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Inaccettabile riapertura del processo contro Pinar

  • Giovedì, 13 Dicembre 2012 14:30 ,
  • Pubblicato in Flash news

Comitato di solidarietà con Pinar Selek
13 12 2012

Il 13 dicembre Pinar Selek si trova ad affrontare di nuovo il rischio di un ergastolo in un processo per cui è stata già assolta tre volte! Sono 14 anni che lo Stato Turco la perseguita e giovedì prossimo sarà riaperto il processo contro di lei da parte della Corte Penale n.12 di Istanbul.

Anche se brevemente ricordiamo che Pinar è diventata un bersaglio a causa della sua ricerca sociologica condotta nel 1996, relativa alle condizioni del conflitto armato tra la Turchia e il Kurdistan e alle possibilità di riconciliazione. Condotta in detenzione preventiva, la ricerca le è stata sequestrata ed è stata pesantemente torturata per farle dire i nomi delle persone curde che aveva intervistato. Siccome si è rifiutata di dare alle autorità i nomi delle sue fonti, è stata arrestata. Mentre era già in carcere, il suo nome è stato collegato ad una esplosione avvenuta nel Bazar delle spezie di Istanbul e lei è accusata di aver preso parte a questa presunta cospirazione contro il governo. Finalmente dopo due anni e mezzo Pinar viene rilasciata.

Tuttavia, anche se dopo un lungo percorso giudiziario è stata assolta, nel febbraio 2011 la 9° Camera penale della Suprema Corte ha deciso che Pinar venga giudicata di nuovo chiedendo una pesante condanna a 36 anni di reclusione. L’Assemblea Penale Generale inviò così la causa alla 12° Corte Penale dei crimini aggravati di Istanbul, che in precedenza aveva dato già l’assoluzione.

Nell’udienza del 22 Novembre infatti la Corte Penale ha preso una decisione scandalosa quando ha annullato l’assoluzione che essa stessa aveva pronunciato il 9 febbraio 2011. Ma questo è solo l’ultimo atto di un processo kafkiano nel quale non si contano le volte che è stato rinviato o quante siano state in tutti questi anni le false testimonianze, le voci, le prove create ad arte, gli articoli diffamatori dei media, i mille resoconti delle udienze, le intimidazioni, le assoluzioni e gli appelli alla Corte di Cassazione. Questa situazione che sembra la parodia di un processo, apparentemente caotica e insensata è la persecuzione sistematica verso Pinar perché non accetta di rimanere in silenzio e in casa, bensì continua ad urlare contro l’oppressione e la violenza dello stato Turco e la sua solidarietà con tutte le lotte per la libertà.

La riapertura del processo di Pinar Selek è fissata per il 13 dicembre prossimo. Tutto fa temere questa volta un verdetto rapido, conforme alle richieste del pubblico ministero che chiede l’ergastolo. Saremo in piazza davanti al tribunale di Istanbul in solidarietà con Pinar e porteremo la nostra la determinazione e rabbia contro la riduzione al silenzio delle femministe in tutto il mondo.

Nella sua lotta per la libertà, Pinar Selek non è sola!
Pinar è libera e libera deve restare!
Per mandare contributi da leggere o frasi da urlare o messaggi di solidarietà per Pinar scrivete a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Per avere informazioni e materiali sul processo e le attività di Pinar visitate il blog http://solidarietapinarselek.noblogs.org/

India, un villaggio vieta i telefonini alle donne nubili

Le giovani nubili che vivono nel villaggio di Sunderbari, nello Stato di Bihar, uno dei più poveri dell’India, dalla scorsa settimana non possono più usare i telefoni cellulari. Secondo il Consiglio degli Anziani (Panchayat), che ha deciso il bando, la tecnologia incoraggia un comportamento immorale e sessualmente improprio. Le ragazze che verranno colte in flagranza di reato dovranno pagare una multa di 10mila rupie (circa 143 euro), una bella somma per un villaggio il cui introito medio annuale è di 300 euro a persona. Il divieto vale in parte anche per le donne sposate che avranno un accesso limitato ai telefonini: potranno usarli solo dentro casa e sotto la supervisione del marito o di un altro membro maschile della famiglia.

