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Si chiamano Info Lady e sono il futuro del Bangladesh

  • Mercoledì, 16 Gennaio 2013 09:31 ,
  • Pubblicato in Flash news

Frontiere news
16 01 2013

Portare internet in tutti i distretti (sono 64) in cui è suddiviso il Bangladesh. È questo il compito di D.net, una ong locale che con il supporto di associazioni per lo sviluppo, ha dato vita nel 2008 al gruppo delle Info Lady.

Chiamate tattahakallayani nella lingua locale, queste donne raggiungono in bici i villaggi dove insegnano i segreti del web. Ma non solo! Oltre ad istruire madri, nonne e adolescenti sulle opportunità relazionali della rete, informano su come prendersi cura della propria salute – sottoponendoli a visite specialistiche – e prevenire le malattie infettive come l’HIV.

Le Info Lady prima di mettersi ai pedali frequentano per tre mesi un programma di formazione. Solo a fine corso, suddivise per zona e dotate di computer, stampante e macchina fotografica, sono pronte per la missione.

Alcuni dei servizi offerti sono a pagamento. Per esempio un’ora di collegamento skype costa 200 taka (2,40 dollari). E se inizialmente i soldi guadagnati servono per estinguere il debito contratto con D.net per l’acquisto di bici e attrezzatura, nel lungo periodo simboleggiano l’indipendenza economica. Un privilegio per un Paese con i salari minimi più bassi al mondo.
Prossimo obiettivo? Aumentare il numero delle tattahakallayani da 60 a 15000. Entro il 2016.

Se l'occupazione è cruciale ma i diritti no

  • Lunedì, 07 Gennaio 2013 01:02 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
06 01 2013

L'assenza dei temi etici nell'Agenda Monti penalizza le donne
L’attuale premier e candidato alla guida di una coalizione centrista alle prossime elezioni, Mario Monti, ha ribadito nella diretta Twitter di ieri che lo sviluppo del Paese passa per le donne. “Valorizzare il ruolo delle donne” sarà la prima priorità per un suo futuro governo, “senza questo l’Italia non crescerà” termina nei 140 caratteri.

Un concetto, espresso già molto chiaramente nella conferenza stampa di fine d’anno in cui al primo posto ha messo proprio la necessità di un diverso e migliore ruolo della donna italiana e di uno sguardo maschile differente su di lei. Poi, nell’Agenda pubblicata online ha elencato alcune iniziative, come la detassazione selettiva del lavoro femminile, “robuste” politiche di conciliazione lavoro-famiglia, estensione del congedo di paternità. Ora, aspettiamo che alle parole seguano i fatti, se Monti ne avrà occasione. Intanto, però qualcosa di importante si è verificato e che non fa ben sperare che la condizione femminile possa virare rispetto a quella attuale. Monti ha chiarito che occuparsi di diritti civili o temi etici non è urgente.

No a interventi su coppie di fatto, omosessuali, fecondazione assistita per esempio, e immaginiamo anche il rispetto della legge che autorizza l’aborto (194), la diffusione dell’aborto farmacologico (meno invasivo e rischioso per la salute femminile), implementazione dei consultori familiari e quindi, l'attenzione alla salute produttiva (la prevenzione di gravidanze indesiderate per fare un esempio concreto). Tutti temi scontatamente e spiccatamente femminili e da cui dipende il benessere fisico e psicologico delle donne: migliorare la loro condizione economica e l'occupazione vuol dire allargare le possibilità di scelta in molti altri ambiti. Anche il riconoscimento delle coppie di fatto migliorerebbe la vita delle donne conviventi con figli, se come ha denunciato Linda Sabbadini, direttrice centrale dell’Istat, sono loro le più esposte alla povertà in caso di separazione.

