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Corriere della Sera
06 03 2013

«Quando ho gareggiato l’anno scorso, mi hanno insultata e molestata. Non m’importa, ero pronta a rifarlo»
(Jumana al-Shihri, insegnante)    

di Davide Frattini
 
    «La decisione di cancellare la corsa è stata loro, noi abbiamo solo chiesto di rispettare le consuetudini locali».
Quello che i signorotti di Hamas hanno chiesto all’ONU è intollerabile per l’organizzazione che nel preambolo del suo statuto proclama:
    «Noi, popoli delle Nazioni Unite, decisi (…) a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne».
Così l’UNRWA, l’agenzia che si occupa dei rifugiati palestinesi, ha scelto di rinunciare alla maratona di Gaza prevista per il 10 aprile: le donne questa volta non avrebbero potuto partecipare.

Che l’evento fosse stato organizzato per raccogliere fondi da usare nei campi estivi per i bambini non ha fermato l’ostruzionismo del movimento fondamentalista. Sarebbe stata la terza edizione e avrebbero corso anche atleti internazionali. Tra i 551 palestinesi già iscritti 266 erano donne, come Jumana al-Shihri, insegnante, che ha detto al quotidiano britannico Guardian:
    «Quando ho gareggiato l’anno scorso, mi hanno insultata e molestata. Non m’importa, ero pronta a rifarlo».

Da quando Hamas ha preso il potere nella Striscia sette anni fa, la lista dei gesti o delle attività considerati non islamici si allunga. L’ideologia integralista è arrivata a denigrare i disperati che si danno fuoco perché non hanno i soldi per mantenere la famiglia. «La loro è una miseria morale, non economica», ha sancito il vice-ministro Mustafa al-Sawwaf.

Corriere della Sera
01 03 2013

Si è uccisa? L’hanno assassinata? Un’inchiesta, speriamo, lo chiarirà.

Voglio ricordarla, oggi, Angélica Bello, un’attivista per i diritti umani della Colombia che dal 16 febbraio non c’è più. È beffardo pensare, ipotesi che amici e familiari escludono, che si sia suicidata, dopo che la morte l’aveva cercata tante volte, l’ultima delle quali pochi giorni prima della sua fine, con l’ennesimo minaccioso invito a lasciare la sua città, Codazzi, nel dipartimento settentrionale di César. Eppure, chissà se proprio questa morte che le girava intorno da anni non l’abbia, alla fine, spinta alla resa.

Angélica era molto conosciuta in Colombia. Ex dirigente dell’Union patriótica, alla politica di partito aveva preferito immergersi nella vita, nella sofferenza e nel coraggio delle donne e dedicarsi, oltre che ai quattro figli, alle migliaia di sopravvissute alla violenza sessuale nel lungo e sanguinoso conflitto armato del paese.

Questo impegno, molto presto, non mancò di presentarle, come abbiamo già visto accadere in Colombia, un conto salato. Nel 2000, due sue figlie furono rapite e tenute in schiavitù sessuale da un gruppo paramilitare.

Nel 2006, diede vita alla Fondazione nazionale per la difesa dei diritti umani delle donne (Fundhefem).

Nel novembre 2009, preceduta da numerose minacce, la violenza sessuale colpì direttamente lei.

“Ero molto spaventata.” – raccontò ad Amnesty International. “Dopo che venni picchiata e stuprata, la prima cosa che mi dissero fu di non denunciare l’accaduto e che dovevo guardarli molto bene perché avrei potuto vederli di nuovo in ogni momento”.

Infatti… Nel 2010 un gruppo di uomini seguì e aggredì una delle sue figlie, che si era recata nella capitale Bogotá per iscriversi all’università.

Quell’anno, le minacce contro Angélica divennero così frequenti da spingerla a chiedere misure protettive alla Commissione interamericana per i diritti umani.

Nell’aprile 2011, le autorità colombiane finalmente le misero a disposizione due agenti di sicurezza armati e un’auto antiproiettile.

Angélica non era tranquilla. Nonostante il programma di protezione, le minacce e le molestie erano continuate. Non si fidava della scorta che le era stata assegnata. Una volta, alla fine del 2011, disse ad Amnesty International: “Qui dicono che i paramilitari ti danno il preavviso con due volantini, al massimo tre. Dopo il terzo, cominciano a uccidere. Vedremo se succederà anche con me”.

Quest’anno, a gennaio, Angélica aveva preso parte a un incontro col presidente Juán Manuel Santos per chiedere che la voce delle donne fosse considerata nel dibattito sull’attuazione della Legge per le vittime e la restituzione della terra: un progetto che prevede la riconsegna di milioni di ettari di terreno, requisiti illegalmente durante il conflitto, ai loro legittimi proprietari e la concessione di risarcimenti ad alcune delle vittime di violenza. In quell’incontro, Angélica aveva sollecitato il presidente Santos ad attuare misure urgenti per il sostegno psicofisico delle sopravvissute alla violenza sessuale.

Voglio ricordare Angélica come tedofora dell’indignazione e del coraggio di tutte le donne vittime di quei conflitti armati che si protraggono nella storia, nel completo disinteresse della comunità internazionale, di quella guerra silenziosa, combattuta attraverso le armi vergognose degli stupri, delle torture e di atti vituperevoli di ogni sorta che persegue l’odiosa finalità di calpestare la dignità delle donne.