Manwar Alam, il capo del Consiglio composto unicamente da uomini, ha spiegato che l’uso del telefonino “corrode il tessuto morale della società, promuove i rapporti pre-matrimoniali e quelli extra-coniugali, facilita la distruzione del matrimonio”. Di più. Secondo lui mandare un messaggio aumenterebbe anche gli stupri e le molestie sessuali.

Ma, invece, è vero il contrario. Il cellulare è una grande arma in mano alle donne. Le aiuta a trovare lavoro, le rende indipendenti ed è uno strumento prezioso per lanciare l’allarme se si è molestate o attaccate. Le organizzazioni femminili sono insorte in blocco contro il provvedimento. “Le ragazze – ha spiegato al Times Jagmati Sangwan, dell’Associazione delle Donne Democratiche – usano la tecnologia per venire allo scoperto e acquisire la propria indipendenza”.

Un provvedimento surreale. “Più o meno è come vietare di mangiare – ha scritto sul Guardian Kavitha Rao, una giornalista che abita a Bangalore -, se vivi in India non puoi fare a meno del cellulare”. Chiunque dal venditore di verdure, al lattaio, al vicino che saluti ogni giorno lo userà per comunicare con te: “Scrivimi un sms o dammi uno squillo è diventato una sorta di leitmotiv. Qui il business dei telefonini è in espansione come in nessun’altra parte del mondo”.
Oggi in India un apparecchio si può acquistare con 500 rupie (circa 7,5 euro). Ormai anche gli anziani ne posseggono uno. Una rivoluzione che sta aiutando i poveri, gli esclusi, quelli che vivono nelle regioni più remote, nei villaggi tagliati fuori da tutto. In alcune zone dell’India i telefonini vengono usati per distribuire informazioni sanitarie alle donne che vivono in campagna.
“Io – dice ancora Kavitha Rao – ho trovato la donna delle pulizie attraverso un sito internet che ha mandato la mia richiesta al suo cellulare. Gli anziani del villaggio parlano di moralità ma in verità hanno paura che le donne guadagnino dei soldi e che riescano meglio degli uomini. Sono terrorizzati dalla rivoluzione silenziosa che questo comporta”.

E’ difficile che la nuova legge imposta agli 8mila abitanti di Sunderbari, a ben dodici ore di macchina da Patna, la capitale dello Stato, possa fermare la tecnologia. E’ vero l”India è un Paese in cui milioni di neonate vengono uccise alla nascita solo perché femmine ma è anche un luogo che sta crescendo in fretta dove sempre più ragazze studiano e lavorano. Quel telefonino rappresenta un’emancipazione, è un’onda lunga e potente che prima o poi travolgerà anche il bando degli anziani uomini di Sunderbari.

Tradite e uccise. Non abbandoniamo le donne afghane

Corriere della Sera
11 12 2012

di Davide Frattini

Najia Sidiqi è stata ammazzata lunedì sulla via verso l’ufficio, dove si occupava delle donne (dei loro pochi diritti e dei molti abusi) nella provincia di Laghman, non lontano da Kabul. Cinque mesi fa Hanifa Safi, stesso incarico e stessi problemi, è saltata con la bomba piazzata nella sua auto. Anisa è stata uccisa il primo di dicembre, sei pallottole nello stomaco davanti alla porta di casa, stava uscendo per aiutare come volontaria la campagna di vaccinazione contro la poliomelite, endemica nel Paese, il giorno prima era sopravvissuta a un altro agguato.

Sono i simboli delle donne afghane che hanno creduto nelle promesse occidentali, nella nuova Costituzione e nei seggi garantiti in parlamento. Eliminate per strada perché hanno osato lasciare quelle mura di fango, dove comunque non sono protette. Un rapporto delle Nazioni Unite presentato oggi apre la contabilità dolorosa delle violenze con la storia di una quindicenne che si è data fuoco: il marito e il suocero la picchiavano ogni giorno, quando era andata a denunciarli i poliziotti le avevano risposto di stare zitta e tornare dai carnefici.