Chissà poi, se è considerato un tema, più o meno etico, l’adozione di una strategia nazionale efficace per il contrasto della violenza di genere (circa il 30% delle italiane ha dichiarato di esserne vittima, Istat 2007), contro il femminicidio, allarme nazionale. Però sentirsi sicure e vivere libere dalla violenza è la prima condizione per crescere come persone e sviluppare le proprie capacità, trovare un lavoro, ma magari anche aspirare a “una piena partecipazione della donna al processo delle decisioni”, come scritto nell’ Agenda Monti. Ci sarebbe anche il tema più “raffinato” della medicina di genere (ben spiegato dal recente articolo sulla rivista Ingenere da Letizia Gabaglio), che comprende un sistema sanitario in grado di venire incontro alle esigenze femminili, per esempio abbassando gli altissimi tassi (ben oltre il livello considerato di sicurezza dall’Organizzazione mondiale della sanità) dei parti cesarei.

Il lavoro pare essere il punto di partenza di un'Agenda Monti al femminile. Ma il lavoro è soprattutto il punto di arrivo di un percorso di liberazione, consapevolezza e crescita che segue delle tappe difficili da saltare.
Twitter @laurapreite

Diritti negati alle donne in rivoluzione

  • Mercoledì, 02 Gennaio 2013 09:00 ,
  • Pubblicato in Flash news
Giuliana Sgrena Globalist
28 12 2012

Islamisti scatenati sull'identità religiosa. E oltre le «nuove» leggi c'è la minaccia della violenza e dello stupro.
Giuliana Sgrena

Il successo o il fallimento delle rivoluzioni/ rivolte arabe si misurerà sull'affermazione o meno dei diritti delle donne. La rivendicazione dei movimenti femministi/femminili è ovunque unica: parità di genere. Tuttavia, a due anni dall'inizio delle rivolte siamo passati dall'euforia alla delusione e speriamo di scongiurare un ulteriore peggioramento della situazione. Le donne, protagoniste insieme ai giovani delle rivolte contro regimi dittatoriali, si sono visti scippare il protagonismo da movimenti islamisti. I Fratelli musulmani e i salafiti si sono accodati ai movimenti rivoluzionari per collocarsi nel vuoto lasciato dalla caduta dei dittatori per poi sfruttare il processo democratico al fine di arrivare al potere.

Ma nulla sarà più come prima: «Con la rivoluzione abbiamo vinto la paura», ci ripetono i democratici dei diversi paesi arabi. E le donne, le più colpite dalle nuove legislazioni basate sulla sharia, non si sono arrese. Il 25 dicembre donne egiziane di ogni età sono scese in piazza Tahrir al Cairo per contestare la nuova costituzione di impronta islamista con una manifestazione singolare: armate di forbici si sono tagliate i capelli. Una manifestazione pacifica contro le violenze subite durante il referendum che ha avallato, secondo il presidente islamista Morsi, la costituzione. «Non siamo né contro i valori del nostro paese né anti-patriottiche, la nostra protesta si rifà alla vecchia leggenda secondo la quale la figlia del faraone Akhenaten si rapò i capelli e girò il paese per denunciare le violenze subite dalle donne».
La costituzione, contro la quale si è schierata tutta l'opposizione laica, stabilisce che tutte le leggi devono essere compatibili con la sharia ed è facile immaginare quali diritti non saranno salvaguardati. Per di più si tratta di un testo che non vieta nemmeno le discriminazioni su base sessuale, religiosa, etnica. Imporre la sharia in un paese con una forte presenza di cristiani è un'aberrazione ancora maggiore che nei paesi musulmani e ancora una volta le donne saranno doppiamente vittime.

