in gioco celati dietro a questo caso.

In seguito ai provvedimenti presi dal Consiglio, alcuni studenti protestano. Tra loro due giovani che, rivendicando il diritto di indossare il velo, fanno irruzione nell’ufficio del rettore mettendolo a soqquadro.

Quando Kazdaghli si reca in commissariato per sporgere denuncia, scopre di essere stato a sua volta denunciato per ‘aggressione’ contro le due ragazze.

"Una trappola, un'accusa fabbricata ad hoc" si difende il professore, citando prove a sostegno della sua affermazione.

La prima udienza si svolge il 5 luglio 2012, e la situazione per il doyen si complica rapidamente. La Procura riclassifica il (presunto) reato come "aggressione da parte di un funzionario nell’esercizio delle sue funzioni", per il quale dai 15 giorni di detenzione inizialmente ipotizzati si passa ai 5 anni. Nello stesso processo compaiono anche le due studentesse, accusate di devastazione.

Una seconda udienza prende il via nell’ottobre 2012: in aula è presente anche una delegazione della FIDH per monitorare un processo considerato “rappresentativo delle tensioni sempre maggiori legate alle questioni della laicità, dell’accesso all’educazione e delle libertà accademiche in Tunisia”, come dichiara Soujayr Belhassen, presidente dell’organizzazione.

Anche questa sarà rinviata per ‘difetto di procedura’. Il verdetto, atteso per il 17 gennaio 2013, è stato prima posticipato al 28 marzo, nei giorni in cui un’altra università – il campus El Manar – ospitava il Forum Sociale Mondiale. Poi ancora al prossimo 4 aprile.

Ritardi e rallentamenti che restituiscono la complessità del caso: non si tratta di un semplice processo, ma di una battaglia - ben più vasta di uno schiaffo - che al di sotto si consuma.

Per la quale le responsabilità non sono da ricercare solo tra le aule universitarie, ma anche in quei palazzi - Ministero dell’Interno, dell’Istruzione e Assemblea costituente - che dovrebbero dare l’indirizzo politico e giuridico al paese, attraverso una legislazione chiara, che stabilisca dove inizia e dove finisce l’esercizio delle libertà individuali rivendicata dalle studentesse.

A stabilire che tra i corridoi de La Manouba sia vietato indossare il niqab, infatti, è il regolamento interno che, in assenza di una legislazione nazionale di grado superiore che stabilisca divieti e diritti, ha valore di legge all’interno dell’università.

Ma se portare il velo viola quella legge, il provvedimento ha tutta l’apparenza di violare la libertà individuale delle studentesse che dovrebbero poter scegliere di coprirsi il capo e il volto se lo ritengono necessario, o conforme alla propria religione.

Nella Tunisia post-rivoluzionaria, che vive una complessa fase di transizione, è anche su un caso giudiziario che può giocarsi il futuro assetto del paese, attraversato dallo scontro politico e dal confronto tra diversità culturali e sensibilità religiose.

Non è un caso se attorno all'affaire Kazdaghli si sono subito concentrate le forze di opposizione (tra gli avvocati che lo difendono c'è il leader di Nidaa Tounes, Beji Caid Essebsi), che accusano il governo - tra le altre cose - di voler imporre un'agenda religiosa sui temi sensibili e di adoperare un eccessivo lassismo nei confronti delle minoranze estremiste.

È anche attraverso una sentenza che si scrivono le prime righe di un nuovo patto sociale, nel quale resta da scegliere a quale aspetto dare la priorità, sullo sfondo di quella battaglia tra laicità e islamismo che ha caratterizzato gli ultimi due anni, spesso utilizzata in modo strumentale da una politica incapace di rispondere ai problemi reali del paese: disoccupazione, povertà, giustizia sociale.

Dopo oltre un anno dallo scoppio dell’affaire il paese - o almeno quella parte non interessata da necessità più stringenti - resta diviso, mentre il doyen raccoglie un vasto sostegno sia in patria che all’estero, diventando un ‘simbolo’.

In mezzo al vortice l’università pubblica, che anche in Tunisia, come nel resto del mondo, rimane emblema culturale nazionale, da difendere come patrimonio collettivo.

