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Donne e lavoro: perché le ragazze non vogliono figli

Il Fatto Quotidiano
03 04 2013

Le ragazze rispondono alla ricerca dell’Università di Parma: voci da ogni parte d’Italia, voci spezzate dai politici che incrociano i ricatti paralizzando le speranze di lavoro. Erano fragili, adesso disperate per le giovani donne che inseguono la vita: posto, marito, compagno, casa, figlio. Ma i tempi vanno all’infinito. “Nel mondo nel quale sono cresciuta era normale una mamma giovane. Vorrei avere un figlio a vent’anni, come l’hai voluto tu, le dicevo. Una bambina per diventare sua amica come tu sei con me”. Illusione di

Giulia Marcigaglia: vecchi e nuovi onorevoli stanno bruciando il futuro nel quale si cullava. Come mai le ragazze d’oggi non vogliono figli? “Non basta essere regine del focolare. Si scontrano con difficoltà che sono montagne. Calcolatrice tra le mani, provano a capire se potranno permettersi la baby sitter almeno per la pizza della settimana, o un asilo nido, e poi la notte, nell’intimità dei letti, sveglie a domandarsi se stanno facendo la scelta giusta.

Nel mondo in cui viviamo non c’è posto per realizzare indipendenza, professione, un bambino. Bisogna scegliere o l’uno o l’altro e la scelta ci cambierà. Non saremo più le stesse”. Amarezza di Francesca Licata mentre l’indifferenza degli illuminati le ruba la vita. Senza contare le trappole: “Al rientro dalle ferie Elena comunica al datore di lavoro di essere incinta. Costretta alle dimissioni”. Le si presenta il foglio in bianco firmato il giorno dell’assunzione: rinuncia volontaria al posto in caso di maternità.

La legge Prodi 2007 proibiva il ricatto; ricatto riammesso dal Berlusconi appena torna al governo. Giulia Martesini si sconsola: “Scegliere di fare un figlio non è solo una questione biologica, è un atto di fede. Devi credere nell’amore che ha portato a quel concepimento”. Ma se metà delle famiglie italiane non arriva a 1.800 euro al mese e una famiglia su sette resta con le tasche vuote dopo 3 settimane, come possono due ragazzi programmare un figlio che fino a sei anni costa 40 euro la settimana?

E la fata Morgana della ripresa annunciata per il 2013, rimandata al 2014, si allontana fino a quando gli onorevoli cittadini non si accorgeranno dei “nuovi” che stanno scoppiando. Malgrado la fertilità dei migranti, l’Italia invecchia: due bambini per ragazza in Francia e in quasi ogni paese d’Europa: 1,39 per le italiane, 15 mila in meno l’anno da quando scivoliamo nella povertà. Appena possibile diventeranno madri, ma dopo i 30 anni o più di 40. Le nostre giovani donne non godono la tutela della Francia, dove l’assistenza disegnata da Mitterrand accompagna i bambini fino ai banchi di scuola. L’Italia dal cuore duro ha altri pensieri.

Care ragazze, portate pazienza: con battaglie navali online, i 5 Stelle stanno cercando il nuovo presidente. Non possono distrarsi. E non vogliono indignarsi per i miliardi dell’evasione fiscale. I loro niet piovono come sassate. Stamattina le Borse diranno cosa dobbiamo pagare per il Grillo degli insulti e Napolitano-Pilato. Ma un giorno lontano, chissà.

Giuliana Sgrena, Il Manifesto
28 marzo 2013

L'utilizzo della giustizia per impedire la libertà di espressione riguarda anche Nadia Jelassi, professoressa alla scuola delle belle arti a Tunisi, e la giornalista Khédija Yahaoui. ...

La Stampa
28 03 2013

La presidente di UN Women Comitato Nazionale Italia, Simone Ovart, ha partecipato alla 57° sessione della Commission on the Status of Women svoltasi dal 4 al 15 Marzo scorso a New York.

Dopo giorni di confronto e discussione sui diritti da introdurre nelle agreed conclusions, si è giunti ad un documento finale a cui ha apposto la firma anche il rappresentante del nostro Paese.

Nelle agreed conclusions vengono sanciti diritti fondamentali per le donne che, secondo quanto previsto dal documento finale, devono essere supportati da politiche promosse dagli Stati membri per porre fine alla violenza contro le donne e ad ogni forma di violenza a loro diretta.