Le donne tunisine stanno opponendosi da mesi ai tentativi del partito islamista Ennahda di introdurre nella costituzione articoli per limitare o cancellare i diritti delle donne facendo arretrare il paese di oltre cinquant'anni. Ennahda ha dovuto rinunciare all'introduzione della sharia, per la forte opposizione incontrata nell'Assemblea costituente, ma non rinuncia certo a tentare di aggirare gli ostacoli. La costituzione, che doveva essere varata a ottobre, ha subito dei ritardi nell'elaborazione per la scarsa preparazione di una parte dei costituenti e soprattutto per i forti contrasti sulla natura della carta: deve basarsi su principi laici oppure religiosi? L'opposizione laica sarebbe maggioritaria se due partiti laici (il Partito per la repubblica e Ettakatol) non si fossero alleati con gli islamisti e avessero ceduto su molte posizioni provocando la diaspora di propri militanti e persino di deputati. Una situazione contronatura che sta cambiando il panorama politico tunisino, dove Ennahdha continua a perdere colpi per l'incapacità di affrontare i problemi reali del paese.
Se in Egitto il presidente ha preso tutti i poteri con un golpe strisciante che gli ha permesso anche di varare la costituzione elaborata solo dagli islamisti, perché l'opposizione si era ritirata da un'assemblea ritenuta da molti illegale (nominata sulla base dei risultati elettorali annullati dalla Corte costituzionale e a stragrande maggioranza islamista), in Tunisia l'islamizzazione del paese procede attraverso il tentativo di imporre il cambiamento dei costumi della popolazione e soprattutto delle donne. A fare da guardiani a questa islamizzazione sono i componenti della Lega per la protezione della rivoluzione, ovvero una polizia religiosa che si arroga il diritto di controllare la morale e di combattere l'opposizione con metodi poco ortodossi. Sono delle milizie private che non rispondono al governo, ma che godono della protezione di Ennahdha. Sia in Egitto che in Tunisia, dove la rivoluzione aveva lasciato maggiore spazio alla speranza di un cambiamento radicale, la delusione è più forte. E anche le condizioni di vita più difficili, perché gli islamisti che hanno vinto le elezioni anche con gli aiuti ottenuti dall'Arabia saudita e dal Qatar, non hanno poi affrontato la grave crisi economica e di conseguenza la protesta è ormai sfociata nella repressione aperta soprattutto nelle zone che erano state all'origine della rivoluzione.
Per soffocare le rivendicazioni si fa leva sull'identità religiosa che in paesi come la Tunisia e l'Egitto non era certamente l'elemento di maggior coesione. In entrambi i paesi le donne hanno avuto un ruolo rilevante fin dai tempi della lotta contro il colonialismo. In Egitto l'origine del movimento femminista risale all'inizio del novecento. Ma prima ancora delle leggi sono le azioni di bande incontrollate che provocano ogni sorta di violenza sulle donne.
Al Cairo, durante le manifestazioni intorno a piazza Tahrir, molte donne sono state molestate o violentate per costringerle a non scendere in piazza, perché secondo gli islamisti partecipare alla protesta trasforma le donne in prostitute. E allora per le donne arrestate è stato introdotto il test di verginità! Già usato per la verità dai militari anche in passato. Anche i poliziotti hanno contribuito alla violenza contro le donne: ricordate la donna velata trascinata via con il corpo scoperto fino al reggiseno diventato famoso per il colore blu? Per non parlare poi del sostegno economico garantito dai fratelli musulmani a favore delle mutilazioni genitali femminili, che peraltro non sono di origine musulmana, ma quando si tratta di controllare la sessualità della donna tutti i fondamentalisti sono d'accordo (cristiani, musulmani, ebrei falascia).

I poliziotti tunisini non sono da meno di quelli egiziani, un caso diventato molto famoso è quello accaduto a La Marsa, zona residenziale di Tunisi, all'inizio di settembre. Una coppia aveva tirato tardi e stava discutendo in macchina quando sono arrivati tre poliziotti, uno dei tre ha chiesto dei soldi al ragazzo costringendolo ad allontanarsi per cercare un Bancomat, mentre gli altri due hanno portato la ragazza sulla loro macchina e l'hanno stuprata. Poi riportata indietro hanno ripetuto la violenza di fronte al ragazzo. Quando i poliziotti se ne sono andati i due giovani hanno deciso di denunciare il fatto, arrivati in caserma si sono trovati davanti gli stessi poliziotti responsabili delle violenze che per lasciarli liberi li hanno costretti a firmare una dichiarazione in cui ammettevano di aver compiuto atti osceni. E quindi sono finiti sotto processo. Per fortuna in questo caso, dopo molte umiliazioni, la coppia è stata prosciolta e i poliziotti arrestati. Ma spesso non è finita così.

