Le prigioniere palestinesi in Israele partoriscono in catene.

  • Venerdì, 07 Dicembre 2012 09:45 ,
  • Pubblicato in Flash news
Le donne palestinesi detenute in Israele ricevono un trattamento disumano, le vengono negate le cure mediche,la rappresentanza legale e sono costrette a vivere in condizioni miserabili, comnpresa la condivisione della cella con topi e scarafaggi. La violazione dei diritti e le condizioni che trovano le donne palestinesi nelle carceri israeliane richiedono l'assunzione di una prospettiva di genere, secondo il Comitato delle Nazioni Unite per l'eliminazione della discriminazione contro le donne (CEDAW).

Trentasette donne palestinesi rimangono oggi nelle carceri israeliane, per un totale di 7.500 detenuti,soprattutto per motivi politici,per lo più membri del Consiglio Legislativo Palestinese. Circa 10.000 donne sono state arrestate o detenute nelle carceri e nei centri di detenzione israeliani dal 1967, su più di 700.000 prigionieri palestinesi.
Fabrizia Falcione,responsabile dei diritti umani delle donne per il Fondo di sviluppo delle Nazioni Unite per le donne (UNIFEM), ha dichiarato che è fondamentale rivelare il volto umano dietro questa violazione del diritto internazionale e del diritto umanitario internazionale,per trattare la difficile situazione dei prigionieri politici palestinesi, tra cui donne e bambini.
Un'intervista a Vienna di Mehru Jaffer, dell'Inter Press Service (IPS), alla funzionaria, pubblicata in The Electronic Intifada in data 11 marzo 2011, fu la 18.ma notizia più censurata salvata quest'anno da Project Censored.

Il lavoro della Falcione prevede la fornitura di assistenza legale e di rappresentanza per le donne in carcere, il sostegno psico-sociale alle famiglie dei prigionieri e la preparazione per il rilascio e il reinserimento dei detenuti nella famiglia e nella società.
L'assoluta urgenza di affrontare specificamente i diritti delle donne detenute è stata sollevata da Falcione, nella settimana dell'intervista, nel corso di un convegno internazionale incentrato sulla situazione dei prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane, nella prima riunione di questo genere organizzata dalle Nazioni Unite.
Fabrizia Falcione: "E una brutta situazione quella sofferta dalle donne e bambini palestinesi nei centri di detenzione israeliani. In termini numerici,le palestinesi prigioniere politiche e detenute nelle carceri israeliane sono meno rispetto alle centinaia di migliaia di palestinesi maschi prigionieri politici. Tuttavia, la loro situazione come recluse è peggiore di quella degli uomini. "
"La situazione, la condizione e le violazioni che le donne affrontano carceri israeliane debba essere affrontata da una prospettiva di genere. Attualmente il numero di donne detenute è molto meno rispetto a prima, ma le donne e le ragazze continuano ad essere arrestate, i loro bisogni particolari continuano a essere trascurati e i loro diritti violati".
"Tra i problemi fisici e psicologici affrontati dalle donne detenute - ha dichiarato la funzionaria dell'Onu - vi sono la negligenza medica e la mancanza di servizi medici specializzati nella prevenzione e nel trattamento delle malattie delle donne. Attualmente le prigioniere sono detenute principalmente in due carceri israeliani, a Hasharon e Damon, che si trovano al di fuori dei territori occupati (Cisgiordania e Striscia di Gaza) in violazione dell'articolo 76 della Quarta Convenzione di Ginevra.

