Femminismo a Sud
06 02 2013

Un articolo che Valeria ha tradotto per Fas. Tratto da un sito che parla di India e cose che succedono laggiù. Un articolo utilissimo a fare capire anche la china scivolosa, la deriva autoritaria, che ha preso l’antiviolenza (sulle donne) in Italia, a partire dall’autoimposto apartheid su spazi rosa, sos rosa, punti rosa, parcheggi rosa, mondi rosa, separati dal resto dell’umanità. Grazie a Valeria e buona lettura!

 

La Segregazione non è eguaglianza, la segregazione non è sicurezza
(dal blog http://raisingourvoices.posterous.com/)

Molti di quelli che mi conoscono da un po’ (NdT: l’autrice è architetto) sanno che uno degli ambiti principali del mio lavoro riguarda il superamento delle barriere architettoniche per persone disabili o in altro modo marginalizzate. L’accesso agli spazi è solo un altro livello di discriminazione – spazi pubblici e privati, succede ovunque nel mondo- perchè le città e gli edifici sono progettati avendo come utenti privilegiati gli adulti da 20 a 50 anni senza disabilità, lasciando il resto della popolazione esclusa dalla fruizione di tutti gli spazi e quindi andando a limitare l’indipendenza individuale di ampie fasce di popolazione. Nel mio lavoro, incontrando persone con diversi gradi di disabilità, ho capito che l’accessibilità si può garantire in due modi, per inclusione e per segregazione.

Quando la segregazione va a colpire i diritti umani di accessibilità allora la segregazione non è la soluzione giusta. La segregazione crea una sensazione transitoria di accessibilità attraverso la negazione della dignità, abbandonando l’obiettivo di creare una società dove tutte le persone siano in grado di accedere a tutti gli spazi. La sicurezza che si ottiene attraverso la segregazione è un modo per rendere invisibili strati di popolazione in modo che questi strati continuino la loro “mezza vita” lontano dalla vistadella maggioranza che può così continuare a vivere ignorando completamente i desideri e le necessità degli “altri”.

Pensiamoci. Troppo spesso la segregazione femminile è stato sinonimo di sicurezza femminile. Abbiamo posti separati sugli autobus, vagoni separati sui treni. Quando un’amica che veniva da un altro paese mi ha fatto notare che questo regime si potrebbe definire apartheid mi sono arrabbiata e le ho portato numerosi esempi di come questo sistema abbia aiutato noi donne che viviamo in una società ingiusta ma in fondo al cuore sapevo che aveva ragione. Non è una soluzione perchè, per quanto a lungo tu possa vivere isolandoti dalla società in un ambiente esclusivo, protetto e sentendoti sicura (anche se questa sicurezza è del tutto discutibile), questa segregazione non aiuta e non insegna al mondo intorno a te ad avere a che fare con te nel modo giusto, anche perchè, appena esci dalla zona di sicurezza sei immediatamente esposta a soprusi inimmaginabili in una società civile.

Senza considerare le donne che semplicemente non possono permettersi questa esclusiva bolla di privacy che si acquista con il denaro. Dobbiamo chiedere sistemi di sicurezza che siano allo stesso tempo accessibili per tutti ed universali. Non dobbiamo permettere che vengano create altre “scatole” dove le donne vengono chiuse – chiediamo che vengano rispettati i nostri diritti di essere sicure nel mondo intorno a noi, che questo ci venga riconosciuto come nostro diritto.

[articolo originale: http://raisingourvoices.posterous.com/segregation-is-not-equality-segregation-is-no]

Malala è candidata al Nobel per la Pace 2013

  • Venerdì, 01 Febbraio 2013 10:08 ,
  • Pubblicato in Flash news

Giornalettismo
01 02 2013

Membri del Parlamento norvegese appartenenti al Partito laburista al governo hanno ufficialmente presentato la candidatura di Malala Yousufzai, la giovane attivista per i diritti umani pachistana gravemente ferita alla testa in ottobre dai talebani, per il Premio Nobel per la Pace 2013. Lo scrive l’agenzia di stampa pachistana APP.

