×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

Huffington Post
12 06 2015

Noi donne non nasciamo mamme: il fatto che decidiamo di diventarlo non significa che stiamo assolvendo a un nostro dovere. Mai nessuno mi convincerà del contrario. La maternità è una libera scelta, una scelta che ci siamo conquistate il 22 maggio del 1978 quando la legge 194 legalizzava l'aborto. Quel giorno siamo tornate ad essere persone e non più prolifiche conigliette, buone ad aumentare il numero di abitanti qui, sulla faccia della terra. Quel giorno, che ogni anno passa sotto silenzio perché uno Stato che vuole tra le sue radici una religione rifiuta di essere laico, abbiamo vinto solo una battaglia. Abbiamo conquistato una trincea, ma la guerra, quella vera, non è ancora finita.

E non lo è ogni volta in cui, un manipolo di astiosi guardiani della vita (presunta e altrui), si ritaglia uno spazio, tra le larghe maglie del Diritto, per manifestare la propria indignazione davanti alle porte di un ospedale dove le donne vanno, lecitamente, ad abortire.

Perché chi se ne frega se un ospedale è un luogo di cura, per chi ancora oggi ritiene che l'aborto sia la negazione della vita, non del suo potenziale, un ospedale è solo un palcoscenico sul quale salire per una maratona di preghiera che tocchi il cuore di quelle empie femmine che non vogliono diventare madri. Ho più fede nella ragione che nella religione, per questo sono convinta che la manifestazione che gli antiabortisti italiani hanno organizzato a Bologna (9 ore di Ave Maria e Pater Noster davanti all'ingresso dell'Ospedale Maggiore), sfiorerà il ridicolo e non scalfirà il buon senso. Nove ore a sgranare rosari per solleticare le coscienze e convincerle dell'opportunità di un referendum abrogativo che rispedisca l'Italia nel Medioevo possono al massimo essere folkloristici. Ma le nove ore di preghiera degli antiabortisti non fanno ridere. Per niente.

Sono una minaccia e non tanto perché io veda in questa manifestazione una reale insidia al nostro diritto di scegliere se diventare mamme, quanto perché i tentativi di discutere questo diritto sono un attacco alla nostra ancora debole libertà. Che è debole proprio perché è continuamente messa in discussione, attaccata e ostacolata e ci costringe ad alzare muri di rabbia per riuscire a proteggerla. Non basta la scienza a dimostrare l'assurdità di certe ideologiche convinzioni. Non basta in un Paese in cui esistono medici obiettori di coscienza che si rifiutano di prescrivere la pillola abortiva violando quell'antico, e laico, giuramento che hanno pronunciato il giorno in cui hanno indossato un camice bianco.

È impossibile percorrere la strada dei diritti civili, della loro auspicabile estensione a tutti, se ogni occasione è buona per discutere quelli già conquistati. La religione, qualunque essa sia, non può avocare a sé il ruolo di decidere sull'opportunità delle Leggi di uno Stato. Eppure trova sempre uno spazio in cui insinuarsi, trova sempre fedeli pronti a infilarsi in una sala operatoria e gridare a una donna che è una immonda peccatrice. Ma noi non siamo peccatrici se rifiutiamo la maternità, non lo siamo più di coloro che pregano per una redenzione che non ci riguarda. Non abbiamo bisogno di essere redente per il semplice fatto che quella redenzione non ci interessa. E nemmeno ci interessa il giudizio di chi non si arrende al nostro diritto di scelta: non saranno i rosari sgranati da un esercito di anacronistici fedeli a farci cambiare idea. Il prezzo che pagheremo a noi stesse, alla memoria di quella sala operatoria, sarà molto più alto di quello del mancato Paradiso che voi ci assicurate. Sarà il pensiero che ci coglie, anche a distanza di anni, e ci si pianta nel cuore: "E se lo avessi tenuto, come sarebbe stato adesso?". Questo è il tributo che pagheremo per la nostra scelta, ed è più che sufficiente. Non serve la pubblica riprovazione, la minaccia dell'Inferno.

Inferno e Paradiso sono una promessa meno reale dell'urgenza che prova una donna che non vuole essere mamma e chiede di essere tutelata da quella legge che la protegge. Una legge scritta col sangue di tutte le donne morte di emorragia quando l'unica strada per l'aborto conduceva a un ambulatorio improvvisato e all'avidità di un chirurgo. La 194 è roba nostra, di noi donne laiche che siamo state così generose da averla voluta per tutte, anche per voi che ci assicurate l'eterna dannazione. Ed è per questo che non vi permetteremo di toccarla, non vi lasceremo appoggiare i vostri rosari sulle nostre pance, non acconsentiremo a fare entrare le vostre Bibbie nelle cabine elettorali. Lo faremo anche per voi, per proteggere la vostra libertà. Perché noi abbiamo un cuore laico, voi avete solo la fede.