Ricordare Angélica significa non solo opporsi al fragore terribile prodotto da questo silenzio, ma anche ricevere dalle sue alle nostre mani la torcia fiammeggiante dei diritti delle donne per continuare, attraverso le nostre gambe, la bellissima e nobile corsa da lei intrapresa per illuminare le tenebre prodotte dalla paura, dall’odio e dalla violenza.

Dall'India alla Turchia, l'odio contro le donne

  • Mercoledì, 13 Febbraio 2013 11:08 ,
  • Pubblicato in Flash news

GiULiA
13 02 2013

Inizia male il 2013 delle donne nel mondo: sterilizzate in massa in India, torna il velo nel parlamento turco, legalizzata la poligamia in Libia.

Un campo di sterilizzazione di massa di donne scoperto in India, il ritorno del velo nel parlamento turco, la legalizzazione della poligamia in Libia, la fatwa contro la rock band femminile Pragaash in Bangladesh. Il 2013 è iniziato davvero male per le donne nel mondo.

India - Il video delle donne stese per terra una vicina all’altra a smaltire l’anestesia nel cortile di un ospedale statale nella regione del Bengalal lascia senza fiato. 103 giovani a cui due medici hanno chiuso le tube di falloppio in sole 24 ore portate su barelle di stoffa e scaricate per terra ancora stordite dall’anestesia. Il tutto avvenuto nel centro di salute rurale Manikchak che può accogliere al massimo 25 persone. Le immagini rubate dalla rete televisiva indiana NDTV hanno fatto il giro del mondo.

Turchia - Potrebbe cadere presto in Turchia il divieto di indossare il velo in parlamento. Il ministro per la Famiglia e le Politiche Sociali del governo del premier islamico Recep Tayyip Erdogan, Fatma Sahin, si è pronunciata per un apertura della Grande Assemblea di Ankara alle deputate velate. Sahin, l'unica donna ministro del governo turco, ha detto in una trasmissione televisiva che ''il parlamento è come uno specchio della società. Tutte le componenti della società devono essere rappresentate''. Se il premier dovesse avallare la mossa, cadrebbe l’ultima frontiera del secolarismo voluto dal fondatore della repubblica turca Mustafa Kemal Ataturk che aveva messo al bando ogni simbolo religioso per limitare l’influenza della religione nella società post-ottomana e favorirne il progresso sociale.

Libia - L'anno scorso, il leader del Consiglio nazionale transitorio libico Mustafa Abdel Jalil lo aveva annunciato: tutte le leggi di Gheddafi contrarie alla Sharia sarebbero state abolite. Ed è quello che stanno facendo, a cominciare dalla reintroduzione della poligamia. Lo ha deciso la sezione costituzionale della Corte Suprema che ha modificato la legge sul matrimonio del regime di Gheddafi che vietava a un uomo di avere più mogli. La notizia arriva dalla stampa libica che precisa che d'ora in poi un marito potrà sposare una seconda moglie senza il consenso della prima o l'autorizzazione di un tribunale.

Bangladesh - Non potranno più cantare né esibirsi le Pragraash, l’unica banda rock femminile del Kashmir. Lo ha stabilito il Gran Mufti Bashiruddin Ahmad che ha pubblicato la sua 'fatwa' in cui si sostiene che "quella musica è contro i precetti dell'Islam" e che per di più "non le aiuterà a svolgere alcun ruolo costruttivo nella società". La decisione arriva dopo che a dicembre le tre ragazze, Noma Nazir di 15 anni, Aneeqa Khalid di 16 e Farah Deeba di 15, avevano partecipato a un concorso arrivando terze. Ne sono seguite minacce pesanti sulla loro pagina di face book. Poi la fatwa.

In questo panorama, una buona notizia arriva dalla Gran Bretagna, dove la giovane Malala, la ragazza pachistana di 15 anni ferita alla testa dai talebani, a colpi di pistola, è stata dimessa dall'ospedale di Birmingham. È stata sottoposta a un intervento chirurgico per l'inserimento di una placca nel cranio e di un impianto per restituirle l'udito. I medici ritengono che non serviranno altri interventi.

A tutti noi ora il compito di portare avanti la sua battaglia per il diritto allo studio delle bambine e delle ragazze, in ogni paese.

"Quando le ragazze e le giovani donne abbandonano la retta via, questo tipo di attività non serie può diventare il primo passo verso la nostra distruzione", ha sentenziato il muftì. Meglio cantare in casa, davanti a sole donne. ...

Corriere della Sera
07 02 2013

Nadezhdna Tolokonnikova, 23 anni, la leader delle tre Pussy Riot condannate a due anni per una dissacratoria preghiera punk anti Putin nella cattedrale di Mosca, è stata riportata in carcere dopo una serie di esami medici in un ospedale per detenute. Lo ha twittato il gruppo artistico Voinà, di cui fa parte il marito Piotr Verzilov. L'esito degli accertamenti non è stato reso noto. La giovane accusava emicranie e affaticamento da vita carceraria, secondo quanto riferito da Iekaterina Samutsevich, l'unica delle tre accusate ad avere ottenuto la sospensione condizionale della pena. Tolokonnikova si trova ora nella colonia penale numero 14 della repubblica di Mordovia.

RICORSO - Intanto, il legale del gruppo di cantanti, l'avvocato Irina Khrounova, ha reso noto di aver depositato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo per denunciare la violazione dei diritti fondamentali nel processo a carico delle ragazze, condannate a due anni per una preghiera punk anti Putin nella cattedrale di Mosca. Tra i diritti che sarebbero stati violati, tra l'altro, il diritto a un processo equo, la libertà d'espressione, il divieto di essere sottoposti a torture.

 

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