Sullo sfondo il tema del ‘velo’, controverso e ben noto anche in un’Europa incapace di trovare soluzioni che non siano divieti e discriminazioni.

Nei giorni del Forum Sociale mondiale, Habib Kazdaghli ha partecipato ai lavori nel quadro delle attività proposte dal sindacato di categoria legato all'Ugtt.

 

Jacopo Granci, inviato a Tunisi, lo ha incontrato e intervistato.

 

Professor Kazdaghli, recentemente ha partecipato ad una conferenza sullo "stato delle libertà accademiche in Tunisia". Che cosa ne è emerso?

Dopo la rivoluzione ci aspettavamo la piena attuazione delle libertà accademiche. C'è stato un primo trend di misure positive, ma non è stato fatto abbastanza. Certo, prima del 2011 c'era la polizia nelle facoltà, gli studenti più attivi all'interno dei campus erano periodicamente detenuti. Ora la situazione, da questo punto di vista, è cambiata.

Anche le nomine all'interno dei dipartimenti e delle strutture di ricerca si fanno tramite elezioni e non più per designazione diretta. Ma le libertà accademiche restano in pericolo.

 

Il testo costituzionale, ancora in fase di completamento, consacrerà in un articolo alla difesa di queste libertà..

Sì, e sarà la prima volta dalla Costituzione del 1959. Ma la sua formulazione resta evasiva. Per esempio non vi sono riferimenti alla Carta universale redatta in merito dall'Unesco. In generale, e non solo per questo articolo, vi è la reticenza della maggioranza dell'Assemblea a mettere in relazione i diritti e le libertà affermate nel testo con i principi universali.

Il ché è comprensibile: il riferimento ai diritti e alle libertà universalmente riconosciute rischia di entrare in contraddizione con la 'specificità islamica', o almeno con alcune sue interpretazioni, che il governo si riserva di utilizzare.

 

Quali minacce incombono sull'università tunisina?

I pericoli sono molteplici e arrivano da diverse direzioni. Innanzitutto le pressioni esercitate dall'alto sugli organi rappresentativi, sui direttori dei dipartimenti di ricerca.

Le ingerenze della politica non sono finite, tutt'altro, e si fanno sentire nello stanziamento dei budget a disposizione delle facoltà, nelle assunzioni. Nella mancanza di una strategia chiara di tutela dell'insegnamento, per esempio con la creazione di un Consiglio superiore autonomo e sganciato dal ministero, o di una strategia di investimento che contribuisca a sviluppare le strutture universitarie nell'interno del paese.

Ci sono poi le pressioni dal basso, ad opera di gruppi estremisti, più o meno riconducibili alle autorità che attualmente ci governano. Se non altro per il lassismo dimostrato verso questi fenomeni.

La maggioranza uscita dalle elezioni del 23 ottobre sta cercando di imporsi su tutti i livelli, di far pressione su un settore chiave come quello dell'insegnamento. L'impronta religiosa del governo di Ennahda traspare nelle direttive che ci arrivano dai ministeri e chi cerca di sottrarsi ne paga le conseguenze. E' questo il quadro in cui si inserisce la mia vicenda personale e più in generale il caso dell'università La Manouba.

 

Ci parli più nel dettaglio della sua vicenda...

Un gruppo di salafiti, non solo studenti, si è presentato alla facoltà cercando di imporre alcune misure che ho reputato lesive per la libertà e il buon funzionamento dell'università. Per esempio il diritto per le ragazze di assistere alle lezioni e di sostenere gli esami con il niqab 'severo' (una velatura che prevede la copertura totale del volto eccetto la fessura degli occhi, ndr) o la separazione tra sessi nelle sale mensa e negli spazi comuni degli studenti.

All'inizio erano delle semplici richieste, c'era spazio per la negoziazione. Ma nel novembre 2011 questi gruppi hanno bloccato i dipartimenti e occupato il mio ufficio, saccheggiandolo. Sono arrivati a togliere la bandiera nazionale per rimpiazzarla con il loro drappo nero. L'università è rimasta chiusa per un mese, era impossibile continuare l'attività in quelle condizioni.