Deborah Dirani

La 27 Ora
29 05 2015

“La forza e il coraggio che queste ragazze hanno dimostrato scappando dallo Stato Islamico è un simbolo per tutte le altre donne che sono in una situazione simile”. Jacqueline Isaac pronuncia queste parole con calma, senza fretta, mentre sorseggia un caffè freddo in un bar a Brooklyn. Vuole che il messaggio sia chiaro, esattamente come quando ha parlato al Congresso americano mercoledì scorso. “Non possiamo lasciarle sole, questo è un problema che riguarda tutta l’umanità”, spiega.

Nel suo intervento, durato sette minuti, ha cercato di dare un messaggio di speranza perché “agli americani piacciono le storie a lieto fine” ma allo stesso tempo non ha risparmiato i dettagli sulla violenza e i traumi che questa ha lasciato, cercando di sensibilizzare i politici a fare di più contro lo Stato Islamico. “Armiamo i Peshmerga (l’esercito curdo ndr), aiutiamoli con armi e logistica in una guerra che riguarda anche noi”, è stato il suo appello.

Ma Isaac ha come obiettivo di aiutare le centinaia di ragazze Yazide che sono riuscite a scappare dalla prigionia in Iraq e in Siria. Secondo le stime delle Nazioni Unite circa 7mila donne sono state rapite e quindi vendute nei mercati di Mosul e Raqqa. Poi sono state usate come schiave, stuprate e seviziate. “Molte di loro vivono nei campi profughi, ma non esiste un vero supporto psicologico, così abbiamo deciso di aiutarle noi, con la nostra Ong Road of Success (Letteralmente le strade del successo ndr), portando un team di psicologi volontari”.

Quella per le donne yazide è l’ultima di una lunga serie di battaglie che Isaac ha condotto negli ultimi anni. Lei si è sempre focalizzate sulle donne in Medio Oriente. “Mi dicono che ho un dono, posso parlare sia agli americani che agli arabi ed entrambi mi ascoltano”, spiega.

La donna, 29 anni, è nata a San Diego California da genitori di origine egiziana ma di fede cattolica. Ha lunghi capelli scuri legati in una coda, indossa un vestitino bianco e blu con delle scarpe basse. Ha un filo di trucco e parla con un tono profondo, a volte greve. Soprattutto quando racconta del ritorno in Egitto imposto dai genitori a 13 anni e che descrive come “uno choc culturale”.
“Ho capito di aver cambiato vita quando all’aeroporto del Cairo ho abbracciato mio cugino. Mio padre mi ha preso da parte e mi ha chiesto: ‘Cosa pensi di fare? Non siamo più in America e non puoi abbracciare un uomo, nemmeno tuo cugino’”.

Sempre quell’anno ha scoperto che cos’era l’infibulazione, “sono andata a un incontro con mia madre e alcune donne ne parlavano”, poi la violenza in una società estremamente maschilista.

Per tre anni è rimasta al Cairo, poi studentessa modello è andata all’università due anni in anticipo. “Il mio unico obiettivo era quello di tornare in California così sono riuscita a prendere la maturità due anni in anticipo e andare all’università”.
Ma i racconti di quelle donne le sono rimasti addosso e se prima pensava di fare la biologa, poi ha deciso di passare a legge (che pratica con un suo studio specializzato in immigrazione) e scienze politiche all’università. Dopo la laurea è cominciato il suo impegno umanitario con l’associazione, creata con la madre che nel frattempo ha un programma alla televisione egiziana sulle donne.

“Il mio primo impegno è stato quello contro l’infibulazione. Sono andata a parlare con i capi tribù in alcune zone appena fuori dal Cairo. Dopo il mio discorso il capo mi ha promesso che non avrebbero piuù toccato una bambina”. Poi ha passato mesi in Giordania nei campi profughi siriani, poi l’Iraq e le donne Yazide. “Il nostro obiettivo è quello di portare speranza a chi non ne ha piuù perché ha perso tutto”.

