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l'Espresso
09 04 2015

Essere donna in Turchia è sempre più spesso sinonimo di lacrime e sangue. Letteralmente. Come racconta all'Espresso Arzu Bostac che, dopo essere stata mutilata degli arti dal marito, oggi lancia un appello ai medici internazionali perché l'aiutino a recuperare almeno l'uso delle braccia che le consentirebbe di riavere i sei figli.

La incontro nel minuscolo appartamento dei genitori a Sincan, una cittadina-dormitorio delle classi meno abbienti a 40 chilometri dalla capitale Ankara. Lei è lì, sul letto accanto alla finestra, il bel volto mediterraneo avvolto da un foulard legato sulla nuca, un cuscino a coprire l'assenza di gambe. Le braccia sono rivolte verso l'alto. Sembrano ossa rosicchiate dai cani. Una “Boxing Helena” in versione islamica. Ridotta a volto e busto dall'”amore” di un uomo. Ha 28 anni e 6 figli.

Il padre, un muratore a ore, la osserva da una sedia posta ai piedi del letto. È lui che a 14 anni l'ha data in sposa a Ahmed Boztas, un giovane di 24 anni, che l'aveva notata per strada e aveva deciso di sposarla. Lei lo aveva visto appena e la prima impressione – così racconta – è stata subito negativa. «Non avevamo altra scelta», spiega il padre oggi, guardando la moglie, una robusta donna di 58 anni che non ha mai messo piede in una scuola: «Non avrei potuto mantenerla, avevamo otto figli e a 14 anni abbiamo fatto sposare le 4 femmine. La famiglia di lui aveva più soldi di noi anche se lui non ha mai lavorato in vita sua. Certo non avremmo mai immaginato cosa sarebbe successo a Arzu».

Le vessazioni sono cominciate subito. «Mi è stato chiaro dal primo giorno che ero considerata una serva da tutta la famiglia, madre inclusa. Non ho mai visto un gesto d'amore da parte di nessuno», racconta Arzu tra le lacrime. Avrebbe voluto divorziare dopo pochi mesi ma come accade da queste parti sempre più spesso il divorzio si ottiene soltanto nel sangue. «Mi diceva che se avessi divorziato avrebbe ucciso mio padre e mia madre. Sapevo che ne sarebbe stato capace».

«E infatti un giorno che provai a chiedergli ancora una volta di concedermi il divorzio mi avvolse un telo intorno agli occhi e mi trascinò nel bosco che circondava la fattoria isolata dove mi aveva costretta a vivere. L'intento era quello di farmi a pezzi. Stava per infilarmi un coltello in gola quando i miei tre figli maschi di 8, 7 e 6 anni – che ci avevano seguito senza farsi notare - mi si gettarono contro supplicandolo di non uccidermi».

«La seconda volta che tentò di ammazzarmi fu con un coltello da cucina durante una lite tra me e sua madre. In quel caso fu suo fratello che intervenne all'ultimo minuto e gli tolse il coltello di mano».

Qualche anno fa la coppia si spostò alla periferia di Ankara dalla campagna per occupare una delle abitazioni popolari fatte costruire in ghetti selezionati dal governo di Recep Tayyip Erdogan. Nel giro di pochi mesi Ahmed violentò una donna handicappata che rimase in cinta. «Feci io da mediatrice con la famiglia di lei chiedendo loro di non denunciarlo ma di attendere un nostro eventuale divorzio che gli avrebbe permesso di sposare la loro figlia». Per la prima volta lui acconsentì alla separazione facendo promettere ad Arzu che avrebbe potuto tenere i loro figli se non fosse tornata a casa dalla sua famiglia.

Accettò. E rimase con lui durante le pratiche di divorzio.

Un giorno, cinque mesi fa, dopo che i quattro figli più grandi erano andati a scuola, le chiese di portare i bambini più piccoli da una vicina, così da essere loro due liberi per recarsi dall'avvocato. «Dopo averlo fatto mi sono messa a rifare il letto quando all'improvviso l'ho sentito arrivare dietro di me». Aveva un fucile a pallettoni in mano. Freddamente mi disse: «Non ti ucciderò ma divorzierai da me solo da storpia».

«Poi mi chiese di stendermi sul letto con gambe e braccia divaricate. Mi rifiutai e mi sparò ad entrambe le gambe. Crollai a terra con le braccia in grembo. A quel punto nel sangue alzai gli occhi e gli chiesi di lasciarmi almeno le braccia per potermi prendere cura dei nostri figli. Per tutta risposta lui con un piede mi allontanò le braccia dal mio ventre, prese la mira e sparò ad entrambe. Poco dopo sparò una volta ancora alle gambe e a una delle due braccia».