E a proposito di morale, il ministro degli esteri tunisino, Rafik Abdessalem, di Ennahdha, è stato accusato da una famosa blogger Olfa Riahi di adulterio: il ministro avrebbe passato diverse notti nel lussuoso hotel Sheraton con una donna, caricando le spese sul governo. Il ministro si è difeso sostenendo che l'hotel è vicino al suo ufficio e che la donna è una sua parente ma, in paesi dove ci si sposa tra cugini, la giustificazione è evidentemente debole. Quel che è certo è che il genero del leader e fondatore di Ennahdha, Rachid Ghannouchi, è caduto dal piedistallo su cui era stato collocato. Anche su questo come sulla rivendicazione della parità di genere da parte delle donne non vi è differenza tra nord e sud, est e ovest. La nostra (di donne) battaglia è la stessa e dovrebbe diventarla anche nei fatti, con un sostegno comune.

L’Egitto ha una nuova Costituzione

  • Giovedì, 27 Dicembre 2012 00:00 ,
  • Pubblicato in IL POST
Il Post
26 12 2012

L’Egitto ha una nuova Costituzione. Nel referendum che si è tenuto il 15 e il 22 dicembre la bozza redatta dai sostenitori del presidente Muhammad Morsi e dai Fratelli Musulmani è stata approvata dal 63,8 per cento degli elettori.

Ora ci si aspetta che Morsi indica nuove elezioni parlamentari nei prossimi due mesi, così da eleggere un Parlamento legittimato dalla nuova Costituzione. Per il momento i poteri legislativi conferiti al presidente, relativi soprattutto all’emanazione di decreti legge, sono stati trasferiti alla camera alta del Parlamento, il Consiglio della Shura. Anche l’efficacia dei decreti precedenti è sospesa: in teoria la cosa vale anche per quelli che hanno tolto il potere a Hosni Mubarak e per quelli emanati dal consiglio militare prima dell’elezione di Morsi, ma non ci si aspettano grandi stravolgimenti istituzionali. Verrà rivista anche la composizione della Corte Suprema, che passerà da 19 a 10 membri, e nei prossimi giorni il presidente Morsi dovrebbe annunciare chi sarà il suo nuovo presidente.

La nuova Costituzione è stata contestata per settimane dai movimenti laici, di sinistra e cristiani e dall’opposizione ai Fratelli Musulmani (che appoggiano Muhammad Morsi), e si è anche parlato di brogli e irregolarità nelle operazioni di voto. Il presidente del comitato per le elezioni, Samir Abu al-Matti, ha detto che la commissione «ha indagato seriamente su ogni denuncia» senza riscontrare problemi. L’affluenza è stata relativamente bassa: sono andati a votare il 32,9 per cento dei 52 milioni di cittadini aventi diritto al voto.

Morsi ha sempre sostenuto che questa nuova Costituzione (qui il testo integrale in inglese) offre sufficiente protezione alle minoranze del paese e che adottarla in fretta avrebbe aiutato il paese a mettersi alle spalle due anni di tumulti e incertezza politica che hanno avuto pesanti conseguenze sull’economia. I suoi oppositori sostengono che il testo si basa troppo sulla sharia, la legge islamica, e non tutela adeguatamente una serie di diritti civili, soprattutto nei confronti della libertà religiosa e delle donne. Per giorni i sostenitori e gli oppositori di Morsi hanno manifestato nelle principali città dell’Egitto, soprattutto al Cairo, e i cortei hanno avuto spesso dei momenti di tensione e violenza. Dopo il risultato del voto i gruppi di opposizione non hanno indetto altre manifestazioni, anche se ieri alcune donne per protesta si sono tagliate i capelli in strada.
 