Quando sono andato a sporgere denuncia ho scoperto che ero stato a mia volta denunciato per un'aggressione che non ha mai avuto luogo. Ho un testimone che può confermarlo, oltre al fatto che il certificato medico presentato dalla ragazza che mi accusa di averla schiaffeggiata è stato giudicato 'irricevibile in tribunale' - in altre parole artificioso - dall'ordine di categoria.

 

Qual è il peso della presenza salafita nelle università?

Numericamente è marginale, ma non per questo meno pericoloso soprattutto in prospettiva futura. In tutti i paesi ci sono movimenti estremisti con cui in un modo o nell'altro bisogna fare i conti, l'importante è che queste realtà non arrivino a imporre deroghe sulla legge e sui principi fondanti della nazione.

Invece quello che è successo alla Manouba si è poi ripetuto in altri stabilimenti, a Gabes e a Monastir per esempio, dove i rettori hanno ceduto alle pretese degli islamisti. Casi più allarmanti arrivano poi da altri settori, come gli attacchi al mondo della creazione artistica e della stampa, le ingerenze nell'assistenza ai detenuti e nell'educazione primaria.

Lo scenario si complica e assume tinte più fosche nel caso in cui accettassimo l'idea - e si tratta ben più di un sospetto - che gli uomini al potere si servano di questi gruppi, affidandogli il lavoro sporco per poi chiedere benevolenza e comprensione al loro riguardo.

Ricordo un video-dibattito pubblicato in rete qualche mese fa in cui Rachid Ghannouchi, rivolgendosi ad alcuni esponenti salafiti, affermava: ‘abbiamo vinto le elezioni ma il cammino per la nostra affermazione è ancora lungo. I giornalisti sono contro di noi, la polizia e l'esercito sono contro di noi, gli insegnanti universitari pure…’. Il timore è che si stiano ponendo le basi per mettere a tacere le voci e le coscienze che dissentono.

In questo senso l'omicidio Belaid è un monito impresso nella memoria di tutti i tunisini.

 

Nei prossimi giorni ci sarà la sesta udienza del suo processo, iniziato quasi un anno fa. Qual è il suo stato d'animo?

Sono sereno, anche se questa vicenda rischia di assomigliare sempre più a quelle telenovelas messicane che non finiscono mai. Non è il verdetto che mi spaventa, ma il fatto che il processo sia utilizzato come una spada di Damocle calata sulla mia testa, sulla mia famiglia e sull'università che dirigo, pronta ad abbattersi in qualsiasi momento.

 

Il fatto che la sua vicenda abbia assunto un carattere decisamente politico lo considera un vantaggio o un'aggravante?

Un'aggravante se consideriamo il livello a cui è giunto lo scontro politico negli ultimi mesi. Un dato positivo se penso al sostegno e alla solidarietà ricevuta sia all'interno che all'esterno del paese. Ad ogni modo questo processo è un caso emblematico che va al di là del semplice confronto tra governo e opposizione.

Riassume il contrasto tra forze moderniste e forze conservatrici, documentabile nell'area maghrebina a partire almeno dal XIX secolo, dopo l'invasione dell'Egitto ad opera di Napoleone.

Da quel momento si evidenzia una frattura tra coloro che hanno cercato di colmare la distanza con il mondo occidentale attraverso un ripiegamento religioso, predicando un ritorno 'al tempo degli antenati' (al-salaf) e alla purezza della prima comunità islamica; e coloro che hanno cercato di fagocitare, di appropriarsi delle scoperte e degli insegnamenti provenienti dall'altra sponda per aprirsi e svilupparsi.

Inutile sottolineare che io appartengo a questa seconda corrente.

 

Perché proprio la Manouba? E' una semplice fatalità o ci sono delle spiegazioni?

Prima di tutto occorre chiedersi perché l'università, un luogo non solo di trasmissione ma anche di produzione del sapere. L'università è il ponte verso la cultura e i valori universali.