Benedetta Argentieri

In Italia abortire è ancora un diritto a metà

Internazionale
22 05 2015

Nel 2014, negli Stati Uniti, 15 stati hanno emanato 26 nuove restrizioni alle leggi sull’interruzione di gravidanza. Si è calcolato che oltre la metà della popolazione femminile statunitense in età riproduttiva viva in stati che sono ostili o estremamente ostili al diritto d’aborto.

In Europa, a dicembre del 2013, il parlamento europeo ha bocciato la risoluzione Estrela, con cui si chiedeva un impegno concreto degli stati per il diritto all’aborto sicuro e legale ovunque nell’Unione. La risoluzione è stata respinta per soli sette voti. È stata decisiva l’astensione di sei deputati italiani del Partito Democratico: Silvia Costa, Franco Frigo, Mario Pirillo, Vittorio Prodi, David Sassoli e Patrizia Toia.

In Italia, a Roma, il 17 novembre 2014, all’ingresso del “repartino” del policlinico Umberto I, in cui si effettuano le interruzioni di gravidanza, è stato affisso un foglio di carta: “Le prenotazioni sono temporaneamente sospese”. Il motivo della comunicazione era tanto semplice quanto emblematico: l’unico medico disposto a praticare gli aborti era andato in pensione, tutti gli altri ginecologi della struttura erano obiettori di coscienza.

Questo è il presente di un diritto: la sua negazione.

L’aborto non è una questione privata

Giugno 1973: a Padova, una donna, Gigliola Pierobon, subisce un processo con l’accusa di procurato aborto.
Nel 1973 in Italia erano ancora in vigore le norme del codice penale fascista del 1930, il codice Rocco, che definiva l’aborto reato “contro l’integrità e la sanità della stirpe”. Pena prevista: da uno a cinque anni di reclusione per le donne che si procuravano da sole l’aborto; da due a cinque anni per quelle che si sottoponevano all’interruzione e a chi la praticava, con una possibile riduzione della pena solo “se il fatto è commesso per salvare l’onore proprio o quello di un prossimo congiunto”.

Gigliola Pierobon aveva abortito nel 1967, quando aveva 17 anni. Stesa su un tavolo da cucina, senza sedativi, le era stato introdotto un lungo ago di ferro nella vagina. L’operazione le aveva causato un’infezione, curata da sola, in silenzio.

Ma la Gigliola del 1967 non è la Gigliola del 1973, in quegli anni si è avvicinata al femminismo, non è più sola come sei anni prima, su quel tavolo. Appena riceve la notifica del rinvio a giudizio ne parla con le compagne.

Il processo Pierobon diventa un fatto politico, un fatto pubblico. Le femministe scendono in piazza con una grande manifestazione, invadono il tribunale e si autodenunciano.

Il 6 dicembre 1975 più di ventimila donne sfilano a Roma in favore dell’aborto “libero, gratuito e assistito”.

Una parte del movimento femminista sostiene che sia importante intervenire sulla materia attraverso una legge, altre ritengono che l’unica strada verso l’autodeterminazione sia quella della cancellazione del reato di aborto. Il legislatore riesce a scontentare entrambe, approvando, il 22 maggio 1978, la legge 194 “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”.

Ventidue articoli, stringati, chiari, un testo di legge che possiamo capire tutti, leggendolo. Il suo intento è esplicito, già dal titolo: la legge 194 è, in prima istanza, una legge sulla salvaguardia della maternità, la disciplina dell’aborto arriva solo in seconda battuta. Molte femministe la definiscono una legge truffa, perché nega il diritto della donna di scegliere per se stessa.

Al contempo la legge scatena le ansie moralistiche e apocalittiche della società conservatrice e del mondo cattolico. Contraddizioni che si riflettono da subito e con chiarezza nella pratica, diventando ostacoli: obiezione; obbligo di indagare sui motivi che spingono ad abortire; nessun provvedimento nei confronti dei medici che si rifiutano di rilasciare il certificato di richiesta di interruzione della gravidanza.

Ostacoli che non bastano a chi non vuole una legge che renda l’aborto legale e pubblico. Nel 1981 si andrà al voto per il referendum abrogativo. La vittoria dei no all’abrogazione della legge sarà schiacciante.

Basta un poco di zucchero

Uno degli articoli della 194 prevede che ogni anno il ministero della salute presenti una relazione sull’attuazione della legge. Andamento del fenomeno, caratteristiche delle donne che fanno ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza (ivg), modalità di svolgimento e perfino un monitoraggio ad hoc su ivg e obiezione di coscienza.