"Ex prigioniere palestinesi di entrambe le carceri e parenti delle donne attualmente in carcere dicono che le celle sono infestate dagli insetti, in particolare scarafaggi e roditori.Un ex detenuta rilasciato all'inizio di quest'anno, ha detto: 'E' difficile descrivere la cella, non posso. E' come una tomba sotterranea ... Ci sono così tanti insetti nella cella, le coperte che coprono i materassi sono umide ed emanano un odore terribile.Le acque di scarico straripano. Riuscivo a malapena a fare le mie abluzioni per pregare. '
Al di là della salute in generale,non c'è supporto ginecologico. Le donne necessitano di cure mediche regolarmente, che è il loro diritto durante il parto,come riconosciuto dalla CEDAW [Comitato per l'eliminazione della discriminazione contro le donne]. La stragrande maggioranza delle donne prigioniere politiche palestinesi nelle carceri israeliane soffrono di vari problemi di salute. "
- E 'vero che le donne incinte sono incatenate durante il travaglio?
- E 'vero. Le donne incinte sono incatenate durante il parto e anche dopo. Vi è una totale mancanza di cure mediche, in particolare durante il parto. Le donne si lamentano che i bambini nati qui sono presi dopo due anni. Nelle carceri israeliane, i diritti delle donne detenute palestinesi sono riconosciuti, ma non rispettati.
"Le donne portano il peso delle violazioni dei loro diritti culturali e religiosi.Una ex prigioniera ha detto: " Mi hanno tolto il jilbab e mi hanno dato l'uniforme marrone delle detenute a manica corta. Avevo chiesto una camicia a manica lunga da indossare sotto la divisa. Ma si sono rfiutati. Mi hanno trasferita in celle tra guardie di sesso maschile con una uniforme a maniche corte... ciò che mi ha fatto male sono stati gli insulti scagliati contro di me".
"La privacy delle donne è violata e le guardie -maschi entrano nelle celle senza nessuna considerazione per le norme religiose. I prigionieri vengono contati quattro volte al giorno, anche la mattina presto e vengono inflitte punizioni se le donne dormono o non rispondono immediatamente.
L'aspetto più preoccupante è la violazione dei diritti di visita familiare. Le visite dei parenti ai prigionieri sono permesse, in teoria, due volte al mese, ma sono drasticamente diminuite in ragione del fatto che le carceri sono al di fuori del territorio palestinese occupato.

" Una visita di andata e ritorno significa un viaggio di 10 ore, non solo a causa della distanza geografica, ma anche per i controlli al movimento dei palestinesi in Israele. Se le famiglie sono in grado di fare il viaggio, è consentita una visita di a 30 minuti, parlando attraverso una divisione vetro spesso che impedisce qualsiasi contatto fisico, anche tra madre e figlio. Questo influenza il benessere, non solamente della madre, ma anche dei bambini.La rottura delle relazioni familiari e sociali risulta grave per lo stato psicologico delle donne.
"- Qual è esattamente il reato di queste donne?
"- Molte donne sono in carcere senza processo per l'appartenenza ad organizzazioni vietate da parte di Israele, con il pretesto di proteggere la sicurezza nazionale dello Stato. Nella prigione di Neve Terza,le prigioniere politiche palestinesi rimangono in custodia cautelare in attesa di un processo, nella sezione femminile assegnata a persone che hanno commesso reati penali, in violazione dell'articolo 85 delle minime regole delle Nazioni di trattamento dei prigionieri, che enuncia: " Gli accusati devono tenersi separati dai prigionieri condannati".
"Ciò permette che i prigionieri israeliani minaccino ed umilino le donne palestinesi mediante abusi verbali e fisici. Alle prigioniere e detenuti palestinesi è fatto impedimento di usare nelle strutture penitenziarie oggetti come penne, materiale di lettura e di svago".

Cubadebate

(traduzione di Lia Di Peri)
"Così dice la Bibbia". Con questa motivazione, un'associazione religiosa dell’università della città inglese ha stabilito che, d’ora in poi, nessuna persona di sesso femminile potrà più insegnare ai seminari o tenere discorsi in pubblico a meno che non sia sposata. Femministe e difensori dei diritti civili di tutto il Regno Unito sono già sulle barricate. “Questo è puro Medioevo nell’anno del Signore 2012”.