In particolar modo vengono esortati gli Stati membri a: condannare ogni forma di violenza o discriminazione contro le donne astenendosi dall’utilizzo di qualsiasi giustificazione legata a tradizioni o religioni, a promuovere la piena inclusione delle stesse nel mondo economico e del lavoro attraverso il quale viene garantita loro l’indipendenza, ad aggiornare i sistemi giuridici nazionali per garantire la protezione e l’efficienza della legge contro le violenze di genere e a formare in maniera adeguata, in un’ottica di gender-sensitive, le forze dell’ordine facilitando in tal modo il contatto con le donne vittime di violenza che hanno intenzione di sporgere denuncia.

Inoltre viene sancito chiaramente il dovere per gli Stati firmatari di informare, specialmente i giovani, riguardo alle malattie sessualmente trasmissibili e riguardo ai metodi per evitarle.

Viene ribadito il dovere degli Stati membri di proteggere i diritti umani delle donne specialmente quelli che concernono il potere decisionale sul loro corpo, in modo da garantire loro una sessualità libera e scevra da costrizioni di alcun genere.

Gli Stati firmatari devono garantire il pieno accesso all’educazione del più alto standard possibile, rendendo la scuola, e la strada per essa, luoghi il più possibile sicuri per donne di tutte le età.

Viene sottolineata, nelle a greed conclusions, la fondamentale importanza rivestita dai media e la necessità da parte degli Stati membri di promuovere attraverso questi una figura della donna non stereotipata o mercificata, formando a tal fine coloro che lavorano per i media in modo da sensibilizzare anche il grande pubblico alle tematiche sulla violenza di genere.

Vengono inoltre promossi investimenti da parte degli Stati membri al fine di creare una rete di supporto che includa anche centri antiviolenza, soluzioni abitative a lungo termine e supporto sanitario, sociale e psicologico completo per le vittime di violenza o abusi.

La Commissione auspica che vengano condotte sempre più indagini riguardanti la violenza contro le donne per poterne conoscere le cause e le possibili soluzioni, anche attraverso raccolte di dati, la creazione di statistiche e la loro diffusione.

Viene affermata infine l’importanza di porre fine alla violenza contro donne e fanciulle per estirpare dalle radici la povertà e la diseguaglianza di genere, con le loro relative conseguenze per un futuro di parità e pace.

Un lungo lavoro che si è avvalso della capacità delle donne di raccontare le loro storie ed essere testimoni della storia, e di momenti cruciali come quelli che interessano oggi questi paesi, al centro di complessi passaggi di transizione in cui la battaglia per i diritti delle donne coincide, nella loro visione, con la battaglia per la democrazia stessa. ...

194, cosa le donne vogliono

  • Martedì, 12 Marzo 2013 09:49 ,
  • Pubblicato in Flash news
GiULiA
11 03 2013

Un manifesto per la 194: è questo il risultato della - affollata - giornata di lavori milanese, "per parlare con la nostra voce". Di [Assunta Sarlo]

Pubblichiamo l'introduzione di Assunta Sarlo al convegno sulla legge 194 - affollatissimo, a cui ha partecipato, tra i tanti interventi, anche Lella Costa. In allegato il "manifesto", a cui si può aderire firmando al sito http://www.change.org/it/petizioni/manifesto-per-la-piena-attuazione-della-legge-194-78.Gi

"Parlare con la mia voce, altro non ho voluto" dice la Cassandra di Christa Wolf.
Perché mi è venuta in mente questa associazione? Proprio perché parlare con la nostra voce è lo scopo di questa giornata ed è il pensiero sotteso al manifesto delle proposte per l'attuazione della 194 che proponiamo. Parola e dati. Espressione di sé e numeri. Siamo partite da qui, quando mesi fa, ci siamo messe intorno a un tavolo. Su quel tavolo c'erano due cose: i numeri, appunto, che ci dicono che asfittico presente e che problematico futuro vive la legge 194. Perché la realtà è diversa, e peggiore, rispetto a quanto - già preoccupante - fotografa il Ministero della Salute.
E poi le parole e le domande e le discussioni. Da subito abbiamo messo a fuoco un tema: lo stesso, se ci pensiamo, che ci aveva portato in piazza nel 2006, nascita di Usciamo dal silenzio.

Si può condensare in una parola: esproprio. Esproprio di esperienza, della vicenda che, a partire dalla sessualità, attraversa il corpo delle donne e che, in questo, ci fa, tutte , eguali. Lo scriveva Adriano Sofri a Giuliano Ferrara, ai tempi oscuri e prevaricatori della moratoria sull'aborto (ci dimentichiamo in fretta di cosa accade in questo paese e ci dimentichiamo di tracciare linee di continuità di questa inesausta crociata, ora aperta ora strisciante).