MALALA NOBEL PER LA PACE - L’iniziativa, riferisce la pagina web dei laburisti norvegesi, e’ stata firmata dai deputati Fredy de Ruiter, Gorm Kjernli e Magne Rommetveit che hanno raccomandato l’assegnazione del Nobel a Malala ‘per la sua coraggiosa battaglia per i diritti delle giovani all’istruzione; il suo impegno e’ sembrato cosi’ minaccioso alle forze estreme che hanno tentato di ucciderla’.

MALALA E’ UNA SPERANZA – I parlamentari hanno poi sottolineato che ‘lei rappresenta una giovane generazione che usa i media sociali per far circolare nel mondo il suo messaggio sui diritti delle giovani e sulla necessità che esistano pari opportunità fra i sessi’. Ricoverata in un ospedale di Birmingham dove ha trascorso alcuni mesi, Malala dovrà fra una settimana sottoporsi ad un nuovo intervento per la definitiva ricostruzione del cranio nello stesso ospedale britannico.(ANSA).

Le vedove afghane "preferiscono morire"

  • Venerdì, 01 Febbraio 2013 10:06 ,
  • Pubblicato in Flash news

Osservatorio Afghanistan
01 02 2013

In un paese in cui il futuro di una donna dipende dal marito, le vedove sono spesso impotenti

Le vedove afghane lottano per la sopravvivenza. Dopo la morte del marito, le donne sono sottoposte a stupri, povertà, condanna sociale. Una di loro ritiene che la sua vita fosse finita prima ancora di cominciare.
Il mondo di Gulghotay si è distrutto quando ha saputo della morte del marito. Erano sposati da soli tre mesi ed ora, improvvisamente, era morto. Tuttavia, Gulghotay non voleva condurre la vita di una vedova. Così decise di bere una bottiglietta di acido e porre fine anche alla sua vita.

Gulghotay vive nella provincia orientale afghana di Maidan Wardak. Stava facendo i lavori domestici quando una bomba collocata su una bicicletta scoppiò di fronte ad una stazione di polizia nella vicina provincia di Ghazni, uccidendo due persone. Sette civili vennero portati in ospedale, fra questi il marito di Gulghotay. Morì poco dopo per le gravi ferite riportate. Mohammad Azim, fratello della giovane vedova, afferma che la sua morte fu uno shock per Gulghotay.

Azim racconta che sua sorella era molto felice col marito. Tuttavia, ora è molto preoccupato per lei. “Gulghotay era a casa con un’amica quando ha bevuto l’acido”, dice. Per fortuna, l’amica è riuscita a portarla velocemente in ospedale.

Donne spinte ad un “punto di rottura”

Il destino di Gulghotay è simile a quello di molte altre donne afghane. Negli ultimi tre decenni migliaia di donne hanno perso i mariti o altri parenti maschi durante la guerra. Poiché dipendono dagli uomini, per loro è molto difficile affrontare la perdita sia dal punto di vista emotivo che finanziario, e cadono spesso in uno stato depressivo.

Mohamad Hemat, direttore dell’ospedale della città di Ghazni, afferma che in media tre donne alla settimana vengono ricoverate in ospedale per aver tentato il suicidio.

“Per la maggior parte, abbiamo a che fare con stati di stress emotivo e problemi familiari che spingono sovente le donne ad un punto di rottura” racconta Hemat. “Fortunatamente, Gulghotay è arrivata in ospedale appena in tempo. Ora le sue condizioni sono buone e si trova in uno dei nostri reparti” aggiunge il direttore.

Gulghotay è stata fortunata ed è ora in grado di riprendersi, ma la sua principale preoccupazione non è la salute fisica. Alla giovane età di 22 anni, è ora costretta a continuare la sua vita come vedova. E’ improbabile che trovi un altro marito. Secondo la tradizione afghana, la vedova deve risposarsi con il cognato.