In totale sette colpi di fucile a pallettoni.

«Non ho mai perso conoscenza durante quegli eventi. Pensavo ai miei figli e alle mie figlie. Ero in un bagno di sangue. Quando un vicino accorse gli chiesi un bicchiere d'acqua. Lui gli ordinò di non darmelo perché altrimenti sarei morta. Ma io volevo morire»

«Quando sono arrivata in ospedale mi hanno dato per spacciata. E invece ho contiinuato a vivere. Al mio risveglio avevo un tubo in bocca e non avevo più le gambe. Provavo a parlare con gli occhi». Passò 65 giorni in ospedale.

I suoi figli sono finiti in un orfanotrofio pubblico da dove la chiamano una volta alla settimana assistiti da uno psichiatra. Lei è immobile in un letto. Lui in prigione per lo stupro della donna disabile, in attesa del nuovo processo.

La famiglia di lui non ha mai chiesto scusa. Anzi, pretende l'affidamento dei figli.

L'unica speranza di Arzu adesso è quella di recuperare l'uso delle braccia. Magari anche soltanto di un braccio. Ma non è facile. Avrebbe bisogno di ulteriori interventi che non essendo salvavita non sono offerti dai servizi sanitari turchi. Per questo si appella ai medici internazionali per trovare un aiuto.

Se recuperasse l'uso di un braccio potrebbe ottenere un paio di protesi per le gambe, ricominciare a muoversi e riavere i suoi figli. Altrimenti non le resterà che aspettare la morte a letto.

Federica Bianchi

Amnesty International
06 03 2015

Giù le mani dai nostri corpi: un nuovo manifesto di Amnesty International chiede agli stati di porre fine ai loro tentativi di controllare le vite delle donne

In occasione dell'8 marzo, Giornata internazionale della donna, Amnesty International lancia un nuovo manifesto per chiedere ai governi di ogni parte del mondo di porre fine ai loro tentativi di controllare e criminalizzare le scelte e la sessualità delle donne e delle ragazze.

Il manifesto della campagna "My Body My Rights" chiede agli stati di rimuovere le barriere all'accesso ai servizi, alle informazioni e alla formazione relativamente alla salute sessuale e riproduttiva e di porre fine alle leggi e alle pratiche che penalizzano tale accesso.

Il manifesto descrive i diritti che tutte le donne e le ragazze dovrebbero avere sul loro corpo. Nonostante un importante accordo sottoscritto due decenni fa a Pechino in materia di uguaglianza di genere, le donne e le ragazze continuano a venire private dei loro diritti sessuali e riproduttivi.

"Sebbene negli ultimi 20 anni decine di stati abbiano messo fuorilegge i matrimoni forzati e le mutilazioni dei genitali femminili, queste pratiche restano diffuse" - ha dichiarato Jessie Macneil-Brown, responsabile della campagna "My Body My Rights" di Amnesty International.

"Le gravi violazioni dei diritti sessuali e riproduttivi delle donne e delle ragazze costituiscono un grande problema contemporaneo. In alcuni paesi, l'aborto è vietato del tutto e le donne sono imprigionate per il mero sospetto di aver abortito volontariamente o aver avuto un aborto spontaneo".

Il manifesto di Amnesty International chiede agli stati di:

- abolire le leggi che criminalizzano l'esercizio dei diritti sessuali e riproduttivi;

- rilasciare tutte le donne e le ragazze imprigionate per aver voluto abortire o aver avuto un aborto spontaneo, così come coloro che le hanno aiutate;

- garantire l'accesso ai servizi per la salute sessuale e riproduttiva;

- garantire l'accesso a programmi educativi relativi alla sessualità esenti da pregiudizio e basati su prove oggettive, all'interno e all'esterno della scuola;

- prevenire e reprimere tutte le forme di violenza di genere, specialmente contro le donne e le ragazze;

- assicurare che tutte le persone abbiano la parola sulle leggi e sulle politiche che riguardano il loro corpo e la loro vita;

- assicurare che tutte le persone abbiano accesso a rimedi giudiziari efficaci e affrontabili dal punto di vista economico quando i loro diritti sessuali e riproduttivi siano stati violati.