Fermati su quella soglia, di là non ci puoi essere tu ma solo (e sola) una donna, non puoi dire "ho abortito tre volte" ma invece il più contorto "per tre volte donne in cui sono stato hanno abortito". E' una questione di sovranità territoriale, non violare quella frontiera, scriveva Sofri a Ferrara. Aggiungo: è una frontiera comunque inviolabile, piaccia o non piaccia persino alle donne, si condivida o non si condivida con il proprio compagno l'esperienza dell'aborto. E poi c'è l'esproprio della parola coscienza, come se fosse il primato morale e il riconoscimento sociale tributato a chi obietta e non l'esercizio, faticoso e responsabile, di chi sceglie se diventare o no madre. E, accanto a lei, è l'esercizio responsabile di chi sceglie, da medico o infermiere, di prestare la propria competenza a che quella volontà si compia nel modo più sicuro e non giudicante possibile.

La lista delle parole che ci sono state espropriate, che hanno visto torcere il proprio senso a scopo ideologico è lunga. Ce n'è una però sulla quale occorre soffermarsi, perché ha attraversato il nostro lavoro e lo ha interrogato persino sulla sua legittimità.

Quella parola è silenzio, ed è il silenzio che circonda, da parte di chi l'attraversa, l'esperienza dell'aborto. I motivi sono tanti, alcuni stanno nelle biografie di chi abortisce oggi, ci diranno chi sono le ginecologhe. Ci siamo chieste: e noi, molte di noi arrivate ad una soglia di età che esclude quell'esperienza, come possiamo provare a dire, ad avere parola su questo? Pensiamo che la risposta sia affermativa, che possiamo e dobbiamo avere parola nel dialogo, che pure si è verificato nella preparazione a questo convegno, con le più giovani, ma anche in nome di altri due concetti. L'empatia, non so come altro chiamarla, ovvero la condivisione dell'esperienza del corpo femminile di cui dicevo all'inizio e la responsabilità. Maddalena Vianello, in dialogo con sua madre Mariella Gramaglia nel libro "Tra me e te", le imputa che il cestino dei regali, dono della generazione che ha fatto il femminismo alle trentenni di oggi, si è scoperto vuoto.

Bene, in quel cestino la 194, nella sua concretezza ma anche nel suo portato simbolico che si rifà alla scelta e all'autodeterminazione, non può mancare e noi non possiamo assistere al suo svuotamento strisciante senza pensare che è anche affare nostro, nostra responsabilità. Da condividere, come faremo con il nostro manifesto di proposte, con il movimento delle donne di cui siamo parte, base di una piattaforma che ci dovrà vedere discutere con gli attori politici, seppur non sfugge a nessuna la difficoltà di questo momento.

Senza però che questa difficoltà funzioni, come talvolta accade persino a noi, per depotenziare il nostro lavoro perché c'è sempre qualcosa d'altro che viene prima, che appare più urgente o più importante. Credo, ed è solo una parentesi, che questo elemento costituisca un pezzo - ce ne sono molti altri che non attengono alle nostre scelte - della fatica che il movimento delle donne vive nell'affermarsi come interlocutore forte nel disegnare le politiche di questo paese.

E dunque, partendo dalle parole e dai dati, siamo arrivate a mettere a fuoco il punto di vista e le parole chiave di questo convegno: la domanda che è via via nata intorno al tavolo è stata quella del nostro titolo "Cosa vuole una donna, cosa vogliono le donne" durante quella vicenda che attraversa il loro corpo e la loro vita? Spezzare il silenzio che circonda l'esperienza dell'aborto significa riprendere questo punto di vista, quello delle donne, e attraversare con questo filo rosso tutti i temi - obiezione di coscienza, organizzazione del lavoro, ruolo dei consultori, questioni di diritto - che sono parte delle nostre proposte.
Abbiamo scritto, nel nostro manifesto, che occorre ridare dignità etica e scientifica all'aborto in quanto atto medico come gli altri e non Cenerentola o problema da risolvere nell'organizzazione ospedaliera.

Ciò può succedere soltanto se, al centro di quella scena e dunque al centro delle pratiche di chi accoglie e cura ma anche al centro del discorso pubblico intorno all'aborto, ci sono le donne, i loro bisogni, le loro parole o, anche e persino, il loro silenzio.

Scarica il file da qui.
Guarda il video: Legge 194: Che cosa vuole una donna

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