In questo La Manouba, dove sono presenti le facoltà di Lettere, Arte e Scienze Umane, rappresenta senz'altro un modello. Da qui sono usciti alcuni tra i più noti studiosi del pensiero islamico, non degli apologeti ma studiosi nel pieno senso del termine che analizzano con criteri scientifici un fenomeno sociale di importanza primaria come quello religioso.

Ad esempio Abdelmajid Charfi e Mohamed Talbi, o la professoressa Raja Ben Slama. Non è un caso, del resto, che anche loro siano finiti nel mirino di Ennahda. Per le nostre insubordinazioni avevamo problemi anche al tempo della dittatura.

Sul piano personale, da storico ho sempre difeso una visione plurale del passato e questo si riflette nella direzione dei lavori di ricerca del mio dipartimento. La Tunisia ha migliaia di anni di storia, in cui culture e religioni si fondono. Tutte meritano spazio e dignità nell'approccio accademico.

Il risultato di oggi non è che la sintesi dei differenti apporti susseguiti nei secoli. Ad esempio i miei studi, a carattere contemporaneo, si concentrano sulla storia del partito comunista tunisino e della comunità ebraica nel mio paese. Questo diventa spesso un motivo di biasimo per i miei detrattori, che non sanno o non vogliono distinguere tra sionismo ed ebraismo. La ricerca non deve avere tabù.

Per concludere, vorrei tornare sulla questione del niqab nelle università. In questi giorni, aggirandomi tra le facoltà di El Manar, a Tunisi, mi è capitato di incontrare alcune studentesse con il velo integrale. Esistono leggi o direttive che regolano il suo utilizzo? Con quale motivazione ha deciso di vietarlo?

Non esistono leggi né direttive nazionali in materia, i ministeri (dell’Interno e dell’Insegnamento superiore) non si sono mai pronunciati direttamente sulla questione del velo integrale negli edifici pubblici. Alla Manouba abbiamo preso la decisione di vietarlo tramite un regolamento interno dell'università.

Per questioni di sicurezza, di trasparenza (verifica dell'identità) e di pedagogia, dal momento che il confronto a viso aperto tra compagni e tra alunni e professori è alla base dell'insegnamento. Ci siamo battuti per applicarlo e ne stiamo pagando le conseguenze.

Sfida in topless nel nome di Allah

  • Giovedì, 04 Aprile 2013 08:17 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
04 04 2013


Il nudo fa cortocircuito con gli interpreti del Corano? Allora tutte nude nel nome di Allah. E’ la sfida lanciata online da una rete di donne (ma anche di uomini) che in sostegno alla giovane blogger tunisina Amina, scomparsa e forse arrestata o portata in un ospedale psichiatrico dopo aver postato su Facebook le sue foto a seno scoperto alla maniera delle attiviste Femen, hanno indetto per domani, 4 aprile, l’International Topless Jihad Day: via le t-shirt e sit in a oltranza davanti alle ambasciate tunisine di tutto il mondo (in testa, ovviamente, ci sono le Femen).

Da quando dopo l’11 settembre 2011 abbiamo iniziato a conoscere, nel bene e nel male, il mondo arabo-musulmano, abbiamo imparato che la parola “jihad” non ha soltanto l’infame e terrificante significato di guerra santa contro l’occidente. Anzi. Non solo Jihad è un nome maschile piuttosto comune a Ramallah come al Cairo o Riad, ma la sua vera radice è più che positiva e indica letteralmente lo sforzo interiore dell’individuo per il proprio miglioramento.

Negli ultimi dodici anni migliaia e migliaia di imam ostili al fondamentalismo si sono affannati a riproporci questa spiegazione filologica al fine di disinnescare la miccia dello scontro delle (in)civiltà. E non sono stati i soli. Tra le fila dei “laici” ci ha provato per esempio la giornalista iraniana del Los Angeles Times Azedeh Moavani, che nel saggio “Lipstick jihad” ci ha raccontato il punto di vista di una ragazza di Tehran “armata” di rossetto contro l’integralismo degli ayatollah.