Sottoscrivi il manifesto

"Gli stati e altri soggetti devono porre fine ai loro tentativi di controllare le decisioni delle donne e delle ragazze. Quello di prendere decisioni informate sulla salute sessuale e riproduttiva è un diritto umano che dev'essere garantito anziché minacciato e criminalizzato" - ha sottolineato Jessie Macneil-Brown.

"Questo manifesto chiede a ogni persona di esprimere solidarietà pretendendo che questi diritti siano protetti" - ha concluso Jessie Macneil-Brown.

Leggi il manifesto

Per maggiori informazioni e interviste:
Amnesty International Italia - Ufficio Stampa
Tel. 06 4490224 - cell. 348 6974361, e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Le persone e la dignità
09 12 2014

Le avevano arrestate il primo dicembre per aver violato il divieto di guida alle donne. E oggi sono ancora in carcere. Domenica 7 dicembre il giudice ha deciso che le due saudite dovranno restare in cella almeno altri 25 giorni. Una pena incredibile per le due donne che fanno parte del movimento women2drive, nato lo scorso anno per contrastare un divieto che limita fortemente la libertà di movimento delle cittadine e che appare assolutamente anacronistico come avevamo raccontato in questo post.

Secondo le fondatrici della campagna del 26 ottobre 2013 al divieto di guida sono legate altre norme che mettono le vite delle donne totalmente nelle mani dei mariti, dei padri o dei fratelli.

Il 30 novembre Loujain al-Hathloul, che ha 25 anni ed, insieme all’altra conducente arrestata, ha più di 335mila followers su Twitter, ha deciso di sfidare le autorità saudite arrivando in macchina dagli Emirati Arabi Uniti, un Paese che, come quasi tutto il resto del mondo, permette alle donne di mettersi al volante.

“L’obiettivo era di far vedere al mondo – ha spiegato un’attivista sotto la promessa dell’anonimato – quanto fosse assurdo non poter guidare nel proprio Paese”.

Per questo la ragazza ha girato un video mentre guidava verso la frontiera e l’ha postato su Youtube. Pochi minuti dopo è stata fermata al confine e trattenuta lì dalla polizia per 24 ore.


Il giorno dopo una sua amica, Maysa al-Amoudi, 33 anni, si mette anche lei al volante per portare all’amica cibo, acqua e una coperta ma viene anche lei arrestata. La sorella di Maysa, Hannah al-Amoudi, ha raccontato che le autorità il 7 dicembre hanno notificato alla famiglia che la detenzione veniva estesa per altri 25 giorni ma non hanno dato alcuna spiegazione legale. Le due donne, che sono rinchiuse in due carceri diversi, sono state interrogate senza la presenza di un avvocato ma hanno avuto la possibilità di vedere i famigliari.

Libere di scegliere, pronte a reagire!

  • Venerdì, 28 Novembre 2014 14:08 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
28 11 2014

Il 25 novembre 2014 la rete romana IoDecido si è mobilitata scendendo in corteo e denunciando la vergognosa sospensione del servizio di interruzione volontaria di gravidanza del policlinico Umberto I di Roma.

Il “Repartino” è nato dall'occupazione portata avanti da collettivi di donne e da lavo-ratori e lavoratrici del Policlinico, proprio nell'anno dell'approvazione della legge 194, il 1978. Da allora il servizio è stato garantito, fino al pensionamento dell'ultimo e unico - altro dato inaccettabile - medico non obiettore rimasto nell'intero ospedale. A partire dal 17 novembre la struttura sanitaria più grande d’Italia, non è più nelle condizioni di garantire l'applicazione della legge 194. Fatto grave anche simbolicamente, data la storia di questo servizio: un colpo di spugna sull'accesso all'aborto libero e gratuito, un colpo di spugna sulle lotte delle donne, un regalo per gli antiabortisti e gli obiettori offerta dalla negligenza della direzione sanitaria dell'Umberto I.