Zitte e giù dal palco. A meno che non siano sposate, “perché così la Bibbia dice”. La Bristol University Christian Union, un gruppo religioso dell’università della città inglese al confine con il Galles, ha bandito le donne dai propri incontri, lezioni e meeting. Così, d’ora in poi, nessuna persona di sesso femminile potrà più insegnare ai seminari o tenere discorsi in pubblico. “A meno che non siano accompagnate dal marito, in quel caso non ci sono problemi”, ha scritto in una e-mail agli iscritti dell’associazione il presidente del gruppo Matt Oliver. Intanto, la decisione, che ha già fatto dimettere per la sua contrarietà il segretario agli affari internazionali del movimento, manda su tutte le furie il gruppo di donne dell’Università di Bristol. Una delle dirigenti, Rebecca Reid, ha scritto su un forum: “Sono cattolica e per me tutto questo è osceno e ha dell’incredibile. È a dir poco oltraggioso nei confronti non solo delle donne, ma di tutti”.
I giornali inglesi, intanto, vanno a caccia delle reali ragioni della decisione, con l’Huffington Post Uk che è riuscito a rintracciare la versione originale dell’e-mail mandata da Oliver agli iscritti della Bristol University Christian Union. “Dopo una lunga riflessione su questo tema – ha scritto il presidente – e cercando la saggezza di Dio e discutendo su di essa con tutto il comitato, abbiamo preso questa decisione sull’insegnamento da parte delle donne. Noi tutti abbiamo le nostre idee su argomenti quali le donne e il loro ruolo di speaker, convinzioni che spesso trovano riscontro nell’organizzazione delle chiese che scegliamo di frequentare. È buono e giusto che noi tutti manteniamo le nostre idee che rispecchiano l’insegnamento della Bibbia”. Ma non è solo l’Huffington Post a lanciarsi sulla vicenda. Femministe e gruppi per la difesa dei diritti civili di tutto il Regno Unito sono già sulle barricate. E il principale gruppo femminista del Regno Unito, che ha sede proprio a Bristol, fa sapere: “Questo è puro sessismo, è una decisione ampiamente discriminatoria e profondamente offensiva”.
Il ruolo delle donne nelle chiese e nei gruppi cristiani non è mai stato così al centro del dibattito pubblico come in questo momento, dopo il voto della Chiesa anglicana che ha rigettato la proposta di concedere alle donne l’accesso alla “poltrona” di vescovo. La chiesa d’Inghilterra di è spaccata a metà e lo stesso Rowan Williams, arcivescovo uscente di Canterbury e quindi la principale figura della Chiesa anglicana dopo la regina, ha detto che ora “la comunità cristiana inglese ha molto da spiegare e ha delle decisioni da motivare”. Non è un caso, quindi, che la vicenda di Bristol faccia notizia proprio ora, con tutta una comunità, quella cristiana appunto, che si interroga sui diritti delle donne nella Chiesa e nella società.
Intanto, a Bristol, il gruppo universitario per l’uguaglianza e il welfare, un movimento aconfessionale, sta cercando di entrare a patti con la Bristol University Christian Union. Obiettivo, portare il gruppo a un ripensamento, anche secondo le indicazioni delle femministe. Che hanno detto: “Questo è puro Medioevo nell’anno del Signore 2012”.

Le nuove Costituzioni basate sulla sharia

Obiettivo numero uno: le Costituzioni. Dall’Egitto, dove in questo momento la nuova bozza costituzionale è contestata in piazza, all’Arabia Saudita, dove non esiste una Carta costituzionale, le attiviste riunite a Londra per la conferenza “Trust Women” considerano una priorità quella di partecipare alla scrittura delle Costituzioni, per potervi iscrivere i diritti delle donne. Solo che in Egitto sono stati gli islamici, in una maratona notturna (vedi foto) la scorsa settimana a formulare la bozza che verrà sottoposta il 15 dicembre a referendum. Anche in Libia, quando verrà scritta la Costituzione, ci si attende un riferimento alla sharia (la legge islamica), come una o unica fonte del diritto.