A leggere le parole della ministra Lorenzin, nella relazione presentata il 15 ottobre del 2014, parrebbe che l’Italia offra il migliore degli aborti possibili.

Innanzitutto si sottolinea più e più volte la riduzione del numero di ivg, che ha subìto un decremento del 4,2 per cento rispetto al 2012. Un risultato che il ministero ritiene molto positivo e che lega direttamente all’efficacia della prevenzione: “La riduzione dei tassi di abortività osservata recentemente anche tra le donne immigrate sembra indicare che tutti gli sforzi fatti in questi anni, specie dai consultori familiari, per aiutare a prevenire le gravidanze indesiderate e il ricorso all’ivg stiano dando i loro frutti anche nella popolazione immigrata”. Analisi che si perdono nel vuoto degli eternamente inattesi impegni dei nostri governi sul fronte dell’educazione sessuale e della promozione dei metodi contraccettivi.

E poco importa se il numero degli aborti clandestini è enorme ed è quantificato – ottimisticamente, poiché non ci sono dati certi, con una ricognizione ferma al 2005 – tra i 12mila e i 15mila casi per le italiane e tra i tremila e i cinquemila per le straniere. Indagare su un fenomeno che tutte le analisi reputano in crescita e che è cambiato enormemente grazie alla possibilità di ricorrere ai farmaci, anche acquistandoli online, sarebbe quantomeno doveroso.

“Sono in diminuzione i tempi di attesa tra rilascio della certificazione e intervento (possibile indicatore di efficienza dei servizi). La percentuale di ivg effettuate entro 14 giorni dal rilascio del documento è infatti aumentata rispetto a quella riscontrata nel 2011 ed è leggermente diminuita la percentuale di ivg effettuate oltre tre settimane di attesa, persistendo comunque una non trascurabile variabilità tra regioni”.

Il verbo diminuire e il segno percentuale sono lo zucchero a velo su un pandoro scaduto, in numeri significa che ben sedici donne su cento sono costrette ad aspettare più di tre settimane dal rilascio del certificato per effettuare l’interruzione di gravidanza, interruzione che è consentita entro i novanta giorni. Anche l’intervallo di 14 giorni diventa un tempo enorme, da questa prospettiva.

Nella relazione, la prima che riporta i dati di un monitoraggio sulle attività di ivg e obiezione di coscienza voluto da un tavolo tecnico attivato presso il ministero della salute a giugno del 2013, si arriva ad affermare che “il numero di non obiettori è congruo rispetto alle ivg effettuate, e il numero degli obiettori di coscienza non impedisce ai non obiettori di svolgere anche altre attività oltre le ivg”.

I dati dicono che “considerando 44 settimane lavorative in un anno, il numero di ivg per ogni ginecologo non obiettore, settimanalmente, va dalle 0,4 della Valle D’Aosta alle 4,2 del Lazio, con una media nazionale di 1,4 ivg a settimana”.

Un caso di inversione dell’onere della prova: si va a vedere quanto lavorano i non obiettori e si dice che va bene così. Il fatto che ci sia una percentuale altissima di medici obiettori non ostacola il servizio e non impedisce ai non obiettori di svolgere anche altre mansioni.

Dei numeri si possono fare letture mistificanti tanto quanto delle parole. In Italia il tasso di obiezione è del 69,6 per cento per i ginecologi, del 47,5 per cento per gli anestesisti e del 45 per cento per il personale medico. Sono percentuali altissime, inammissibili. È come se il 70 per cento degli edicolanti non vendesse quotidiani.

Percentuale di ginecologi che praticano l’obiezione di coscienza in Italia. Fonte: ministero della salute, 2013

Un ottimismo fuori luogo, una distorsione che contrasta con le testimonianze dei non obiettori e con le esperienze delle donne che hanno abortito. Gli alti tassi di obiezione – quello del Molise arriva al 90,3 per cento – legittimano il riferimento all’obiezione di struttura ossia la negazione del servizio, vietata dalla 194, e rendono di fatto la legge sempre più spesso inapplicabile.

Una situazione critica, quella italiana, sanzionata nel 2014 anche dal comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa, che ha riconosciuto che a causa delle elevatissime percentuali di obiezione di coscienza l’Italia viola il diritto alla salute delle donne che vogliono abortire.

Quella in cui viviamo è un’epoca reazionaria, ancor più che conservatrice. “Le politiche dell’utero, come la censura o la restrizione della libertà di manifestazione, sono un buon indicatore delle derive nazionaliste e totalitarie”, ha scritto Paul Preciado in un articolo su Libération (qui una mia traduzione).