La Commissione indipendente per i diritti umani ­– citata nelle 33 pagine – ha registrato 4.100 casi di violenze nei sette mesi di quest’anno fino a ottobre, quasi il doppio rispetto ai dodici mesi precedenti. E’ vero che i numeri crescono anche perché in molte hanno trovato il coraggio di rivolgersi ai giudici, ma ­ – fa notare il dossier dell’Onu – in 16 delle 34 province solo il 21 per cento delle querele ha portato alle condanne.
La legge per l’Eliminazione della violenza contro le donne è stata votata nel 2009. Punisce tra l’altro i matrimoni delle bambine o quelli forzati, lo stupro, le botte in famiglia, comprare o vendere una figlia o una sorella (con la scusa di sistemare una disputa tra clan). “I magistrati, i giudici, i poliziotti hanno cominciato ad applicare le norme in numerose aree del Paese: è uno sviluppo positivo, la strada da percorrere è ancora lunghissima perché le donne siano davvero protette e la loro eguaglianza riconosciuta. Subiscono ancora abusi orrendi”.

Gli attivisti sanno che le donne rischiano di essere le vittime del negoziato con i talebani. I diplomatici europei e americani ripetono che i diritti conquistati in questi dieci anni non verranno toccati. La data del ritiro per le truppe occidentali si avvicina, il presidente Hamid Karzai e i fondamentalisti potrebbero trovare un accordo di pace, la guerra contro le donne afghane continuerà.
“Il corpo è un campo di battaglia”. Con questo slogan, le attiviste cinesi stanno pubblicando le foto dei loro corpi nudi per sensibilizzare l’opinione pubblica e accelerare il varo di una legge che le protegga dalle violenze domestiche. Secondo le ultime informazioni, il disegno di legge è stato inserito tra quelli che si discuteranno nella prossima Assemblea nazionale del popolo, l’organo legislativo cinese più vicino al nostro parlamento. Ma l’Assemblea si riunirà a marzo 2013 e passeranno poi almeno due o tre anni prima che la legge entri in vigore. Stanche di aspettare il governo, le donne hanno inventato questa nuova forma di movimento online. Mirano a raccogliere diecimila firme da presentare all’Assemblea nazionale: hanno cominciato all’inizio di novembre e sono già arrivate alla metà delle firme: chiedono una legge che le protegga, in tempi rapidi.
La sicurezza delle donne in Cina è ancora oggi un problema enorme. Un’indagine governativa ha reso noto che una donna sposata su quattro è stata oggetto di violenza domestica, senza contare il numero incalcolabile di donne che sono state costrette più volte ad abortire per ossequiare la legge sul figlio unico. Feng Yuan, presidente della Rete cinese contro la violenza domestica – un’associazione di donne nata nel 1998 -, crede che si possa senza dubbio affermare che in Cina una famiglia su tre ne ha avuto esperienza al suo interno. E fa notare che il nodo fondamentale è la violenza psicologica che le donne subiscono ma che nella maggior parte dei casi non sono neanche capaci di ammettere, perché in cinese non esiste una parola che la indichi concretamente.
Ma bisogna anche spiegare che piano piano la legislazione cinese ha cominciato a prendere in considerazione il problema. Nel 2001 il concetto di violenza domestica è entrato a far parte della legge che regola le unioni e i matrimoni, anche se in maniera fumosa e completamente insufficiente a garantire una corretta prevenzione e una netta condanna degli atti ascrivibili a questo tipo di imputazione. Dal 2003 al 2009, le donne della Rete di Feng Yuan hanno sottoposto all’Assemblea nazionale del popolo due bozze di legge, che mirano a rendere più concreta da un punto di vista legale la prevenzione e la condanna degli abusi tra le mura di casa. Il loro lavoro ha anche prodotto manuali indirizzati alle differenti professionalità (mediatori, giornalisti, medici…) che spieghino le linee guida dei comportamenti da adottare e come trattare questi casi senza ledere la privacy delle persone coinvolte.
La recente campagna che espone il corpo delle donne si inserisce in questo filone di acquisizione di consapevolezza di genere ed è stata iniziata da Xiong Jing, una ventiquattrenne che si occupa di contenuti web. Lei per prima ha pubblicato foto di sé stessa con una motivazione chiara e condivisibile: “è una immagine molto potente che rompe un tabù. Spero faccia riflettere sul rapporto tra violenza domestica e corpo nudo”, ha raccontato ai giornalisti del South China Morning Post. E ha aggiunto: “Mi piace il modo di dire: il corpo è un campo di battaglia. Voglio dimostrare il mio sostegno alle donne e aumentare la consapevolezza sulla violenza contro di esse.”
La campagna è iniziata il 6 novembre e in un mese ha già raccolto oltre cinquemila firme. Tra le richieste contenute nella petizione da presentare all’Assemblea nazionale del popolo, vi sono quelle per una maggiore trasparenza nel processo legislativo in modo da consentire una maggiore partecipazione popolare e quelle che chiedono un meccanismo giuridico che miri a individuare le responsabilità e fondi per le organizzazioni non governative che supportano le donne in difficoltà. Le donne che scelgono di esporre il proprio corpo, lo fanno in maniera completamente volontaria e non sono legate da associazioni, vissuto o provenienza. In molte hanno scelto di esporre il proprio corpo iscritto di slogan rosso sangue. “Non fare del male, ama il mio corpo” e “liberare il genere, eliminare la violenza” sono solo alcune delle frasi che si possono leggere sui loro corpi.
Quando il movimento è iniziato, alcune delle foto sono state cancellate da Sina Weibo, il twitter della Repubblica popolare, ma la censura è stata interrotta quando ci si è resi conto del numero in continua crescita delle donne che partecipavano. Sicuramente per la Cina questa è una buona occasione per discutere di genere e parità tra i sessi. Speriamo non se la lasci sfuggire.
Esce oggi nelle sale italiane, “La bicicletta verde”, un film della regista dell’Arabia Saudita Haifaa Al-Mansour, distribuito da Academytwo col patrocinio di Amnesty International Italia. È un delicato racconto, tra realtà e metafora, del desiderio delle bambine e delle donne dell’Arabia Saudita di conquistare la parità di diritti.
La protagonista è una ragazzina, Wadjda, che desidera una bicicletta. Intorno a lei, una madre con una vita di rinunce di fronte a tradizioni e divieti, e un’insegnante che quelle tradizioni impersona.
“La bicicletta verde” affronta in chiave lieve uno dei più importanti diritti, quello di muoversi liberamente, negato da un divieto assurdo, che impedisce alle donne di mettersi al volante.