Il paradosso è che, nonostante tutto, il Policlinico è stato riconosciuto fra i migliori ospedali a prendersi cura della salute della donna, ottenendo l'attribuzione di tre bollini rosa da parte di O.N.Da, l'Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna, una vera e propria operazione di pinkwashing in tutti i sensi! Un ranking davvero invidiabile, considerando la percentuale del 100% di medici obiettori di coscienza presenti attualmente nell’ospedale, senza contare lo smantellamento e i tagli subiti negli ultimi anni e i continui disservizi subiti da tutt*. Ma non si sfugge dal fare i conti con le dirette interessate, l'azione della rete IoDecido e le lavoratrici del Policlinico ha acceso i fari sulla chiusura del Repartino e sulla sospensione del servizio IVG dell' Umberto I e ha ottenuto un incontro con la Direzione Centrale. Il direttore generale Domenico Alessio si è impegnato a richiedere con urgenza la riattivazione del servizio con la strutturazione di due medici non obiettori per l'assistenza. Per mettere riparo al ritardo colpevole della direzione e riattivare immediatamente il reparto, al momento è stata fatta richiesta urgente, dalla stessa direzione centrale, di assunzione di un medico con incarico a 30 ore settimanali con contratto SUMAI.

Se il Policlinico si fosse occupato nei giusti tempi del reclutamento di medici non obiettori, il servi-zio non sarebbe stato interrotto. Questo fatto denuncia la condizione pietosa e preoccupante in cui versa l'applicazione della legge 194, e dunque il numero di medici obiettori sempre più in aumento, stimato al 90% su tutto il territorio nazionale. In questi giorni si è tornati a parlare anche sui media mainstream di molte delle tematiche sollevate dalla rete, che ha tutta l’intenzione di continuare a monitorare la scandalosa vicenda del Policlinico, insieme a quella di molte altre strutture dove il diritto di scegliere e alla salute di ognun* sono con-tinuamente calpestati nel silenzio più totale!

La giornata del 25 novembre non è stata una data simbolica e rituale: quando parliamo di violenza dobbiamo riferirci anche a quella di un governo che colpisce a suon di tagli diritti fondamentali e le fasce economicamente più deboli, riservando solo qualche briciola qua e là con misure ipocrite quanto inutili come gli 80 euro per le neomamme. La salute delle donne deve essere tutelata in tutte le sue forme, dal diritto ad abortire nel rispetto della salute fisica e psicologica, al diritto alla maternità consapevole e garantita nelle migliori con-dizioni socio-sanitarie, alla contraccezione e alla prevenzione. Il diritto alla salute per tutti deve fondarsi sul rispetto delle soggettività garantendone lo sviluppo, il benessere e la libertà.

Altro che tre bollini rosa, non vogliamo nessuna valutazione su ciò che riguarda la nostra vita, il nostro corpo, la nostra salute!
Libere di scegliere, pronte a reagire!

Di seguito il comunicato.

Comunicato Repartino Policlinico Umberto I

Ieri 25 novembre, in occasione della Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne siamo scese in corteo, precarie, studentesse, lavoratrici del Policlinico e tante donne, per denunciare la chiusura del reparto di interruzione volontaria di gravidanza, avvenuta il 17 novembre, presso il Policlinico Umberto I . Con determinazione abbiamo ottenuto un incontro con il direttore generale dell'ospedale, Domenico Alessio che ci aveva assicurato già nel pomeriggio della giornata di ieri, che si sarebbe impegnato per la riapertura del reparto, garantendo il servizio in modo continuativo. Oggi abbiamo monitorato l'operato della direzione sanitaria per assicurarci che alle parole seguissero fatti concreti. Non avendo ancora trovato un medico disponibile nell'immediato, il direttore generale alle ore 18:00 di oggi ha fatto richiesta urgente di abilitare un medico con contratto SUMAI di 30 ore. Questo risultato tamponerà l'emergenza in via del tutto temporanea. Per questa ragione nei prossimi giorni continueremo a verificare che i passaggi per la riapertura del Repartino del Policlinico vengano fatti velocemente e rispettando le richieste espressamente fatte di assunzione stabile di almeno due medici che garantiscano un funzionamento efficace del servizio nel rispetto della legge 194.

Saremo pronte a mobilitarci ed estendere ancora di più la partecipazione se gli impegni presi non verranno rispettati. Per maggiori info sul sito del policlinico è disponibile la delibera datata 26/11 in cui si bandiscono i posti per i non obiettori...qui il link

http://www.policlinicoumberto1.it/delibera-n-725-del-24112014.aspx

Rete #Iodecido – 26/11/2014

Violenza di Stato contro le donne

Quanti tipi di violenza nei confronti delle donne esistono? Troppi [...] L'art. 1 della Risoluzione 54/134 International Day for the Elimination of violence against women prevede che qualsiasi atto di violenza di genere che provoca, o potrebbe provocare, danni fisici, sessuali o psicologici alle donne, incluse le minacce, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, in pubblico e nella vita privata, sono "violenza contro le donne".
Filomena Gallo, Left ...

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