I gruppi e i collettivi femministi sono stati e continuano a essere un argine resistente all’erosione del diritto di scelta, hanno condotto battaglie dure, allegre, colorate, fantasiose, radicali, fondamentali per un aborto libero e sicuro, per la salute sessuale, per i consultori laici e accessibili, per l’abolizione dell’obiezione alla legge 194.

Perché sì, la legge 194 è migliorabile. Ma dalla 194 non si può tornare indietro.

Valentina Greco

Hillary e le altre

Hillary Clinton corre per la successione a Barack Obama. E tutti a salutare quella che potrebbe essere (ma forse no, finendo per consegnare il governo alla destra americana) la prima donna alla guida degli Usa. È quasi una panacea per la questione femminile, Hillary, e poco importa se ciò avvenga sulla scia del marito Bill e col sostegno delle lobby di Wall Street. Il valore è simbolico. Per le classi dominanti sono da celebrare le donne che acquisiscono, in perfetta continuità politica, ruoli storicamente appannaggio degli uomini.
Stefano Santachiara, Left ...

Sono vulnerabile. Non sono una vittima!

  • Giovedì, 09 Aprile 2015 13:39 ,
  • Pubblicato in Flash news

Abbatto i muri
09 04 2015

La prima volta che mi sono sentita vulnerabile fu dentro casa. Mia madre urlava, sbatteva le cose, fece cadere una sedia a terra e poi urlò ancora. Non ero piccolissima ma ricordo che mi feci piccina piccina per rendermi invisibile dietro una porta. Mia madre mi diceva sempre di stare attenta fuori casa, perché c’erano uomini cattivi che si portavano via le piccirille. Così pensavo a come avrei potuto essere invisibile dappertutto. A scuola c’erano due compagne che mi trattavano di merda. La maestra diceva che bisognava darsi la mano per entrare e uscire dalla classe e io davo la mano, e quelle ci sputavano sopra. Da grande avrei capito che col cazzo tu darai la mano a chi ti insulta e ti fa stare male.

Quando fui adolescente ero così abituata a sentirmi vulnerabile ovunque che camminavo sempre a testa bassa. Guardavo i piedi, un passo dopo l’altro, e il pavimento, e le righe delle pietre che caratterizzavano quella via. Poi, a casa, c’era mia madre che urlava ancora, e mi diceva “guardami in faccia quando ti parlo… guardami”. Credo che fu quello il momento in cui cominciò ad appannarmisi la vista. Così potevo guardare e non vedere allo stesso tempo. Sempre più miope, e timida, e studiosa, diventai più spavalda e apparentemente coraggiosa al liceo. Provavo a sentirmi indistruttibile per quanto io sapessi che l’impressione di essere fragile non mi avrebbe abbandonata mai.

Un giorno, eravamo io e un compagno di scuola, attraversammo il parco per tornare a casa. C’era un signore anziano, malconcio e puzzolente. Al mio amico chiese soldi, a me fece vedere il pene. Fu allora che mi resi conto del fatto che io e il mio amico avremmo patito di due diverse forme di vulnerabilità. Più grande, intorno ai 18 anni, io un altro amico, in uno dei tanti vicoli del centro storico, fummo costretti a inginocchiarci. Lui fu rapinato, a me toccarono le tette e uno mi infilò la mano sotto la gonna. Ancora due diversi tipi di vulnerabilità. Due diversi tipi di violenze. Quella dedicata a me si chiamava violenza di genere, perché è una violenza imposta in virtù del mio genere. Fossi stato un uomo mi avrebbero rapinato, e basta. Non avrebbero tentato di rubarmi il consenso, umiliando la mia sessualità con quelle “attenzioni” così oppressive.

Pensavo che dentro casa avrei goduto di un po’ di tregua, perché il nemico è fuori, e in casa al massimo c’è mamma che urla. Non è una cosa bella ma ho finito con l’abituarmici (che brutta cosa!). Invece fu in casa mia che un ragazzo mi costrinse a fare sesso. Avevo fatto l’errore di invitarlo a chiacchierare, vedere un film, scherzare. Pensavo fosse una persona bella. In futuro avrebbe potuto essere il mio partner. In futuro. Invece lui volle accelerare la storia e mi tenne ferma sul letto, dopo aver giocato un po’ con me alla lotta. Mi fai male, dissi, e mi resi conto che lui non giocava più. Di là c’era mia madre, e io pensavo solo a quante volte avrebbe urlato se le avessi chiesto aiuto. Probabilmente mi sbagliavo, ma fu quello il mio primo pensiero.