Le donne preferiscono morire

“In un paese in cui il futuro di una donna dipende dal marito, le vedove sono spesso impotenti” dichiara Wazhma Frogh, attivista per i diritti delle donne e co-fondatrice e direttrice esecutiva dell’Istituto di Ricerca per le Donne, la Pace e la Sicurezza.

Con la morte del marito, una donna non perde solo la sua identità, ma anche il suo posto nella società. “In realtà, queste donne preferiscono morire”, racconta Frogh, aggiungendo che non è nemmeno permesso loro di continuare a vivere come vedove. L’attivista cita casi in cui le donne subiscono violenze sessuali dagli stessi padri o dai cognati.

Attualmente esistono circa 2 milioni e mezzo di vedove in Afghanistan, di cui 70.000 vivono nella capitale Kabul. Queste donne rappresentano il 12% dell’intera popolazione afghana. Molte di loro sono analfabete e relativamente giovani.

Nessun protezione governativa

Shajan, della città orientale di Jalalabad, è una di loro. Racconta che l’unico motivo che l’ha spinta a continuare a vivere sono i suoi figli. Ora sta lottando per uscire dalla povertà. “Non ho un marito che mi può sostenere e guidare”.

I suoi figli sono ancora piccoli e Shajan lavora facendo le pulizie in una scuola. Guadagna 1.200 Afghani al mese, l’equivalente di € 17. “C’è pochissimo lavoro. Spero che il governo possa aiutare la povera gente, in particolare le vedove e coloro che hanno bisogno di protezione”, aggiunge.

Tuttavia, il governo afghano non fornisce nessuna tutela alle vedove, dichiara Frogh. Se un poliziotto o un soldato muore durante il lavoro, non sono la moglie o i figli a ricevere un sostegno finanziario mensile, bensì il padre. Questo mostra chiaramente che nemmeno il governo riconosce la condizione delle vedove nella società afghana.

Una vedova è considerata come un malaugurio dalla società afghana. Gulghotay deve ora affrontare tutte queste sfide. Sopravviverà e probabilmente guarirà, ma a che prezzo? La famiglia spera che questo suo tentativo di suicidio sia l’ultimo.

Quando la condotta di un coniuge viola i diritti della persona

  • Martedì, 29 Gennaio 2013 15:03 ,
  • Pubblicato in Diritti
Simona Napolitani
29 gennaio 2013

La vicenda nasce da una richiesta di risarcimento del danno, proposta dalla moglie, a causa dell'omessa informazione da parte del marito – sia prima, sia durante il matrimonio – relativa ad una diagnosi di grave infertilità, già nota prima delle nozze.

Lidia Menapace presenta l’ultimo libro

Il Fatto Quotidiano
28 01 2013

“Dare il massimo nelle lotte per i diritti”

"A furor di popolo" è l'ultima opera della saggista bresciana che in molti vorrebbero senatrice a vita nel seggio che fu di Rita Levi Montalcini. "Bisogna protestare subito se le bambine vanno meno a scuola o se si chiede alle donne di stare in casa a occuparsi della famiglia. Quello che abbiamo ottenuto è troppo recente, fa fatica a durare”

Lidia Menapace, senatrice a vita nel posto che fu di Rita Levi Montalcini. La proposta arriva dal basso, da donne, militanti e compagne delle tante lotte che hanno accompagnato la storia della partigiana e femminista classe 1924. “Ne sarei onorata”, dice a Bologna, in occasione della presentazione del suo ultimo libro “A furor di popolo”. A favore di questa possibilità, pesa la marea di firme di sostegno inviate in poche settimane da tutto il Paese. A lanciare la proposta dal sito Ilfattoquotidiano.it era stata la giornalista Monica Lanfranco. E tanti altri prima di lei con petizioni, raccolte firme e intermediazioni politiche.