Le Femen hanno imparato la lezione. Dopo essersi battute per settimane per sapere che fine avesse fatto la diciannovenne Amina (ricomparsa di colpo qualche giorno fa sulle pagine di un quotidiano governativo secondo cui sarebbe tornata a casa e starebbe bene...) si sono ricordate del “jihad” e l’hanno applicato alla campagna “Titslamist Free Amina” (http://hacksperger.wordpress.com/2013/03/28/titslamist-freeamina-by-femen-org/). Alcune decine di persone hanno già aderito all’iniziativa, nella maggior parte dei casi si tratta di uomini o donne arabe che vivono in paesi occidentali. Ma, che scendano in piazza a seno nudo o meno, le compagna di Amina sono più che agguerrite in Tunisia. I Fratelli Musulmani di Ennahda, che dopo la cacciata di Ben Ali hanno vinto le elezioni aggiudicandosi il potere, stanno cercando di gestire a proprio vantaggio la crisi esistenziale del paese spaccato tra pancia islamista e testa quasi volteriana, ma sulla loro strada hanno trovato e trovano proprio loro, le donne, mogli, madri, figlie, velate e non velate, disposte a tutto pur di non perdere l’emancipazione guadagnata prima della democrazia.

 

Arabia Saudita. Donne e biciclette, una vittoria a metà

  • Mercoledì, 03 Aprile 2013 12:33 ,
  • Pubblicato in Flash news

Osservatorio Iraq
03 04 2013

Sarà l'effetto del film “Wadjda”, o l'ennesima concessione da parte del re Abdullah alle pressanti richieste dell'opinione pubblica. Sta di fatto che le donne saudite hanno segnato un altro punto verso la conquista delle loro libertà di base, con il permesso reale di girare per strada in bicicletta.

di Anna Toro


Certo, non è tutto oro quel che luccica. Ci saranno infatti delle condizioni da rispettare: ad esempio, una volta in sella alla sua bici, la donna dovrà essere sempre scortata da un guardiano di sesso maschile, incaricato di 'monitorare la situazione'.

E ancora: “Le saudite saranno libere di passeggiare nei parchi, con passeggini e biciclette, così come sul lungomare, e in altre aree, a patto che indossino abiti assolutamente modesti”, spiega il quotidiano al-Yaum, il primo a dare la notizia, citando una fonte anonima del Comitato per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio.

Il permesso vale solo per scopi 'ricreativi', lungi dal considerare il mezzo a due ruote un sistema di trasporto permanente.

“La nostra preoccupazione è assicurare il pieno rispetto delle norme di circolazione stradale e dei regolamenti da parte di tutti i conducenti”, ha dichiarato Ali al-Zahrani, portavoce del Dipartimento del traffico della provincia orientale. Mentre Samia al-Bawardi, presidente di un'Ong per le vittime degli incidenti stradali, punta il dito contro l'abito scelto per pedalare: “Indossare l'abaya (il tradizionale abito lungo, che copre le donne dalla testa ai piedi, ndr), insieme a una guida irregolare, possono provocare incidenti terribili”.

Ma cosa ha innescato la rimozione del divieto?

Sarà una coincidenza, ma la 'svolta' arriva dopo il successo del film "Wadjda", scritto e diretto dalla regista saudita Haifaa al-Mansour e premiato a livello internazionale.

La pellicola racconta proprio la storia di una bambina che vive nella periferia di Riyadh, alle prese con i problemi di una società ultraconservatrice che non le permette, in quanto femmina, di possedere una bicicletta, il vero oggetto dei suoi desideri.

Nel film, la bici diventa il simbolo delle infinite restrizioni a cui sono sottoposte le donne in Arabia Saudita.

Almeno fino ad oggi. Questa nuova autorizzazione è infatti solo l'ultima di tutta una serie di piccole conquiste, ottenute poco alla volta, ma quasi tutte in tempi recentissimi. A partire dalla possibilità di votare e addirittura di candidarsi alle elezioni municipali del 2015, permesso ottenuto nel 2011.

O come l'anno scorso, quando due atlete saudite, rispettivamente judoka e velocista, hanno potuto per la prima volta partecipare alle Olimpiadi, per le forti pressioni internazionali esercitate su Riyadh.