Disse che mi sarebbe piaciuto, era il momento, non ero più una bambina. Gli dissi okay, ma non farmi male. Invece fu doloroso, la rabbia mi consumò per giorni, perché non volevo farlo, qualcuno mi aveva costretto a fare una cosa che non volevo fare. Perché non mi era piaciuto e lui poi mi trattò come una cosa, senza valore, senza desideri, voglie, rivendicazioni.

Ho sempre voluto fare tante cose in vita mia. Ho fatto sesso in mille occasioni, con uomini diversi e senza alcun pudore. Non c’era tempo e luogo che non fossero adeguati a farlo. Pensavo bastasse a superare la brutta sensazione di essere vulnerabile. Se questo è ciò che vogliono, e io glielo do, perché dovrebbero farmi male? Contorto, vero? Ma all’epoca pensavo avesse una sua logica. Era sopravvivenza, poi l’avrei capito. E nel frattempo provavo a consegnare la mia sicurezza al mondo esterno abilitandomi al diritto di uscire tardi da sola, camminare al buio, fare l’alba per le strade, andare sola al parco, correre nel bosco, girare per locali senza che qualcuno mi accompagnasse. E una domanda mi ronzava sempre in testa. Perché a lui chiedono i soldi e da me vogliono un’altra cosa? Perché contro il furto si mobilita il mondo intero e contro lo stupro invece no?

Perché ogni volta che accenno al fatto che la notte, al buio, nel bosco o per locali, a volte non mi sento al sicuro, mi dicono che allora farei meglio ad andare in giro accompagnata? Perché è sempre e solo colpa mia? Perché a me è proibito uscire, fermarmi a riposare su una panchina, guardare il panorama, viaggiare in bicicletta per chilometri, senza avere la brutta sensazione che all’angolo può sempre esserci qualcuno che vorrà rubare il mio diritto all’autodeterminazione? E sono tutti pronti a dirmi come devo vestirmi, quando uscire e dove andare. C’è chi mi dice che se appartenessi a qualcuno, questo, non succederebbe, e altri mi hanno spiegato che se sto con uno la differenza sta nel fatto che se ci fermano a lui prendono ancora i soldi e poi agiscono su un’altra tra le sue proprietà, stuprano me, ed è lui che dovrebbe sentirsi offeso, non io.

Un giorno mi sono detta che bisogna avere più fiducia negli esseri umani. Perché la libertà è qualcosa che devi riprendere quando qualcuno vuole togliertela. Se non stai in sella subito dopo una caduta non lo farai mai più. Paurosa, immobile, vulnerabile. Accolgo queste parti di me e me le porto dietro. Sono partita per un lungo viaggio, in bici. Mi dicevano che su, al nord, avrei potuto stare più tranquilla, perché lì gli uomini sono più “educati”. Ovunque ho trovato persone belle e pezzi di merda. A volte ho beccato stronze assurde e sorelle alla giornata. Sono stata fuori sei mesi, in tutto, dormendo negli ostelli, fermandomi un pochino a lavorare dove capitava, e ho trascorso due mesi in una città europea, incantata dalla bellezza che mi restituiva. Così ho giurato che mai qualcuno avrebbe potuto fermarmi perché il mio diritto è quello di poter viaggiare, godere del presente, delle meraviglie del mondo, così come potrebbe fare un uomo.

Sono tornata l’anno scorso. Mi sono iscritta a un corso di autodifesa. Non è certo quello che mi fa sentire più forte. È stato il viaggio, la mia avventura senza meta, che mi ha dato modo di trasformare la mia paura in curiosità e ho notato una cosa. Da quando cammino a testa alta, decisa, determinata, nessuno più mi rompe le palle. Non è per colpevolizzare la me paurosa d’un tempo ma credo che gli stronzi temano allo stesso modo chi manifesta più sicurezza di loro. Sono umana, resto, come tutti, vulnerabile, ma non sono una vittima. So dire no in modo deciso, non me ne frega niente se mia madre urla. In qualche modo ho vinto la mia battaglia. Fosse anche per un giorno, un mese, un anno, ho vinto io. Ho vinto.

Ps: è una storia vera. Grazie a chi me l’ha raccontata. Ogni riferimento a cose, fatti e persone, è puramente casuale.

laglasnost

facebook