I lavori per la nuova Costituzione sono iniziati a marzo, ma le sedute sono state rallentate dopo una sentenza di un tribunale che in aprile aveva sciolto la prima Assemblea Costituente che stava elaborando il testo, per una prevalenza ingiustificata al suo interno dei membri islamici, vicini al presidente. La nuova Assemblea Costituente è stata formata a giugno, dopo accordi tra le due parti politiche che hanno deciso di inserire alcuni rappresentanti delle forze armate, del sistema giudiziario, dei sindacati: nonostante questo però, i liberali e i cattolici hanno continuato a lamentarsi della distribuzione dei seggi, tanto che negli ultimi mesi i membri di questi gruppi non hanno voluto prendere parte ai lavori, lasciando così un ampio margine di vantaggio ai gruppi musulmani durante le votazioni finali.

I 100 membri dell’Assemblea Costituente, in base a un decreto deciso da Morsi il 22 novembre scorso, avevano tempo di approvare il nuovo testo costituzionale fino al gennaio prossimo: ma dopo che la Suprema Corte Costituzionale aveva annunciato una causa di legittimità sull’assemblea, i gruppi che appoggiano il presidente hanno deciso di votare la Costituzione in tutta fretta, prima che fosse stata emessa una sentenza al riguardo.

Da questa decisione sono poi stati organizzati una serie di scioperi da parte dei membri dell’autorità giudiziaria che ha chiesto ai propri iscritti di boicottare il voto. Una posizione rivista il 3 dicembre scorso, quando il Consiglio Superiore della Magistratura egiziano ha nominato alcuni giudici a svolgere i controlli nei seggi, per monitorare il corretto andamento delle operazioni di voto. Proprio per la mancanza di giudici nei seggi il governo ha deciso di organizzare il referendum nell’arco di due giorni.

Il testo della nuova Costituzione egiziana si ispira, in molti suoi articoli, ai principi della sharia, la legge basata sulla religione islamica. Tra le novità più importanti ci sono il mandato del presidente, che passa da sei a quattro anni con la possibilità di essere rieletto una sola volta (prima non c’erano limiti), oltre alla previsione di nuove modalità di controllo da parte della società civile sul sistema militare. L’associazione internazionale Human Rights Watch ha detto più volte di essere preoccupata per i limiti che sono stati introdotti sulla libertà d’espressione, sulla libertà religiosa e riguardo i diritti delle donne.

Il testo, comunque, prevede e tutela da parte dello Stato che i luoghi di culto di tutte le religioni siano rispettati, compresi quelli di ebrei e cristiani. Su questo punto, Human Rights Watch denuncia che la libertà religiosa appare piuttosto limitata in quanto non è stata garantita la libertà di creare luoghi di culto. Viene invece garantita la libera manifestazione del pensiero con ogni mezzo, ma è stato scritto, esplicitamente, che è vietato insultare “i profeti”.

Per quanto riguarda il ruolo delle donne, uno dei punti più contestati dagli oppositori, nel nuovo testo costituzionale non si fa esplicitamente riferimento ai loro diritti: non è stato scritto, per esempio, che la donna è giuridicamente in «uno stato di parità con gli uomini nel campo della vita politica, sociale, culturale ed economica», come era previsto invece nella Costituzione del 1971. Infine i mezzi di comunicazione: nella nuova Costituzione egiziana c’è scritto che non possono essere sospesi né chiusi, a meno che non ci sia un decreto giudiziario che lo stabilisca.

Tutto (ri)nasce dalle donne (Serena Dandini, Io Donna)

  • Sabato, 22 Dicembre 2012 00:00 ,
  • Pubblicato in primopiano 2
Una donna istruita rischia davvero di cambiare il mondo, ormai è evidente che è una risorsa vitale per il progresso a ogni latitudine del pianeta.
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