Un divieto che viene da lontano.

Il 6 novembre 1990, 40 donne salirono in auto e guidarono lungo una delle strade principali della capitale Riad per sfidare la tradizione che imponeva loro di non guidare. Furono fermate, alcune di loro persero il lavoro e la loro azione venne per anni stigmatizzata nei sermoni religiosi e nei circoli sociali. L’anno successivo il Gran Muftì, la massima autorità religiosa del paese, emise un editto contro le donne al volante, seguito da un provvedimento formale adottato dal ministero degli Interni che vietava alle donne di guidare da sole.

Nel 2011 Manal al-Sharif e altre attiviste hanno rilanciato via Internet la campagna contro tale divieto invitando le donne in possesso di patente a mettersi alla guida sulle strade. Un gran numero di donne ha aderito alla campagna e si è messo al volante, molte di loro si sono filmate mentre erano alla guida e hanno pubblicato le immagini su YouTube. Alcune sono state arrestate e costrette a sottoscrivere un impegno a desistere dal guidare.

Nel 2012, ci hanno riprovato, come abbiamo raccontato nel nostro blog.

Su due o su quattro ruote, al cinema o nelle strade di Riad, la lotta delle donne saudita contro la discriminazione è destinata a proseguire.

Oggi a Roma (cinema Greenwich), Milano (Anteo), Genova (City) e Torino (Nazionale), chi aderendo all’iniziativa della Federazione italiana amici della bibicletta e di Amnesty International si recherà in bicicletta allo spettacolo delle 20.30 potrà entrare a prezzo ridotto, presentando l’invito scaricabile dalla pagina Facebook del film.

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