Ma è davvero necessario oggi, in Medio Oriente, legittimare la legge con la religione? E che cosa significa in fin dei conti “basato sulla sharia”?
Alcune delle donne presenti alla conferenza, anche se religiose, confessano di non appoggiare necessariamente l’idea che la sharia sia “fonte” della legge ma, conoscendo i loro Paesi, pensano che sia inevitabile un riferimento ad essa per legittimare la Costituzione. Alaa Murabit, una vivace studentessa di medicina, è convinta che in Libia nessuno rispetterà la Costituzione se questa non ha “sostegno religioso”. Bisogna essere realistici, dice. “Avevamo il Libro Verde di Gheddafi, che conteneva norme generose nei confronti delle donne – spiega – ma non sono mai state applicate.” Alla domanda se la legge debba essere basata sulla religione, Alaa replica scherzando: “Se dice che mi spetta sia il mio stipendio che quello di mio marito, allora sì”. Perché l’Islam, a suo parere, garantisce i diritti delle donne. E dunque per lei il punto è: quale interpretazione della sharia viene applicata? Come assicurarsi che sia quella “giusta”?
Allora sarebbe meglio una Costituzione basata sui principi dell’Islam, non della sharia – obietta la scrittrice Ayan Hirsi Ali. “Ma se la Costituzione si basa sui principi dell’Islam, che ne è dei cristiani?”, replica una attivista yemenita seduta accanto a me, che indossa il velo nel suo Paese ma qui a Londra no. ”Non possiamo semplicemente dire: principi dei diritti umani?” chiede Sussan Tahmasebi, iraniana che ha vissuto la rivoluzione del 1979 diventata teocrazia. “La sharia tende ad essere conservatrice in riferimento alle donne. E quando la religione viene fonte della legge, quest’ultima diventa sacra. E quando qualcuno la contesta, può essere accusato di eresia”.

Ma torniamo all’Egitto e alla nuova bozza costituzionale approvata da un’assemblea dominata dagli islamisti (Fratelli musulmani e salafiti, insieme ad alcuni “moderati”), e boicottata dai cristiani copti e da quasi tutte le donne. L’articolo 2 afferma che “i principi della sharia sono la fonte primaria della legge”: nessun cambiamento rispetto alla vecchia Costituzione. Ma è nuovo l’articolo 219: definisce “i principi della sharia”, includendovi anche interpretazioni potenzialmente ultraconservatrici, spiega l’attivista egiziana Dina Wahba. “Mettiamo che alcuni parlamentari portino avanti una norma basata su un’interpretazione secondo cui le donne non dovrebbero essere istruite. E’ possibile che diventi legge, e anche se un giudice dovesse essere progressista, e non si può mai supporre che sia così, non avrà comunque gli strumenti per opporsi, e dovrà dichiararla costituzionale”. La nuova Costituzione non fa alcun riferimento alla “Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne”, e il linguaggio (sostantivi, aggettivi) è sempre al maschile.
I nuovi libri - volumi di inglese destinati alla scuola superiore pubblica - sono già in fase sperimentale ma l'autorizzazione finale attesa a fine anno scolastico.
Fotografie di donne nei libri di scuola in Arabia Saudita. Succede per la prima volta nel regno saudita, ma solo nei volumi di inglese destinati alla scuola superiore pubblica. Lo riporta il quotidiano al-Hayat, ricordando che dal 1926 il sistema scolastico saudita vietava la pubblicazione di fotografie che ritraevano donne nei libri di testo in dotazione delle scuole sia femminili, sia maschili. Nell'attuale anno scolastico, invece, per la prima volta saranno a disposizione volumi scolastici che contengono fotografie di donne. I nuovi libri sono gia' in fase sperimentale, ma l'autorizzazione finale e' attesa per la fine dell'anno scolastico. Le immagini di donne che appaiono nei libri di testo sono velate, ma non c'è dubbio che la loro pubblicazione rappresenta un seppur piccolissimo un passo in avanti rispetto alla precedente raffigurazione esclusivamente grafica dei soggetti femminili. Nel dettaglio, un libro di testo inglese per il terzo anno delle scuole superiori contiene la fotografia di un'infermiera con il capo velato e una maschera mentre prepara un'iniezione. A seguire viene pubblicata una fotografia di una ragazza in un laboratorio. Sembra che nell'immagine originale la donna avesse il capo scoperto e che solo in un secondo momento e' stato aggiunto il velo.

2 giugno oggi e ieri

  • Sabato, 02 Giugno 2012 09:50 ,
  • Pubblicato in L'Articolo
di Vittoria Tola
2 giugno 2012

Nel 1959 un giornalista francese commentò  il fenomeno delle Madonne pellegrine dicendo: "So perché in Italia tante Madonne piangono: è la terribile condizione della donna nel vostro paese" riferendosi alle condizioni materiali ma soprattutto alla mancanza di diritti delle donne italiane. Da quel tempo sono cambiate molte cose e abbiamo conquistato molti diritti ma situazione in Italia è poco rosea perché anche oggi l’esigibilità dei nostri diritti e la relazione con gli uomini di questo paese è davvero poco invidiabile.

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