Il mese scorso poi, re Abdullah ha nominato 30 donne nel consiglio della Shura, una sorta di Parlamento con funzioni consultive, le cui poltrone erano finora riservate al sesso maschile, e ha permesso alle saudite di lavorare come cassiere nei supermercati e nei negozi di lingerie.

E ancora, la settimana scorsa i media hanno diffuso la notizia secondo cui il governo starebbe per concedere i permessi per l'istituzione di club sportivi al femminile, finora considerati "centri di salute" a cui accedere solo previa autorizzazione del ministero della Salute.

Il motivo di questa restrizione è simile a quello per cui alle donne era proibito andare in bici e in automobile: le autorità religiose temono che guidando o praticando sport possano “perdere la verginità”.

Ecco perchè, riguardo a queste restrizioni, non ci sono vere e proprie leggi: simili divieti arrivano direttamente dai dettami e dalle fatwe dei muftì, da cui la famiglia reale fa dipendere la propria legittimità religiosa.

 

PROSSIMO OBIETTIVO: L'AUTOMOBILE
Per quanto riguarda la libertà di guidare l'auto, invece, gli attivisti e le attiviste saudite e internazionali da tempo hanno cominciato una battaglia lunga e coraggiosa.

Basti pensare alla giovane Manal Alsharif, che nel 2011, sfidando tutti i divieti e le punizioni, aveva pubblicato sui social network un video di sé stessa alla guida, invitando tutte le donne saudite a fare lo stesso e ad attivarsi con la campagna Women2Drive.

Arrestata con l'accusa di “infangare la reputazione del regno all'estero” e di “sobillare l'opinione pubblica”, la donna è poi stata rilasciata dopo diverse pressioni nazionali e internazionali. (Pochi mesi fa Manal Alsharif ha preso la sua seconda patente: ovviamente non nel suo paese, ma negli Emirati Arabi Uniti, dopo la prima ottenuta negli Usa).

L'anno dopo, la protesta ha preso la forma di una nuovo appello indirizzato direttamente al re: “Non cerchiamo di disturbare le autorità o violare le norme e i regolamenti – scrivono gli attivisti –, tutto ciò che vogliamo è far sì che le donne che hanno bisogno di uscire per le loro attività quotidiane possano farlo, anche se non hanno un uomo ad aiutarle”.

Si tratta di una questione molto importante per le saudite che, per far fronte ai propri impegni, sono costrette ad affittare un autista o a prendere un taxi, o nel migliore dei casi a farsi accompagnare dal proprio marito.

Anche il 18 marzo di quest'anno circa 3.000 cittadini hanno firmato una petizione per chiedere ai membri della Shura di portare la questione della guida delle donne in seno al dibattito politico. Ma sebbene alcuni si siano detti a favore, il problema non è ancora stato sollevato ufficialmente.

 

TRA CONQUISTE E PERCEZIONI
Per ora le saudite si dovranno accontentare di girare in bicicletta (nei limiti consentiti). E delle altre piccole grandi conquiste già citate, a cui però se ne deve aggiungere un'altra molto importante: il 26 marzo, il governo ha emesso un nuovo decreto per la creazione di carte d'identità nazionali obbligatorie per tutte le donne, garantendo loro identità indipendenti dalle famiglie, e spianando così la strada alla fine di quel tipico sistema di tutela oneroso, che tratta ogni donna, indipendentemente dalla sua età, come un minore.

Questi documenti saranno essenziali anche quando arriverà il momento di votare.

“Visti dall'esterno, i progressi in materia di diritti di genere possono sembrare essere ancora impantanati nel catrame – osserva la giornalista Aryn Baker, capo redattore per il Medio Oriente del Time Magazine – Dopo tutto, le donne non sono ancora autorizzate a guidare, non possono ottenere un lavoro o prendere un prestito senza il permesso di un familiare maschio, e ai loro guardiani designati, di solito un marito o un padre, arriva una notifica via sms ogni volta lasciano il regno”.

“Ma – aggiunge – dal punto di vista interno, i cambiamenti in corso sono vertiginosi”.

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