“Ne sarei felicissima – dice l’intellettuale – sono molto grata a Monica. Lei ha raccolto questa idea che è stata lanciata da varie donne, da Campobasso fino a Udine, e credo sarebbe un’occasione importante per il nostro Paese”. Un’opportunità alle donne che nonostante siano numerose in numero ovunque nel mondo, continuano a non essere rappresentate. “Bisogna rimediare in qualche modo e quando possiamo dobbiamo far sentire che ci siamo”. Anche perché nella storia della Repubblica italiana, solo due altre donne hanno ricoperto la carica di senatrice a vita: Rita Levi Montalcini e Camilla Ravera.

Nella lunga carriera di Lidia Menapace, c’era già stato un breve periodo in Senato. Eletta nel 2006 nelle file di Rifondazione comunista, stava per diventare presidente della Commissione per la difesa, ma le sue dichiarazioni contro le Frecce tricolori - “Solo in Italia vengono pagate con fondi pubblici. Le paghino i privati”, aveva detto a Trieste nel giugno 2006 dopo aver ricordato anche come le Frecce “inquinano e fanno rumore” - le fecero perdere il posto che andò invece al senatore dell’Italia dei valori Sergio De Gregorio, sostenuto dalla Casa delle libertà nella quale entrerà nel 2007 per poi diventare senatore del Pdl. Ora però la posta in palio è ancora più grande.

Un passato da staffetta partigiana, “anche se mai ho voluto toccare le armi”, e un presente in prima linea con pacifisti e femministe per la difesa di una politica che fatica a mantenere responsabilità e onestà. “Non vedo tanto bene questa situazione pre-elettorale, – dice l’intellettuale – Io voterò per Antonio Ingroia, credo che sia un tentativo di unire la sinistra non riformista”. Non ha dubbi Lidia Menapace, sicura che ci sia un gruppo di sinistra non riformista che ha bisogno di stare in parlamento: “Non ho antipatia personale per Pier Luigi Bersani, è un tipico emiliano riformista. Se le riforme fossero possibili, sarebbe il miglior presidente del consiglio.

Solo che le riforme non si possono più fare”. E nel caos di una destra e sinistra allo sbando, l’intellettuale chiede di essere presente con proposte e idee concrete: “Ingroia non è la soluzione e l’idea che una lista porti il nome di un solo leader è personalistica. Però l’ex pm mette insieme una parte di sinistra dispersa che deve avere un ruolo in parlamento. Non è vero che non c’è più sinistra o destra: dirlo è tipicamente di destra. Un’idea da osteggiare”.

Monica Lanfranco e Rosangela Pesenti hanno inserito Lidia Menapace nell’Enciclopedia della donne, definendola “un’anticipatrice”. Di lei si ricorda il non essere dottrinale o dogmatica, il suo comunismo e femminismo oltre le righe, ma sempre dentro i principi. Il pensiero va a quelle giovani donne che, in un periodo di grave crisi economica, vengono messe in disparte. “La lotta è ancora lunga. – ricorda la partigiana – Nei paesi formalmente democratici, non si può più escludere un genere da alcuni diritti. Bisogna però stare attenti. Conviene buttarsi al massimo nelle lotte paritarie. Cominciare a protestare subito se le bambine hanno minor accesso all’istruzione o se si chiede alle donne di stare in casa a occuparsi della famiglia. Quello che abbiamo ottenuto è troppo recente, fa fatica a durare”.

Viaggiatrice e pacifista della scuola di Rosa Luxenbourg ha una lunga produzione tra libri, riviste e riflessioni. Ha scritto d’un fiato il libro “A furor di popolo”, anche se avrebbe preferito non finirlo mai: “Chiudere un libro è sempre così difficile, tornano le idee e la voglia di continuare a riflettere. Questo non è un commiato, ma una scommessa. Vorrei che fosse uno scambio di idee su cui poter ritornare. Una chiacchierata tra amici”.

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